Gen 162017
 

È mezzanotte a Milano e due ore fa Maurizio Pollini ha terminato il suo recital solistico al Teatro alla Scala. Una serie di forti emozioni contrastanti mi pervadono e mi fanno pensare che Pollini riesce sempre e comunque a scuotere il pubblico. Perché? Per il suo estremo idealismo. Anche con un corpo e dei riflessi che non sono più quelli della gioventù, egli non rinuncia mai a inseguire l’Idea: piuttosto rischia, sporca, perde per qualche attimo la trebisonda (ma senza mai uscire davvero di strada), ma rimane fedele al suo pensiero musicale. È vero, ci sono stati pianisti che alla sua età (75 anni) erano più puliti e più sereni nell’incedere: ma spesso adottavano una sorta di prudenza, ad esempio nello stacco dei tempi. Pollini invece non ha nulla del vecchio saggio che racconta con serena nostalgia gli splendori del passato: al contrario, è inquieto, percorso quasi dall’ansia di vivere ancora e sempre di nuovo, come se fosse la prima volta, l’hic et nunc, con la stessa urgenza e quasi la fame di vita della gioventù. E anche per questo, certamente, sbaglia più di altri: il suo idealismo non ha freni inibitori, è assolutamente sordo a ogni forma di contraccezione musicale, quale può essere ad esempio un rallentando strategico in un punto pericoloso. Magari sbaglia, ma lo fa sempre con autentico pathos.

Pollini à rebours: ‘controcorrente’ non soltanto nel disinteressarsi di ogni forma di levigata (e spesso soporifera) correttezza, ma anche nella scelta del percorso, letteralmente a ritroso, da Schönberg a Beethoven. In un’intervista lessi che Pollini considerava Schönberg come un’estrema propaggine del romanticismo. Ma che tipo di romanticismo? L’op. 11, stasera, non aveva nulla di sentimentale: asciutta, petrosa, ossessivamente cupa nel secondo brano. Per Pollini, il romanticismo è chiaramente un movimento radicale, filosofico ancor prima che estetico, privo di quegli imbellettamenti melensi che usualmente si associano alla parola “romantico”. Lo zart del primo numero dell’op. 19 non ha nulla a che vedere, per il pianista milanese, con una dolcezza edonistica: è piuttosto un’indicazione di sonorità. Se lo Schönberg di Pollini, da un lato, conserva l’attitudine idealistica dei filosofi romantici, dall’altro è pienamente novecentesco nell’esprimere una nuova estetica del frammento, soprattutto nell’op. 19, i cui mille timbri (in pochi minuti) sono resi dal pianista milanese in modo incomparabile.

La Sonata “Pathétique” op. 13 di Beethoven è stata per Pollini il cimento più arduo della serata. Eppure, teoricamente sarebbe ben più semplice dell’Appassionata. Ma la Pathétique è Sonata ancora giovanile: Beethoven non ha fatto ancora la svolta che lo condurrà, a partire dalle Sonate dell’op. 31, a quella radicalità dionisiaca, o addirittura demoniaca, che finì per terrorizzare molti dei suoi contemporanei, Goethe compreso. Nella Pathétique, lo slancio rivoluzionario è ancora quello di un giovane virtuoso di belle speranze: non è ancora la disperazione visionaria del compositore sopravvissuto al Testamento di Heiligenstadt, ossia a se stesso. Pollini non ha più l’età per affrontare la Patetica con la brillante nitidezza del giovane virtuoso: la definizione delle agilità viene meno, il pedale abbonda, una certa rigidità muscolare impedisce la felina plasticità che ci aspetteremmo soprattutto nei movimenti esterni. Gli sbandamenti ci sono, eccome. C’è la preoccupazione. Ma c’è anche un impeto a cui il pianista non intende rinunciare.

Nell’intervallo intravedo nel foyer la poetessa Patrizia Valduga. Ricordo una sua frase, che cito a memoria, magari non proprio letteralmente: “a Milano so che posso passare sotto le finestre di Maurizio Pollini e sospirare quanto mi pare”. La prendo come un buon presagio per la seconda parte, dopo che la Pathétique mi aveva lasciato un po’ di amarezza, quasi l’impressione di un ‘vorrei ma non posso più’. E in effetti, con l’op. 78 la musica cambia. Nell’incipit c’è qualcosa di meravigliosamente fragile e indifeso, quasi schubertiano. Quando iniziano le agilità, ci accorgiamo anche che Pollini si è scaldato, e che le sue mani sono pur sempre quelle di uno dei più grandi virtuosi del secondo Novecento. Ma questo ha poca importanza. Ciò che conta è quanto egli sia oggi, forse ancor più che in passato, immerso nella musica: quando lo sentiamo cantare nel naso e mugugnare, ci rendiamo conto di quanto egli si lasci abitare dal suono. Non c’è un puro controllo dall’esterno: è un pianista tutt’altro che freddo. Oggi più che mai. L’op. 78 scorre tutta d’un fiato, in una temperie Sturm und Drang, senza le inibizioni che spesso ha chi si osserva suonare: Pollini ci è dentro fino al collo.

Nell’Appassionata op. 57, il pathos già emerso con la Sonata precedente aumenta. L’inizio è rivelatorio, con l’accentuazione del contrasto fra l’umbratile e quasi nebuloso motivo principale e i trilli elettrici, come scosse improvvise. Tutto il primo movimento è pieno di contrasti estremi, che però non si traducono mai in cambiamenti di tempo: la direzione è inesorabile, costi quel che costi, e nemmeno nel secondo tema c’è un vero e proprio addolcimento o riposo. Il secondo movimento è davvero “con moto”, come raramente lo si sente: solitamente, suona come un intermezzo placido fra due movimenti rivoluzionari. Con Pollini, una sottile tensione permane: e così, nelle variazioni, gli accompagnamenti, i bassi albertini, non hanno nulla di restaurazionistico, ma sono vestigia del passato utilizzate per volare verso l’ignoto. E l’ignoto è, giustamente, il finale: immer zu (sempre avanti!), sembra dirci Pollini. Viene in mente Rastlose Liebe di Schubert. In quel Lied, il viandante procede imperterrito, nonostante pioggia vento e neve, nella sua lotta per andare avanti. E nella lotta c’è il segreto della vita stessa. Per la pax aeterna c’è tempo. Pollini, nel finale dell’Appassionata, è commovente nell’incarnare questo fondamentale principio dei romantici. Piuttosto rischia di mandare tutto a carte quarantotto, ma non rinuncia alla sua idea potente di questo finale, che è una vera e propria corsa all’abisso.

Due brevi Bagatelle, sempre di Beethoven, meravigliosamente offerte come bis, sembrano quasi chiudere circolarmente il programma, richiamando le più aforistiche pagine schönberghiane. 

Luca Ciammarughi

Dic 032016
 

Maria João Pires è una pianista che suscita amori immensi o immensa indifferenza: conosco persone che la amano a priori, per il suono luminoso e soave, per la profondità umana e quindi musicale, per la tenacia con cui, così minuta, ancora a settantadue anni affronta i palcoscenici con la determinazione e la concentrazione di sempre; altri, invece, trovano che il suo intimismo talvolta appiani davvero troppo i contrasti espressivi, levigando anche le emozioni più aspre. Pur facendo decisamente parte del primo gruppo, non nascondo che spesso Pires suscita in me impressioni contrastanti. E così è stato nel recital solistico che lo scricciolo portoghese ha tenuto stasera al Teatro alla Scala, dove l’avevo già ascoltata poco più di un anno fa nel Quarto Concerto di Beethoven sotto la bacchetta di Riccardo Chailly. Nonostante Pires sia riconosciuta come una grande mozartiana, non sono riuscito ad amare fino in fondo la sua interpretazione delle Sonate K 332 e K 333; mentre mi ha conquistato nell’ultima Sonata di Schubert, D 960.

Il Mozart di Maria João Pires non è molto diverso da quello di trenta o quarant’anni fa: apollineo, levigato, classico fino al midollo nel culto delle proporzioni e nel rifiuto dell’eccesso. Se la dolcezza intrinseca al suono della pianista, soprattutto nei piano e nei pianissimo, desta sempre ammirazione, d’altro canto, come direbbero i francesi, restiamo un po’ sulla nostra fame (ovvero, insoddisfatti) quando questa levigatezza finisce per attutire le violente emozioni e la teatralità che percorrono il mondo sonatistico mozartiano. Così, se la Sonata in fa maggiore K 332 inizia meravigliosamente, con tenerezza e raffinate nuance, la modulazione a re minore (come non pensare a Don Giovanni!), e il relativo improvviso forte, vengono incomprensibilmente ammorbiditi: non tanto nella sonorità, quanto nell’idea. E anche nell’Adagio, olimpico, o in certi couplet del Rondo finale, nei momenti in cui Mozart fa cantare lo strumento con struggente drammaticità, la pianista si tiene alla larga da un vero e proprio sfogo emozionale. È una visione possibile, che Pires insegue con incredibile coerenza, ma che personalmente non amo molto: ho l’impressione che la cura degli aspetti estetici vada a discapito dell’irruzione di quelli, per così dire, esistenziali. Anche nei momenti brillanti, come nei finali delle due Sonate, Pires non sembra in preda a quella forma di eccitante e quasi folle divertimento che è proprio del Mozart buffo: procede agile e adamantina, ma un po’ preoccupata di tenere sotto controllo la situazione. Due fra le qualità maggiori della pianista sono il nitore sonoro e la concentrazione mentale (nemmeno un vuoto di memoria in tutto il concerto): eppure, qualche volta, queste superfici perfette, alla Thorvaldsen, ci fanno rimpiangere la fantasia sbrigliata e le volute disomogeneità di un Horowitz, ma anche di molti fortepianisti. Cosa c’entra Horowitz con il fortepiano? – penserete giustamente. In entrambi i casi, ci si allontana da quell’ideale di assoluta eguaglianza d’articolazione e di omogeneità che ha spadroneggiato, nell’interpretazione mozartiana, per gran parte del Novecento. Ancor oggi, in un Conservatorio o a un Concorso, ci si può sentir dire “Mozart non si suona così!”, quando si eccede in contrasti espressivi o ci si lascia andare a emozioni definite “romantiche”. Eppure in Mozart, come in Haydn o in Carl Philipp Emanuel Bach, si schiude proprio una nuova sensibilità, quell’Empfindsamkeit fatto di espressione immediata, urgente, a volte persino impudica, del sentimento. Più Canova che Thorvaldsen: sotto la superficie liscia, pulsano carne e sangue. D’altro canto, con la sua serietà e umiltà (fin dalla scelta dell’abito, di sobrietà quasi ascetica), Pires è comprensibilmente fedele a un’epoca in cui la musica non veniva riempita di effetti per evitare la noia. In questo, è l’anti-Lang o, se si preferisce, l’anti-Wang. Ma credo che in Mozart, senza tradire il testo né arrivare a una teatralità ostentata, si possa osare di più.

Con Schubert, è come se Pires fosse uscita dalla gabbia un poco stretta del classicismo aureo. Lo si è capito fin dalla prima pagina della Sonata D 960, in cui la pianista ha trovato quella libertà di fraseggio e quella plasticità espressiva che facevano un po’ difetto precedentemente. Ho ascoltato questa Sonata dal vivo da pianisti come Alfred Brendel, Lazar Berman, Krystian Zimerman, Menahem Pressler e molti altri, ma mai il tema iniziale mi è parso così bello e così dolce nella sonorità come con Maria João Pires. Semplicità, naturalezza, sotto le quali c’è però una cura maniacale del balance: il lavoro di una vita. L’esposizione del primo movimento è affrontata con una certa scorrevolezza: un Molto Moderato che a tratti si trasforma quasi in Allegro, con una spiccata flessibilità agogica da una sezione all’altra. Anche in Schubert, come in Mozart, Pires appiana un po’ alcune rugosità: il trillo al basso è quasi misurato, mormorio amico più che terremoto in sordina; i fortissimi  nella parte finale dell’esposizione, su modulazioni ardite, non creano vere e proprie fatture. Continuità è la parola d’ordine. All’interno di questa continuità, in cui la linea lunga viene privilegiata, la pianista trova però mille sfumature: memorabile la frase in do# minore che apre lo sviluppo, o il ppp sul ritorno a casa verso la tonalità di si bemolle maggiore. Il primo movimento è così pieno di bellezza che alla fine scatta l’applauso del numeroso pubblico: inopportuno, ma per me bellissimo, non trattandosi di un Sì vendetta, ma della più introspettiva fra le Sonate di Schubert. C’è speranza.

Il secondo movimento, giustamente Andante (sostenuto), come scrive Schubert, è stato forse il culmine della serata: complice un pedale raffinatissimo e coraggioso, stavolta Pires ha creato quella suspence che era mancata in Mozart. La semplice dolcezza veniva superata: finalmente la pianista diveniva o-scena, si metteva cioè spiritualmente a nudo, mettendo al contempo a nudo la musica di Schubert con una concezione del suono scarna, essenzialissima, ma mai esiziale. Ineffabile è stato poi il passaggio allo Scherzo: sempre nel nome della continuità, come se il salto da do# maggiore a si bemolle non fosse che una nuova modulazione, Pires ha attaccato il terzo movimento quasi senza soluzione di continuità, riprendendo l’impalpabile pianissimo con cui si chiudeva l’Andante. Quasi Presto, come lo eseguiva Richter, questo Allegro Vivace con la Pires si fa volante, ma rimane confinato quasi sempre, come d’altronde vuole il compositore, al sussurro. Nel Trio, Pires, fedele alla sua estetica, ammorbidisce un po’ gli sforzando con tocchi di pedale. Continuità è anche la parola d’ordine nel passaggio dal terzo al quarto movimento, e nelle scelte agogiche di quest’ultimo: grande scorrevolezza (forse eccessiva, dato che Schubert scrive Allegro ma non troppo) e senso della direzione che permette di restituire pienamente la logica musicale delle grandi arcate schubertiane (Schenker avrebbe senz’altro esultato ascoltando le lunghe linee del secondo gruppo tematico). Pires soffre un po’ più nel forte e nel fortissimo, nella tecnica di accordi e di ottave: eppure compensa con una tensione interiore costante, e con una tenacia che le permette di superare immediatamente ogni momentanea sbandata.

In armonia con il clima di dolcezza creato, la pianista esegue come bis, con ispirata semplicità, la Bagatella op. 126 n. 5 in sol maggiore di Beethoven. Bello, ancora una volta, vedere una standing ovation dopo un repertorio così poco spettacolare, da musicisti puri.

Luca Ciammarughi

 

Set 092016
 

Pare ormai quasi scontato, nell’approcciarsi a Skrjabin, considerare il Prometeo (op. 60) come il punto di svolta e d’arrivo dell’itinerario armonico-poetico del compositore. Bastano due esempi – in Italia – che delineano la vita del compositore in tal modo: quello di Roman Vlad e di Mario Bortolotto.

In generale, da molti studiosi e compositori – si pensi a Busoni, che affermava come la musica di Skrjabin non fosse che <<un’indigestione di Chopin>> – gli esordi compositivi del genio russo sono spesso bistrattati, sicuramente mal compresi nella loro inaudita potenza espressiva.

D’altronde, questo tipo di approccio è comune anche nel considerare altri compositori, mentre nelle opere giovanili spesso – come vorrei mostrare nel caso di Skrjabin – è già presente una personalità formata e loquace, non sperduta e maldestra.

Sarebbe inutile ripetere qui l’importanza che Chopin avesse avuto per il giovane Skrjabin – si noti semplicemente come i nomi più frequenti nelle prime opere skrjabiniane siano mazurche, valzer, preludi e studi: un chiaro tributo chopiniano! Eppure, già nei primi anni, si intravedono delle sonorità e delle libertà espressive chiaramente molto lontane da quelle chopiniane, sebbene ancora nascoste o solo accennate.

Vi è però un’eccezione fin troppo conosciuta, e forse per questo mai vista come tale: il celeberrimo Studio dell’op.2. Di certo si tratta di un esordio sui generis, perché una tale intensità emotiva raramente è ritrovabile nei primi anni della vita di un compositore, per quanto grande.

Poche battute compongono quello che è un tema orecchiabile e facilmente ripetibile, ma di una densità e profondità che, riguardando il catalogo di opere chopiniane o lisztiane, non è così facile ritrovare.

Se poi consideriamo la Sonata op.6, appare già chiaro – in uno Skrjabin ventenne – come la portata del discorso musicale non sia più intima e autobiografica, ma voglia riferirsi a tutti gli uomini, al reale. Skrjabin costruisce qui un “mostro”, una figura enorme e anche goffa – si vedano le fragorose ottave della sinistra nel primo movimento, elemento importantissimo nelle prime Sonate – che si trascinerà nel parossismo e nella ripetizione, passando per la malinconia del Lento, fino a spegnersi nel quasi niente dell’ultimo movimento. È molto difficile riuscire ad immaginare come un ventenne potesse concepire tutta questa sorda malignità, questo scivolamento verso il nulla così ben testimoniato e raffigurato. La prima Sonata, questo enorme macigno sonoro, rappresenta forse la più sconvolgente composizione giovanile di tutti i tempi, per quanto lucida ed equilibrata (anche per questo forse, il porre l’accento solo sullo Skrjabin maturo mi pare un azzardo o, quantomeno, una scelta che comporta molte sviste).

Se consideriamo per esempio il terzo movimento di tale Sonata, l’elemento parossistico è talmente evidente e ben realizzato da sembrare un “marchio di fabbrica”, uno stilema compositivo scontato per il compositore.

Anche nella seconda Sonata, iniziata a comporre tre anni dopo, questo elemento di ossessione ritmica appare rilevante.

L’op.19 (è solo per questioni di spazio e tempo che non presento qui un’analisi opere intermedie tra queste due Sonate) è la testimonianza della ormai compiuta capacità, da parte di Skrjabin, di creare contrasti sonori e armonici di grande impatto. Ora, sembra spesso che molti dei critici non amino che il gusto per la complessità, e le loro analisi sfociano così in un’esasperata ricerca delle segrete trame della composizione – talvolta così segrete da oltrepassare persino la coscienza del compositore! A tal riguardo, viene così giustificata la visione che quasi misconosce la grandezza del “primo” Skrjabin, quello che per intenderci non aveva ancora sradicato la tonalità in quanto tale.

Sembra anche che questi critici non si siano mai realmente messi al pianoforte dinanzi a questi pezzi. Proprio l’op.19 presenta delle difficoltà interpretative, oltre che tecniche, notevoli: se nel primo movimento mantiene un andamento quasi sempre rubato, nel secondo vede invece un ritmo che è presto ineluttabilmente, e che non lascia spazio a riflessioni né ad autocompiacimenti.

La miracolosa “luce lunare” del primo movimento – la Sonata sarebbe infatti la descrizione di un mare prima in quiete poi in tempesta – e l’abisso che scavano le terzine “sadiche” del prestissimo  sono già elementi che impediscono assolutamente di ricollocare questo pianismo a quello chopiniano-lisztiano. Anche qui, le frasi skrjabiniane sembrano imbevute della sapienza del mondo e della terra stessa, sembrano possedere, nel loro caos degenerato o nella loro luce inattesa, una chiave sensoriale quasi ancestrale. Il sapore metafisico, quasi religioso di questa Sonata, ci permette di fare questa osservazione: la musica di Skrjabin non è nemmeno ricollocabile all’altra “musica russa” (d’altronde è lo stesso Vlad che fa quest’affermazione). Skrjabin, come Nietzsche, non avrà seguaci – forse perché non ne avrebbe nemmeno voluti.

È inutile dire che servirebbe una nuova comprensione della musica di questo grande genio, ma una profondità del genere, oltre che ad essere insostenibile per chi la vive, lo è anche per chi tenta di avvicinarcisi.

Artin Bassiri Tabrizi

(Nella foto: il giovane Aleksandr Nikolaevič Skrjabin)

 

Set 172014
 

Matilda Colliard e Stefano LigorattiContinua, con grandissimo successo, la rassegna concertistica di ClassicaViva al Castello sforzesco di Vigevano:  un viaggio attraverso la grande musica in uno scenario incantevole: grandi, giovani interpreti sono i protagonisti delle suggestive serate tra le colonne della splendida Scuderia Leonardesca. L’obiettivo – che è ormai una concreta realtà – è quello di avvicinare il pubblico alla musica classica attraverso l’interpretazione di capolavori di grandi compositori, tra i quali giganteggiano Ludwig Van Beethoven e Franz Schubert.

Concerto di domenica 21 settembre, alle ore 21,30

“Appassionatamente”

duo violoncello e pianoforte
Matilda Colliard e Stefano Ligoratti

  • Ludwig Van Beethoven, Sonata n. 3 op. 69 per Violoncello e Pianoforte in La magg.
  • Anton Rubinstein, Sonata n. 1 op. 18 per Violoncello e Pianoforte in Re magg.

Un concerto davvero interessante, in cui viene dato spazio, oltre a una grandissima sonata classica di Beethoven, all’originalità di un compositore come Anton Rubinstein, con la Sonata per Pianoforte e Violoncello n. 1, capostipite di un romanticismo al quale si ispirarono moltissimi celebri altri autori.

Gli interpreti

Concerto-Eroico-0069 matilda2
 Stefano Ligoratti  Matilda Colliard

 

Set 092014
 

Il Concerto “Al chiaro di luna in Castello, tenuto a Vigevano, nella seconda scuderia leonardesca del Castello Sforzesco il 7 settembre 2014, con il pianista Stefano Ligoratti che si è esibito in un programma tutto beethoveniano, con le tre Sonate “Patetica“, “Chiaro di Luna“, “Appassionata“, ha avuto un grande successo. La sala, gremita da un pubblico entusiasta, che ha tributato un tripudio di applausi all’artista, ha fornito una splendida acustica all’eccezionale performance, un evento davvero raro per qualità musicale e grande coinvolgimento emotivo del pubblico.

Pubblichiamo qui, per ora, una galleria di immagini e, presto, aggiungeremo i video dell’intero evento, attualmente in preparazione.

Trovate qui la scheda del concerto: http://www.classicaviva.com/blog/2014/09/01/vigevano-comunicato-stampa-di-sera-in-castello/

 

Feb 022011
 

Yulia Berinskaya e Stefano LigorattiL’altra sera, 31 gennaio 2011, al Teatro Politeatro di Milano è stato presentato l’ultimo disco prodotto ed inciso dalla Casa Editrice musicale “ClassicaViva“, con la lezione-concerto “Violin in Blue”.

ClassicaViva è specializzata nella ricerca e nella promozione di nuovi talenti nell’ambito della musica classica. Fin dalla sua nascita si impegna in prima linea nella valorizzazione di musicisti che, pur avendo raggiunto un livello di eccellenza in ambito strumentistico musicale, sono esclusi dalla popolarità riservata a pochissimi, a causa del sempre maggior peso dato al marketing dalle case discografiche blasonate e allo scarsissimo peso dato invece alla competenza e all’arte in senso stretto.

In questa circostanza la presentazione riguardava l’uscita di “Violin in Blue”, una raccolta scelta di brani dedicati alla musica francese, con lo sguardo rivolto ad alcuni suoi vertici compositivi: la “Sonata per violino e pianoforte in la maggiore” di César Franck, la “Méditation de Thaïs” di Jules Massenet, la “Sonata per violino e pianoforte  di Claude Debussy, la trascrizione per violino e pianoforte di Grigoraş Dinicu sul “Clair de Lune”  sempre di Debussy, e infine la “Fantasia sulla Carmen di Bizet” trascritta e adattata per violino e pianoforte ad opera di Pablo de Sarasade, virtuoso del violino di fine ‘800.

Un programma caratterizzato sia dal virtuosismo richiesto agli interpreti, sia dalla necessità di porsi in modo personale e possibilmente originale dinnanzi a brani che segnano l’apogeo della composizione francese a cavallo tra ‘800 e ‘900. Un compito affrontato e sapientemente risolto dalla coppia di interpeti, Stefano Ligoratti al pianoforte e Yulia Berinskaya al violino.

Dopo uno studio minuzioso della pagina i due musicisti si sono cimentati in un’incisione di altissima qualità, alla ricerca di un equilibrio tra approcci interpretativi anche molto lontani tra di loro. Il risultato è evidentemente forte di questo scambio, in cui si possono apprezzare i contrasti tra una concertazione interna del  pianoforte da una parte – che tende a far risaltare i piani contrappuntistici e la complessità armonica in relazione alla linea melodica “ciclica” tipica dei compositori francesi dell’epoca – e dall’altra una veemenza esecutiva al violino che cerca di staccare con decisione il volo da quel pavimento avvolgente e orchestrale che il pianoforte significa e persino impone.

Yulia Berinskaya e Stefano LigorattiLa tecnica della Berinskaya impressiona, pur non sovrastando mai la musica e l’effetto sinfonico del tutto. Anzi ciò che raramente si ascolta e che qui prepondera è l’audacia di un suono che muta timbricamente, passando dalla rarefazione assoluta, impressionistica, di poche note tirate sul pianissimo come galleggiassero per aria, fino a giungere alla ruvidezza di un violino zigano che spinge al limite le sue possibilità espressive, piegando lo strumento al servizio di un’intensità spasmodica che evoca più le tinte forti dei villaggi russi di Chagall che non le vedute parigine di Monet. La Berinskaya è delicata e accorta negli abbellimenti di passaggio tra la fine di una frase e l’inizio di un’altra e fondendoli insieme alla linea principale gli conferisce piena musicalità senza che siano inutilmente esornativi. Quando lo spartito reclama attacchi incisivi o salti di tono o brusche variazioni ritmiche e dinamiche la Berinskaya non si tira indietro e oltre che fendere con irruenza lo spazio acustico pare portare lo strumento sul ciglio di un precipizio, cadendo dal quale si frantumerebbe tutto. Lì rimane invece, e ci porta con sè su quel crinale davanti al vuoto, col fiato sospeso. Il volto del pubblico era un racconto mimico chiarissimo di queste frustate improvvise, delle fughe in avanti, delle  frenate impossibili, dei cambi di direzione nel giro di poche battute. Tuttavia questo accade come un processo naturale, in pieno controllo e in pieno abbandono emotivo, simultaneamente, e la sola cosa che ci rassicura nell’ascoltarla è vedere la saldezza che ha sulla scena mentre brandisce il violino, poi lo coccola, poi lo ama; ci placa l’ accettare che nonostante tutto non cadrà e non ci trascinerà con sè cadendo. Ma che brividi. Che brividi.

Il lavoro pianistico, direi orchestrale, di Ligoratti è spiazzante per maturità se raffrontato alla sua giovane età. E’ vero che il programma di sala e la presentazione di Ines Angelino, Direttore Editoriale di ClassicaViva,  preparano a questa anomalia tra anagrafe e spessore artistico, ma l’effetto di sorpresa nell’ascolto non è mitigato dalla messa in guardia. Ligoratti non a caso è anche organista, clavicembalista, direttore d’orchestra e compositore, e soprattutto eseguendo la sonata di Franck – il quale si rese noto inizialmente come eccelso organista – emerge in tutta chiarezza la cognizione della partitura e lo scavo nei minimi anfratti armonici.

Continua a leggere…

Gen 272011
 

La locandina del concerto Il 31 gennaio 2011, alle ore 21,  presso il Teatro Politeatro, in Viale Lucania 18, a Milano, si terrà il concerto di presentazione del CD “Violin in Blue” di Yulia Berinskaya e Stefano Ligoratti, edito da ClassicaViva.

Il programma del concerto, organizzato in collaborazione con l’Associazione Culturale “Il Clavicembalo Verde”, prevede:
César Franck (1822-1890): Sonata per violino e pianoforte in la maggiore
Maurice Ravel (1875 – 1937):
Tzigane;  e brani di Claude Debussy e Jules Massenet, eseguiti da Yulia Berinskaya (violino) e Stefano Ligoratti (pianoforte).

“Violin in Blue” segue di poco il precedente lavoro della straordinaria violinista Yulia Berinskaya, “Violin in Red”. La musica francese, oggetto di questo CD, è qui associata al blu, che evoca la profondità e la sofferenza, il colore più rappresentativo delle emozioni scaturite dal travolgente suono del violino di Yulia.
Ma si tratta in ogni caso di un disco di musica da camera, in cui il pianoforte è coprotagonista, affidato al giovane, ma già esperto concertista Stefano Ligoratti, un esecutore rigoroso e raffinato, ma anche pieno di vigore e passione.

Trovate qui il link internet dove visionare online il booklet completo:

E qui un podcast integrale della trasmissione di Radio Classica del 21 dicembre 2010, in cui, con la conduzione di Luca Ciammarughi, è andata in onda integralmente la Sonata di Franck, e la “Fantasia sulla Carmen” di Sarasate-Bizet, con interviste agli interpreti.

Nov 042009
 

Cover del nuovo Cd di Stefano Ligoratti - FantasieIeri, 3 novembre, ho presentato in anteprima assoluta a Radio Classica, ospite della trasmissione “Ultimo grido“, condotta da Luca Ciammarughi, il nuovissimo Cd prodotto da ClassicaViva: “Fantasie“, con il pianista Stefano Ligoratti (che, ricordiamo, è anche il Direttore artistico di ClassicaViva).

E’ stata l’occasione per un ulteriore approfondimento sul tema dell’interpretazione di Bach al pianoforte, che avevamo già trattato la scorsa settimana, e, naturalmente, per parlare diffusamente delle composizioni eseguite nel CD.

Abbiamo anche annunciato il prossimo, importante concerto di Stefano Ligoratti, che debutterà l’11 novembre a Milano, nella Sala Verdi del Conservatorio,  per la Società dei Concerti, con un recital pianistico in cui eseguirà molti dei pezzi presentati in questo CD.

Trovate qui il programma del concerto nei dettagli: http://www.classicaviva.com/StefanoLigorattiRecital11112009.htm

[display_podcast]

Sono andati in onda integralmente – e potete naturalmente ascoltarli nel podcast qui sopra – i seguenti brani:

Il Cd

  • J. S. Bach (1685-1750):  Chromatische Fantasie und Fuge in d-moll BWV 903
  • L. van Beethoven (1770-1827):  Sonate n. 14 op. 27, n. 2 in cis-moll “Quasi una fantasia”- “Mond scheinsonate”
  • F. Mendelssohn (1809-1847): Phantasie in fis-moll op. 28 F. Mendelssohn (1809-1847)
  • F. Liszt (1811-1886): Fantasie und Fuge über das Thema BACH, S. 529

Il Maestro Ligoratti, presente in studio in diretta, ha parlato diffusamente con Luca Ciammarughi anche di molti altri temi musicologicamente interessanti: dall’interpretazione delle Sonate di Beethoven (in questo caso, nei dettagli, della celeberrima Sonata n. 14, op. 27  n. 2  “Chiaro di luna“), di cui ha una visione unitaria in quanto al tempo di esecuzione nel corso dei tre movimenti, ad un ampio approfondimento sul genere “Fantasia”, dalla sua nascita (in Italia) alla sua diffusione in epoca sia barocca che romantica.

Decisamente rari i brani proposti, di cui esistono pochissime incisioni – tra cui la Fantasia e Fuga di Franz Liszt, brano di spettacolare bellezza, in cui, pur nel virtuosismo estremo, sono presenti tutti gli aspetti del miglior Liszt, anticipatore di molte profonde innovazioni nel linguaggio musicale, poi recepite dalla musica del novecento.

Il CD è in corso di stampa e verrà posto in vendita la sera del concerto e sul sito-catalogo di ClassicaViva entro pochi giorni. Le tracce saranno, come al solito, disponibili anche i formato MP3, sempre sul catalogo.

Buon ascolto, dunque!

Giu 282008
 

r_kFmddbvgo&feature=related

E’ una serata terribilmente calda, e la giornata, passata al lavoro nel nostro studio di registrazione, è stata davvero faticosa. Cercavo un modo per risollevarmi lo spirito e riconciliarmi con la vita…  e l’ho trovato.
Ho semplicemente riascoltato la “Waldstein“,  la Sonata per pianoforte op. 53 di Beethoven, composta nel 1803-04, e dedicata al Conte Ferdinand Ernst von Waldstein, mecenate, amico e uno dei primissimi protettori dell’artista.

La Waldstein è definita anche “Aurora“, forse per quel risveglio alla luce e alla vita che è nell’introduzione o per la meravigliosa melodia che fluisce nel rondò finale. Già, il rondò finale, pura magia senza tempo, pura vita, pura energia, rinascita, l’onda della bellezza che ti solleva, ti fa dimenticare ogni cosa brutta che hai incontrato…

Il pianista Franco RedondiPosso con certezza annoverare la scoperta della “Waldstein” tra i momenti più esaltanti della mia vita, quelli per i quali penso sia valsa la pena di viverla. Devo questo incantamento al mio carissimo amico Franco Redondi, un grande pianista che ha purtroppo abbandonato il concertismo, dedicandosi all’insegnamento (al Conservatorio di Cuneo) e tenne quello che fu, credo, il suo concerto d’addio, nella stagione milanese organizzata da ClassicaViva nel 2002-2003, mettendo in programma due monumenti “che non possono assolutamente mancare in una stagione seria”, mi disse. Programma: Schubert:  Wanderer, e Beethoven: Waldstein, appunto.

Ricordo la sua descrizione del “pedale di Beethoven”, e la scoperta di come il pianoforte possa essere anche pura tecnica e intelligenza esecutiva, che, magicamente, si trasformano in emozione…

L’effetto del pedale di risonanza lungamente tenuto, indicato da Beethoven all’inizio del Rondò, accompagna la melodia di struggente dolcezza con un nebuloso sovrapporsi di due armonie (che secondo la teoria del tempo, scolastica e non, avrebbero dovuto sempre restar distinte), creando in tal modo un fondo sonoro quasi “luminoso”, che evoca davvero il sorgere della luce del giorno. Una curiosità: gli effetti che Beethoven voleva ottenere erano talmente in contrasto con le teorie del pedale elaborate dagli studiosi dell’Ottocento, che molte edizioni modificarono o soppressero le indicazioni originali dell’autore.

Vi propongo quindi qui il Rondò della “Waldstein”, nella splendida interpretazione di Claudio Arrau. E ovviamente, lo dedico a Franco…

Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare l'articolo anche qui, gli articoli precedenti qui.
Mag 262008
 

Il pianista Stefano LigorattiPrima che i dischi 33 giri entrassero in produzione, ogni radio che si rispettasse aveva tra i suoi dipendenti almeno un pianista che suonava in diretta. Ispirandosi al film premio Oscar “The Pianist” di Roman Polanski, Radio Classica ha deciso di restaurare questa tradizione e di ospitare ogni settimana un solista alla tastiera che racconta i segreti e le curiosità delle composizioni più affascinanti della storia della musica.

“Il Pianista” va in onda tutti i martedì alle 19.10 e in replica la domenica alle 16.Tra i suoi ospiti recenti, ci sono stati: Gianluca Cascioli, Mariangela Vacatello, Andrea Bacchetti, Roberto Prosseda e il compositore Giovanni Allevi.

Domani, martedì 27 maggio, alle ore 19.00, la trasmissione, condotta da Luca Ciammarughi, ospiterà Stefano Ligoratti, il nostro Direttore Artistico, che potrete quindi ascoltare in diretta nell’esecuzione della Sonata in fa min. “Appassionata” op. 57, di Ludwig Van Beethoven, nei tempi: I. Allegro assai, II. Andante con moto, III. Allegro ma non troppo. Molto interessante anche l’intervista al nostro giovane pianista, che, da compositore e Direttore d’Orchestra qual è, analizzerà la Sonata beethoveniana, mostrandone anche alcuni aspetti poco noti.

Come di consueto, la trasmissione verrà replicata anche domenica 1 giugno, alle ore 16.

In attesa del programma radiofonico, se volete vedere questo pianista in azione (link alla sua pagina web: http://www.classicaviva.com/stefanoligoratti.htm), ecco un video registrato dal vivo nel dicembre 2007, con la famosa “Ciaccona” di Bach nella trascrizione di Ferruccio Busoni (è il pezzo più scaricato dal nostro player audio, qui nella barra di destra… siamo a più di 100 download al giorno! Pensiamo quindi di farvi cosa gradita proponendovi questo video).

Bach-Busoni, Ciaccona, by Stefano Ligoratti

La musica trasmessa da Radio Classica è tratta da una discoteca ampia, varia e continuamente aggiornata, e le selezioni sono accompagnate da notizie accurate su autori, opere, esecutori. Alcune trasmissioni, poi, ruotano attorno a temi particolari, come le varie epoche della musica, le storie dei grandi direttori, i diversi strumenti; mentre specifiche rubriche annunciano con anticipo gli appuntamenti da non perdere tra concerti e festival. Per le frequenze nelle varie città d’Italia, il palinsesto, e tutte le altre info, visitate il sito: http://www.radioclassica.fm

E’ possibile ascoltare Radio Classica anche da Internet: nella barra a destra di questo post trovate i link diretti per attivare lo streaming audio, e consultare i palinsesti. Date un’occhiata alla programmazione: per gli appassionati è una delle pochissime occasioni di ascoltare bella musica e programmi interessanti (Radio Classica trasmette anche su SKY).

Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare l'articolo anche qui, gli articoli precedenti qui.