Ott 312018
 

Folgorato lo scorso anno da due concerti “intorno a Chopin” (Milano e Lucerna), sono tornato ad ascoltare Daniil Trifonov, ieri sera 30 ottobre 2018 in Sala Verdi per la Società del Quartetto di Milano. Trifonov è ormai riconosciuto come uno dei più importanti pianisti al mondo: posizione tutt’altro che facile, soprattutto in età ancor giovane, perché tale grandezza conclamata porta con sé la responsabilità di essere all’altezza del proprio mito. Ciò che colpisce molto, in questo musicista, è il fatto che egli riesca a mantenere intatta la spontaneità e la freschezza d’ispirazione che lo hanno contraddistinto fin dai debutti, senza minimamente lasciarsi rinchiudere in un “dover essere” rigidamente perfezionistico. Conservare questa naturalezza, però, richiede un lavoro impressionante: dietro alla nonchalance del pianista russo c’è senza dubbio uno studio indefesso, senza il quale non gli sarebbe certo permesso di abbandonarsi in maniera così totale al flusso musicale. Dato il suo calendario fittissimo, ci si potrebbe chiedere: quando e dove studia Trifonov? Certamente anche in pubblico, poiché è evidente che in ogni suo concerto c’è un grado di sperimentazione e di rischio tali da mettere in moto vorticosamente non soltanto le sinapsi e l’emotività del pubblico, ma anche quelle del pianista stesso. La memoria non lavora forse meglio nei momenti di più intensa emozione?

Dunque: Trifonov pianista viscerale, istintivo? Sì, ma su una base intellettuale solidissima. Basterebbe la costruzione dell’impaginato di ieri sera a farci capire quanto pensiero ci sia nelle sue scelte: a chi sarebbe venuto in mente di dedicare gran parte del programma a quei pezzi che i compositori avevano messo da parte? Trifonov ha rispolverato l’Andante favori di Beethoven, inizialmente concepito come secondo movimento della Waldstein; i Bunte Blätter di Schumann, miniature scartate come residui di trebbiatura – “pula” – e poi riassemblati dal compositore; e, sempre di Schumann, il Presto Passionato, pensato come finale della Seconda Sonata, ma poi sostituito perché ritenuto troppo complicato da Clara. Non solo: Trifonov ha attentamente pensato anche al trapasso da un lavoro all’altro, al punto che la Sonata op. 31 n. 3 di Beethoven, il cui incipit è in effetti “in medias res”, nasceva direttamente dall’Andante favori, così come il Presto Passionato nasceva dai Bunte Blätter. Collegamenti magari arbitrari a livello teorico, ma centratissimi. A chiudere il programma, l’Ottava Sonata di Prokof’ev: un mondo a sé, ma non completamente, conoscendo la profonda influenza che la musica di Beethoven e di Schumann ebbero sul russo.

Trifonov si presenta al pubblico, come suo solito, senza troppe cerimonie, rinunciando anche alla giacca in una Sala Verdi straripante (e quindi caldissima): camicia bianca e cravatta, passo svelto, inchino appena accennato. I rituali non sono affar suo, ma appena mette le mani sul pianoforte si apre un mondo: l’Andante favori, lungi da qualsiasi leziosità salottiera, diviene fin dalle prime note la rivelazione di un mondo interiore fatto di levità affettuosa  e di felicità sognata. L’approccio è più classico e solenne di quanto ci si aspetterebbe da Trifonov: eppure dietro a questa compostezza (quasi una porta d’ingresso al recital-viaggio) c’è una tenerezza e anche una fragilità emozionale (vivaddio!) che si rivela ineffabilmente nei dettagli. In una modulazione, in un colore. Trifonov non si vergogna di mettere a nudo gli aspetti più delicati ed emotivamente disarmanti di Beethoven, il che non significa necessariamente cadere in uno stucchevole sentimentalismo. 

Ma non era Beethoven! Da più di un ascoltatore ho sentito questa frase, all’intervallo o dopo il concerto. Si riferivano soprattutto alla Sonata op. 31 n. 3. Ora, cosa ‘sia’ o cosa ‘non sia’ Beethoven è tutt’altro che facile da stabilire. Che Beethoven fosse, come sosteneva Goethe, un artista “energico e concentrato” non c’è dubbio. Ma vi sono molti altri volti di Beethoven che i contemporanei rifiutavano, e che lo stesso Goethe non comprendeva: bizzarrie, stranezze, accostamenti d’umori inauditi e apparentemente insensati. Il Novecento ha spesso smussato i paradossi beethoveniani, cercando un’unità e una compattezza ammirevoli, ma talvolta a rischio di seriosità. In questa terza Sonata dell’op. 31, in particolare, sono stati spesso smussati gli aspetti comici e capricciosi, così strani in un lavoro che arriva poco dopo le parole di piombo del Testamento di Heiligenstadt. Pochi hanno pensato che il comico e l’umoristico sono l’altro lato della tragicità beethoveniana. E anche della sua proverbiale misantropia. Trifonov, elfico, fibrillante,  ostentatamente dispettoso (le appoggiature a due a due, quasi una parodia dello stile patetico), non si ferma al “grazioso” o alla gentile ironia, ma mette in scena il farsi beffe di ogni atteggiamento filisteo e ingessato. E qui sta tutta la rivoluzione beethoveniana: partire paradossalmente da Haydn (da una pulizia, da un nitore e anche da uno stile settecenteschi) per dire addio al Settecento. Un addio che è evidente anche nel Minuetto: grazioso sì, ma moderato e legato, come a rappresentare un ricordo ormai sublimato della danza del secolo precedente (ed è forse per questo che Trifonov accentua un poco la lentezza). Non è Beethoven? Chissà, ma raramente – anche nello Scherzo e nel Finale – si è sentito un Beethoven così vivo.

Il cambiamento di suono da Beethoven a Schumann bastava a farci comprendere che Trifonov non suona affatto sé stesso, ma scava profondamente nelle differenze estetiche fra i vari compositori. Il mondo ancora unitario e ben definito di Beethoven si è sgretolato nella rêverie visionaria di quei quattordici pezzetti apparentemente innocui, ma in realtà abissali, che sono i Bunte Blätter. Esiste una tradizione interpretativa russa in queste pagine poco suonate: Sviatoslav Richter, certo, e poi Youri Egorov o Mikhail Pletnev. Trifonov sembra conoscere questa tradizione, ma al contempo va oltre. Tutti i russi estremizzano un poco alcune indicazioni della partitura schumanniana (rispetto all’interpretazione di Clara Haskil, più fluente), per accentuarne le componenti nostalgiche o i raptus dionisiaci: gli “Ziemlich Langsam” (“Abbastanza lento”) si dilatano, il tono si fa profetico, i tempi di marcia sono vestigia spettrali di un eroismo ormai impossibile. In questa prospettiva, Richter conserva però una certa compattezza granitica e un’esigenza di chiarezza (la parte superiore sempre stagliatissima!) che è tutta novecentesca. Egorov accentua le inquietudini ed è sublime nel rivelare un vissuto tormentato sotto la semplicità della linea. Ma è Trifonov ad avere definitivamente il coraggio di rompere gli argini del “dover essere” (chiarezza, linearità, pianismo “sano”) per dare voce ai momenti di smarrimento, alla dimensione magmatica, fino ad arrivare al vero e proprio pulviscolo sonoro. E non lo fa tradendo il testo, ma gettando una nuova luce su molte indicazioni schumanniane: la selva di forcelle, sforzando, fp, viene letta attentamente, ma con sguardo nuovo. Trifonov è particolarmente acuto nel costruire il climax complessivo di tutto il blocco schumanniano (op. 22 compresa) “cibandosi” inizialmente di poco, evitando l’enfasi del crescendo, riflettendo sul senso agogico di molte forcelle (fin dal fa # iniziale, su cui il crescendo è di fatto impossibile). È soltanto dopo il Praeludium che fantasmi e allusioni prendono corpo in maniera più esplicita. Dal punto di vista strettamente pianistico, è miracoloso il modo in cui Trifonov fa cantare lo strumento (un Fazioli) nel piano e nel pianissimo, riuscendo a raggiungere un’intensità espressiva altissima ma evitando un’enfasi che risulterebbe inappropriata. Ma quanto lavoro c’è dietro questo abbandono, questa apparente fragilità e svagatezza, questo mutare continuo e quasi impercettibile di colore? Sicuramente tantissimo.

Inaudito è anche il modo in cui Trifonov evita che le tante ripetizioni schumanniane, soprattutto dal punto di vista ritmico, risultino tediose: anche quando abbiamo ad esempio una successione di sforzando o di accenti, il pianista non inserisce mai il pilota automatico, ma ricerca soluzioni che superino l’apparente meccanicità del discorso. Così, la Geschwindmarsch che chiude il ciclo sembra rivelarci il lato sarcastico (e quasi da danse macabre!) dello spirito cavalleresco schumanniano. Tale visionarietà ha raggiunto l’apice nel Presto Passionato, con quell’utopica indicazione pianissimo teneramente ripensata come tenerezza disperata, con continui mancamenti o, al contrario, corse sfrenate, a incarnare la confessione senza pudori di un’anima. Come avvenuto l’anno scorso nella Sonata n. 2 di Chopin, bisogna attaccarsi alla sedia. “Per fortuna non sono andato anche a Lugano a sentirlo” mi ha detto un amico “le mie coronarie non avrebbero retto”.

Nuovo, anzi antico – diceva il poeta: e possiamo dirlo di Trifonov, dopo Schumann ma anche dopo Prokof’ev. Nell’Ottava Sonata Trifonov non arriva agli scultorei fortissimi di Gilels o Richter, forse anche per struttura fisica. L’impatto tragico potrebbe apparirne un po’ affievolito, ma il pianista ha una tale capacità di visione musicale da riuscire a tramutare anche le mancanze (nessuno è senza limiti o difetti) in punti di forza. Nel caso specifico, l’intuizione di Trifonov sta nel prescindere totalmente dalla lezione interpretativa del secondo Novecento, lucida, tagliente, ai confini del cinismo, per restituirci un Prokof’ev più sfaccettato nei colori e più umano di quanto lo si dipinge solitamente. In effetti, se ascoltiamo alcuni documenti del Prokof’ev pianista, ci rendiamo conto che, pur prendendo le distanze dall’attitudine romantica, egli era molto più flessibile, morbido e duttile al pianoforte di quanto non si pensi. 

Trifonov saluta la sala, in delirio, con un bis, già eseguito lo scorso anno: il Largo dalla Sonata per violoncello e pianoforte di Chopin, nella trascrizione di Cortot. 

Luca Ciammarughi

 

 

Mar 212012
 

Locandina di presentazione del CD ClassicaViva presenta con orgoglio il proprio nuovo CD, “Violin in White”, inciso da Yulia Berinskaya e Stefano Ligoratti e dedicato alla musica russa.

L’evento-concerto si terrà
lunedì 26 marzo 2012, alle ore 21,
a Milano
presso il Teatro Politeatro
in Viale Lucania, 18

ingresso libero

nel corso della serata verranno presentati ed eseguiti dal vivo alcuni dei brani presenti nel CD.

Questo “Violin in White” fa parte di una serie di altre incisioni, che formano una collana, in cui ogni stile musicale viene associato ad un colore, da un’idea della violinista Yulia Berinskaya.

Ecco, nei dettagli,  il programma del disco:

Violin in White

Maksym Berezovsky (1745-1777)
Sonata per violino e pianoforte in Do Maggiore

 1

Allegro

4:06

2

Grave

4:15

3

Minuetto

3:30

Pyotr Ilyich Tchaikovsky (1840-1893)

4

Melodia Op. 42 n. 3

3:30

5

Valse-Scherzo Op. 34

6:11

Sergey Prokofiev (1891-1953)
Sonata per violino e pianoforte op. 94a in Re maggiore

6

Moderato

7:35

7

Presto

4:55

8

Andante

3:23

9

Allegro con brio

7:00

Sergey Prokofiev (1891-1953)
Tre scene dal balletto Romeo e Giulietta – trascriz. di D.J. Grunes

10

Montecchi e Capuleti

3:38

11

Danza delle fanciulle delle Antille

2:01

12

Maschere

2:03

Sergey Berinsky (1946-1998)
“Reminiscence” Sonata for violin and piano (1979)

13

Allegro

6:04

14

Adagietto

4:35

15

Allegretto

5:56

68:42

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Mar 272011
 

Qualche giorno fa, il nuovo sovrintendente dell’Ente lirico di Cagliari, ha presentato alla stampa il nuovo cartellone del Teatro Lirico, che prevede per i prossimi 15 e 16 Aprile, la messa in scena di “Pierino e il Lupo” di Prokofiev, affidando la parte della narrazione a Marco Carta, giovane artista cagliaritano divenuto celebre per le due vittorie consecutive di “Amici” di Maria de Filippi – laboratorio televisivo per la creazione di celebrità – e il festival di Sanremo.La notizia non è tanto “la notizia”, ma quanto che forse per la prima volta in assoluto, la presentazione del cartellone del Teatro cagliaritano, ha potuto diventare “una notizia”, e girare di giornale in giornale e di sito in sito (non ultimo uno completamente dedicato ai reality show), suscitando critiche e polemiche, ma anche accorate difese dell’onore del giovane cantante, da parte di chi ha imparato ad amare non tanto l’arte quanto “l’artista”.

Paradossalmente, però, anche chi in principio aveva guardato con sospetto all’iniziativa di Di Benedetto, che l’aveva motivata con l’intento di avvicinare i giovani e giovanissimi a Teatro e alla musica colta, ha dovuto ricredersi, visto che – dicono – i biglietti stanno andando a ruba.

Ma è davvero il modo giusto da utilizzare per invogliare le nuove generazioni a progredire nel loro avanzamento culturale? È difficile da credere, se, per allontanare il pubblico da una televisione che ormai spaccia reality show come unici prodotti culturali, si fa uso proprio di un prodotto di quel tipo, ed è difficile credere che le ragazzine urlanti, abituate a brandire telefonini come armi atte alla cattura di brandelli del “divo”, torneranno presto in Teatro, magari per ascoltare un concerto di Mendelssohn.

Per quanto assai meno elegante, parrebbe, l’intento del sovrintendente, un metodo facile per fare cassa, e per procurare un minimo di sollievo ai tanti dipendenti del Teatro che solo dopo lo sblocco dei fondi da parte del ministero, hanno potuto rientrare in possesso dei loro stipendi arretrati, dal mese di Dicembre scorso.

Tuttavia, il problema della cultura italiana, e soprattutto il problema degli Enti Lirici italiani, non era certo attribuibile alla mancanza di pubblico, per quanto forse non troppo giovane, ma alla mala gestione e al disegno politico che prevede, scientemente, l’imbarbarimento di un popolo. Per questo motivo, non si può dire ben venga Marco Carta a recitare Procofiev se ci farà fare un po’ di danaro, perché vorrebbe dire giustificare, se non avvallare, il progetto di smantellamento della cultura stessa.

Possono essere però comprensibili le parole dette col cuore in mano da un orchestrale, il quale rispondendo alla mia domanda sull’operazione di marketing compiuta dal sovrintendente, ha risposto, che in questo momento è importante per lui sapere che riceverà lo stipendio anche il mese prossimo, e senza far mistero di sentirsi “un po’ peripatetica”, di certo non scriverebbe mai sul suo curriculum di aver suonato nelle prossime due serate di “Pierino”.

Forse è proprio vero, allora, che “con la cultura non si mangia”.

Feb 092008
 

La grande MARTHA ARGERICH terrà in Italia 10 concerti, nel quarantennale della morte del suo maestro Vincenzo Scaramuzza.
Martha Argerich, icona del pianismo mondiale, torna in Italia per un ciclo di 10 concerti in cinque città (Milano, Roma, Crotone, Cagliari e Napoli) per omaggiare il suo maestro Vincenzo Scaramuzza nel quarantennale della scomparsa.

Da non perdere, assolutamente, soprattutto per i più giovani: ricordo che questa straordinaria artista vinse, nel 1957 il Concorso Busoni di Bolzano e, nel giro di poche settimane, anche il concorso pianistico di Ginevra. Non paga, nel 1965 a Varsavia, ottenne il anche Primo Premio al Concorso Pianistico Internazionale Frédéric Chopin. Credo che questa eccezionale tripletta rappresenti un caso unico nella storia del pianismo…

In attesa di ascoltarla dal vivo godiamoci, intanto, un video con un piccolo saggio della sua arte (è il leggendario inizio del terzo Concerto di Rachmaninov):

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“OMAGGIO A SCARAMUZZA”

La manifestazione, organizzata dall’Associazione Culturale Palatina Sud, nasce dalla volontà di rendere omaggio, a quarant’anni dalla morte, ad un musicista che ha creato una delle più grandi scuole pianistiche esistenti, insieme a quelle russa e francese, e che ha onorato il nostro paese tenendone altissima la sua arte pianistica.
Come protagonisti di questo omaggio sono stati scelti i due massimi rappresentanti odierni della scuola scaramuzziana, e tra i massimi esponenti del pianismo internazionale: Martha Argerich, come detto sua allieva diretta, e Nelson Goerner, allievo indiretto ( cioè allievo di allievi). Due generazioni per testimoniare la continuità ed eredità della metodologia e dell’arte trasmessa dal maestro.
Le serate saranno presentate da Simona Marchini o da Paola Saluzzi, che illustreranno il senso del progetto e la figura di Scaramuzza.

LE DATE

Milano 17 febbraio 2008Serate Musicali (fuori abbonamento)-Conservatorio: recital pianoforti (Argerich, Goerner, Hubert)

Programma: Pianisti MARTHA ARGERICH – NELSON GOERNER – EDUARDO HUBERT
W. A. MOZART: Sonata a quattro mani K 381 (Argerich-Goerner)
C. DEBUSSY: Petite Suite pour 4 mains (Hubert-Goerner)
S. RACHMANNINOV: Romance pour 6 mains (Argerich-Goerner-Hubert)
A. PIAZZOLA: 3 minutos con la realidad – Oblivion – Libertango (elaborazioni per due pianoforti di E. Hubert) (Argerich-Hubert)
A. COPLAND: Danzon Cubano per 2 pianoforti (Goerner-Hubert)
S. RACHMANINOV: Danze sinfoniche op.45 per due pianoforti (Argerich-Goerner)

Roma 22 febbraio 2008 – Auditorium: recital pianoforti (Argerich, Goerner)
Crotone 24 febbraio 2008 – Teatro Apollo: recital pianoforti (Argerich, Goerner, Hubert)
Cagliari 27-28 febbraio 2008 – Teatro Lirico: concerto con orchestra e pianoforte, Beethoven 4° (N. Goerner) e Prokofiev n. 3 (M. Argerich)
Roma 1, 3, 4 marzo 2008 – Auditorium: concerto con orchestra e pianoforte, Beethoven 4° (N. Goerner) e Ravel in sol (M. Argerich)
Milano 7 marzo 2008 – Auditorium: concerto con orchestra e pianoforte, Martucci 2° (N. Goerner) e Prokofiev n. 3 (M. Argerich)
Napoli 8 marzo 2008 – Teatro San Carlo: recital pianoforti (Argerich, Goerner, Hubert)

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