Mar 132017
 

Il tema della “fedeltà al compositore” sembra ossessionare gli appassionati del melodramma ancor più di quanto non avvenga con gli aficionados della musica strumentale e sinfonica. Fra gli amanti del pianoforte, ad esempio, è raro che si metta sul banco degli imputati uno Sviatoslav Richter per la sua interpretazione, lenta fino allo sfinimento, di alcuni movimenti delle Sonate di Schubert o che si mettano in discussione i Concerti di Brahms incisi da Claudio Arrau con Carlo Maria Giulini, anch’essi decisamente larghi nei tempi. Poiché forse si tratta di “tradizione italiana”, con quel pizzico (o talvolta valanga) di conservatorismo che il termine porta con sé, il melodramma verdiano conduce quasi inesorabilmente allo scatenarsi di una pletora di ferventi difensori del “giusto accento” e delle volontà del cigno di Busseto. Se il titolo, poi, è La Traviata, le certezze su cosa sia corretto e cosa no si fanno più monolitiche. A ironizzare su tali certezze è stato lo stesso Nello Santi, che a ottantacinque anni ha diretto per la prima volta alla Scala un titolo che l’ha accompagnato per tutta la vita: “La Traviata, la si sa o non la si sa”. Un modo spiritoso per tagliare la testa al toro: inutile dilungarsi su ragioni e torti, la verità si palesa nel momento in cui l’interprete sale sul palco e con la sua autorevolezza convince il pubblico. E Santi, la sua sfida, l’ha vinta. Ieri sera qualcuno ha gridato due volte dal loggione: «Grazie per la lezione!». Ma quale sarebbe questa lezione di Santi, che adotta tempi spesso lenti fino allo sfinimento, apparentemente in conflitto con quell’eredità toscaniniana che egli stesso rivendica?

Per capirlo, è forse utile una frase di Pierluigi Pietrobelli: «La coerenza assoluta con cui il linguaggio musicale estrinseca il tessuto drammatico nella dimensione temporale dell’intera partitura dà ragione della vitalità senza confronti della Traviata, e della sua continua forza suadente, che letture e riletture non riescono a esaurire». In questa inesaurabilità della Traviata sta tutta la grandezza dell’opera. Santi lo sa, e, più che dirigere l’opera, sembra rammemorarla: lo si riascolti in un memorabile live* a Caracas, nel 1967, con Montserrat Caballé e Renato Cioni, e ci si accorgerà che i tempi erano molto più agili (che brio nelle danze del primo atto, nel Brindisi o nella cabaletta Sempre libera degg’io!) di quelli adottati ora. Scelte interpretative? Ripensamenti? No: semplicemente Santi, alla sua età venerenda, vive La Traviata come gli è naturale viverla, o meglio riviverla, senza fingere uno slancio che più non ha, accentuando invece gli aspetti nostalgici. Ce ne accorgiamo fin dall’estenuato Preludio, e ancor più, poi, nel Preludio al Terzo Atto, dalle risonanze quasi desabatiane.

Ma queste lentezze, di cui tanto si è discusso in questi giorni, sono poi sempre così eccessive? Se è vero che il riferimento è Toscanini, che con Verdi parlò a quattr’occhi, è altrettanto vero che non possiamo sapere con assoluta certezza quale fosse il grado di elasticità con cui il compositore accoglieva le scelte personali di un interprete: e che Toscanini fosse un interprete più personale di quanto non si voglia ammettere è palesato dal celebre scontro con Ravel, dopo un Boléro diretto con rapidità talmente eccessiva da mandar su tutte le furie il compositore. E le correzioni che Toscanini fece, saranno poi tutte state concordate con Verdi? Difficile poterlo dire. Non sono correzioni infinitesimali: si pensi ad esempio all’aggiunta di note a violini primi, oboi e clarinetti nella cabaletta di Violetta alla fine dell’atto primo, quasi a raddoppiare il canto dell’eroina.

Riguardo ai tempi di Santi, ci sono casi in cui effettivamente l’inevitabile lentezza del decano tradisce le indicazioni in partitura, oltre a contribuire a far vacillare troppo spesso il perfetto insieme degli attacchi (molto più alla Prima che alla recita dell’11 marzo). Un tradimento che però viene fatto complessivamente “a regola d’arte”, cioè con una coerenza musicale e un fraseggio ben meditato. È il caso di Un dì felice, eterea, che sarebbe Andantino (ma quanti lo eseguono veramente Andantino?), dell’Ah, fors’è lui, sempre nella grande scena di Violetta, della Romanza di Giorgio Germont Di Provenza il mar il suol (Andante piuttosto mosso, in teoria), del duetto del terzo atto Parigi, o cara (Andante mosso). In tutti questi casi, Santi sembra forzare il testo verdiano, introducendo una sorta di pesantezza e di estrema fatica esistenziale che non è prevista. Questo prevalere fin dall’inizio di Thànatos su Eros è però anche una delle possibilità implicite al testo stesso, soprattutto considerando lo scioglimento della vicenda. E fa emergere aspetti troppo trascurati: ad esempio l’uso dell’accordo ribattuto come «segnale sonoro di una scena di morte» (Gossett). Quelli di Santi sono ribattuti in cui la dimensione del Terribile emerge come raramente mi è capitato di sentire.

A volte, però, i tempi di Santi si accordano più di quanto non avvenga solitamente con l’indicazione verdiana: il valzer del Brindisi, ad esempio, è indicato da Verdi Allegretto, non Allegro. Anche se è una cortigiana, Violetta tiene la sua festa in un palazzo lussuoso, in un’amosfera di eleganza parigina, non in una sfrenata bohème. E il Libiam nei lieti calici non va certo eseguito con andatura garibaldina. Il tempo staccato da Santi è perfetto per permettere a un eccezionale Francesco Meli di cesellare la prima frase, facendo tutte le dinamiche e i microfraseggi chiesti da Verdi: piano, forcella, pianissimo, con grazia leggerissimo (“che la bellezza infiora” e “s’inebri a voluttà”, che Verdi vuole pianissimo). Un discorso simile vale per la cabaletta O mio rimorso, un Allegro non eccessivamente esagitato, in cui Verdi chiede sia all’orchestra che al tenore di iniziare con la dinamica piano. E giustamente moderata, anzi Andante, è anche De miei bollenti spiriti, troppo spesso eseguita furiosamente, travisando l’idea di “giovanile ardore”. Per non parlare della sospensione del tempo nell’Adagio del “Qui presso a lei io rinascer mi sento”. In tutti questi casi, il fraseggio curato e la pacatezza di Santi si sono sposati perfettamente con l’Alfredo nobile e al contempo appassionato di Meli. Se lo confrontiamo ad esempio con quello che ascoltammo nel 2007, interpretato da Ramón Vargas (stesso spettacolo della Cavani, direzione di Maazel), si spalanca un abisso: dal canto robusto ma generico, e talora francamente greve, di Vargas, passiamo con Meli a una raffinatezza vocale e a una varietà di colori stupefacente. Il tenore ha poi anche il merito di prendersi dei rischi: e pazienza se un paio di suoni sono un po’ forzati (sugli acuti “croce” e “futuro”), quando il pathos emerge con tale evidenza.

Ho ascoltato entrambe le Violette impegnate nelle recite scaligere: Aylin Pérez alla prima del 28 febbraio, Anna Netrebko l’11 marzo. La voce della Netrebko si impone come un vero e proprio dono: bellezza e sensualità del timbro, rotondità e luminosità degli acuti. Eppure non è solo manna dal cielo: la partitura è chiaramente stata studiata in tutti i più fini dettagli musicali. Ma che dire del personaggio? L’impressione è che il soprano russo adotti quasi una sorta di distacco, come se osservi dall’esterno, più che dall’interno, l’evolversi tragico della vicenda di Violetta. Al contrario, Aylin Pérez sembra cercare una maggiore immedesimazione: che le riesce soprattutto nel secondo e terzo atto (molto intensi il duetto con Germont padre e l’Addio del passato), meno nel primo. Il senso di finzione che potrebbe trasparire dall’atteggiamento della Netrebko non è altro, in realtà, che un preciso punto di vista sull’opera, e su quest’opera in particolare: la Diva stessa è il personaggio, o quantomeno lo è diventato. È davvero possibile impersonare Violetta prescindendo da tutte le Dive che l’hanno cantata? Quando si dice che per l’ineffarrabile Signora delle Camelie ci vorrebbero tre soprani (uno per ogni atto) non ci si accorge che in realtà il bipolarismo emotivo di Violetta Valery non ammette evoluzioni, perché fin da subito è manifesto?

L’interpretazione della Netrebko potrebbe apparire un po’ monocorde dal punto di vista della caratterizzazione dei tre atti. Ma la realtà è che in essa mania e melancholia del personaggio si fondono in un tutt’uno, esprimendosi attraverso la pura sublimità del canto, che trova il suo apice nell’Addio del passato (giusta la scelta di Santi di eseguire entrambe le strofe di questa romance di stampo francese). La Violetta verdiana, insomma, non è una donna qualunque: potremmo dire, wildianamente, che fa della sua vita un’opera d’arte. E, come scriveva ancora Petrobelli, la vicenda della Traviata ruota completamente e unicamente attorno a lei. È vero? Forse non del tutto, ma è così che pare concepirla Anna Netrebko: la quale, da russa, eredita dalla cultura francese (Diderot in primis) quel certo détachement della Diva oltre-umana, che cioè evita, in un paradosso attoriale, l’eccessivo coinvolgimento.

Questo grande quadro nostalgico, dominato da Thànatos, è in piena sintonia con lo spettacolo della Cavani, statico ma sempre suggestivo. Come avviene con il canto della Netrebko, la prospettiva estetica domina su quella dell’arte-nel-suo-farsi: un altro segnale del dominio di Morte, esplicitato nella grande stanza parata a lutto con cui si apre il terzo Atto. Paradossalmente, fra i protagonisti, colui che sembra più estraneo a quest’atmosfera è il Giorgio Germont di Leo Nucci: se è forse l’unico a caricare totalmente di “vita schietta” il personaggio, è d’altro canto lontano dalla compiutezza estetica di Netrebko e Meli. Pura siccome un angelo e Di Provenza il mar e il suol mi sembrano cantati con un fraseggio troppo verticale, e in modo fin troppo realistico. In un’opera che di realistico, a mio avviso, ha ben poco: tutto è sublimazione. Ma Nucci, come del resto gli altri protagonisti, strappa grandi applausi scroscianti ad ogni aria: e allora sicuramente ad aver torto sono io.

Luca Ciammarughi

(Foto: Brescia/Amisano)

 

 

 

 

 

*https://www.youtube.com/watch?v=y5_b1xuZQsw

Ott 222008
 

Dario Fo a Milano al convegno contro i tagli al FUS - foto Ines AngelinoGran bel pomeriggio, ieri a Milano, al Teatro Dal Verme. Riunione affollata, con molti esponenti del mondo della cultura e della musica, oltre a dirigenti sindacali della CGIL milanese, seguita da un bel concerto con l’Orchestra dei Pomeriggi Musicali, diretta dal Maestro Antonello Manacorda, e da molti altri straordinari artisti.

Come annunciato, è intervenuto anche il premo Nobel Dario Fo, che ha tenuto un bellissimo discorso sulla cultura, da par suo veramente. Un pezzo di storia del teatro (e di storia italiana) narrato da uno dei più grandi protagonisti… ascoltatelo nel podcast della trasmissione che mi ha visto ospite su Radio Classica martedì 21 ottobre 2008, su “Ultimo Grido”, condotta da Luca Ciammarughi.

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Ricordo che sarò in onda ogni martedì, fino alla fine dell’anno, alle ore 16. Il podcast presenta la trasmissione così come è andata in onda alla radio.

Stavolta ho indossato il cappello del cronista e mi sono dedicata esclusivamente al reportage dell’evento del Dal Verme. Ma abbiamo ugualmente mandato in onda splendida musica. La trasmissione si è aperta con le note dichiarazioni del Ministro Renato Brunetta sui tagli alla cultura (parlando sabato 11 ottobre al convegno di Ravello Lab, ha accusato le Fondazioni liriche di essere “centri di spesa clientelari, inefficienti e costosi”, ha chiesto “trasparenza” nei costi e si è detto favorevole a “chiudere il Fus” (leggi tutto a questo link: http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsID=86953). (Ricordiamo che il FUS è Il Fondo unico per lo Spettacolo, ossia lo strumento finanziario con cui lo Stato sostiene le attività del settore cinematografico e dello spettacolo dal 1985. La gestione del Fondo consente di aiutare economicamente enti, istituzioni, associazioni, organismi ed imprese che lavorano nei settori delle attività cinematografiche, musicali, di danza, teatrali, circensi e dello spettacolo viaggiante. Inoltre, promuove e sostiene le manifestazioni e le iniziative di rilevanza nazionale che si svolgono in Italia o all’estero.)

E’ stata una trasmissione lunga e articolata. Ecco un breve riassunto:

  • Dichiarazioni Ministro Brunetta sui tagli al FUS e agli Enti lirici.
  • Liebestod con Birgit Nillson diretta da George Solti.
  • Dichiarazioni di Sergio Escobar, Direttore del Piccolo Teatro di Milano: “l’unica strategia per vincere la paura che  sta attraversando l’Occidente è investire nella cultura”, citando Giulio Tremonti in persona…
  • La registrazione dal vivo dell’appassionato intervento di Dario Fo in difesa della cultura e del teatro.
  • Il primo e il terzo tempo de l’“Eroica” di Beethoven , Sinfonia n. 3, Op. 55 in mi b maggiore, sempre con la direzione di Sir Georg Solti.
  • Le dichiarazioni del Maestro Alberto Veronesi, appena rientrato da Berlino.
  • Le dichiarazioni di Walter Vergnano, sovrintendente del Teatro Regio di Torino e Presidente dell’Anfols: (Associazione Nazionale delle Fondazioni Lirico-Sinfoniche): “non lamentiamoci se i nostri giovani vogliono andare a vivere all’estero. La qualità della vita è sì legata ai servizi, ma anche alla cultura”. 
  • Una storica registrazione “live” della Traviata di Verdi andata in scena nel 1955 con la regia di Luchino Visconti, Maria Callas e Giuseppe di Stefano, e la direzione di Carlo Maria Giulini.
  • Per finire, il primo movimento dello String Quartet in d major di César Franck, eseguito dal Dante Quartet

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Lug 152008
 

Il soprano Monika LukacsIeri è stata una giornata particolarmente bella per noi di ClassicaViva: è infatti venuta a trovarci una incantevole soprano con la quale stiamo iniziando una collaborazione. E’ Monika Lukacs, soprano ungherese di coloratura, che ha studiato a Milano, e sentiamo italiana come noi, perché il nostro paese l’ha proprio scelto, per amore della musica italiana…

Monika è  affascinante e alla mano, non si tira indietro, e, a sorpresa, ha cantato con grande naturalezza per noi le più belle arie della Traviata. Che Violetta, amici miei! La mia emozione è stata fortissima. In attesa quindi di proporvi Monika nelle nostre prossime incisioni (che saranno molte, e comprenderanno, ve lo preannuncio, lieder di Schubert…), e, si spera, di riuscire a produrre una nostra Traviata (progetto al quale stiamo lavorando intensamente)… vorrei condividere con voi la magica atmosfera di ieri e proporvi un video spettacoloso, che ogni amante della grande musica non potrà che usare per rallegrarsi la giornata…

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Si tratta della scena di quasi follia amorosa di Violetta nel primo atto, la celeberrima “sempre libera….” e a farla rivivere per noi è niente di meno che Maria Callas. Il video riguarda una incisione in studio effettuata per la Cetra nel 1953, ed è particolarmente prezioso perché, anche se purtroppo non possiamo ammirare la grande Maria in scena, comprende però molte sue splendide fotografie, davvero da collezione.

Perché ho pensato alla Callas dopo avere ascoltato Monika? Semplice… le splendide note acute, fino al mi bemolle, che la Callas ci offre in modo così spettacoloso, ho avuto ieri la fortuna di ascoltarle dal vivo da Monika. Davvero, quando un soprano canta in quel registro con tanta facilità e lucentezza, i brividi non possono mancare. Violetta, secondo me, acquista una luce tutta particolare se cantata da un soprano leggero… Specialmente nella prima parte, quando trasmette gioia di vivere e sensualità ad ogni nota… Che ne pensate?

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