Gen 242009
 

Il 20 gennaio 2009 il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America, Barak Obama, ha prestato giuramento. Queste immagini dicono tutto:

Ed ecco anche, appena pubblicato (su Youtube!) il suo primo, importantissimo “discorso del sabato” alla nazione, secondo la tradizione di Roosevelt. Leggete anche qui, dal sito de “La Repubblica”, il commento in italiano. Trovate qui, invece, direttamente dal sito della Casa Bianca, il testo integrale in inglese: http://www.whitehouse.gov/president-obama-delivers-your-weekly-address/

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Che dire? Tutto questo, speriamo, riuscirà a salvarci dalla crisi. Gli Stati Uniti sono sempre stati la locomotiva economica del pianeta. La crisi è partita da lì, e da lì l’economia può – e deve – ripartire. Ma come minimo, ora abbiamo tutti davvero la sensazione che qualcuno ci stia seriamente lavorando, e che ora, davvero, “YES, WE CAN” possiamo salvarci e ripartire.

Il mondo è davvero cambiato, e per sempre. Perché, come ha ricordato il Presidente nel suo discorso inaugurale, “sessant’anni fa uno come me non sarebbe stato servito al ristorante”. Ecco, tutto qui. Il solo fatto che ora ci sia un nero alla guida del paese più potente del mondo ha già cambiato la storia.
Ieri sera ho sentito alla Radio Marcello Veneziani affermare con fastidio “ma insomma, quest’uomo non ha ancora fatto niente, e già lo stanno idealizzando e santificando” (leggetevi, se proprio volete farvi quattro risate amare, il suo articolo che ribadisce questi concetti, qui). No, proprio non ci siamo, la destra non ha capito. Oppure non vuole capire cosa è realmente accaduto.

Il discorso di insediamento, a mio avviso, è uno dei più belli che siano mai stati pronunciati. (Leggetelo, tradotto in italiano, qui). Giudicate da voi, però: ecco il relativo video, qui, direttamente dal nuovo, fantastico sito della Casa Bianca (che, nonostante gli accessi a milioni, funziona in modo incredibilmente rapido ed efficiente): http://www.whitehouse.gov/blog/inaugural-address/

Nelle immagini che ho assemblato sopra – in un emozionante slide show – ci sono diverse cose che mi hanno colpito molto.

La prima è il fatto che il giorno prima del giuramento il Presidente Obama, con moglie e figlie, nonché il Vicepresidente Biden e famiglia, hanno occupato la loro intera giornata a fare volontariato per il “Martin Luther King Day”, lavorando in un centro per adolescenti senza tetto. Guardate il Presidente – in jeans e maniche di camicia rimboccate – che dipinge i muri e attacca le tende. Pensate ora ad uno dei nostri politici (uno qualunque!) e ora ditemi se questa non è una rivoluzione, una vera.

Leggete qui le parole del Presidente su come onorare Martin Luther King servendo gli altri: http://www.whitehouse.gov/blog/dr_king_service/

Concludo con una nota sulle donne: guardate le immagini di Obama con sua moglie, con le figlie, con i bambini. Sono immagini vere, non di maniera. Un uomo vero, che dà spazio ai sentimenti, all’amore, alla famiglia. Un uomo che ama sua moglie, non se ne vergogna, e che come uno dei suoi primi atti ha immediatamente ridato dignità alla richiesta delle donne americane di poter disporre del proprio diritto alla maternità in piena coscienza. Ecco, anche di questo avevamo bisogno.

Grazie, Mr. President, per il tuo coraggio e il tuo essere, profondamente, un uomo per bene, coerente e pieno di umanità. Che la tua forza sia di esempio a tutti noi. Ci sentiamo tutti un poco di più membri della razza umana, una razza migliore, più degna, adesso. Che la pace e la forza siano con te.

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Feb 142008
 

Cuore tricoloreE’ S. Valentino, e vengo coinvolta anche io dal generale clima romantico. Ne approfitto per scrivere una lettera d’amore un po’ insolita. Dunque, ecco qui: lettera d’amore al mio paese.

Lettera d’amore al mio paese Cara Italia,

quest’anno compio gli stessi anni della tua Costituzione, quindi, perdona l’audacia, confidando in tutto quello che abbiamo in comune, rompo un silenzio durato troppi anni e ti scrivo. Credo tu meriti almeno un biglietto di S. Valentino da una tua cittadina.

Sai, per lavoro giro molto su Internet, e leggo tante brutte cose su di te. La peggiore è questa: “non vedo l’ora di trasferirmi fuori da questo paese”. La Spagna sembra sia la meta preferita, ma vanno forte anche altri paesi, la mai tramontata “America”, e anche nostri vicini europei.

Ma tutti, sembra, non ambiscono altro che andarsene dal tuo territorio, emigrare, rifarsi una vita altrove… Leggo lettere sui giornali, scritte da nostri connazionali all’estero, che dicono meraviglie del loro nuovo paese di adozione; ai giovani (soprattutto musicisti) tutti consigliano con piglio sicuro di andar via, di studiare e farsi strada altrove, dove sicuramente saranno apprezzati, troveranno un lavoro all’altezza dei loro studi… e mi viene tanta tristezza.

Quando ero bambina (e la guerra era finita da poco) vivevo in una caserma, il mio papà era ufficiale dell’esercito, e ti puoi immaginare il clima che si respirava… la patria era un mito doveroso. Mi dava fastidio, guarda. Quando con gli altri ragazzini giocavamo alle nazioni, io volevo fare sempre la Francia, che amavo come un mito, e per reazione ti trovavo antipatica.Continua a leggere…

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Nov 202005
 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

In commento a: “un sasso nello stagno. Le idee di un nuovo editore indipendente per sfuggire al grande freddo che attende la musica”

Gent.ma Dott.sa Ines Angelino,

il problema che Lei opportunamente, appassionatamente, e senza dubbio meritoriamente, solleva è davvero della massima importanza in quanto a mio parere va a toccare il punto nevralgico di una situazione di decadimento culturale oramai cronicizzata in un’agonia più che preoccupante. Trattasi del problema ormai annoso: come collocare (ma, soprattutto, perché) nuove interpretazioni di brani più che sedimentati nelle abitudini d’ascolto del pubblico anche meno smaliziato, a fronte di una stratificazione di registrazioni che sarebbe più che sufficiente a disorientare anche il melomane più compulsivamente insaziabile?

Andrei per gradi introducendo altri due quesiti:

1. quale ruolo ha il fenomeno dell’interpretazione a livello artistico e sociale? Il ruolo è quello che la lega da costituzionale rapporto di funzionalità alla categoria della composizione, di cui è imprescindibile medium: rapporto che è alla base della sostanza stessa delle musica modernamente intesa.

2. può concepirsi una floridità dell’attività interpretativa a fronte di una comatosa subsidenza della composizione che, [mal-]celandosi dietro capziosità accademiche, è sostazialmente latitante – nei suoi frutti – dalla consapevolezza sociale da almeno mezzo secolo? [non credo che nessuno di noi potrebbe plausibilmente indicare pezzi della cosiddetta musica contemporanea che costituiscano alle orecchie di un ascoltatore medio il “colore sonoro” di un periodo qualsiasi degli ultimi 50 anni] – Non credo proprio.

3. quanto può durare, quindi, la prosperità di un sistema di fruizione musicale basato sull’illusione di poter ruminare ad libitum un patrimonio musicale remoto nel tempo [il concertismo attinge i suoi tesori da autori quasi tutti morti prima del 1950] spacciandolo per surrogato di una “contemporaneità” che, per il rivelatorio principio della denegazione [coda di paglia], è tanto più nominalmente ostentata nella produzione delle avanguardie, quanto più latitante nell’inconsistenza [linguistica e artistica] dei prodotti delle stesse, ed ancor più nell’immaginario degli appassionati di musica? Dipende dalla necessità, capacità e volontà di auto-illudersi delle persone: negli ultimi decenni, a quanto pare, la soverchiante proliferazione di registrazioni dei medesimi, onnipresenti, ammiratamente quanto [talora] persecutoriamente-noti pezzi, ha incominciato ad indurre un prevedibile senso di saturazione nei discofili (da cui le avvedutamente compensatorie iniziative editoriali distribuite tramite edicola, in cui interpretazioni di pregio -tecnico ed artistico- superiore sono spesso disponibili al 25% del prezzo dei negozi).

Il fenomeno del concertismo ha probabilmente tempi di ‘reazione’ lievemente più lenti, in quanto il rito del concerto ripropone la vitalità di un evento cui la fissità di qualsiasi registrazione non può paragonarsi (per ovvia differenza dei parametri dell’offerta, a prescindere dalla qualità dell’interpretazione immortalata). Tuttavia è innegabile che, anche per quanto riguarda i concerti, non si potrà chiedere a molte altre generazioni di accostarsi alla bellezza attraverso l’artificiosa operazione di riesumazione di un passato remoto… anche perché, più il tempo passa, più dalla scenografia sonora corrente [includendo in quest’espressione quasiasi prodotto musicale di vasta fruizione, dalla musica da film alle suonerie dei cellulari], scompaiono – data la sgomentante sciatteria imperante – anche gli ultimi echi della gloriosa tradizione musicale pre-Darmastadt che ancora [a differenti livelli] nella musica leggera degli anni ’60/’70, nelle colonne sonore cinematografiche della grande Hollywood di compositori come Steiner, Waxman, Korngold, Herrmann (o nel fine artigianato di molti nostri musicisti, da Rota a Cicognini, da Lavagnino a Piccioni), potevano trovare, per quanto epigonali e ridimensionati, pregevoli e inoppugnabili elementi di conferma e riconoscibile continuità: è ovvio che, persi questi ultimi esempi di organicità linguistica (condizione necessaria della bellezza in senso artistico), il recupero di una sensibilità musicale a partire dalla blasonata scipitezza dei brancolamenti di Nicola Piovani, dagli ebefrenici biascichii simil-rap di Max Pezzali, o – non meno verosimilmente – dall’ebbro culto di una compiaciuta quanto grottescamente inerte ciarlataneria quale si constata nella stragrande maggioranza delle boriose emanazioni della musica contemporanea, sarà operazione di “speleologia culturale” ben poco probabile per una società che, comprensibilmente, sempre meno sente la necessità di una ricerca (ed alimenta la speranza di un approdo umanistico) nel contesto di una disciplina musicale che, nelle sue manifestazioni correnti, ha ormai perso gran parte del suo potenziale simbolico (possibilità di bellezza).

Tornando quindi all’interpretazione ‘immortalata’: da un punto di vista tecnico è poi possibile che un giovane solista sopravanzi una mitologica gloria della storia discografica? A mio parere è possibile, ma è altrettanto supremamente arduo. Chiarisco: cosa propizia le differenze tra un’interpretazione chopiniana di un Michelangeli e quella di un Cortot? Innanzitutto (pur nell’ambito di affinità percepibili a prescindere dalla reciproca stima), la loro prospettiva di concezione dell’autore mutata dalle differenti costellazioni musicali – a loro contemporanee – nel cui ambito si trovavano ad agire. Cortot era connazionale e coevo di Debussy e Ravel, Michelangeli di Casella, Petrassi e Dallapiccola, nonché interprete [in gioventù] dell’anch’egli coevo Schoenberg: disquisire circa il grado di influenza delle due differenti posizioni geografico-culturali sui coni prospettici che hanno contribuito a creare sul romanticismo chopiniano è possibile… escludere queste influenze è, invece, forse improponibile: l’interprete non è semplicemente esecutore (traduttore di segni), esprime la relazione con una realtà di cui il suo pensiero è elemento di vitale respiro.

E quali sono, oggi, i compositori (a livello planetario) di paragonabile forza gravitazionale tale [per valore artistico ed incidenza intellettuale] da influenzare fino ad impregnare l’atmosfera culturale in cui un solista agisce, condizionarne il pensiero musicale, e di conseguenza la sua visione del passato? E, ancor più clamorosamente, quali sono le acquisizioni del repertorio di un pianista nato negli ultimi 50 anni – rispetto a quello di un qualsiasi solista nato all’inizio del ‘900 – tali da anche soltanto variare la sua concezione dell’approccio alla tastiera (in termini di strumentario tecnico, articolazione e fraseggio, strategie di resa formale) rispetto a suoi colleghi di generazioni precedenti? [come avveniva per i coevi di Beethoven nei riguardi di quelli di Clementi, dei contemporanei di Debussy nei riguardi di quelli di Liszt, dei Bartokiani nei confronti degli Scriabiniani, ecc.].

Insomma, di quali imprescindibili traguardi artistici plasmanti l’odierna realtà musicale rispetto, ad esempio, agli anni ’70, un interprete dovrebbe farsi – anche inconsciamente – araldo nelle sue riproposizioni del repertorio di tradizione? In poche parole, se l’attuale evo cultural-musicale è congelato in una pluridecennale letargia produttiva [invano dissimulata da un annaspante fervore sedicentemente ‘avanguardista’ che a tutt’oggi si è provato solo “croce e sevizia” di chi, per varie ragioni, è stato ed è tuttora occasionalmente costretto ad eseguire o, da ascoltatore, a tollerare certi amorfi coacervi sonori capziosamente e tautologicamente spacciati per ‘musica di ricerca’… come se Webern, Strawinsky, Mahler, Brahms, ecc. fossero stati degli infingardi emulatori], e se il repertorio di un pianista nato nel 1980 non è sostanzialmente differente da quello di un pianista nato nel 1920, in base a quale arcano (= favolistico) concetto di genio, l’odierno giovane interprete (per quanto straordinariamente attrezzato tecnicamente ed intellettualmente: caso oggi più frequente di quanto già si speri) dovrebbe poter dire qualcosa di così rivoluzionariamente differente dai suoi gloriosi predecessori, di tanto differente da potersi considerare sostanziale contributo alla dilagante mole di registrazioni già stratificate a partire dagli albori del ‘900? [anche perché il viatico musicale offerto dal presente è uno solo: le interpretazioni (di un repertorio storico)… quando non ne scaturisce un ‘sagace e reverente manierismo’ (interpretazione di interpretazioni) è difficile eludere il pericolo del mero plagio].

La domanda è ovviamente retorica e le vie d’uscita non sono molte: una soluzione potrebbe essere effettivamente quella di ripiegare su un repertorio finora oscuro da ‘rivalutare’… ma, oltre ad essere operazione in cui soltanto recidiverebbe l’aspirazione ad una nostra adozione da parte del passato, porterebbe anche a farci fronteggiare il paradosso (una volta riesumati gli effettivi ‘tesori sommersi’) di un ripudio della produzione a noi contemporanea per andare a dissotterrare lavori già a loro volta accantonati dai nostri bisnonni come, già allora, inessenzialmente convenzionali (si muterebbe, fino a capovolgerlo, il concetto stesso di arte: non più ricerca del bello, ma elezione del passato ad accademico paludamento del presente… con i risultati prevedibili a livello di pubblico, in quanto a nessuno sfuggirebbe la differenza tra l’Imperatore di Beethoven ed uno qualsiasi dei concerti del coetaneo J. B. Cramer).

Una risposta più costruttiva, penso, sia stata invece già perspicacemente offerta proprio da Lei con il Suo sito, in una pratica soluzione che elude qualsiasi vana cavillosità dialettica: favorire la produzione di nuovi pezzi, per creare un repertorio che possa costituire auspicabile nutrimento di viva, cioè vera contemporaneità (e quindi trasformazione rispetto al passato) per le generazioni di musicisti e musicofili d’oggi… in realtà, per limite personale, non conosco alcuno dei compositori che il Suo sito supporta, ma cercare di ampliare le possibilità di creare un panorama sonoro dell’oggi è a mio avviso l’unica via per far pulsare linfa nuova anche nella dimensione interpretativa, e soprattutto (il che risolverebbe la questione “progetti delle case discografiche”) riverginare un rapporto con il passato che è ora, ineludibilmente, condizionato dalla situazione di ‘orfani di presente’ che da decenni tutti vediamo perpetuarsi.

Complimenti quindi per la Sua opera di divulgazione, e cordiali saluti.

Diogene Filarmo [Egidio Simpliciano Trimalzio de Rivaltrona Summas]

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