Ott 172011
 

Devi scrivere di cultura, magari fai anche della letteratura, e poi devi raccontare la musica, quella bella che ascoltiamo noi. Non è facile raccontarla, la musica, quella che si sente con l’udito ma si vive con l’anima, con gli occhi socchiusi e il respiro lento, e più passa questo nostro tempo più diventa difficile.

È difficile scrivere di cultura, perché è una cosa bella, e non abbiamo più tempo per curarcene affaticati come siamo dalla rincorsa per la sopravvivenza. Quasi nemmeno ci accorgiamo più di una luna che sorge, così arancione da poter essere confusa con Marte, di un primo fiore che sboccia fuori tempo, di un tramonto che sembra sempre uguale anche quando cambiano le nuvole e i disegni nel cielo che scurisce.

Si rischia di vivere la cultura come una dannazione, perché come per tutte le cose sai che se non sei “arrivato” fino ad oggi, non ci sarà futuro, o se ti sarà dato sarà stato solo per quell’attimo di astri favorevoli, o come dicono i semplici: per un colpo di fortuna.

Sembra non sia più tempo per le cose belle, per agili dita su un pianoforte, per la maestria di un pennello, per la penna che scorre veloce sulla carta. Pare non esser più tempo né per inventare, né per inventarsi, per riuscire di far dell’arte ricchezza, ora che della ricchezza cogliamo solo il significato più miserabile, quello che alla fine ci ha insegnato a guardare altrove, rendendoci ciechi dinnanzi alla beltà.

Eppure vivere di cultura, dovrebbe essere la cosa più facile che c’è: basterebbe tornare a credere che la cultura, l’arte e la bellezza sono vita. E chissà: forse nella prossima ci riusciremo.

Giu 142011
 

Un inchiesta dell’Espresso, racconta come il neo ministro Galan abbia sconfessato il suo predecessore, riguardo lo scempio di Pompei. Di fronte a questa notizia viene da chiedersi del resto, di tutta l’arte italiana abbandonata tra le muffe dei magazzini, dei teatri costretti a chiudere, dei musicisti che non possono suonare.

Tornano i dubbi che ci accompagnano da tempo sulle reali responsabilità del disastro culturale italiano, e che non ci fan credere che la colpa sia davvero solo e soltanto di una crisi economica che alla fine è risultata un buon alibi per lasciar andare tutti assolti. Tutti coloro che si sono molto impegnati per impoverire le menti e le sorti di un popolo da controllare, più che da governare.

Pensando all’abbandono delle arti italiane, non si può far finta di non sapere che più che l’interesse per l’arte stessa, abbia prevalso la politica tutta italiana dei “commissari straordinari“, quelle figure che in teoria avrebbero dovuto controllare lo sperpero e le emorragie di danaro degli Enti, e che a loro volta sono delle altre perdite di danaro e fonte di spreco ulteriore, per lucro o inettitudine.

L’arte è gentilezza, e con gentilezza bisognerebbe approcciarsi a Lei. L’arte dà stupore, a volte commozione, e sempre benessere. L’arte è il suono di un violino descritto da Verlaine, un marmo vivo nel viso di una statua che dà l’impressione di voler parlare. Con questo cuore, forse, se davvero l’ex ministro fosse stato un poeta, avrebbe ascoltato le voci degli artisti italiani, e guardato alle pietre che cadevano a Pompei.

Ma cosa può restare di gentile, in un paese che insegna di Priapo le esagerate fattezze di un uomo, e del Parnaso la rappresentazione della più becera volgarità?

Mar 092011
 

E anche Cinecittà galoppa verso il fallimento. Mancanza di soldi, la motivazione è sempre quella. Chiudono i librai, che si arrendono all’evidenza: nessuno compra più libri o si rivolge alla grande distribuzione, ora che i libri puoi trovarli tra uno scaffale di detersivi e uno di mangimi per animali nei supermercati. Dei teatri è inutile parlare, lo abbiamo fatto già troppe volte da quando colpevolmente ci siamo ripetuti che al teatro bisognava rinunciare, che era ormai diventata una cosa per ricchi. E i cinema hanno fatto la stessa fine, chiusi all’interno delle città commerciali capaci di riempire tutto il tempo di una giornata, con tutto quello che serve per fingere di sentirsi vivi: dai giochi per i bimbi al parrucchiere per la mamma, dai pneumatici e l’olio motore per i papà fino al panino indigesto per la cena.

La cultura paga la crisi, perché – è bene ricordare – con la cultura non si mangia. Ma sarebbe meglio non scordare neppure che la cultura paga la crisi, perché un popolo ignorante è più facilmente manovrabile.

Per prima cosa hanno scardinato la nostra cultura del tempo, quello che ritagliavamo dalle nostre vite per occuparci di noi, il pomeriggio al cinema, la sera a teatro oppure a un concerto, l’odore dei libri esposti tra i libri, polverosi ed ordinati. I quadri appesi nelle pinacoteche o nei musei, che ancora per fortuna resistono, forse solo perché i pittori sono morti e non si devono più pagare. Il tempo delle gite scolastiche che si attendevano per scappar via da casa, fumare di nascosto, ma che comunque servivano a conoscere le cose, le pietre ormai cadute, le statue senza il pene posticcio fatto riattaccare per l’estetica malata di un uomo solo. Il tempo ce lo hanno riempito con la televisione, insegnandoci che un film potevamo attendere di vederlo passare là dentro, togliendoci il gusto di dirci se almeno ci era piaciuto uscendo dalla sala, lo hanno riempito di ballerine che non si doveva faticare per seguirle nelle danze, leggere come voli di farfalle, ma bastava fissare lo sguardo nelle natiche che al massimo si agitavano riempiendo per bene tutta la visuale. I libri – anche quelli di storia – diventavano da guardare a puntate e poco importava se le immagini non erano poi così tanto fedeli alle parole che qualcuno di noi aveva avuto la fortuna di leggere. E la musica è quella che è, anche lei leggera, quella che per sentirla non devi sprecare poi troppa attenzione, non devi lasciarti trasportare. E anche qua, resiste chi ormai è arrivato, e ha un nome che non si può cancellare.

Il modo per “fargliela pagare” c’è, ed è quello di perseverare, continuando a fare musica ed insegnando ad ascoltare, scrivendo libri e dannandoci l’anima per farli leggere a chi è abituato a comprare la carta al supermercato, rifiutando di vedere esposto tra detersivi e crocchette il proprio lavoro. Tornare nei teatri che faticano dopo aver ripreso in mano il loro destino, gestiti spesso da chi in quello stesso teatro aveva mosso i primi passi d’attore o macchinista pieno di speranza e passione. L’unico modo per fargliela pagare è quello di continuare a dedicarci alla cultura, quella vera, quella che sai che ricco non ci diventerai mai, ma ogni giorno ti sentirai più utile e vivo.

Gen 142011
 

Quando ci si trova immersi a discutere di cultura, capita spesso che per quanto possano essere differenti le opinioni tra gli interlocutori, ci si ritrovi tutti d’accordo sul fatto che sia necessario tornare a fare e veicolare la cultura, quasi orfani e bisognosi d’esser circondati “dal bello” che sparisce ogni giorno di più, inghiottito dal cemento, coperto da suoni cantilenanti ed ossessivi che vorrebbero essere musica, raccontato in storielle banali che non hanno nulla da dire.

Sentiamo il profondo bisogno di essere circondati e rassicurati dalla poesia, quella universale, che non è fatta solo di parole, ma da un panorama che si colora alla sera con i raggi del sole a declinare, o con il suono di una musica soave, un’immagine appesa da qualche parte che attira il nostro sguardo mentre affaccendati ci muoviamo veloci. Ne sentiamo il bisogno, a volte, scoprendo di vivere in mezzo a tanto orrore. E anche su questo, nel mezzo di una discussione sulla cultura ci si ritrova tutti d’accordo, perché sappiamo che troppo spesso aprendo una finestra è difficile vedere il cielo; perché abbiamo nelle orecchie le musichette martellanti che ci accompagnano nei supermercati, o le immagini del fracasso continuo che imbrattano le nostre vite.

Allora ci si prova ad aumentare la platea, a coinvolgere altri nella discussione culturale e a volte si prova anche a veicolarla la cultura, utilizzando quei canali che la tecnologia ci mette a disposizione e che potrebbero davvero portare “il bello” nelle case di chiunque. Ed è là che la realtà ti riconduce a sé: promuovere e parlare di musica classica? “Oh mia cara! Tira più un libro di Vespa, che la musica classica.” E si torna al silenzio.

E noi torneremo a sederci quasi come cospiratori, a ricordare quando la Terza Pagina dei quotidiani, ci invitava a leggere i libri, quando si andavano a leggere le recensioni che riuscivano a farti sentire la musica, ti descrivevano quel quadro così bello da lasciarti desiderare di viverci dentro, o le poesie che non ti facevano rimpiangere i singhiozzi lunghi dei violini di Verlaine.

Attoniti davanti alla polemica nata per una bestemmia in TV e stupiti dalla cura con cui, la pagina cultura ci racconta di quell’attrice, che finalmente è riuscita a cancellare “Tony” dal suo polso.

Nov 182007
 

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Riprendo un post interessantissimo dal blog di Mauro Graziani, http://www.maurograziani.org/wordpress/archives/770

Si tratta di un video, realizzato con la tecnica del morphing, che mostra, sulle note della sarabanda dalla Suite no. 1 per violoncello solo di J. S. Bach, decine e decine di ritratti di donna, su un periodo storico di almeno 500 anni di arte.

Per ristorarci un poco dalle fatiche quotidiane con la bellezza… Auguro a tutti coloro che sono soli di trovare presto una compagna bella come uno dei quadri che ci vengono mostrati.

Vieni alla nostra rassegna di lezioni-concerto a Milano alla Palazzina Liberty!