Giu 272012
 

 

Concerto Eroico - Orchestra ClassicaViva

Concerto Eroico-Orchestra ClassicaViva - foto di Attilio Marasco

Come da noi annunciato sui nostri siti, il giorno 24 giugno 2012, alle ore 17,30, è andato in scena, nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano, un importante e innovativo concerto sinfonico, con l’orchestra “ClassicaViva” composta da alcuni tra i migliori giovani musicisti professionisti che ancora resistono a lavorare molto precariamente nella musica, diretta da Stefano Ligoratti, che per l’occasione si è esibito, in questo concerto tutto beethoveniano, nel doppio ruolo di Direttore e di Pianista.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=OAzwo3X5ugg[/youtube]

Pubblichiamo qui un bell’articolo di Alessandro Rossi, poeta, scrittore e cantautore, che recensisce il concerto da artista colto e raffinato qual è:

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A dire quello che non si dovrebbe dire, si deve dire che fatta eccezione per pochissimi cultori della musica classica, di cui molti musicisti essi stessi, la quasi totalità del pubblico che va a sentire un concerto non è in grado di distinguere un’interpretazione dall’altra. Tantomeno un solista dall’altro e men che meno un direttore d’orchestra da un suo pari.

O meglio, è in grado certamente di leggere una differente postura, una dinamica del movimento, un ampiezza più o meno marcata del gesto per esprimere impeto o di levità contenuta per conferire morbidezza e sinuosità alle note, ma non certo per riconoscere in entrambi i casi a cosa corrisponda quel gesto in termini musicali, di scavo della partitura, di enfasi o compostezza, di calore o di algidità. Karajan dava il fortissimo solo con un maggiore affondo della bacchetta, laddove Bernstein per lo stesso attacco saltava mezzo metro sul podio, e Abbado apriva le braccia come ali di aquila in voluminosissimi gesti, e Muti si fa venire una paresi facciale per quanto strizza i muscoli del viso e fa sobbalzare la sua capigliatura, e Furtwangler si sbilanciava di 60% a destra, e Giulini manco ti accorgevi se aveva fatto l’attacco, e Baremboim tremava sul posto come una convulsione col sorriso, e Oren faceva un ruggito con il corpo in avanti, ed infine il giovane Dudamel dava lo stesso fortissimo quasi stesse per danzare una giga.

Lo stesso valga per i pianisti, quelli celebri. Conosciamo la silhouette e il tipico calpestio delle dita sui tasti quando “esagerano” o quando “spariscono”, ma sfido ad interrogare il grosso pubblico per distinguere una registrazione di Benetti Michelangeli da un CD di Pollini, una di Arrau da quella di Horowitz, a patto che non siano dei patiti pianofili o appunto dei musicisti con tutti i crismi, che allora godono come dei pazzi quando si accorgono che il suono che esce dal piano di Rubeinstein sembra accordato come un salterio e in quello di Zimmermann pare che ci siano dentro delle romantiche signore tedesche che fanno il coro amplificandone il volume ridondante e parruccone.

Questo non è che un segreto di Pulcinella, che restituerebbe in un colpo solo onore al merito dei veri intenditori, i quali dovrebbero farsi anche carico di aiutare noi zotici a comprendere su cosa porre l’orecchio quando ascoltiamo la Nona fatta da uno e quella fatta dall’altro, e perché trarne piacere o contemplazione.

Atteggiamento, questo di educare al “piacere” più che al “sapere” che il jazz ha giustamente diffuso,  contrariamente – ahinoi – alla classica.

Infatti le differenze tra uno stesso standard suonato da Thelonius Monk, Bill Evans, Harbie Hancock o Michel Petrucciani stanno tutte nella enorme libertà di fare di quel medesimo costrutto melodico più o meno tutto quello che è pensabile sul piano armonico e ritmico, all’interno di regole condivise e riconoscibili, che tuttavia vanno assimilate a fondo per essere variate o tradite. Essendo dotate di un tale margine di libertà organizzata che anche mio nonno in carriola (non proprio) al quarto ascolto mi può dire che differenza c’è tra le cifre stilistiche di un pianista jazz rispetto ad un altro, perché individua prima il tessuto improvvisativo che lo contraddistingue compositivamente e poi quello tecnico-espressivo. Certo che senza conoscere lo standard da cui sorge la variazione, apprezzare queste libertà diventa più difficile o del tutto insignificante.

Nella classica questo limite è tendente all’assoluto. Invalicabile del tutto no, ma con molto filo spinato sì, tranne per gli specialisti veri e propri.

Lo è in parte fisiologicamente, data la complessità sovrastante della partitura e della strumentazione con tutti gli annessi e connessi, come per esempio il fatto che gli slittamenti o le accentuazioni ritmiche o timbriche a volte differiscano per valori impercettibili, benché rilevanti sul piano sia accademico sia (e soprattutto) emotivo in chi ascolta. Ma è stato anche un certo snobismo accademico a non aprire mai davvero la porta al profano, aiutandone l’educazione all’ascolto, a causa di un terribile retropensiero, non detto ma attuato, secondo cui le sottili  emozioni che la classica genera non possono essere colte e godute dall’incolto. Quindi vanno taciute, e poste a far da barriera tra “noi” e “loro”. Noi chi?

Ma è solo un atto autodistruttivo, una volta tirate le somme. Se il Rock spopola e la classica langue non è solo per l’immediatezza semplificante del rock e dei sui stilemi orecchiabili: è anche per l’imbecillità settaria di istituzioni sotto naftalina che hanno considerato la musica classica, musica “colta”, da proteggere dalla barbarie, cioè da tutti quelli che non stavano nello stesso armadio loro, stracolmo di naftalina. Tale virus contagioso è molto italico. Da un lato essere degli intellettuali è motivo di vergogna e dall’altro, con misteriosa schizofrenia, tutti cercano di esserlo, solo per far sentire dei pezzenti quelli accanto.

Ergo siamo intellettuali scadenti che criticano intellettuali scadenti. Tra i giovani usciti dal conservatorio ci sono felicissime schiere di musicisti che si sono ribellati allegramente a questo orgoglio da due lire e fanno musica tout court spaziando con qualità oppure specializzandosi con altrettanta libertà di pensiero. Ma altri invece, troppi, ancora guardano con commiserazione quello che non sappia cos’è un rivolto e chi è un madrigalista ma si sentono perfettamente in pace col mondo se non sanno hanno sentito una nota di Charlie Parker, o un assolo di Jimi Hendrix o un canto devozionale di Nusràt Fateh Alikàn.

Il risultato è che ai concerti di classica in Italia l’età media è 70 anni, in Germania e Inghilterra 35. La gente che va a sentire Vasco, deve giurare di non sapere chi è Mozart, e quelli che vanno a sentire il Flauto Magico devono sottoscrivere che non andrebbero mai ad un concerto degli U2 nemmeno sotto tortura. E così gli stadi si riempono anche per cantantucoli di terz’ordine (non certo gli U2) e gli auditorium vanno verso il mutismo. I responsabili di questo sistema ignorano bellamente l’avvertimento e la lezione che dette Bernstein 40 anni fa, spiegando i Beatles con il tirare in ballo Amadeus. A noi il Wagnerismo ci ha segato le gambe, non è un caso se è il lontano e scalcagnato Venezuela ad aver fatto il piano culturale musicale più avveniristico e popolare che sia mai stato concepito, e non l’Italia, la patria della musica detta “classica”. Ci ritroveremo a fare i conti con mostri di bravura musicale nati nelle favelas di Caracas, grazie ad Josè Antonio Abrèu, laddove qui abbiamo avuto un ministro che dichiarava impunemente che “la cultura non si mangia”. Avrebbe qualcuno dovuto rispondergli che “la cultura mangia”: però mangia l’imbecillità di certi ragionieri e commercialisti della sua specie e l’ignoranza attiva come la sua e quella dei suoi compagni di potere.

Ora, tutto questo preambolo solo per dire che se c’è una cosa che la musica, classica in questo caso, può fare e potrà fare sempre è quella di suscitare emozioni, di varia natura ed intensità. Questo modulo, l’emotività, è la vera bussola. Tutto finisce lì, anche Mussorsky. Se è vero che i distinguo minuti e infinitesimi sono di pertinenza di un’elite, non lo sono certo le emozioni. Ecco che allora un concerto può forse non essere la quintessenza della filologia e del rigore esecutivo, né una lectio magistralis di un superamento interpretativo sottilissimo che fa scuola, ciononostante può far accapponare la pelle e muovere al pianto di gioia o di malinconia.

Molti storcono il naso da sempre agli eccentrici in musica, come accadde a suo tempo per Glenn Gould è poi accaduto per altri e prima di lui ad altri compositori stratosferici che oggi stanno nelle antologie di musica. Mischa Maisky è considerato da molti un ciarlatano, da altri un genio, sta di fatto che la gente fa a botte per andare ad ascoltare le suite di violoncello di Bach eseguite da lui, ventenni più che ottantenni. Non sarà un caso, nè un segno di corruzione dei tempi. Direi che Giovanni Allevi non passerà alla storia ma forse un suo fan giovanissimo che si è messo a studiare pianoforte dopo averlo ascoltato per caso e che poi studiando incontra Bach e poi diventa un innovatore eccelso e porta la sua musica ad altre orecchie emozionando altri cuori, forse lui sì. La catena degli umani funziona esattamente così, per avere un Leonardo devi spremere un secolo fino a farlo essere il Rinascimento e non di soli geni vive una civiltà.

Concerto Eroico - Orchestra ClassicaViva

Concerto Eroico - Orchestra ClassicaViva - foto di Attilio Marasco

Dunque, in forza di ciò, vale la pena di spendere due parole sul concerto che si è tenuto domenica 24 giugno alla sala Verdi del conservatorio di Milano. Un programma incentrato su Beethoven: Ouverture dell’Egmont; Concerto n. 3 op. 37 per pianoforte e orchestra; Sinfonia n. 3 op. 55 “Eroica”.

In sintesi, l’Orchestra è composta per lo più da ex allievi del Conservatorio G. Verdi di Milano, in una gamma di età che va dai diciotto ai trent’anni, che per gli standard italiani equivale a dire giovanissimi. Oltre a singoli strumentisti, l’orchestra gode di ensemble di archi che hanno partecipato nella propria interezza, dando corpo all’organico orchestrale: Le Cameriste Ambrosiane, il Quartetto Indaco, L’Arcantico Ensemble e il Quartetto Maurice.

Dirige il giovane M° Stefano Ligoratti, 26 anni. Al pianoforte, sempre Stefano Ligoratti.

L’iniziativa è frutto per intero della strepitosa esuberanza intellettuale, culturale e della passione civile di Ines Angelino, Direttore Editoriale di ClassicaViva, casa editrice e discografica votata alla ricerca e alla promozione di musicisti classici italiani da valorizzare. La quale ha voluto coniugare il sempiterno della musica di Beethoven all’ultramoderno della visione in streaming in diretta mondiale. Scommessa che ClassicaViva ha già lanciato da anni, anticipando i tempi e allineandosi alle prassi già in uso in paesi più tecnologizzati del nostro senza disdegnare i media internautici, anzi. Sfruttandoli nel modo migliore, diffondere la Bellezza oltre l’Auditorium.

L’idea dello streaming è stata tentata in Germania dai Berliner, con un risultato sorprendente sia in termini culturali che economici, oltre le più fiduciose aspettative dei suoi promotori. Oggi la diretta di concerti di musica classica in streaming è diventata una voce importante nel capitolato di entrate della prestigiosa orchestra berlinese.

Ines Angelino ha, con la sua infaticabile energia di anticipatrice solacontrotutti, scommesso e realizzato per prima questa stessa modalità di allargamento della fruizione. Perché se è vero che un intero paese, come accaduto quest’anno durante la Primavera Araba in Libia e in Egitto, può rovesciare un tiranno grazie a Internet, cosa vieta allora che possa anche far giungere alle orecchie di un pubblico molto più vasto le note di Beethoven e commuoverlo? La risposta dell’Angelino è: “nulla”

Quindi va fatto. Questo approccio si chiama ‘politica culturale’, che è cosa distinta da packaging di aria profumata. Oggi l’arte è un gesto politico per eminenza.

Eccoci perciò a domenica 24. Al Conservatorio di Milano. Nella sala Verdi.

Dove grazie al sostengo sentito e alla disponibilità reale del suo Presidente è stato possibile ascoltare un concerto di grande livello di fronte ad un pubblico di testimoni ‘dal vivo’ di una novità assoluta in ambito mediatico in Italia e al tempo stesso ascoltatori assorti nella forza del compositore più “eroico”, come eroica è la sfida dei giovani musicisti italiani che vivono a stento della propria arte, ed “Eroica” la Sinfonia con cui si chiude il programma.

Non avendo i titoli accademici o di musicofilo per citare con cognizione di causa il perchè e il per come questo concerto debba essere considerato nell’alveo dell’ eccellenza, mi limito a commentare con entusiasmo di spettatore profano ma “emotivo”, il perché è piaciuto a me, e visibilmente a tutti gli altri spettatori in sala.

Mi è piaciuto perchè mi sono dimenticato di me stesso. Ho smesso di respirare. Mi sono commosso più d’una volta. Ho avuto la sensazione che Ludwig Van fosse lì, vibrante. Ho detto, “come è bello essere vivi” e poi ho sentito la forza attrattiva della morte romantica, per subito dopo rialzarmi sorretto in volo da figure celestiali che celebrano la gioia della Vita. Perché ho invidiato i musicisti dell’orchestra, perché sarei balzato sul palco e mi sarei messo a ballare accanto al pianoforte, perché non stavo nella pelle, perché ho sentito una voglia irrefrenabile di fare la Rivoluzione, perché non sapevo che l’orecchio è l’ultimo degli organi a sentire la Musica (come non avevo capito il Messaggio di Beethoven!) poiché prima si sente coi piedi, con le scapole, con lo stomaco, con lo sterno. Prima lo sente il cuore come organo e poi come luogo figurato dell’anima.

Mi è piaciuto da impazzire. Io vorrei e dovrei dire dell’impasto del suono che per un’orchestra giovane e così poco rodata era più che buono, a tratti ottimo; vorrei dire che gli “episodi” interni alle tre storie erano scolpiti in modo chiaro, ritmicamente, timbricamente, espressivamente; vorrei dire che il dialogo tra le sezioni era distinto dove doveva esserlo e fuso dove doveva fondersi; vorrei dire che c’era musica che usciva da tutti gli sgabelli e i leggii e non solo dagli archi, dai legni e dai fiati; vorrei dire che l’ouverture dell’Egmont toglieva il fiato per freschezza e che l'”Eroica” aveva una cristallina processione di colori, e di cambi di atmosfera all’interno di quel moto binario goethiano tra maschile e femminile, cupezza e solarità, anima e animus per parlare col linguaggio della psicologia analitica; vorrei dire – come la signora cotonata accanto a me che ne sa meno di un bagarino di musica classica ma atteggiandosi proferiva solenne – “Beethoven è sempre Beethoven!”;  e lo direi anch’io, perché non c’è verità più palese, per quanto ovvia, in quel momento di totale rimbambimento sensoriale dentro quella nebulosa di grandiosità contrastanti.

Ma non lo dico, non come dovrei e vorrei. Perchè una cosa devo assolutamente dire, devo dire. “Io c’ero”.

Poche volte in una vita di spettatore si può dire con sincerità questa frase.

L’ho detta la prima volta che ho visto “The Tempest, di P. Brook” o l’ultima replica di Eduardo quando avevo quattro anni al Teatro Manzoni di Milano, o un concerto d’organo di Bach di Gustav Leonardt e poi in altre rarissime occasioni che si incidono nella carne come esperienze che ci cambiano, non necessariamente perché sono oggettivamente sublimi, piuttosto perché catalizzano il senso del sublime soggettivo in un unico luogo e in un unico tempo, l’assoluto presente dell’esecuzione. E quel sublime rapisce tutti i presenti. Chi ha avuto la fortuna di vedere Totò a teatro nei primi anni (un certo Fellini) racconta di quel magnetismo ineffabile che paralizza. Lo stesso se si assiste da vicino alla performance di un campione olimpionico, ci si stente schiacciati e poi lanciati in ria come razzi senza gravità e poi si rimane storditi in un misto di perdita di recinzione dell’io e di opposto processo di identificazione totale con qualcosa di altro da noi stessi.

Ecco, il concerto di domenica era uno di quei “io c’ero” anche se non c’era Karajan a dirigerlo sul podio e Karl Bohm a suonarlo al pianoforte.

E allora la domanda sorge spontanea: “E come è possibile?”

E’ possibile perché questo esser-ci di domenica era l’aver avuto il privilegio di assistere alla prima esibizione di tale proporzione in veste di Direttore d’orchestra e di Solista al pianoforte, da parte di Stefano Ligoratti.

Stefano Ligoratti in concerto

Stefano Ligoratti in concerto - foto di Attilio Marasco

Oggi la mia affermazione è passibile della critica di un’esagerazione da incompentente, ma io non la temo, anzi vi sfido, perchè questa verità sta scritta nel futuro e non nell’oggi. Ne riparleremo tra quindici o vent’anni, se io vaneggio o sono semmai parco nel dire che Stefano Ligoratti è un musicista di stazza monumentale, di livello internazionale e non perché è stato prodigioso il suo curriculum di studi musicali (sei lauree già prese a 24 anni!) quanto invece perché, a 26,  è già arrivato ad una sintesi elaborata del materiale sonoro, che tratta con doviziosa cura e nessuna superflua imbastitura. Ne ha coscienza piena, lo governa quel materiale, lo scolpisce, lo modula, gli dà un suo andamento specifico senza doversi atteggiare mai da enfant prodige che vezzeggia il pubblico con virtuosismo di maniera. Quando mette le dita sul pianoforte non c’è tecnica pianistica, c’è musica, lui la ascolta più che suonarla, la ascolta mentre i tasti la producono. E si dirige da solo mentre suona, estraniandosi da se stesso, se è possibile, con la stessa severa intensità che richiede – e riesce a tirar fuori – ai suoi giovani strumentisti.

Ligoratti diventa un orchestrale quando fa il solista, perchè si sposa liturgicamente alla musica e si mette al suo servizio, non sottomettendola al suo capriccio di vanità semmai sottomettendo se stesso alla Necessità che è insita in ogni singola battuta di Beethoven.

Ligoratti è maturo, raramente maturo, maturo per le grandi orchestre e i teatri prestigiosi. E non arrivano a mazzi talenti come il suo, in questo paese di invidiosi qualcuno dovrebbe accorgersene in tempo prima che si risolva per andare all’estero e dargli ora, qui da noi, la possibilità di portare a cesellamento e approfondimento e divulgazione questa risorsa incredibile di cui gode questo ragazzo. Come prima cosa non copia i grandi del passato, però riesce dove oggi riesce solo Baremboim è credibile, pienamente e simultaneamente nelle vesti di direttore d’orchestra del concerto che esegue come solista.

Anche Baremboim ha fatto storcere il naso in passato per questo suo apparente delirio di onnipotenza, salvo poi farglielo raddrizzare quando questa anomalia ha dato prova di essere una virtù naturale effettiva e non una chimera autocelebrativa da baraccone. Per nostra fortuna a giudicare il vero portato di quel narcisismo sono quelli che ascoltandolo ne rimangono turbati, affascinati, innamorati e non gli storcitori di naso.

Stefano Ligoratti Pianista e Direttore nel Concerto "Eroico"

Stefano Ligoratti Pianista e Direttore nel Concerto "Eroico" - foto di Attilio Marasco

Ligoratti nel concerto numero 3 fa venire i brividi. Andate a vedere le esecuzioni celebri di questo concerto su you tube, ve ne sono alcune immense, e ditemi se esagero nel dire che Ligoratti possiede un grado di consapevolezza strumentale e d’insieme che non teme paragoni celebri, fatte le debite proporzioni dovute all’età.

A chi ne ha seguito gli avanzamenti a partire dal suo diploma in pianoforte (cui si aggiunge quello in clavicembalo, organo, composizione e direzione d’orchestra, solo per darvi un’idea del lavoro che c’è dietro un vero talento!) fino alle sue più recenti incisioni, appare evidente che il cimento recente con la direzione cameristica da un lato e l’esecuzione di repertorio novecentesco russo gli hanno fatto fare un salto di qualità spaventoso. La straordinaria esecuzione dal vivo della Sonata di Berinsky per violino e pianoforte in particolare, e più segnatamente proprio lo studio meticoloso di quelle temperature di colore tipiche di quella tradizione, cioè la ruggine, l’impeto appassionato, la rabbia rivoluzionaria, la melancolia della steppa, la condizione di esuli dentro, l’introspezione psicologica portata ad un intimismo sconosciuto al di qua dei Balcani, hanno estratto da Ligoratti, come da un cava ancora intatta, una quantità di pietre preziose, in una gamma che il repertorio classico e romantico per loro natura non richiedono di sondare e portare a raffinazione. Questa esplosione espressiva e di maturazione pianistica deve molto, a mio avviso, alla sua partner al violino Yulia Berinskaya che proprio per essere, oltre che una violinista straordinaria,  anche artista ispirata e conoscitrice al dettaglio di quel repertorio della sua terra d’origine, lo ha sollecitato con tirannica dolcezza all’estrazione del tesoro nascosto sotto la pietra dura. C’è un prima e un dopo in Ligoratti, il punto di passaggio è quello, pertanto l’estensione massima in senso tonale, timbrico, espressivo, tecnico, la somma tra la capacità di abbandonarsi completamente, direi di arrendersi alla prepotenza dei suoni, pur esercitando un controllo assoluto sull’esecuzione sono alcuni dei risultati più eclatanti, frutto di una crescita che avviene in una dimensione spirituale dell’artista e che viene trasmessa alle dita e non viceversa.

Ora sembra affondare le mani sulla partitura come non potrebbe fare sui tasti, e mentre suona fa corpo d’assieme con l’orchestra senza staccarsene mai anche quando essa tace. E’ ragionevole immaginare che i maestri dell’orchestra abbiano una temperatura di partecipazione emotiva diversa quando colui che li dirige è in gioco tanto quanto e molto più di loro, suonando egli in prima persona. Come una barca a vela in piena mareggiata, l’orchestra sa che il timoniere è al comando di tutti loro ma allo stesso tempo dipende da tutti loro, perciò solo uniti ci si salva; è la massima implicita in ogni marinaio d’altura. Se Ligoratti gode di quel rispetto presso l’orchestra non è certo per una qualche allure che lo circonda nel suo andamento senza età, faccia di un bambino, sguardo di un uomo maturo quasi anziano, fisico da maratoneta del libro, compassato. Sorridente. Educato. Nessuna vanagloria. Per qualcuno dovrà forse essere il suo understatement da ragazzo di provincia a far breccia sui suoi colleghi e di conseguenza a diminuirne l’impatto presso chi guarda le apparenze, e non la sostanza, i soliti critici e rappresentanti istituzionali conservatori e conservatoriali. Ma quel carisma, il Carisma in generale, non viene recepito dagli altri tanto facilmente, se non c’è. A buon mercato non si ottiene nessuna ammirazione in ambito classico dai propri colleghi, c’è l’ostacolo dell’invidia o dell’italiota pettegolezzo al ribasso nei confronti di chi vanta numeri eccezionali. Su Stefano Bollani si è detto il peggio finché Chailly non lo ha invitato a suonare con la sua orchestra con tanto di frack. E gli stessi detrattori fino a cinque minuti prima, che discettavano sull’involgarimento del pianismo pseudo classico, solo perché il nostro jazzista mondiale si permetteva di passare da Chopin a un jingle pubblicitario a uno swing di Duke Ellington per mostrarne le influenze e le derivazioni per similitudine, proprio gli stessi, hanno spianato tappeti rosso fuoco promuovendolo all’improvvis,o appena qualche Nome lo ha definito un genio, un talento, un pianista sopraffino a 360°, e un musicista in senso ecumenico.

Ci sono giovani egregi direttori in giro per il mondo, che aggregano un po’ troppo per il loro bel trequarti sulla copertina di Vogue e un po’ poco per il loro reale piglio sul podio o lo spessore di analisi e di resa di una partitura sinfonica o operistica. Lo star system dove può fagocita il giovane talentuoso e lo spreme prima ancora che arrivi ad un termine di solidità e personalità musicale.

Speriamo che Ligoratti possa continuare a restare così giustamente ragazzo qual’è, venendo valutato per la densità insita in ogni suo atto musicale e mai per il suo look in senso lato. Parlare dell’Egmont o dell’Eroica che ha diretto egregiamente è secondario proprio perché dirigere e suonare il n. 3 di Beethoven al pianoforte polarizza su di sé ogni altro impiego di forze. Lì abbiamo visto scomparire tutti la persona fisica e siamo stati travolti dalla musica.

Ma se poi uno volesse sapere qualcosa di più, direi: andate a vedere sulla registrazione audio e video disponibile su youtube, qui sopra in questo stesso oarticolo, o direttamente qui http://youtu.be/OAzwo3X5ugg, come sottolinea gli abbellimenti con un senso e come tiene i trilli nella loro funzione di annunciatori o di sospensioni, andate ad ascoltare come cambia registro il pianoforte da un flessuoso e voluottuoso romanticheggiare da chiaro di luna, per cedere poi il passo ad un funesto scroscio di temporale che fa ululare le corde basse e poi a un frasegggio fugato, martellato, quasi soffocato, che contrappunta coi fiati prima e con gli archi poi. L’alternarsi di colori su quel pianoforte non produce mai il distacco percettivo tra lui e gli altri, li accorpa i rispettivi habitat sensoriali. Si vede che Ligoratti ha speso tanto tempo sulle partiture di Bach, perché la ricerca della distinzione dei piani contrappuntistici lo rende incline a marcare il parallelismo e le convergenze melodiche anche sotto il piano dei colori diversi affidati a sezioni diverse, sacrificando – se è il caso – l’armonizzazione orchestrale con il preciso intento di non portare mai ad un suono indistinto ed indistinguibile l’orchestra. L’unione dei contrari, diversi ma insieme, fa da collante, anziché il sinfonismo in quanto massa acustica.

Ascoltando le grandi interpretazioni di questo meraviglioso concerto, vi renderete subito conto, che il primo elemento caratterizzante è il tactus, il secondo sono gli stiramenti temporali all’interno, poi il rilievo che ha una sezione sull’altra nel susseguirsi dei fraseggi, i picchi dinamici e la qualità timbrica nel suo insieme. Poi c’è il quid pluris: quale sia il processo che lo generi, da cosa sia composto, come venga costruito questo di più è un’operazione possibile solo parzialmente, poiché quel di più sale sulle spalle dell”architettura complessiva e poi spicca un balzo in avanti e in alto, ma è più della somma delle sue parti. Domenica pomeriggio, c’era il quid pluris, ed era un quis pluris, un chi non un cosa. Era Stefano Ligoratti, che ha permesso ad una sala di spettatori di vedere l’esordio di un grandissimo della musica che ha fatto la sua prima vera apparizione a pieno regime di tutte le sue qualità. Le sue movenze durante la direzione hanno una propria cifra gestuale, non si riesce a ricondurlo ad un Celeberrimo Direttore, ma per gli amanti della mimica dirò che dirige con tutto il corpo. Usa molto la testa per dare gli attacchi alle sezioni laterali, non alza i gomiti, non allarga troppo le braccia, non spinge mai al limite il traballamento dionisiaco di tutto il corpo di alcuni direttori del passato. Tende ad una gestualità composta in avanti, una propensione agli spostamenti laterali del busto con angoli di 30° quando marca l’accento di uno staccato o di un ritmo sincopato, usa il dorso della mano disegnando volute circolari davanti e di fianco a sé quando richiede dagli archi il cantabile. Ma se deve prendere a picconate gli ammassi acustici per scolpirli, allora lo vedrete aggredire il gesto come stesse usando un fioretto per infilzare qualcosa o qualcuno.

Divarica leggermente le gambe quando la solennità di una marcia richiede un peso specifico maggiorato di approccio allo strumento. Non lascia mai sola l’orchestra, anticipa solo gli attacchi più imperiosi e improvvisi, i restanti li segnala sul ritmo e non trascina l’orchestra a forza richiamando l’attenzione di continuo su di sé. Si fida dell’orchestra e perciò la accompagna nel suo corso naturale: quando è lei che tratteggia il cammino linearmente, lui interviene con nettezza e autorità solo dove è indispensabile enfatizzare uno scenario sonoro diverso, difficile, imprevisto, carico o lievissimo. Questo porta la nave ad attraversare la tempesta e la conduce oltre la tempesta, in porto, facendola tuttavia dondolare tra i flutti senza scuffiare, con una grazia insolita e divertita.

Ci aguriamo che i conservatoriali conservatorianti ingessati, fossero in quella sala. Poco persuasi in generale della versatilità di un artista, in nome di un puro tecnicismo specializzato avulso dalla musicalità totale, vogliamo sperare che abbiano avuto la risposta ai loro maldistomaco teologici, percependo come me, nella mia presuntuosa “ignoranza attiva” (Goethe), di avere loro assistito a qualcosa di altissimo, qualcosa che un domani ci potrà far dire compiaciuti: “io c’ero”. Oggi però dobbiamo solo dire “leviamoci il cappello…!”

 

Mag 132011
 

Si guardava con un po’ di scetticismo, fino a ieri, questo spazio Dimensione Musica del Salone Internazionale del libro di Torino. Si diceva della musica che più che incontrarsi, andava a scontrarsi. È bastata però, questa mattina la presenza del Maestro Stefano Ligoratti, per far comprendere anche al più distratto dei passanti, quello forse troppo giovane, o con una maglietta che dichiara il suo amore per la musica che sa di metallo, che la musica classica non è né troppo difficile, né destinata solo a coloro che hanno i capelli bianchi o che non li hanno più.

Quando l’amore e la passione per la propria arte, unita al talento naturale, alimentato e curato dalla dedizione e lo studio del Maestro Ligoratti, hanno incontrato la maestosità del Doppio Borgato,  esposto in uno stand che sembra non poterlo contenere tutto, la musica è stata liberata, ed è stata capace di raggiungere chiunque si trovasse a passare dal Padiglione 1, come se fosse impossibile resistere al suo richiamo. È molto probabile che tanti dei giovani che si son fatti intorno al Maestro non sapessero nemmeno cosa egli stesse suonando, ma guardavano il suo viso sorridente e divertito farsi serio, e con lui sorridevano, e si meravigliavano scrutando i piedi che sembravano un ballo sulla pedaliera. Fuori dai canoni, fuori dal chiuso delle nicchie che spesso rinchiudono la musica classica, si è aggiunta al gioco del divertimento anche la violinista Yulia Berinskaya, che ha utilizzato lo spazio per preparare le sue dita per il concerto seguente, facendo sì che ancora più gente si fermasse ad ascoltare ed applaudire; d’altronde come ha sottolineato Ines Angelino, editore di ClassicaViva, si tratta di una delle più grandi violiniste del mondo, sia per il livello tecnico e virtuosistico, sia per la capacità di comunicare le emozioni col suo archetto.

Liberare la musica ha fatto sì che la sala della presentazione del CD “Violin in Blue”, di Stefano Ligoratti e Yulia Berinskaya si riempisse, anche di coloro che forse non avrebbero mai pensato di poter stare seduti ammaliati dalla musica.

Domani, il maestro Ligoratti sarà nuovamente con noi a Torino, e davvero speriamo che decida di scaldare le sue mani ancora con il Doppio Borgato, speriamo che liberi la sua musica, per deliziare più persone possibili con la sua esecuzione di Beethoven … “Appassionatamente

(Alle ore 12 auditorium DM Padiglione 1 Dimensione Musica)

Mag 042011
 

ClassicaViva sarà presente al Salone Internazionale del Libro di Torino, al Padiglione 1 stand E85 D86.

Per tutta la durata della Fiera, ClassicaViva, con l’Editore Ines Angelino e con la scrittrice Rita Pani, resterà in contatto con i lettori del blog, e con gli appassionati di musica classica, raccontando i concerti, gli eventi e le curiosità, in tempo reale, sia sul blog che in pillole sulla pagina ufficiale di Facebook.

Nell’ambito delle manifestazioni previste nel ricco cartellone del Salone del Libro, ClassicaViva ha in programma la presentazione del CD “Violin in blue” con un concerto dal vivo del Maestro Stefano Ligoratti e della eccezionale violinista Julia Berinskaya, la presentazione dell’audio libro “L’acqua se il buio” di Alessandro Rossi, che suonerà alcune delle sue composizioni, e un altro concerto, sempre del Maestro Stefano Ligoratti che suonerà Ludwig Van Beethoven: Sonata Chiaro di luna; Sonata n. 14, op. 27 n. 2, in do# min “Appassionata”; Sonata n. 23 op. 57, in fa min

Vi aspettiamo a Torino e sul Web.

Apr 152011
 
Concerto del 16 aprile 2011 alla Palazzina Liberty  di MilanoNell’ambito della rassegna musicale “SUONARE”, organizzata dall’Associazione Culturale “Il Clavicembalo Verde” (di Angelo e Giovanni Mantovani), con il contributo di ClassicaViva, e con il  patrocinio del Comune di Milano e del Consiglio di Zona 4, si terrà, presso la
Palazzina Liberty,
Largo Marinai d’Italia 1, Milano
sabato 16 aprile alle 21
Concerto Dedica per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia
Molto ricco e vario il programma della serata, che prevede:
  • G. Donizetti – (Elisir d’amore) Una furtiva lacrima
  • R. Leoncavallo – (Pagliacci) Vesti la giubba
    Jae Hwa Pak, tenore – Giovanni Mantovani, violino – Angelo Mantovani, pianoforte
  • C. Gluck – Orfeo ed Euridice – melodia
  • P. I. Tschaikosky – Melodia
    Yulia Berinskaya, violino – Stefano Ligoratti, pianoforte
  • F. Lehàr – (La Vedova Allegra) Tace il labbro
    Ira Iosebidze, soprano – Jae Hwa Pak, tenore – Giovanni e Angelo Mantovani, violino e pianoforte
  • J. Massenet – Méditation de Thais
  • P. De Sarasate – G. Bizet – Carmen Fantasy
    Yulia Berinskaya, violino – Stefano Ligoratti, pianoforte
  • G. Puccini – (Bohème) Valzer di Musetta
  • G. Verdi – (Rigoletto) La donna è mobile
    Ira Iosebidze, soprano – Jae Hwa Pak, tenore – Giovanni e Angelo Mantovani, violino e pianoforte
  • G. Elgar – Salut d’amour
  • B. Bartòk – Danze rumene
    Yulia Berinskaya, violino – Stefano Ligoratti, pianoforte
  • G. Puccini – (Tosca) Recondita armonia
  • G. Verdi  – (Traviata) Libiamo ne’ lieti calici
    Ira Iosebidze, soprano – Jae Hwa Pak, tenore – Giovanni e Angelo Mantovani, violino e pianoforte

Ingresso libero

Feb 022011
 

Yulia Berinskaya e Stefano LigorattiL’altra sera, 31 gennaio 2011, al Teatro Politeatro di Milano è stato presentato l’ultimo disco prodotto ed inciso dalla Casa Editrice musicale “ClassicaViva“, con la lezione-concerto “Violin in Blue”.

ClassicaViva è specializzata nella ricerca e nella promozione di nuovi talenti nell’ambito della musica classica. Fin dalla sua nascita si impegna in prima linea nella valorizzazione di musicisti che, pur avendo raggiunto un livello di eccellenza in ambito strumentistico musicale, sono esclusi dalla popolarità riservata a pochissimi, a causa del sempre maggior peso dato al marketing dalle case discografiche blasonate e allo scarsissimo peso dato invece alla competenza e all’arte in senso stretto.

In questa circostanza la presentazione riguardava l’uscita di “Violin in Blue”, una raccolta scelta di brani dedicati alla musica francese, con lo sguardo rivolto ad alcuni suoi vertici compositivi: la “Sonata per violino e pianoforte in la maggiore” di César Franck, la “Méditation de Thaïs” di Jules Massenet, la “Sonata per violino e pianoforte  di Claude Debussy, la trascrizione per violino e pianoforte di Grigoraş Dinicu sul “Clair de Lune”  sempre di Debussy, e infine la “Fantasia sulla Carmen di Bizet” trascritta e adattata per violino e pianoforte ad opera di Pablo de Sarasade, virtuoso del violino di fine ‘800.

Un programma caratterizzato sia dal virtuosismo richiesto agli interpreti, sia dalla necessità di porsi in modo personale e possibilmente originale dinnanzi a brani che segnano l’apogeo della composizione francese a cavallo tra ‘800 e ‘900. Un compito affrontato e sapientemente risolto dalla coppia di interpeti, Stefano Ligoratti al pianoforte e Yulia Berinskaya al violino.

Dopo uno studio minuzioso della pagina i due musicisti si sono cimentati in un’incisione di altissima qualità, alla ricerca di un equilibrio tra approcci interpretativi anche molto lontani tra di loro. Il risultato è evidentemente forte di questo scambio, in cui si possono apprezzare i contrasti tra una concertazione interna del  pianoforte da una parte – che tende a far risaltare i piani contrappuntistici e la complessità armonica in relazione alla linea melodica “ciclica” tipica dei compositori francesi dell’epoca – e dall’altra una veemenza esecutiva al violino che cerca di staccare con decisione il volo da quel pavimento avvolgente e orchestrale che il pianoforte significa e persino impone.

Yulia Berinskaya e Stefano LigorattiLa tecnica della Berinskaya impressiona, pur non sovrastando mai la musica e l’effetto sinfonico del tutto. Anzi ciò che raramente si ascolta e che qui prepondera è l’audacia di un suono che muta timbricamente, passando dalla rarefazione assoluta, impressionistica, di poche note tirate sul pianissimo come galleggiassero per aria, fino a giungere alla ruvidezza di un violino zigano che spinge al limite le sue possibilità espressive, piegando lo strumento al servizio di un’intensità spasmodica che evoca più le tinte forti dei villaggi russi di Chagall che non le vedute parigine di Monet. La Berinskaya è delicata e accorta negli abbellimenti di passaggio tra la fine di una frase e l’inizio di un’altra e fondendoli insieme alla linea principale gli conferisce piena musicalità senza che siano inutilmente esornativi. Quando lo spartito reclama attacchi incisivi o salti di tono o brusche variazioni ritmiche e dinamiche la Berinskaya non si tira indietro e oltre che fendere con irruenza lo spazio acustico pare portare lo strumento sul ciglio di un precipizio, cadendo dal quale si frantumerebbe tutto. Lì rimane invece, e ci porta con sè su quel crinale davanti al vuoto, col fiato sospeso. Il volto del pubblico era un racconto mimico chiarissimo di queste frustate improvvise, delle fughe in avanti, delle  frenate impossibili, dei cambi di direzione nel giro di poche battute. Tuttavia questo accade come un processo naturale, in pieno controllo e in pieno abbandono emotivo, simultaneamente, e la sola cosa che ci rassicura nell’ascoltarla è vedere la saldezza che ha sulla scena mentre brandisce il violino, poi lo coccola, poi lo ama; ci placa l’ accettare che nonostante tutto non cadrà e non ci trascinerà con sè cadendo. Ma che brividi. Che brividi.

Il lavoro pianistico, direi orchestrale, di Ligoratti è spiazzante per maturità se raffrontato alla sua giovane età. E’ vero che il programma di sala e la presentazione di Ines Angelino, Direttore Editoriale di ClassicaViva,  preparano a questa anomalia tra anagrafe e spessore artistico, ma l’effetto di sorpresa nell’ascolto non è mitigato dalla messa in guardia. Ligoratti non a caso è anche organista, clavicembalista, direttore d’orchestra e compositore, e soprattutto eseguendo la sonata di Franck – il quale si rese noto inizialmente come eccelso organista – emerge in tutta chiarezza la cognizione della partitura e lo scavo nei minimi anfratti armonici.

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Gen 192011
 

il pianista Stefano LigorattiSono giorni importanti per ClassicaViva, giorni in cui si lavora alacremente per la promozione del nuovo CD, “Violin in Blue” che sarà presentato a Milano il prossimo 31 Gennaio. Esaurito il battage nei canali più consoni e da “addetti ai lavori”, se ne continua a parlare quando capita, forse perché non abbiamo in questo momento cose migliori da dire, o perché su quel lavoro siamo tutti molto concentrati. Poi, al dire il vero, tutti noi e ognuno a suo modo, restiamo fermamente convinti che sia necessario un ritorno alla cultura; ci crediamo davvero, e quindi non ci viene difficile parlarne.

Ma quante sorprese! Per esempio, si scopre che parlare di musica classica fuori da un circolo esclusivo, o dalla nicchia nella quale sembrano essere nascosti gli appassionati, è come narrare storie di cappa e spada, dove gli uomini hanno il mantello e le donne il seno racchiuso in scomodissimi corpetti, o le vesti lunghe e fruscianti. “Roba per vecchi” mi son sentita dire, sorridendo appena per l’obiezione che concludeva con un discorso quasi convincente sull’egemonia dei soliti noti, in mano alle major che monopolizzano tutto il mondo della musica. Le voci cambiano, e si fanno incredule quando racconti che il Maestro Ligoratti ha solo 24 anni, o descrivi la gentilezza del viso della violinista Yulia Berinskaya, ma diventa tutto assai più difficile, quando le giovani appassionate di musica, che su Internet tengono rubriche o Siti tematici, stupite ti rispondono: “Ah, ma è pure bello” (e non proprio testuale).

La musica però non cambia. Probabilmente ci sarebbe da fermarsi un momento e riprendere le fila di un discorso interrotto troppo tempo fa, tornando ad accordarsi su cosa sia cultura e cosa non lo sia. Chiedersi anche se sia l’educazione ad avvicinarci alla cultura, o se essa possa educarci. Guardando al Venezuela, dove ogni anno nonostante i gravi problemi economici comuni in tutto il mondo, lo stato continua a stanziare 29 milioni di dollari per finanziare le orchestre infantili, propenderei per la seconda ipotesi. È da molti anni ormai che in quel paese dell’America Latina la musica classica salva la vita dei bambini, due milioni di bambini da quando gli strumenti musicali sono arrivati in ogni angolo di paese, in ogni campagna a ripulire un po’ della polvere che circondava queste vite.

Stando in Italia è impossibile sperare che a breve si possa importare lo stesso modello, ed educare alle arti e aprire le menti alla cultura. Per togliersi la polvere di dosso, al massimo si continuerà a pensare che è necessario arrivare col proprio libro su cui sta scritto nulla, con la voce pronta a strillare fingendo d’essere un po’ negra o con la chitarra fracassona in uno studio della tivù.

Gen 142011
 

La cover del CD

Il 22 dicembre, negli studi di Radio Classica, nella trasmissione giornaliera “Ultimo grido”, condotta da Luca Ciammarughi, ospite la sottoscritta, abbiamo presentato l’ultimo CD prodotto dalla nostra Casa discografica “ClassicaViva“. Pubblichiamo qui il podcast integrale.

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Si tratta di “Violin in Blue”, dedicato alla musica da camera francese, interpretato dalla celebre violinista e didatta Yulia Berinskaya e dal pianista Stefano Ligoratti, che è anche il Direttore Artistico del nostro network. E’ andata in onda integralmente – e potete naturalmente ascoltarla nel podcast qui sopra – la Sonata di César Franck, il pilastro su cui si basa questo CD. Sono stati proposti tutti e quattro i movimenti, e precisamente:

  • Allegretto moderato
  • Allegro
  • Recitativo-Fantasia
  • Allegretto poco mosso
  • dal 60° minuto in poi, è possibile ascoltare anche la “Fantasia sulla Carmen”, di P. De Sarasate-Bizet

Potete qui sfogliare l’intero booklet del CD online:

ClassicaViva – Booklet CD Violin in Blue – Yulia Berinskaya, violin, Stefano Ligoratti, piano by ClassicaViva on Scribd

L'ultima di copertina del CD

Insieme a me, era ospite in studio il Maestro Stefano Ligoratti, ed è stata intervistata telefonicamente Yulia Berinskaya. Si è parlato diffusamente della genesi di questo CD: ho raccontanto con un certo orgoglio di come l’idea sia stata mia, e di come io abbia proposto agli artisti di registrare la Sonata di Franck, dopo averli ascoltati in un concerto dal vivo la scorsa primavera. Si è trattato, per me, del coronamento di un sogno, del raggiungimento di un obiettivo artistico che, data la mia inesausta passione per Franck, rappresenta davvero un risultato molto importante.Luca ha ammirato il risultato artistico, davvero entusiasmante, dovuto anche al confronto e alla fusione tra due scuole musicali e due personalità artistiche diverse, che hanno però trovato un profondo accordo, pur partendo da idee inizialmente non del tutto omogenee.

Yulia ha raccontato la sua idea del titolo del CD: associare, cioè, la musica a un colore.  Il titolo “Violin in Blue” cita esplicitamente un altro CD di Yulia Berinskaya, “Violin in Red”, contenente la registrazione di un recital dal vivo,  uscito nell’aprile  2010 per le Edizioni Suonare News, in allegato alla rivista. Ma mentre “Violin in Red” contiene registrazioni “live”, in cui viene colto con vivace immediatezza lo straordinario talento violinistico di Yulia Berinskaya, che si esibiva con il pianista Andrea Rebaudengo, questo “Violin in Blue” è stato registrato negli studi di ClassicaViva, con Stefano Ligoratti impegnato nella duplice veste di virtuoso pianista e di raffinato tecnico del suono.

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Vieni alla nostra rassegna di lezioni-concerto a Milano alla Palazzina Liberty!