Nov 252016
 

Mi sono sempre chiesto se fosse possibile una fenomenologia della sala da concerto, un catalogo dei diversi tipi di spettatori: perché, in fin dei conti, ci sono veri e propri animali metafisici nei nostri teatri.

1) L’UOMO CON GLI SPARTITI

Solitamente si apposta in zone luminose, o al contrario del tutto buie – portandosi strategici occhiali con raggi led. Lo si vede ogni volta con immense moli di spartiti sottobraccio. Quelle rare volte in cui non ha nulla con sé ha forti giramenti di testa e perdite dell’orientamento, e stranamente il concerto non lo riesce ad apprezzare fino in fondo. Ci si augura sempre che non gli capitino due sinfonie di Mahler.

2) L’ACCHIAPPACREDITI

Da anni la “lodevole” iniziativa delle scuole superiori di assegnare crediti extra-scolastici per chi assiste a concerti classici ha recato i suoi frutti: sì, le piccionaie dei teatri sono piene di bisbigli e rumorosi ritardi, e molto spesso all’intervallo – una volta firmato nel registro presenze, si vedono queste presenze dimezzarsi, se non addirittura volatilizzarsi del tutto. Ed ecco lo studente annoiato, con la classica accidia domenicale, che trascina i piedi fino al suo remoto posto, in attesa del supplizio – sia mai che gli venisse mai in mente di aprire le orecchie brufolose per vivere – spesso, non sempre – qualcosa di unico!

3) L’AMATEUR

Categoria tra le più affascinanti, l’amateur si aggira tra i teatri con la scusa di “non essere un esperto”, la quale, effettivamente, gli consente di essere uno spettatore più onesto di molti altri. Se non fosse che questa, da scusa, diventa un vero e proprio habitus mentale, che spesso non riesce quindi a rendergli chiara la differenza tra un giocoliere e un Musicista – per carità, categorie ultimamente molto labili per tutti noi.

4) L’ESPERTO

Al contrario dell’amateur, l’esperto è sempre consapevole, cosa assolutamente invidiabile, di qualsiasi cosa stia succedendo sul palco. Cosa che si traduce, poi, in una leggera smorfia sul viso prima di pronunciare frasi come “sì, anche se io piuttosto in quella battuta avrei usato un mezzopedale” o ancora “ma perché ha eseguito un ff invece che un fff ?!”. Momento tipico è, per esempio, l’intervallo, in cui tre o quattro esemplari di Esperti si riuniscono e cominciano a sparlottare – “Adesso vediamo come se la cava con le doppie terze della coda, nella Quarta Ballata!” o, peggio ancora, “l’avete sentita la terza variazione? Ma è uno scandalo che a questi livelli si facciano tutti questi errori!” Devo ammettere, con tanta vergogna nel farne parte, che molti esemplari di Esperti sono pianisti – di certo la peggiore classe di musicista, sotto questo aspetto. A questi individui porrei solo due questioni: a) ma tutta questa voglia di comunicare, chi ve la dà? b) lo studio “matto e disperatissimo” non vi ha indotto a riflettere sulla vostra infinita piccolezza, nei confronti della Musica?

5) IL MALATO 

Ebbene sì, come potevate ben immaginare, in lizza c’è pure il Malato – quello, per intenderci, che ha una bronchite cronica, una tosse d’oltretomba per 366 giorni l’anno (sì, 366). C’è poco da dire, se uno sta male sta male. Delle volte, lo ammetto, mi viene il sospetto che sia un tentativo di lascito nelle incisioni. Magari queste persone potranno un dì dire al nipote “l’hai sentita quella? Subito prima del secondo movimento? Beh quella era la tua nonnina!” Ma alla fine, cosa potremmo mai fare se nelle sale ci fosse un silenzio completo? Cosa faremmo senza questi rintocchi così familiari ormai?

6) L’ENTUSIASTA

Forse tra le bestie più notevoli, c’è – da qualche parte – pure l’Entusiasta. C’è ancora chi muove testa, corpo, mani, occhi e respiro durante una Sinfonia di Beethoven – vogliate crederci o no. C’è chi, dopo la Patetica, ha le lacrime agli occhi, e il suo ritorno a casa avviene tra aloni di misticismo e piccoli slanci speranzosi nei confronti della vita. C’è chi va a teatro in silenzio, in punta di piedi, quasi a chiedere scusa della sua presenza, del fatto che stia lì a “rubare” suoni per riportarseli a casa, nell’animo. C’è chi, tra scricchiolii, bisbigli, starnuti e gorgheggi di rumori inutili, si piazza sul filo diretto verso l’assoluto, imprudentemente, ingenuamente, sì, ma con tutto se stesso. Se costui esiste davvero, beh, per dirla con Borges, sta salvando il mondo – e non lo sa.

Artin Bassiri Tabrizi

 

L’immagine è stratta dall’Album di caricature di Melchiorre De Filippis Delfi (1860).

Nov 142016
 

Federico: Secondo voi Porgy and Bess è musica classica o no?

Florent: Ma non ha senso questa domanda!

Sara: Aspetta. Ho capito cosa intende Federico: se Gershwin parte dal jazz e lo rende in qualche modo classico, europeo; o se invece parte dall’idea di fare un’opera classica vera e propria, utilizzando però un linguaggio, se così si può dire, jazz.

Florent: Perché dare etichette? Gershwin parla semplicemente di un “american folk opera”.

Sara: Certo, ma il problema sta in quel “folk”. Troppe volte Gershwin è stato trattato con condiscendenza nel Novecento, come se la sua musica appartenesse a una categoria diversa rispetto a quella dei compositori colti. Ma il fatto che Gershwin prenda spunto da quella parte del folklore musicale americano che è il jazz ha portato a un grande fraintendimento. È vero: ci sono pagine, come la Rapsodia in blu, che con una big band suonano forse meglio che con un’orchestra sinfonica. Ma il Concerto in Fa, ad esempio, è piuttosto classicamente scritto.

Florent: Ora capisco cosa intendi. Si potrebbe addirittura dire che è lo stesso Gershwin a reinventare un folklore che poi ha avuto mille influenze e imitazioni. In fondo, qualcosa di simile è stato fatto da Bizet, Debussy, Ravel o Rimskij-Korsakov con la musica iberica: Carmen, Iberia, il Boléro o il Capriccio Spagnolo cos’altro sono, se non folklore al quadrato?

Federico: Non esageriamo! Per un Rimskij-Korsakov, si tratta piuttosto di esotismo. Gershwin invece si è lasciato totalmente impregnare dalla musica dei neri.

Sara: Eppure il paragone di Florent non è del tutto peregrino. In fondo la nostra idea di Spagna in musica è più condizionata dalla Carmen di Bizet che dalle musiche, per esempio, di un Granados.

Florent: E così la nostra idea di America è fortemente condizionata dai song di un russo ebreo!

Federico: Con tutto ciò, non vorrete mettermi Porgy and Bess sul piano di un Wozzeck, di un Pélleas, di un Peter Grimes?

Florent: Perché no? Per certi versi, Porgy and Bess è una svolta ancor più epocale. Gershwin ha dimostrato di poter far coabitare tradizione europea, musica afro e altre influenze americane in un’unica opera. Ha aperto una strada importante, anche se finora non molto seguita nell’ambito dell’opera colta occidentale.

Sara: Sono d’accordo. Non si può confondere la raffinatezza di scrittura di Gershwin con certi musical di seconda categoria. Non tutti, certo. Ma Gershwin dimostra, come pochi altri, che si può essere raffinati e popolari al tempo stesso.

Elettra: Queste vostre sottilizzazioni mi stanno facendo venire il mal di testa. Non si può dire semplicemente che è bellissima?

Florent: Proprio per questo dicevo che la domanda era senza senso. Cambiando discorso, che te ne è parso delle voci?

Elettra: Mi è piaciuta da morire la Clara di Angel Blue. Il suo Summertime iniziale era da pelle d’oca: languido ma non asfittico, sensuale e spirituale al contempo, con la placida pienezza che in questa musica solo le voci nere possono avere…

Federico: Pare quasi un razzismo alla rovescia!

Elettra: Perché non dire le cose come stanno? Nessuna voce di un bianco potrà cantare Summertime in questo modo.

Florent: A me piace un sacco quello di Cathy Berberian, per dire.

Elettra: Sì, perché era una musicista incredibile! Ma, se ci fai caso, con i bianchi lo swing tipico della musica nera viene talvolta esagerato, fino a diventare un po’ caricaturale. Angel Blue stasera ha cantato Summertime con una semplicità disarmante, con quel colore nostalgico che non ha bisogno di troppi effetti di rubato.

Florent: Beh gli effetti di rubato li facevano anche Billie Holiday o Ella Fitzgerald…

Elettra: Sì, estrapolando Summertime dall’opera e facendone un brano jazz. Ma, in fondo, è una semplice ninna nanna.

Florent: Hai ragione. E degli altri cantanti, che mi dici?

Elettra: Cast notevole, in cui ho adorato la voce cavernosa e iper-espressiva del Porgy di Morris Robinson, più della Bess un po’ troppo educata di Kristin Lewis. Pur essendo tutti afro-americani, si capisce che alcuni la concepiscono come opera nera legata al mondo del vaudeville, altri quasi come una sorta di Wozzeck americano, e quindi molto più seria.

Sara: Ma ciò è già presente nei caratteri dei personaggi! Lo spacciatore, Sportin’ Life, a metà fra il losco e lo scintillante, è puro vaudeville, anche musicalmente. Eccezionale, in questo senso, lo smalto attoriale e  vocale di Chauncey Packer. Mentre Porgy è un personaggio da tragedia greca…

Florent: Ottima intuizione. In effetti, come molti storpi della Grecia antica, Porgy è dotato di una sorta di potere e di veggenza che gli altri personaggi non hanno. Non importa che alla fine sia un perdente. Pur essendo un paria, l’ultimo degli sfigati, è lui che riesce a conquistare il cuore di Bess. Anche se non “per sempre”.

Sara: Che poi, sei sicuro che sia un perdente? Non dimenticare che il sipario si chiude proprio su Porgy che indica la strada della Terra Promessa. Forse è un illuso, ma le ultime note di Gershwin ci dicono che Porgy ha conservato la speranza e la trasmette a tutti gli altri. Che ne è invece di Bess? Le basterà la cocaina per affrontare un mondo radicalmente diverso dal suo, quello della grande Metropoli?

Federico: Ma non pensate che, in quest’opera nera, i neri vengano trattati male? Spacciatori o bigotti, cinici o illusi, misogini o lecchini. Tutto ciò non è razzista?

Sara: Secondo me non lo è affatto. A parte che basterebbero le note di Gershwin a parlarci di un grande amore per il mondo nero, degli spiritual, del gospel. Ma poi, quel che mi piace è proprio l’assenza di politically correct. Non c’è paternalismo. C’è la realtà dura e cruda, una violenza che deriva dalla sofferenza dei neri. Chi è vittima di soprusi diviene a sua volta facilmente carnefice.

Federico: Devo ammettere che oggi non ne azzecco una. Meglio parlare della musica: a me Alan Gilbert, sul podio, è piaciuto moltissimo. Che morbidezza, che controllo dell’orchestra e che seduzione nei colori!

Elettra: Fin troppo? A volte mi mancava qualche nota più acida…

Florent: Ma no, stavolta concordo con Federico. Gilbert evita di cadere nella trappola di cui parlavamo poco fa. Non vuole a tutti i costi enfatizzare il lato jazz. La sua, tutto sommato, è un’interpretazione molto classica. E perfetta per l’Orchestra della Scala, che ha saputo valorizzare al meglio soprattutto il fascino melodico dell’opera.

Sara: Già! Si dimentica troppo spesso che Gershwin non è solo sinonimo di verve ritmica.

Florent: Per non parlare dell’armonia! Una volta Samson François disse una frase da incorniciare: dietro qualsiasi grande melodista c’è prima di tutto un grande armonista. Citava Mozart, Chopin, Debussy. Ma come non pensare a Schubert? E anche a Gershwin?

Federico: Su questo siamo tutti d’accordo. Le concatenazioni armoniche di Gershwin sono sorprendenti e quasi sempre originalissime. Lo distingui subito.

Florent: Ma anche sul fronte timbrico è eccezionale. Il colore creato dai giochi di percussioni nell’Ouverture e in altri momenti dell’opera ha un’influenza determinante su altri compositori del Novecento. Forse la sparo grossa, ma io penso anche a Britten, che in America visse per un periodo. Mi sono venuti in mente i vibrafoni, gli xilofoni, i glockenspiel di Morte a Venezia.

Sara: Vero! E parliamo di un’opera di quasi cinquant’anni dopo! Insomma, sebbene non tutti lo ammettano, il genio di Gershwin è quasi imbarazzante.

Federico: Tornando a Gilbert, sapete che è stato lo stesso Harnoncourt, prima di morire, a designarlo come suo sostituto in questa produzione?

Florent: Non lo sapevo. Dobbiamo ringraziarlo. Chissà come l’avrebbe diretta lui! A prima vista sembra lontanissima da quello che era il suo repertorio…

Federico: Sì, ma suo zio, Réné d’Harnoncourt, aveva fatto arrivare alcuni estratti dello spartito dall’America, quando nessuno in Europa ancora li aveva. Quindi Nikolaus ha assorbito queste note fin dall’infanzia.

Sara: Ho sempre amato queste smagliature incidentali nella coerenza di repertorio! Mi viene in mente Glenn Gould, che, anti-romantico per eccellenza, suonava però Grieg in quanto parente lontano della madre.

Florent: E della regia cosa pensate?

Federico: Beh, era una versione semi-scenica. Sai perché?

Florent: No…

Federico: La Fondazione Gershwin impone di fare Porgy and Bess in forma totalmente scenica con un cast vocale di soli cantanti neri, coro compreso. La forma semi-scenica è un compromesso, dato che il coro scaligero è ovviamente un coro bianco.

Florent: A me comunque sembrava più scenica di certe opere in forma totalmente scenica.

Federico: Beh, sì. Basta che il palcoscenico non sia più profondo di cinque o sei metri, che non ci siano troppi elementi di scena, et voilà!

Sara: A me la regia di Philippe Harnoncourt ha soddisfatto. Essenziale, con una debita caratterizzazione dei personaggi, ma senza macchiettismi. È riuscito persino a rendere credibile la presenza del coro bianco, come elemento di commento un po’ separato dal pathos dei protagonisti. Al coro ad esempio spettano alcuni momenti brillanti, e anche di festa, che alleggeriscono un certo clima angosciante…

Elettra: E il coro della Scala ha dato una prova formidabile no? Nelle opere in cartellone quest’anno era sempre rimasto un po’ sacrificato. Qui invece ha un ruolo fondamentale. Sono riusciti a immedesimarsi nel mondo nero in modo quasi insuperabile…

Florent: …per un bianco, naturalmente! Anche il migliore interprete bianco di quest’opera difficilmente arriverà a quella sprezzatura con cui gli afro-americani cantano e danzano questa musica. Perché anche il movimento è essenziale. Come dice Porgy, “cantare e danzare” è l’essenza della vita nella comunità nera di Charleston, non certo un optional!

Sara: Che meraviglia. Ci ricorderemo di questa serata…

Federico: …e siamo persino riusciti a dimenticarci per un attimo le elezioni americane.

Florent: Tu credi?

 

 

 

 

 

Set 202016
 

C’era grande aspettativa per Il flauto magico scaligero di questo settembre, con i giovani dell’Accademia del Teatro alla Scala: non una produzione low cost, magari con la ripresa di una vecchia regia ormai classica (come ad esempio quella di Jean-Pierre Ponnelle ne Il barbiere di Siviglia dell’anno scorso), ma uno spettacolo realizzato ex novo, basato su un anno di lavoro. La Scala ha deciso di coinvolgere non soltanto, come negli anni passati, giovani cantanti e musicisti d’orchestra, ma tutte le maestranze formate in Accademia (dai macchinisti ai fotografi di scena, fino alle sarte che hanno realizzato i costumi delle tre Dame); ma soprattutto ha reso possibile un articolato percorso di preparazione, dando al cast vocale la possibilità di essere seguito per un anno, una settimana al mese, da un regista di fama qual è Peter Stein. L’orchestra è invece stata affidata a Ádám Fischer. Stein ha dichiarato che il suo obiettivo era fare una Zauberflöte integrale con giovani cantanti che parlano un tedesco senza accento: sono stati quindi ripristinati la maggior parte di quei dialoghi parlati che spesso si tagliano (<<non è un’opera ma un Singspiel>>, ha sottolineato Stein) e si è andati alla ricerca di un cast che possedesse un eccellente tedesco (non necessariamente madrelingua: Fatma Said ad esempio è egiziana, Yasmin Özkan turca, Kristin Sveinsdottir islandese). Inoltre, in conferenza stampa, Stein ha affermato di voler riprodurre il più esattamente possibile lo spettacolo originariamente messo in scena da Schickaneder e Mozart, secondo la convinzione che non esistano interpretazioni del Flauto magico, ma esista semplicemente Il Flauto magico. Qui si può sollevare una prima obiezione. La messinscena originale è la migliore possibile? Quanto contano i fattori contingenti, come ad esempio la mancanza di tempo o gli ostacoli dettati da esigenze pratiche, nella realizzazione di uno spettacolo? Proprio pochi giorni fa, questi interrogativi sono stati sollevati a Milano durante il convegno “Mettere in scena Wagner”: Guido Salvetti ha ricordato, in chiusura, che Wagner non era affatto contento del risultato finale di molte messinscene. Per Mozart la questione non cambia. La tecnologia, a patto che non venga usata in maniera gratuita o come mero effetto, ci dà oggi un ventaglio di possibilità espressive, dal punto di vista scenico e delle luci, molto più vasto che in passato. Stein ha detto che nelle messinscene abituali del Flauto non viene <<mai raccontata la storia contenuta nell’opera>>: ma per un Singspiel di carattere altamente simbolico qual è la Zauberflöte, l’adesione realistica non è forse tanto importante quanto lo è invece la forza espressiva nel comunicare quegli universali che trascendono le specifiche epoche storiche (il Bene, il Male, l’Innocenza, l’Esperienza, l’Amore, l’Odio e così via). Tra l’altro, le scene dello spettacolo sono in parte ispirate a disegni di Max Slevogt, risalenti agli anni venti del Novecento: si crea così già una prima sovrapposizione storica, che contamina l’idea di riproduzione originale e sfalda di fatto l’idea di una (impossibile) fedeltà totale.

Se il lavoro fatto da Stein sulla recitazione, con giovani inizialmente del tutto inesperti dal punto di vista attoriale, è stato encomiabile, la messinscena nel complesso è risultata poco attraente: le luci fisse della prima mezz’ora richiamavano più uno spettacolo provinciale di euritmia antroposofica che una regia in un grande Teatro dei giorni nostri. Il fatto è che oggi la nostra idea visiva di mistero, di sacralità, di iniziazione è passata per tutta l’arte del Novecento, dal teatro alla cinematografia, dalle arti figurative alla fotografia: se, come ha dichiarato Stein, non si vuole fare un Flauto meramente favolistico, ma si desidera sottolineare gli aspetti solennemente ieratici e seriamente iniziatici, è piuttosto paradossale iniziare con un serpentello meccanico (piuttosto rumoroso) o insistere sugli aspetti macchiettistici dei personaggi secondari (gli schiavi di Monostato, la vecchierella e altri ancora). Il pubblico era piuttosto divertito da questi sketch comici; ma alle parti sacrali mancava, tout court, l’aura.

Ma a cosa si deve soprattutto la mancanza di aura e la sostanziale incompiutezza di questo progetto con i giovani, sulla carta bellissimo? A mio avviso, alla direzione di Fischer. Lo spettacolo tradizionale di Stein, non particolarmente fascinoso ma privo di provocazioni bislacche, avrebbe funzionato bene se alla neutralità registica si fosse accompagnata una parte musicale particolarmente ispirata. Non è stato così. Fin dall’Ouverture, Fischer ha dato una lettura contraddistinta da un’agitazione che raramente si trasformava in vero pathos. Si percepiva una certa indecisione di scelte: come eseguire gli accordi iniziali? Con il ritmo puntato alla francese, alla “barocchista”, o in maniera ampia e solenne, alla Beecham? Fischer sembra non essersi quasi posto queste domande, raggiungendo quindi esiti piuttosto casuali. A volte gli andava bene, a volte (troppo spesso) male. Troppi gli scollamenti fra buca e palcoscenico: nella prima aria di Papageno, ritmicamente instabili, e non sempre puliti, gli interventi dei corni; nella prima aria della Regina della Notte, l’ispirato Larghetto in sol minore si trasformava in un goffo tentativo di mandare insieme la voce con l’orchestra. Se però nei numeri più brillanti Fischer ha saputo infondere un certo piglio, complice un’orchestra magari non precisissima ma senz’altro piena di entusiasmo, è nei momenti più sublimi che è mancato l’afflato: il duetto del primo atto fra Tamino e Pamina e, soprattutto, le sacrali pagine che aprono il secondo atto. Ci sono diversi modi di approcciare, ad esempio, la Marcia dei sacerdoti: da un lato essa può essere l’apertura a un mondo di affettuosità e di amore tutto umano (ricordiamo ancora una volta la meravigliosa incisione di Beecham, con tanto di vibrato e portamenti degli archi); dall’altro, essa può essere un più distaccato ma estatico segno di liberazione dalle passioni (senza vibrato, come una visione oltremondana). In questo caso non era né l’una né l’altra.

Per quanto riguarda le voci, assai apprezzabili si sono rivelati il Tamino di Martin Piskorski e la Pamina di Fatma Said. Il timbro al contempo fresco e avvolgente di Piskorski, nonché il suo modo di muoversi e il suo aspetto fisico, ha ben restituito l’idea del giovane uomo ingenuo ma di animo grande e nobile, predestinato a salvare il mondo dalle forze oscure. Fatma Said, irreprensibile, ha cantato particolarmente bene la dolente aria Ach, ich fühl’s, infondendo una Wehmut, ovvero una malinconia dolce, particolarmente adatta a un’opera in cui la tristezza è quasi sempre sentimento passeggero, mai dominante (si pensi anche all’ipotesi di suicidio di Papageno, fra il serio e il faceto). Del resto, data l’impostazione di Fischer, abissi di pathos non si sarebbero comunque potuti raggiungere. Il più applaudito è stato il Papageno di Till von Orlowsky, molto brillante nella recitazione e complessivamente sicuro vocalmente. Più che corretta la Papagena di Theresa Zisser. La voce più imponente era quella del Sarastro di Martin Summer, che però difettava di espressività: il suo fraseggio troppo statico e verticale ha reso il personaggio del tutto bidimensionale. Yasmin Özkan non ha particolarmente brillato nell’impervia parte di Regina della Notte, a causa di una voce non particolarmente penetrante e di una tenuta del tempo talvolta precaria. Non è necessario avere la grinta di una Damrau: meglio sarebbe stato assumere fino in fondo l’idea di una regina fragile, vittima più che padrona della situazione (mi pare che Erna Berger andava, sublimemente, un poco in questa direzione -e comunque con dei picchettati sovracuti favolosi). Buona invece la prova di Sascha Emanuel Kramer (Monostato).

Eccellenti i tre fanciulli (dai Wiltener Sängerknaben). Ottima la prova del coro, diretto da Alberto Malazzi.

Luca Ciammarughi

 

 

 

Set 152016
 

Investiti da un caldo afoso, del tutto inusuale per un 14 settembre, Sara, Florent, Federico ed Elettra uscivano stavolta dalla première di The Turn of the Screw, di Benjamin Britten, per la prima volta al Teatro alla Scala in lingua originale. Fatti pochi passi, Federico armeggiava per slacciarsi il papillon scozzese, mentre la camicia iniziava già a incollarsi alla pelle. Con Elettra, grazie all’accredito da giornalista, aveva visto lo spettacolo dalla platea, mentre Sara e Florent avevano preso dei biglietti in seconda galleria.

Florent: la stagione delle chiappe sudate sembra non finire mai.

Elettra: ho bisogno di una pizza, subito, ci fermiamo da qualche parte?

Sara: hai appena visto una delle cose più terribili di Britten e hai voglia di una pizza?

Elettra: non ci vedo nulla di male. Prenditela con Florent che ci ha riportato subito alla realtà con le sue chiappe sudate…

Florent: io parlavo del clima. C’è qualcosa di più inglese che parlare del clima? E c’è qualcosa di più musicalmente inglese di Britten?

Federico intanto, dopo una lunga manovra, aveva finito di togliersi il papillon e se ne stava assorto, un poco lontano dagli altri tre.

Elettra: in realtà ho iniziato a pensare alla pizza già durante il secondo atto. Mi aspettavo molto da questo spettacolo, invece mi sono annoiata. Era a suo modo perfetto, ma non mi ha emozionato. E quando non sono presa, inizio inesorabilmente a pensare a cose come il cibo.

Florent: a me è sembrato uno spettacolo di primo livello, ma algido. A partire dai toni di grigio e dal bianco della scenografia, fin troppo raffinati per un’opera di carne e sangue…

Sara: beh, grigio come gli occhi di Britten. Quegli occhi che Robert Tear definì “freddi e duri”.

Florent: appunto, penso che Britten in fondo si odiasse per essere divenuto adulto, e come molti adulti avere un fondo di cinismo e di amarezza. Ed è proprio per questo che nell’opera dev’esserci qualcos’altro. La governante arriva in un luogo incantato, una sorta di apoteosi del giardino d’infanzia, con il laghetto e tutto il resto. E in questo luogo dell’innocenza scopre l’Altro, sotto forma dei due fantasmi. Ecco, io non ho trovato questa dissociazione fra i due mondi. Se tutto è fin da subito impostato sul registro del noir, non si capisce bene quale innocenza venga annegata…

Sara: ma è proprio perché si parte dal presupposto che un’innocenza reale non esiste. Quando la governante si mette in viaggio per Bly, in realtà, ha già intrapreso un percorso iniziatico. Ha lasciato la casa dei genitori. E, se ci pensi, le filastrocche dei bambini sono fin da subito contaminate da armonie tutt’altro che rassicuranti.

Florent: sì, ma restano filastrocche. Ciò che avviene nell’armonia sottostante dev’essere un presagio. Se fin da subito tutto viene svelato, psicologicamente parlando, non si crea tensione. Io avrei mantenuto il locus amœnus…

Federico: con la finestra, la torre e il laghetto. E tutte le indicazioni di scena.

Elettra: non fateci caso, è il solito pedante.

Sghignazzando, corroborata dall’idea della pizza, Elettra schioccava un bacio sulla bocca di Federico, che le sorrideva un po’ provato, ancora intabarrato nella giacca da sera, navigando nel sudore.

Florent: ma stavolta sono d’accordo con Federico. Credo che le apparizioni alla finestra, ad esempio, ricordino quasi il Doppelgänger, il Doppio schubertiano. L’Altro appare alla finestra. Holten in un certo senso ha creato tre finestre, con questi cubi in cui ogni personaggio appare quasi claustrofobicamente rinchiuso, ma ha così eliminato la relazione fra l’alto e il basso, poiché i personaggi sembrano passare da un cubo all’altro senza un senso apparente. È tutto molto affascinante esteticamente, ma trovo che tradisca il senso originale…

Sara: e se i tre piani fossero i tre luoghi della psiche? Es, Io e SuperIo? In fondo il regista ha detto che per lui questa è più una vicenda psicanalitica che una storia di fantasmi. I due fantasmi altro non sarebbero che allucinazioni della governante, dal cui inconscio emerge un’inconfessabile bisogno sessuale, indirizzato verso il piccolo Miles. Qualcuno ha persino ipotizzato che la morte di Miles, alla fine, non sia una morte reale, ma una semplice iniziazione erotica. In pratica, il bambino e la governante avrebbero un rapporto sessuale.

Federico: Mi sembra un po’ astruso. E Holten non ha comunque scelto questa via. Alla fine, Miles appare tutto insanguinato, realisticamente insanguinato. L’ho trovata una caduta di gusto. Finisce per cancellare quell’ambiguità che il regista, piaccia o non piaccia, ha saputo mantenere. Alla fine, anche se sappiamo che Miles muore, nel libretto di Myfanwy Piper non c’è scritto esplicitamente “Miles muore”. La governante grida “Non mi abbandonare ora!” e poi lo posa al suolo.

Florent: giusto, ma a parte questo, io trovo che tutto questo insistere sulla lettura psicanalitica sia vagamente ipocrita. Sembra quasi che il focus sulla governante faccia passare in secondo piano l’imbarazzante rapporto fra il fantasma Peter Quint e il bambino. E questo rapporto, che oggi definiremmo pedofilo, viene espresso a chiare lettere non dall’inconscio della governante, ma da Mrs Grose, quando dice: “Non mi piaceva quando Quint si prendeva delle libertà, anche con il signorino Miles”, che aveva in suo potere “giorno e notte”. È il solito tema dell’infanzia violata, che ossessiona Britten: come in Peter Grimes, in Billy Budd, in Morte a Venezia, c’è un giovane che è oggetto del desiderio. Inutile negarlo…

Sara: e se anche Mrs Grose, vittima quanto la governante di un’educazione puritana, avesse uno sguardo deformato sulle cose? Magari si inventa la pedofilia di Peter Quint solo perché in cuor suo è invidiosa del modo in cui riesce a incantare i bambini. Pensate ai melismi, simili al canto di un muezzin, con cui Peter Quint richiama a sé Miles…

Florent: io li vedo più come le serpentine seduzioni di un moderno re degli elfi, un Erlkönig. In questo, Ian Bostridge è perfetto. È come se nella sua voce, sotto le lusinghe, ci sia una sottile perfidia, insensibile ma presente. E poi la figura fisica! “Viso pallido, sguardo acuto, alto…”. È praticamente lui.

Elettra: dici? Secondo me invece proprio quei melismi avrebbero bisogno di un colore di voce ancora più ammaliante. Peter Quint rappresenta il regno della fantasia, del sogno, dei segreti che affascinano i bambini: la sua voce dev’essere un miracolo di bellezza. In questo modo, il contrasto con la sua malvagità, vera o presunta, diventa ancora più evidente.

Federico: sottigliezze. Non dirmi che il cast non ti è piaciuto!

Elettra: ma no, per carità. È un cast quasi ideale. Soprattutto le donne. Miah Persson è semplicemente perfetta nella governante. E forse ancor più Jennifer Johnston in Mrs. Grose, così solida e rassicurante!

Federico: i bambini sono portentosi, no?

Elettra: sì. Anche se Miles ha una voce un po’ troppo flebile. Il regista poi lo fa apparire innocente fino alla fine, con movenze da bambino goffo piuttosto scontate…

Florent: qui sta il punto! Sarebbe stato perfetto per il Basini seviziato ne I Turbamenti del giovane Törless. Ma non per Miles, che non è più un bambino innocente, e lo capiamo quando canta “Malo Malo”. Ciò che ha visto, che sia affascinante o terribile, lo ha trasformato per sempre. In questo senso, era perfetto l’interprete di Miles che ho ascoltato a Lyon nel 2014. Guardate il video su youtube. Magro come uno stecco, biondo, con l’aria seria. Per quanto possa essere imbarazzante dirlo, non dimentichiamoci che Britten si infatuò del primo giovane interprete, il dodicenne David Hemmings.

Elettra: e di Eschenbach, cosa mi dite?

Florent: io dico che già l’assonanza con Aschenbach depone a suo favore. No, a parte scherzi, penso che a differenza del regista fosse pienamente immerso nello spirito dell’opera. Anche nelle sonorità più lievi ha saputo essere viscerale. Non so come dire, ma si capisce che sente l’opera a fondo. E i tredici musicisti in buca, straordinari, lo hanno seguito perfettamente. Non è certo facile fare un’opera da camera alla Scala.

Sara: almeno su questo siamo tutti d’accordo.

Elettra: siamo qua fermi da quindici minuti. Pensate di poter continuare i vostri dibattiti sulle implicazioni psicanalitiche e sessuali del Giro di vite davanti a una pizza napoletana o volete farmi morire di fame?

Set 132016
 

Storia del Teatro.

Il fuoco che nel 1745 distrusse l’allora Teatro Malvezzi di Bologna, tutto in legno, dà inizio alla storia del teatro d’opera bolognese. Dopo l’incendio la città commissionò ad Antonio Galli Bibiena, membro della famosa famiglia di architetti teatrali e di scenografi, la costruzione di un nuovo teatro d’opera in pietra nello stile barocco del periodo. Il 14 maggio 1763 il Teatro Comunale aprì le sue porte al pubblico con la prima esecuzione de Il trionfo di Clelia di Gluck. Documenti dell’epoca riportano che 1500 persone parteciparono all’evento inaugurale, sul totale di una popolazione che a quel tempo era di 70.000 abitanti.

Da allora il Comunale è diventato famoso per l’alto livello qualitativo dei suoi spettacoli e per la fama degli artisti che arrivano da tutto il mondo. La cultura musicale di Bologna è ben nota: molti compositori, Mozart incluso, hanno studiato all’Accademia Musicale di Bologna; Rossini visse in città per anni e vide le sue opera messe in scena al Comunale; Verdi lavorava nella vicina Busseto e a Sant’Agata. Nel 1867 la prima rappresentazione italiana del Don Carlo ebbe luogo sul palcoscenico del Bibiena a pochi mesi di distanza dalla “prima” parigina.

Ma la città e il teatro furono anche aperti all’arrivo di produzioni ed artisti non italiani. Poiché fu il primo teatro a mettere in scena le wagneriane Lohengrin, Tannhauser, Der fliegende Holländer, Tristan und Isolde e Parsifal, il Teatro Comunale acquisì per Bologna la fama di città “wagneriana”. Durante la prima esecuzione italiana del Lohengrin, Verdi era seduto in un palco del Teatro, tra le mani la partitura del suo rivale.

Tra i grandi direttori apparsi sulla scena bolognese ricordiamo: Mariani, Toscanini, Furtwängler, von Karajan, Gavazzeni, Celibidache, Solti, Delman e, più recentemente, Muti, Abbado, Chailly, Thielemann, Sinopoli, Gatti e Jurowski.

Le grandi voci storiche del XIX secolo sono tutte passate sul palcoscenico del Comunale.  Nel XX secolo cantanti quali Stignani, Schipa, Gigli, Di Stefano, Christoff, Tebaldi, Del Monaco e, più recentemente, Pavarotti, Freni, Bruson, Horne, Ludwig, Anderson si sono esibiti in questo teatro.

 Oggi il Teatro Comunale continua la sua tradizione di eccellenza. Le produzioni più recenti sono state firmate da Pier Luigi Pizzi, Luca Ronconi, Bob Wilson, Pier’Alli, Werner Herzog e Calixto Bieito. Il Teatro si avvale della collaborazione di 95 professori d’orchestra e 70 artisti del coro e realizza in una stagione circa 80 spettacoli lirici e 30 concerti sinfonici. Oltre a servire Bologna e la regione Emilia-Romagna, il Teatro ha viaggiato all’estero: ricordiamo le tournèes in Giappone negli anni 1993, 1998, 2002 e nel 2006, oltre alla partecipazione ad importanti festival internazionali quali Aix en Provence nel 2005 e Savonlinna nel 2006.

Fondazione Teatro Comunale di Bologna
Largo Respighi, 1
40126 Bologna

 

Biglietteria

 Orario di apertura

Da martedì a venerdì dalle ore 14.00 alle 18.00

Sabato dalle ore 11.00 alle 15.00
Lunedì: chiuso per riposo settimanale

Nei giorni di spettacolo 
Feriali – da due ore prima e fino a 15 minuti dopo l’inizio dello spettacolo.
Festivi- da un’ora e mezza prima e fino a 15 minuti dopo l’inizio dello spettacolo.

Info telefoniche biglietteria: tel. (+39) 051 529019
da martedì a venerdì dalle 14.00 alle 17.30

 

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Gen 142016
 

Ho scritto proprio ieri, a proposito del concerto milanese del pianista Mikhail Pletnev, che un successo non si valuta unicamente dagli applausi. Ma la “fenomenologia dell’applauso”, per così dire, meriterebbe degli approfondimenti: c’è applauso e applauso. Ce ne siamo accorti ieri, al Teatro alla Scala, in occasione della ripresa (l’ottava, dall’ormai lontano 1994!) dello spettacolo di Gilbert Deflo, con Nicola Luisotti a dirigere per la prima volta il titolo verdiano nel Teatro milanese. Nel complesso, la rappresentazione è stata un netto successo, ma non un trionfo: otto minuti di applausi alla fine. Alla fine dell’atto II, però, è successo qualcosa che alla Scala non succedeva da trent’anni: Leo Nucci (Rigoletto) e Nadine Sierra (Gilda) hanno ottenuto tali applausi e urla di “bravi!” e “bis!” nella stretta Sì vendetta da arrivare a replicare a sipario chiuso il finale d’atto. Non accadeva qualcosa del genere, in Scala, dal 1986. Il duetto fra il veterano Nucci, che alla sua età domina ancora il ruolo in maniera miracolosa, e la giovane Nadine Sierra, al suo debutto alla Scala, ha emozionato fortemente il pubblico, arrivando a creare uno di quei momenti in cui qualcosa di davvero magnetico accade in palcoscenico. Ma trarre conclusioni sul valore artistico della rappresentazione nel complesso, al di là di questo fatto eccezionale, sarebbe avventato. 

L’ormai classico spettacolo diretto dal belga Gilbert Deflo è, per certi versi, una garanzia: le scenografie tradizionali di Ezio Frigerio non turbano il pubblico, e anzi lo tranquillizzano e seducono con ampi interni fastosi; le vetrate del secondo atto e le colonne ioniche (le cui scanalature, però, sono sfasate da un pezzo all’altro) sono un piacere per gli occhi. Così come i costumi. Per altri versi, però, il realismo di questa regia crea non pochi problemi: per esempio, l’acqua che viene fatta cadere dall’alto durante il temporale viene giù a getti irregolari (nessuno ha regolato la doccia?), suscitando un effetto piuttosto buffo. Gli ampi spazi creati dalla scenografia non aiutano poi di certo le voci. E il sistema di vani, di porte e di scale della casa di Rigoletto da cui viene rapita Gilda rischia di trasformare in vaudeville una scena già complicata, quella in cui il buffone viene bendato. 

La direzione di Nicola Luisotti si caratterizza per una certa enfasi drammatica, decisamente lontana dalle finezze ascoltate ad esempio recentemente nel Falstaff diretto da Daniele Gatti. Due opere diverse, si dirà. Certo, Rigoletto è opera considerata popolare: tuttavia, questo aggettivo viene spesso malinteso, poiché si scambia il popolare novecentesco per quello ottocentesco. Ciò che spesso i melomani chiamano ritorno alla tradizione è più un ritorno a ciò che essi hanno ascoltato durante la loro giovinezza (e, dunque, nel Novecento) che un ritorno alle origini vere e proprie, di cui soprattutto il testo è testimone. Prendiamo l’aria del Duca di Mantova Questa o Quella: Verdi scrive in partitura Allegretto, ma soprattutto scrive nella parte del canto Con eleganza. Se l’interprete, Vittorio Grigolo, voce peraltro bellissima e figura dalla presenza scenica forte e convincente, imposta l’interpretazione in modo testosteronico, con accenti improvvisi e voce perennemente stentorea, e se il direttore lo asseconda, è chiaro che l’indicazione verdiana viene un po’ ignorata. Non è per far cavilli, ma il fatto è che -pur comunicando concetti forti- Verdi conserva sempre una nobiltà musicale: il pathos non sta nel creare effetti sorprendenti, ma nella verità umana dei personaggi (e, naturalmente, della musica). Esagerare nella caratterizzazione non è affatto necessario, perché già la scrittura verdiana contiene il giusto carattere, senza bisogno di esasperazioni. Ciò vale a mio avviso anche per il personaggio di Rigoletto: Leo Nucci è certamente straordinario nel creare un Rigoletto completamente suo, che non copia modelli del passato, un Rigoletto fra lo spaesato e lo sprezzante: da un lato, quasi infantile, come se il suon dover esser buffone lo abbia infine fatto regredire davvero a una sorta di immaturo gigioneggiare; dall’altro, a suo modo geniale, in quanto portato a usare il suo status di idiota (in senso dostojevskiano) per farsi beffe dei potenti. Esistono però momenti dell’opera in cui questa attitudine a mio avviso non permette di cogliere completamente il pathos dello sfortunato personaggio: uno di questi è la scena precedente all’aria Cortigiani, vil razza dannata. Quando Rigoletto canta La ra La ra, è la musica sottostante degli archi, ancor più delle parole, a comunicarci il sentimento di pietà profonda che lo stesso Verdi prova per questo anti-eroe: qui il canto dovrebbe rivelare il dolore e l’angoscia profonda (“Guardate com’è inquieto!”) del personaggio, perché è la musica stessa, con le sue figurazioni sospiranti, a suggerirlo. Luisotti e Nucci sembrano cercare effetti teatrali attraverso piccoli cedimenti o caratterizzazioni, ma basterebbe mantenere l’ineluttabilità dell’incedere verdiano (che non chiede alcun ritardando), nel cui fatalismo è già implicito il destino nefasto del giullare. Tornare a una tradizione novecentesca spesso imperniata su un atteggiamento più veristico che romantico, è dunque un successo? Dipende. Sicuramente, un leone del palcoscenico come Leo Nucci rende credibile qualsiasi cosa. Così come, nel Novecento, il La ra La ra di Tito Gobbi-Tullio Serafin o quello di Ettore Bastianini-Gianandrea Gavazzeni erano più che credibili e molto intensi, pur staccando un tempo molto più lento dell’Allegro moderato assai chiesto da Verdi. Questo, però, non dovrebbe portarci a trarre facili conclusioni su cosa significhi interpretare Verdi in maniera popolare (ma ancora una volta, che significa popolare per i romantici?) o su cosa sia l’accento verdiano. 

Una menzione speciale va data all’interprete di Gilda, Nadine Sierra, lei sì davvero elegante nella vocalità, irreprensibile nel registro acuto, aggraziata e naif al punto giusto. Molto buono anche lo Sparafucile di Carlo Colombara, mentre, all’interno di un cast di così alto livello, sono rimasti un po’ penalizzati il Monterone di Giovanni Furlanetto (dalla proiezione vocale insoddisfacente) e la Maddalena di Annalisa Stroppa. Decisamente d’alto livello la prova dell’orchestra, che ha ben retto i tempi spesso molto mossi (anche giustamente: penso proprio al Sì vendetta bissato, Allegro vivo) di Luisotti, ed eccelsa quella del coro guidato da Bruno Casoni.

Luca Ciammarughi

Mag 162014
 

Teatro Comunale di BolognaIl  17 Marzo presso il Teatro Comunale di Bologna si è tenuta una conferenza  sulle recenti normative volte al recupero e alla ripresa delle fondazioni lirico-sinfoniche, alla quale ha partecipato il sovrintendente del teatro stesso, Francesco Ernani. Il suo intervento, dal titolo “Conoscere la liturgia dell’opera per il suo riordinamento”, è stato pubblicato sulla pagina web del “giornaledellamusica“.

Partendo dalla definizione greca di liturgia, intesa come <<servizio alla cosa pubblica>>, Ernani propone un approccio molto umano (e umanistico), in particolare riferendosi a quelli che sono i compiti di una guida competente, ovvero <<conoscere la situazione del personale che vi lavora>> e avere ben presente l'<<organizzazione del lavoro delle distinte categorie>>.

Punto cruciale della sua dissertazione risulta essere il <<fattore umano>>, l’esigenza imprescindibile di coesione e partecipazione: giustamente viene sottolineato che, soprattutto in ambito artistico, il risultato finale <<non sarà frutto della struttura gerarchizzata, bensì delle prestazioni di ciascun operatore artistico o tecnico>> coinvolto. Il teatro d’opera deve configurarsi, insomma, non come una sorta di impersonale “fabbrica”, piena di dipendenti gestiti da una struttura gerarchica in cui ognuno fa “semplicemente il suo dovere”, ma come un <<positive work place>>, un luogo di lavoro che sproni tutti e ciascuno a dare il meglio.

Particolarmente significative ho trovato le considerazioni finali, saggiamente ornate da una citazione di Gaspare Scuderi, sull’esigenza di restituire alla musica italiana il suo antico primato internazionale, stimolando, da un lato, i giovani all’interesse per la musica e garantendo, dall’altro, stabilità e continuità agli elementi che costituiscono quella realtà artistica che è la musica lirico-sinfonica: recuperare lo splendore di un patrimonio culturale in grado di garantire un confronto internazionale, <<tutelare la musica italiana in ogni settore>> e smettere di considerare l’opera come un cumulo di <<macerie da eliminare>>.

Senza dubbio le parole di Ernani sono giuste e veritiere. Cionondimeno trovo che il suo intervento sia carico in certa parte di uno spirito “demagogico” e semplicistico, tipico di questo genere di incontri (purtroppo). Poco concreta (o, semplicemente, generica), per esempio, mi è parsa la doppia questione dello stimolare i giovani e garantire, allo stesso tempo, stabilità ai  musicisti già formati.

Una considerazione rilevante da fare in questo senso riguarderebbe una più seria educazione all’ascolto musicale in ambito scolastico – anziché perdere tempo con un’approssimativa pratica di strumenti di dubbia utilità per gli studenti – cui seguirebbe, con ogni probabilità, un rinnovato interesse per la musica classica generalmente intesa.

Non meno importante sarebbe una proposta effettiva inerente la situazione degli orchestrali, categoria che viene troppo spesso ridotta a una mera classe di lavoratori – erroneamente, data la loro appartenenza all’ambito artistico, come giustamente sottolinea Ernani; tenendo in considerazione la sovrabbondanza di personale e la carenza di occasioni, ritengo valida l’idea di un notevole aumento del numero di spettacoli, che potrebbe portare anche a una maggiore diffusione della musica operistica verso un nuovo pubblico.

Non emergono, infine, nel testo di cui sopra, alcune questioni che ritengo fondamentali: non vengono menzionati né il divario tra quella che è l’attuale gestione privata dei teatri d’opera e la loro rilevanza di ordine nazionale – alle volte inneggiante a un intervento dello Stato – né un qualsivoglia modo di risolvere tale distacco; allo stesso modo non viene approfondita la necessità di maggiore esposizione, proprio in ambito internazionale, dell’opera come elemento di possibile turismo culturale – cosa compresa e sfruttata in altri stati europei.

Speriamo, dunque, che gli ottimi intenti espressi da un esperto e apprezzato sovrintendente giungano nel tempo a compimento, e attendiamo, in questo senso, di vedere quali novità ci saranno riservate.

Gabriele Giacosa

Mar 072012
 

Il MiBAC ha concesso alla Fondazione Petruzzelli di Bari  lo sblocco dell’anticipazione dell’acconto Fus pari a 5.500.000 euro, risorse che, dichiara la Fondazione,  consentiranno il “pieno recupero della funzionalità della Fondazione Petruzzelli e la continuità dell’attività culturale”. La notizia è stata data a seguto dell’incontro che si è svolto ieri a Roma tra il commissario straordinario della Fondazione, Carlo Fuortes, e il direttore generale dello Spettacolo dal Vivo, Salvatore Nastasi.

Nel corso dell’incontro – è detto in una nota della Fondazione Petruzzelli – è stato affrontato il tema occupazionale a proposito del quale “il commissario Fuortes ha manifestato la volontà di avviare in tempi brevi le procedure a evidenza pubblica utili e necessarie per bandire i concorsi per il completamento della pianta organica, orientamento condiviso dal Direttore Generale del ministero per i Beni e le Attività Culturali”.

In merito a quanto riportato da alcuni organi di informazione, circa un presunto buco di otto milioni di euro – conclude la nota – il commissario precisa “che non è ancora possibile individuare l’esatto ammontare del disavanzo economico e/o finanziario della Fondazione. La definizione di questo deve essere oggetto di un’attenta analisi dei bilanci passati e di quello in essere e costituirà uno dei punti alla base del nuovo piano industriale della Fondazione”.

Prosegue intanto ad oltranza l’occupazione del Petruzzelli, cominciata il primo marzo, in concomitanza con l’arrivo del commissario.   Per Antonio Fuiano, rappresentante della Flc Cgil, “i dipendenti del Petruzzelli rimarranno in assemblea fino a quando non vi saranno delle proposte che possano mutare l’attuale situazione occupazionale”.

Mar 052012
 

Riaperto a Verona, dopo più di trent’anni il Teatro Ristori, meraviglia ottocentesca riportata al suo antico splendore grazie all’impegno della Fondazione Cariverona.

A dire del direttore Angelo Curtolo, non sarà il Ristori un altro teatro, ma uno spazio capace di offrire e accogliere qualunque tipo di attività culturale

Intitolato ad una delle più grandi attrici italiane del XIX secolo, Adelaide Ristori, il nuovo teatro è parte della storia della città dal 1840 e sul suo palcoscenico sono passati tutti i nomi più importanti dello spettacolo italiano e della musica, classica e non. Spazio multifunzionale – ospiterà anche danza, convegni, corsi di teatro – e in dialogo con le altre istituzioni culturali cittadine, è dotato di apparecchiature tecnologiche all’avanguardia tra cui videoproiettori digitali e uno schermo a tutto boccascena per portare in diretta con gli spettacoli dal vivo, il meglio dai palcoscenici internazionali: «Siamo i primi, e per il momento gli unici in Italia, a trasmettere i concerti dei Berliner Philharmoniker», segnala Curtolo. Musica quindi, ma con un occhio di riguardo ai giovani: Mario Brunello, già protagonista il 14 gennaio del concerto inaugurale, torna il 7, 8 e 9 marzo con un progetto per avvicinare gli studenti alla Sinfonia K550 di Mozart. Un viaggio analogo, partendo però dalla musica brasiliana e dalle relazioni con il jazz e la classica, sarà quello dal 16 al 18 maggio in compagnia di Stefano Bollani.

Feb 102012
 

Il cuore è sempre il cuoreA Vigevano (PV), al Teatro Cagnoni, va in scena, martedì 14 febbraio, alle 21.30, Il cuore è sempre cuore

“Il Cuore è sempre Cuore” è il  secondo appuntamento con la stagione musicale del Teatro Cagnoni, appositamente allestito per la serata di San Valentino.
In scena l’Emoticon Ensemble. Il tema principale (anzi, l’unico tema) sarà chiaramente l’amore. Il concerto sarà suddiviso in nove quadri: Kokoro: l’anima e la poesia, Un viaggio nel tempo e nello spazio, Distanze apparentemente incolmabili, Due racconti paralleli, I grandi libri dell’universo, I fari, Storie, Lo struggimento e Ultimo giro, con intruso.

  • Voci: Agnieska Jurkowska e Michelangelo Nari
  • violino: Alberto Stagnoli
  • chitarra: Daniele Nobili
  • fisarmonica: Antonio Bologna
  • contrabbasso: Elio Rabbachin.

Biglietti: 20 euro per platea e palchi (ridotto a 15) e 9 euro per il loggione

Ed ecco una breve intervista ad Antonio Bologna, ideatore e direttore dello spettacolo:

1. Come possono coesistere epoche musicali differenti in un solo concerto?

Chi si avventura e decide di appassionarsi all’arte con spirito critico e libero si accorge ben presto che, pur nelle differenze dei linguaggi e delle personalità, l’espressione umana è caratterizzata da una grande unità nella tensione lirica e nello slancio di elevazione, indipendentemente dalle epoche. La proposta di questo spettacolo parte proprio da questa tesi di fondo: un convincimento sulla unitarietà del “senso” musicale che oltretutto è il principale tratto identitario di Emoticon Ensemble.

2. Il tema principale sarà l’amore, vista la ricorrenza di San Valentino?

Sì, il tema principale, anzi: l’unico tema. Verranno proposte canzoni d’amore. Amore declinato in molte forme, e che propone in un unico sguardo il destino di sé, delle persone amate e anche di tutto l’universo. In fondo c’è un solo amore, in fondo c’è una sola musica. La cosa sorprendente è che, pur in questa visione unitaria dell’amore, esso viene raffigurato, espresso, cantato in una varietà ampissima di tinte, come la luce bianca si scompone negli infiniti toni dell’iride.

3. Il concerto prevede delle letture? Se si, quali saranno i principali temi trattati?

La protagonista assoluta è la musica, ma verranno dette anche parole non cantate. Esse sono l’accompagnamento ad un percorso attraverso le canzoni e comprenderanno ovviamente anche le traduzioni in italiano dei testi inglesi e tedeschi dei brani che vengono di volta in volta presentati.

4. Perchè, in una serata che offre così tante proposte, la gente dovrebbe scegliere Il Cuore è sempre cuore?

Per lo stesso motivo per cui si sceglie di fermarsi per strada, scendere dall’automobile e contemplare un tramonto. Per lo stesso motivo per cui cerchiamo la vertigine in un buon vino. Oppure per il fatto di cantare mentre si stira o si ramazza il pavimento, o perché teniamo dei fiori in casa, e li innaffiamo. In sostanza, per il desiderio di incontrare e coltivare qualcosa di bello e struggente, un gesto che è una libera scelta d’amore, prima di tutto verso se stessi.Continua a leggere…

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