Apr 142018
 

L’Orchestra UniMi, ovvero dell’Università degli Studi di Milano, è una realtà ormai consolidata: fondata nel 2000, ha una storia quasi ventennale fatta di collaborazioni con direttori e solisti di fama internazionale. La singolarità del progetto sta proprio nella capacità di mantenere l’equilibrio fra la dimensione universitaria e quella di respiro europeo: di fatto siamo di fronte a un felice ibrido, anti-convenzionale anche nella scelta di alternare sul podio (o come solisti) musicisti maturi di comprovata fama ed esperienza (fra i tanti, potremmo citare Axelroad, Oppitz, Repin, Brunello, Dindo, la Zilberstein) e giovani di grande talento. Nel concerto di martedì 10 aprile 2018, UniMi, il cui direttore musicale è Alessandro Crudele, ha deciso di scommettere su due musicisti delle nuove generazioni: Stefano Ligoratti, nella veste di direttore d’orchestra, e Francesco Granata, solista al pianoforte nel Concerto K 449 di Mozart.

Non ho mai finora parlato di Stefano Ligoratti su questo blog. Chi mi conosce, sa che suono a quattro mani con lui e che siamo amici da tempo. Stavolta però mi sono detto che non parlarne mai costituirebbe un torto ancora maggiore che fargli un’agiografia. Il lettore mi perdoni quindi se in questa recensione indulgerò ad alcune considerazioni che riguardano le mie affinità elettive con questo musicista che è tanto talentuoso quanto schivo e restio a farsi pubblicità. Ligoratti è più giovane di me, ma quando frequentavo il Conservatorio già vedevo in lui un esempio di ciò che idealmente per me il musicista sarebbe dovuto tornare ad essere: non un freddo specialista di uno strumento, ma un vero “musico” nel senso più ampio del termine. So per certo che i tanti diplomi di Stefano (pianoforte, organo, clavicembalo, direzione, composizione) non nascono da una sete di collezionismo di titoli, ma derivano con assoluta spontaneità dalle sue qualità e dalla sua passione: ho incontrato in tanti anni di attivismo concertistico pochi musicisti con un orecchio perfetto e sensibile come il suo, con la sua disarmante facilità e intelligenza, ma anche con la sua coscienza che le doti di natura non bastano, e che per un musicista c’è anche un cammino esistenziale (da un lato) e culturale (dall’altro) da compiere. Non nascondo che per un periodo, come avviene per tanti talenti, questa facilità mi è parsa perfino eccessiva, e che in una certa fase Ligoratti poteva apparire fin troppo sicuro di sé – quasi mettendosi la maschera del pianista e del direttore “da battaglia”. Ma fortunatamente la sua sfaccettata sensibilità ha avuto la meglio, e lo ha portato ripetutamente a “mettersi in crisi”: e credo non ci sia nulla di meglio, per un musicista, che ripensare se stesso e la musica costantemente, dimenticando gli “ubi consistant” dei propri successi per andare sempre oltre ciò che si è raggiunto. Di fatto, fin dall’incantato e incantevole Notturno op. 40 di Dvořák che ha aperto il programma, si è percepita la volontà del direttore d’orchestra di ricercare una morbidezza sonora e quasi un clima di sospensione e di vibrante attesa: la capacità di Ligoratti di non voler giocare anticipatamente la carta dell’enfasi espressiva è propria di un musicista già maturo, che sa creare il climax quasi “nutrendosi di poco” in modo da dare poi il giusto risalto al vero e proprio emergere del pathos. Le dinamiche, curatissime, non sono quindi fini a se stesse, ma  a un progetto complessivo, che in Ligoratti è spesso legato alla volontà di far emergere le dimensioni estreme (la rarefazione più eterea come lo scatenamento più dionisiaco), sapendo però gestire i trapassi dall’una all’altra.

La dimensione eterea ha prevalso nel Concerto K 449 di Mozart, in cui Ligoratti, lungi dall’imporre una propria unilaterale impostazione, è entrato in fruttuoso dialogo con il ventenne Francesco Granata, già enfant prodige (lo ospitai appena dodicenne a Radio Classica) e allievo di punta del Conservatorio di Milano, dove si è diplomato con tutti gli onori nel 2016 con Alfonso Chielli (è ora allievo di Benedetto Lupo a Santa Cecilia). Pur in possesso di una tecnica molto brillante e di una grande lucidità mentale, Granata ha già saputo uscire dagli standard del perfetto prodigio, mostrando una personalità molto spiccata dal punto di vista delle scelte stilistiche ed espressive. Mi verrebbe quasi da definirlo un “maestro del secondo tema” per la sua capacità di far cantare con estrema delicatezza e poesia i motivi più lirici. Con gli anni le sue intenzioni acquisiranno forse un potere persuasivo ancora maggiore, ma per il momento non gli si può chiedere di più: Granata rappresenta l’esempio perfetto del giovane musicista concentratissimo e appassionato, che cesella ogni dettaglio e vive ogni singola nota fosse la cosa più importante del mondo. C’è in lui anche qualche felice eccentricità rispetto a un panorama di pianisti talora più dimostrativi o addirittura aggressivi: certe note o accordi presi quasi dal basso verso l’alto, una certa ricerca di sfumature e di deliberate fragilità (soprattutto nel sublime Andantino) che gli fa prendere strade quasi anti-demagogiche, preferendo spesso l’intimismo alla declamazione ostentata. 

Nella seconda parte siamo tornati a est di Vienna, e per la precisione a Praga, con una prima esecuzione italiana: Sentence per 15 archi di Jiří Gemrot, brano molto complesso, soprattutto dal punto di vista timbrico: qui l’Orchestra ha mostrato duttilità e disponibilità ad affrontare capillarmente un linguaggio contemporaneo che non è mai comunque cerebrale, e che si rifà ampiamente  a compositori come Martinů, Janáček e Britten. In chiusura, la Suite per orchestra d’archi VI/2 di Janáček è emersa come un piccolo grande capolavoro: di raro ascolto, essa – seppur conclusiva – mi è parsa quasi il fulcro del concerto, nel riassumere quegli ispirati salti d’umore che caratterizzano la Mitteleuropa orientale: merito in gran parte di Ligoratti, che nei ben due “Adagio” ha saputo creare ancora una volta quel clima di sospensione del tempo e di sognante liquidità che lasciava poi repentinamente il posto a una fibrillazione e a un pathos drammatico ben emersi soprattutto nel Presto e nell’Andante conclusivo. 

Luca Ciammarughi

 

 

 

Giu 132017
 

Spesso, nel caso di artisti maturi che abbiano conservato la freschezza dei verd’anni, si parla di “eterna giovinezza”. È una retorica quasi fastidiosa, spesso nutrita da un fraintendimento della poetica pascoliana del “fanciullino”: è quasi impossibile che un musicista conservi lo stupore delle prime volte, l’incanto dei primi contatti coi suoni; e dire quindi che “suona come suonava da giovane” è tutt’altro che lusinghiero. Il musicista, come tutti, invecchia: e per fortuna. Il caso di Anne-Sophie Mutter, ascoltata ieri al Teatro alla Scala nel Concerto op. 77 di Brahms sotto la direzione di Riccardo Chailly, è esemplare: certo, la violinista tedesca, a cinquantaquattro anni, ha le energie, la bellezza e la forma fisica di una trentenne; ma il suo modo di suonare è temprato in quella disciplina e quella profonda serietà che l’hanno sempre contraddistinta. Eterna giovinezza? No, piuttosto eterna maturità, poiché matura, la Mutter, lo è stata fin dai suoi debutti: riascoltandola proprio nel Concerto di Brahms, in un’incisione ormai epocale del 1981 con Karajan sul podio dei Berliner, ci si accorge che già a diciott’anni sapeva perfettamente ciò che voleva, sia dal violino che dalla musica. Questa consapevolezza, nutrita nel tempo dal contatto con altri grandi musicisti e con un repertorio mai fossilizzatosi (si pensi alle incursioni nel Novecento di Bartók, Lutoslawski, Dutilleux, Penderecki o Rihm),  fa oggi della Mutter un’artista che non porta mai sul palco il riflesso del proprio rifulgente passato, ma che al contrario si rinnova costantemente. Non però inseguendo le mode: anzi, negandole. L’abbondanza di portamenti parla chiaro: Mutter non ha paura di riattualizzare lo stile dei violinisti d’antan. Per lei è del tutto naturale, avendo suonato fin da giovane con tale generosità espressiva: e se qualche decennio fa questa sua enfasi nei portamenti poteva apparire inattuale, oggi suona invece necessaria, in un’epoca in cui il rischio di standardizzarsi nel musically correct è sempre più elevato.

Cosa colpisce, innanzitutto, nell’attuale Brahms della Mutter? Il fraseggio. È da esso che nasce il suono, e non viceversa. Se analizziamo uno ad uno i suoni della violinista, non possiamo dire che siano l’emblema della bellezza, concepita come rotondità e pienezza: dalla platea destra, che non è certo fra i punti d’ascolto peggiori del Teatro scaligero, il suono non è particolarmente ampio. Ma è la concatenazione dei suoni a creare l’opera d’arte: con una flessibilità agogica maggiore rispetto alla gioventù, Mutter scolpisce la frase con una fantasia e una musicalità che non temono confronti. Il discorso musicale esce in tal modo da ogni routine e si caratterizza per un’imprevedibilità di tracciato che viene assecondata dalla direzione impeccabile di Riccardo Chailly. Mai in modo anarchico, ma seguendo in realtà scrupolosamente i suggerimenti espliciti o impliciti in partitura: si pensi a quel “dolce lusingando” che, per la Mutter, diventa un’occasione per sospendere la temporalità e creare l’incanto. Fin dall’incipit, inoltre, ci accorgiamo come la violinista non abbia timore di prendere alla lettera le indicazioni di articolazione: per esempio i numerosi staccati, mai ammorbiditi in un detaché, ma anzi talvolta resi con la giusta asprezza, creando così un netto contrasto con i suadenti legati.

Con il secondo movimento, la solista mostra che non sempre è neccesario essere tale: troppo spesso ascoltiamo violinisti che suonano forte anche le parti in cui accompagnano un tema affidato a uno strumento dell’orchestra; il suo violino, invece, emerge e si inabissa con una sinuosità che parte sempre dall’esigenza musicale, mai da una necessità puramente strumentale. Il tempo staccato da Chailly, rispetto a quello adottato da Karajan nell’incisione del 1981, è forse un poco troppo mosso: non tanto perché Brahms abbia scritto “Adagio” (invece che Andante), ma per «l’impianto luminoso e quasi neoclassico», come ben scrive Giorgio Pestelli nelle note di sala. Dopo i turbamenti del primo movimento, questo Adagio in fa maggiore dovrebbe suonare come una contemplazione estatica, sublimemente inespressiva. Brahms all’inizio scrive soltanto dolce. È solo con la modulazione a fa# minore che si ritorna all’espressivo, ovvero a un pathos vibrante e tutto umano: ed è infatti qui che Chailly e la Mutter mi conquistano.

Nel terzo movimento, l’indicazione “giocoso” viene presa alla lettera dal direttore milanese, come già avveniva nell’incisione realizzata con Leonidas Kavakos e l’orchestra del Gewandhaus: giocosità che però per lui non appare sinonimo di leggerezza, ma di libertà di fraseggio. “Gioco”, ancora una volta, come libertà di scolpire il discorso musicale: ecco allora che lo sforzando alla fine della terza battuta diventa un’occasione per enfatizzare un rubato “all’ungherese”. In questa dimensione, Mutter, Chailly e l’orchestra trovano un affiatamento ideale. Ma è nel bis, la Sarabanda dalla Partita BWV 1004 in re minore, che la violinista sembra esprimere con il massimo agio tutta la gamma di nuance e dinamiche che ha a disposizione fra il pianissimo e il mezzopiano, scolpendo disegnando o dipingendo a seconda dei casi: la consistenza del suono muta con il mutare del fraseggio, e in pochi minuti la violinista fa viaggiare lontanissimo la nostra immaginazione. Il suo è un violino che parla ed evoca: e cosa importa se questo Bach, vibrato e vibrante, non è in linea con la prassi  oggi dominante?

Forte delle esperienze brahmsiane al Gewandhaus, Chailly ha interpretato nella seconda parte con autorevolezza la Quarta Sinfonia: non, però, in maniera tronfia. La chiave di lettura del primo movimento, piuttosto posato nel tempo, è stata al contrario lirico-nostalgica: e se da un lato mancava il brivido di interpretazioni più mobili e internamente tese, come quella celeberrima di Kleiber, dall’altro si ammirava nel primo movimento il tono autunnale, privo di autocompiacimento, che Chailly ha saputo trovare mettendosi al servizio della partitura. Questa dimensione malinconica ed evocativa si è un poco persa nell’Andante moderato, difficilissimo da rendere nel suo spirito liederistico trasferito all’orchestra: la solennità del tema diveniva troppo estroversa. Ma esemplari sono stati il terzo e soprattutto il quarto movimento, la Passacaglia conclusiva, affrontata da orchestra e direttore con energia, passione e rigore al contempo. Questo calore mi ha fatto venire in mente la passione di Brahms per l’Italia: non ci si dimentichi infatti che il compositore tedesco venerava lo Stivale, da lui percorso in numerosi viaggi. Come ricordava l’amico Widmann, «Brahms era per abitudine un acutissimo osservatore e critico di tutte le manifestazioni della vita, ma la predilezione per tutto ciò ch’era italiano poteva talvolta renderlo cieco». Naturalmente Brahms pensava innanzitutto all’arte rinascimentale (vi è un bellissimo passaggio riguardo alla sua commozione di fronte a un quadro del Parmigianino): eppure, ricordare questo suo amore è forse importante per sfatare il luogo comune interpretativo di un Brahms univocamente teutonico.

Luca Ciammarughi

Set 092016
 

Nonostante il buio fosse calato da almeno due ore, perfino a Milano era ancora estate. Lo diceva il calendario, ma anche quella lieve indolenza e quel languore vacuo che mandava in estasi gli spiriti più inclini ad abbandonarsi e innervosiva le menti più attive. Erano le dieci di sera: Sara, Florent, Elettra e Federico uscivano dalla Scala, dove Kirill Petrenko aveva appena diretto la Bayerisches Staatsorchester nel Preludio dai Maestri cantori di Norimberga, nei Vier Letzte Lieder (con Diana Damrau) e nella Symphonia Domestica di Strauss. Federico ed Elettra aspettavano che un semaforo eternamente rosso diventasse verde, mentre Florent trascinava Sara in un azzardato attraversamento fra i clacson dei taxi. Come sempre, avrebbero passato la Galleria e, da piazza Duomo, sarebbero andati a prendere il tram 3 per tornare a casa, in Ticinese e in San Gottardo. C’era una strada più corta, ma a loro ne sarebbe servita una più lunga. A volte lunghissima.

Florent: È stato bellissimo. Ma io avrei voluto ascoltare questo concerto in inverno. Entrare intirizzito dal freddo. E poi capire se mi scaldavo davvero.

Sara: Dici per Wagner? Io trovo che per Strauss, per i Vier Letzte Lieder, non ci sia nulla di meglio della fine dell’estate. September, Im Abendrot

Florent: Ma non per come l’ha cantato la Damrau. Non era nostalgico e non aveva quella morbidezza avvolgente che ti aspetti. Ma non è una critica eh!

Sara: Quando inizi a dire “non è una critica” mi preparo al peggio.

Florent: Stavolta no. La cosa bella è che ha trovato una lettura alternativa alla solita. Il suo canto era come un disegno finissimo e cesellato in ogni dettaglio, ma al contempo c’era un fuoco sottile. Per questo dicevo che avrei voluto ascoltarla in inverno, per capire se mi scaldava veramente…

Federico: Quando avete finito con la meteorologia?

Florent: Ecco, il Dottore ora ci illustrerà tutte le differenze di metronomo nella Domestica da Clemens Krauss fino a cinque minuti fa. Abbiamo finito di vivere.

Federico: Oh, per carità, siete voi i musicisti! Io mi limito a fare del collezionismo.

Florent: Beh, come ti è sembrato?

Federico: Ci devo pensare. È straordinario. Ma Wagner l’ha attaccato velocissimo. E per la Domestica voglio riascoltare l’incisione di Maazel.

Florent: Ecco. Non siamo ancora ai metronomi, ma quasi.

Florent, ventisei anni, e Federico, trenta, erano quasi sempre agli opposti. Non si capivano, ma si rispettavano. Bastava vederli: Florent piuttosto basso, con un fisico asciutto, i capelli e gli occhi neri, la sprezzatura che aveva ereditato dalla madre francese e il sangue caldo dal padre spagnolo; Federico alto, dai capelli rossicci, portava in giro con placida nobiltà le sue membra, come se non ci fosse nulla di più rassicurante di quei dieci chili di troppo. Milanese di genitori e nonni milanesi e un po’ veneti, lavorava nella redazione di un quotidiano, pagine culturali.

Ora erano sul tram 3.

Elettra: Una signora vicino a me non faceva che dire “Ma quanto l’è brutt!”. Per me invece Petrenko è bello.

Federico: Stai scherzando spero. Con quel naso aquilino e quei capelli un po’…

Florent: …crespi? No, no, io sto con Elettra! In foto forse non sarà un granché, ma appena inizia a dirigere è bellissimo. Non pianta i piedi a gambe larghe, come fanno certi. Li muove con una musicalità incredibile. Le braccia le avete viste tutti: ha un gesto magnificamente spontaneo e al contempo curatissimo, plastico ed energico. Ma guardate anche i piedi. Non oso pensare cosa possa esserlo vederlo in un Rosenkavalier. E poi dovrebbero subito dargli un Concerto di Capodanno!

Florent, dopo essersi barcamenato fra le marchette in orchestre raffazzonate e i più bislacchi lavori part-time, recentemente era riuscito a intravedere la possibilità che i suoi sogni si avverassero: il Quartetto di cui era secondo violino aveva vinto un Concorso Internazionale di un certo rilievo. Sara, coetanea di Florent, era pianista. Non aveva forse il talento di Elettra e Florent, ma era più studiosa, ed era quella che finora aveva combinato più di tutti. Capelli biondi e occhi verdi, era bella, ma faceva di tutto per non sembrarlo: concentrata sul suo pianoforte, dalla musica antica alla contemporanea, si trascurava volutamente e schivava la mondanità. Una speciale affinità la legava a Florent, con cui condivideva un appartamento in Porta Ticinese. Forse in fondo avrebbe voluto essere come lui, portarsi un ragazzo in camera con una disinvoltura che le sarebbe mancata. Florent, in compenso, le invidiava la capacità di concentrazione, la dedizione a una missione di vita.

Sara: Bisogna ammettere che Petrenko ha un entusiasmo contagioso, elettrizzante. Un enthousiasmòs, per dirlo alla greca. Che poi sa anche contenere. Nei Vier Letzte Lieder era al servizio della Damrau. Avete sentito come tutto era lieve e al contempo trasparente, penetrante? Non ha mai coperto la voce, eppure si sentiva ogni linea. Le sfumature di piano e pianissimo all’inizio di Beim Schlafengehen! E poi l’assenza di retorica. La prima pagina di Im Abendrot fatta senza alcuna grandeur apocalittica, ma con un fluido e fatalistico scorrere, senza cercare a tutti i costi di imitare i grandi del passato ostentando sussiego spiritualeggiante…

Elettra: Secondo me era fluido per facilitare la vita alla Damrau.

Elettra, la più giovane del gruppo, aveva ventidue anni. Si tingeva i capelli sempre di colori diversi: perciò non si sapeva di che colore li avesse davvero. Stava da qualche mese con Federico. Florent e Sara non capivano come due persone così diverse potessero stare insieme, ma forse stavano insieme proprio per questo. Comunque Elettra era mezzosoprano e sperava di aprirsi una strada nel mondo della lirica. Nel frattempo, come Florent, passava da un lavoretto all’altro.

Sara: Sia quel che sia. Ma quando alla fine il testo dice <<siamo così stanchi del cammino – è così, forse, che si muore?>>, mi è sembrato che Petrenko facesse sentire quel “forse”. Non caricava ogni singola nota di chissà quale peso, come a dire “ecco, IO sono di fronte al grande mistero della Morte”, ma lasciava che le sensazioni fluissero, come se la morte fosse uno dei tanti possibili passaggi…

Florent: Hey poetessa, siamo arrivati, muoviti che dobbiamo scendere!

Sara: Sentiamoci, ci sono mille cose questi giorni, anche a MiTo. Io poi non ho ancora visto Il flauto magico, voi?

Gli altri: Nemmeno!

Federico: Pensavo di andare il 19, sarà tutto ben rodato, credo

Florent: Magari ci becchiamo là. Ormai la fermata l’abbiamo persa…

Sara: Scendiamo alla prossima e torniamo indietro a piedi. È una serata deliziosa, no?

 

Feb 222016
 

La Fondazione Orchestra Sinfonica e Coro Sinfonico di Milano Giuseppe Verdi è stata istituita nell’Aprile 2002 con lo scopo di promuovere, favorire e sostenere l’attività dell’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi e del Coro Sinfonico di Milano Giuseppe Verdi.

Il Coro sinfonico di Milano Giuseppe Verdi, fondato nel 1998 sotto la direzione musicale di Romano Gandolfi è  oggi  guidato da Erina Gambarini. Apprezzato e richiesto anche da altre importanti formazioni sinfoniche nazionali e internazionali il Coro Sinfonico è composto da 100 elementi in grado di affrontare il repertorio lirico-sinfonico, cameristico e polifonico, spaziando dal Barocco al Novecento.

Fondazione Orchestra Sinfonica e Coro Sinfonico di Milano Giuseppe Verdi

http://www.laverdi.org/italian/index.php

Piazza Tito Lucrezio Caro,1 – 20136 Milano
P.I. 11024950153
C.F. 97119590152
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Biglietteria Auditorium di Milano
Largo Gustav Mahler – Milano
da martedì a domenica dalle 14.30 alle 19.00
tel. 02.83.389.401/402/403 fax 02.83.389.300

Nov 042014
 

Concerto di NataleConcerto di Natale - Opera San Francesco - MilanoAnche quest’anno la fondazione OSF promuove l’ormai tradizionale “Concerto di Natale” per i poveri Onlus a favore dei bisognosi che si terrà

mercoledì 10 dicembre alle ore 20,30 al teatro Dal Verme.

Fondata dai Frati Cappuccini di viale Piave a Milano, la OSF non si impgna soltanto a soddisfare i bisogni priari e reali di persone in grave difficoltà, ma offre loro anche ascolto e protezione. La serata ci aiuta dunque a ricordare chi, dal 1959 è a fianco di poveri ed emarginati per garantire loro non solo un piatto caldo e un cambio d’abiti, ma anche per promuovere la dignità dell’uomo attraverso l’impegno e la solidarie; il concerto è un’occasione per tutti di aiutare per aiutareoperasanfrancesco

I protagonisti della serata saranno l’Orchestra del teatro Carlo Felice di Genova, diretta dal Maestro Alvise Casellati e al pianoforte Andrea Bacchetti, soprano Francesca Paola Geretto. Il concerto è inserito all’interno della stagione 2014/2015  “Serate Musicali” e prevede l’esecuzione di alcuni tra i brani più belli e apprezzati dal pubblico. Si tratta di un viaggio nell’Europa dei grandi compositori a cavallo tra 700 e 800 che spazierà tra Italia, Vienna e Praga sulle note di Rossini, Mozart e Dvořák.

Intervenite numerosi!

PROGRAMMA:

G. ROSSINI               
Barbiere di Siviglia – Ouverture
Barbiere di Siviglia – Cavatina di Rosina “Una voce poco fa”

W. A. MOZART         
Nozze di Figaro – Ouverture
Aria “ch’io mi scordi di te” K 505 in mi bemolle per soprano, pianoforte e orchestra

A. DVORAK               
Sinfonia n. 9 “Dal nuovo mondo”

Biglietti da 11 a 60 euroesclusa prevendita

Per informazioni e prenotazioni:

Aragorn 02 465 467 467, da lunedì a venerdì – ore 10/13 e 14/17 biglietteria@aragorn.it

altre prevendite: www.ticketone.it; www.vivaticket.it

www.aragorn.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Set 292014
 

Muti e l'Opera di Roma“Vieni, o guerriero vindice,

Vieni a gioir con noi;

Sul passo degli eroi

I lauri e i fior versiam!”

Forse, come nelle intenzioni del popolo nella celeberrima Marcia Trionfale dell’opera Aida, anche gli orchestrali dell’opera di Roma aspiravano ad un Muti complice nell’inesorabile lotta sindacalista di CGL e Fials e magari, perché no, anche in una vincita. 

È in un clima di forte polemica con i sindacati che il Maestro lascia il teatro dell’opera di Roma, rinunciando così alla direzione delle due prossime opere: l’Aida di Verdi (per l’appunto!) e Le Nozze di Figaro di Mozart.

L’addio di Muti pare abbia a che fare con le tensioni e gli scioperi nel teatro, basti pensare ai primi fatti risalenti a febbraio, in occasione della prima di Manon Lescaut: una dozzina di sindacalisti  aveva invaso il suo camerino gridando: “deve dire se lei sta con noi o contro di noi!”. Già durante la prova ante generale, l’orchestra aveva proclamato un’assemblea selvaggia e del tutto improvvisa. Il Maestro Muti aveva dovuto attendere il ritorno degli orchestrali per quasi mezz’ora.

Un altro grave fatto ha inciso sulla situazione già di per sé critica: in occasione della tournée di giugno organizzata in Giappone con il maestro Muti, è stato necessario ingaggiare 30 musicisti per sopperire alla mancanza degli orchestrali  effettivi, spalla compresa, che, presentando svariati certificati medici, si sono rifiutati di partire.

In seguito al trionfo (nonostante gli impedimenti di carattere sindacale) della rappresentazione dell’opera Manon Lescaut di febbraio, venne donata al Maestro Muti una medaglia d’oro alla cultura italiana da parte della società Italia-Argentina. In quell’occasione, il direttore ci tenne a precisare che l’Italia possiede più del 60% dei beni culturali nel mondo. La rilevanza delle sue parole sarebbe da tenere sempre in considerazione.
Il Teatro dell’Opera di Roma ha perso, oltre che un grande direttore e musicista, un notevole promotore della nostra cultura nel mondo, che invita gli italiani a convivere con essa, a mantenerla  viva e ad esserne sempre orgogliosi. Ecco il video con tutto il suo intervento, in particolare ascoltare da minuto 04.14 in poi, direttamente su youtube:

Ma torniamo ad oggi: il 25 settembre 2014 Cgil e Fials hanno convocato la stampa nella sede nazionale del sindacato per spiegare la loro verità. Ci tengono a precisare che l’orchestra è sempre stata la più legata al Maestro.

Pasquale Faillaci, rsa di Cgl, afferma: “da parte nostra c’è sempre stato un rispetto profondo e mai nessuno sciopero ha bloccato una sua rappresentazione. La verità è che l’hanno voluto estromettere”. Secondo il sindacalista, ci sarebbero state delle divergenze tra Muti e il sovrintendente Fuortes; per la rappresentazione di Aida che aprirà la stagione 2015, nonostante la richiesta del direttore di rinforzare il coro con 40 elementi in più rispetto ai 96/98 già presenti, gliene avrebbe concessi solamente 20.

Intanto si parla anche di una chiusura concreta del teatro e il Sindaco Marino afferma: “Sarebbe una decisione estrema, ma è nel novero delle possibilità. Vorrei ricordare che anche Londra e Parigi, in un momento di difficoltà, hanno chiuso i rispettivi lirici e li hanno fatti ripartire da zero, diventando poi competitivi nel mondo”. 

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Mag 162014
 

Teatro Comunale di BolognaIl  17 Marzo presso il Teatro Comunale di Bologna si è tenuta una conferenza  sulle recenti normative volte al recupero e alla ripresa delle fondazioni lirico-sinfoniche, alla quale ha partecipato il sovrintendente del teatro stesso, Francesco Ernani. Il suo intervento, dal titolo “Conoscere la liturgia dell’opera per il suo riordinamento”, è stato pubblicato sulla pagina web del “giornaledellamusica“.

Partendo dalla definizione greca di liturgia, intesa come <<servizio alla cosa pubblica>>, Ernani propone un approccio molto umano (e umanistico), in particolare riferendosi a quelli che sono i compiti di una guida competente, ovvero <<conoscere la situazione del personale che vi lavora>> e avere ben presente l'<<organizzazione del lavoro delle distinte categorie>>.

Punto cruciale della sua dissertazione risulta essere il <<fattore umano>>, l’esigenza imprescindibile di coesione e partecipazione: giustamente viene sottolineato che, soprattutto in ambito artistico, il risultato finale <<non sarà frutto della struttura gerarchizzata, bensì delle prestazioni di ciascun operatore artistico o tecnico>> coinvolto. Il teatro d’opera deve configurarsi, insomma, non come una sorta di impersonale “fabbrica”, piena di dipendenti gestiti da una struttura gerarchica in cui ognuno fa “semplicemente il suo dovere”, ma come un <<positive work place>>, un luogo di lavoro che sproni tutti e ciascuno a dare il meglio.

Particolarmente significative ho trovato le considerazioni finali, saggiamente ornate da una citazione di Gaspare Scuderi, sull’esigenza di restituire alla musica italiana il suo antico primato internazionale, stimolando, da un lato, i giovani all’interesse per la musica e garantendo, dall’altro, stabilità e continuità agli elementi che costituiscono quella realtà artistica che è la musica lirico-sinfonica: recuperare lo splendore di un patrimonio culturale in grado di garantire un confronto internazionale, <<tutelare la musica italiana in ogni settore>> e smettere di considerare l’opera come un cumulo di <<macerie da eliminare>>.

Senza dubbio le parole di Ernani sono giuste e veritiere. Cionondimeno trovo che il suo intervento sia carico in certa parte di uno spirito “demagogico” e semplicistico, tipico di questo genere di incontri (purtroppo). Poco concreta (o, semplicemente, generica), per esempio, mi è parsa la doppia questione dello stimolare i giovani e garantire, allo stesso tempo, stabilità ai  musicisti già formati.

Una considerazione rilevante da fare in questo senso riguarderebbe una più seria educazione all’ascolto musicale in ambito scolastico – anziché perdere tempo con un’approssimativa pratica di strumenti di dubbia utilità per gli studenti – cui seguirebbe, con ogni probabilità, un rinnovato interesse per la musica classica generalmente intesa.

Non meno importante sarebbe una proposta effettiva inerente la situazione degli orchestrali, categoria che viene troppo spesso ridotta a una mera classe di lavoratori – erroneamente, data la loro appartenenza all’ambito artistico, come giustamente sottolinea Ernani; tenendo in considerazione la sovrabbondanza di personale e la carenza di occasioni, ritengo valida l’idea di un notevole aumento del numero di spettacoli, che potrebbe portare anche a una maggiore diffusione della musica operistica verso un nuovo pubblico.

Non emergono, infine, nel testo di cui sopra, alcune questioni che ritengo fondamentali: non vengono menzionati né il divario tra quella che è l’attuale gestione privata dei teatri d’opera e la loro rilevanza di ordine nazionale – alle volte inneggiante a un intervento dello Stato – né un qualsivoglia modo di risolvere tale distacco; allo stesso modo non viene approfondita la necessità di maggiore esposizione, proprio in ambito internazionale, dell’opera come elemento di possibile turismo culturale – cosa compresa e sfruttata in altri stati europei.

Speriamo, dunque, che gli ottimi intenti espressi da un esperto e apprezzato sovrintendente giungano nel tempo a compimento, e attendiamo, in questo senso, di vedere quali novità ci saranno riservate.

Gabriele Giacosa

Mar 202013
 

Le musiche da film di Nicola Piovani

Il compositore sarà in concerto con l’Orchestra Sinfonica Siciliana il 22 e 23 marzo 2013 a Palermo


Nicola Piovani

Nicola Piovani – nella veste di autore di musiche da film – è il protagonista del prossimo concerto dell’Orchestra Sinfonica Siciliana in programma al Politeama Garibaldi venerdì 22 marzo alle ore 21.15.

Eccellente compositore di musiche di scena, cantate e originali pezzi da concerto e cameristici, è soprattutto nel campo delle musiche per film che Piovani ha raggiunto l’apice di una meritatissima fama, conquistando una posizione di primato internazionale grazie alla sua ricca e facile vena melodica e alla capacità di raccontare e comunicare emozioni intense, attraverso un linguaggio musicale vibratile, diversificato e mai ripetitivo.

Al Politeama Garibaldi, lo stesso Nicola Piovani dirigerà l’Orchestra Sinfonica Siciliana nell’esecuzione di quattro tra le sue più note e toccanti colonne sonore: scelta non facile, avendo musicato finora più di 150 film, collaborando felicemente con Fellini, Bellocchio, Monicelli, i fratelli Taviani, Nanni Moretti, Giuseppe Tornatore, Roberto Benigni, per citare solo gli italiani. In ascolto, dunque, Kaos di Paolo e Vittorio Taviani; La stanza del figlio, Caro diario, La messa è finita di Nanni Moretti; La vita è bella di Roberto Benigni; La luce della luna, Ginger & Fred di Federico Fellini.
Oltre allo stesso Piovani, interprete al pianoforte, il concerto sarà eseguito con la partecipazione di Ivan Gambini alla batteria e Marina Cesari al sax e Fabrizio Corona come tenore.

Il concerto replica sabato 23 marzo alle ore 17.30. Ingressi al botteghino da €18,00 a € 40,00. Riduzioni per junior, senior, enti convenzionati e possessori di carte sconto.

Giu 272012
 

 

Concerto Eroico - Orchestra ClassicaViva

Concerto Eroico-Orchestra ClassicaViva - foto di Attilio Marasco

Come da noi annunciato sui nostri siti, il giorno 24 giugno 2012, alle ore 17,30, è andato in scena, nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano, un importante e innovativo concerto sinfonico, con l’orchestra “ClassicaViva” composta da alcuni tra i migliori giovani musicisti professionisti che ancora resistono a lavorare molto precariamente nella musica, diretta da Stefano Ligoratti, che per l’occasione si è esibito, in questo concerto tutto beethoveniano, nel doppio ruolo di Direttore e di Pianista.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=OAzwo3X5ugg[/youtube]

Pubblichiamo qui un bell’articolo di Alessandro Rossi, poeta, scrittore e cantautore, che recensisce il concerto da artista colto e raffinato qual è:

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A dire quello che non si dovrebbe dire, si deve dire che fatta eccezione per pochissimi cultori della musica classica, di cui molti musicisti essi stessi, la quasi totalità del pubblico che va a sentire un concerto non è in grado di distinguere un’interpretazione dall’altra. Tantomeno un solista dall’altro e men che meno un direttore d’orchestra da un suo pari.

O meglio, è in grado certamente di leggere una differente postura, una dinamica del movimento, un ampiezza più o meno marcata del gesto per esprimere impeto o di levità contenuta per conferire morbidezza e sinuosità alle note, ma non certo per riconoscere in entrambi i casi a cosa corrisponda quel gesto in termini musicali, di scavo della partitura, di enfasi o compostezza, di calore o di algidità. Karajan dava il fortissimo solo con un maggiore affondo della bacchetta, laddove Bernstein per lo stesso attacco saltava mezzo metro sul podio, e Abbado apriva le braccia come ali di aquila in voluminosissimi gesti, e Muti si fa venire una paresi facciale per quanto strizza i muscoli del viso e fa sobbalzare la sua capigliatura, e Furtwangler si sbilanciava di 60% a destra, e Giulini manco ti accorgevi se aveva fatto l’attacco, e Baremboim tremava sul posto come una convulsione col sorriso, e Oren faceva un ruggito con il corpo in avanti, ed infine il giovane Dudamel dava lo stesso fortissimo quasi stesse per danzare una giga.

Lo stesso valga per i pianisti, quelli celebri. Conosciamo la silhouette e il tipico calpestio delle dita sui tasti quando “esagerano” o quando “spariscono”, ma sfido ad interrogare il grosso pubblico per distinguere una registrazione di Benetti Michelangeli da un CD di Pollini, una di Arrau da quella di Horowitz, a patto che non siano dei patiti pianofili o appunto dei musicisti con tutti i crismi, che allora godono come dei pazzi quando si accorgono che il suono che esce dal piano di Rubeinstein sembra accordato come un salterio e in quello di Zimmermann pare che ci siano dentro delle romantiche signore tedesche che fanno il coro amplificandone il volume ridondante e parruccone.

Questo non è che un segreto di Pulcinella, che restituerebbe in un colpo solo onore al merito dei veri intenditori, i quali dovrebbero farsi anche carico di aiutare noi zotici a comprendere su cosa porre l’orecchio quando ascoltiamo la Nona fatta da uno e quella fatta dall’altro, e perché trarne piacere o contemplazione.

Atteggiamento, questo di educare al “piacere” più che al “sapere” che il jazz ha giustamente diffuso,  contrariamente – ahinoi – alla classica.

Infatti le differenze tra uno stesso standard suonato da Thelonius Monk, Bill Evans, Harbie Hancock o Michel Petrucciani stanno tutte nella enorme libertà di fare di quel medesimo costrutto melodico più o meno tutto quello che è pensabile sul piano armonico e ritmico, all’interno di regole condivise e riconoscibili, che tuttavia vanno assimilate a fondo per essere variate o tradite. Essendo dotate di un tale margine di libertà organizzata che anche mio nonno in carriola (non proprio) al quarto ascolto mi può dire che differenza c’è tra le cifre stilistiche di un pianista jazz rispetto ad un altro, perché individua prima il tessuto improvvisativo che lo contraddistingue compositivamente e poi quello tecnico-espressivo. Certo che senza conoscere lo standard da cui sorge la variazione, apprezzare queste libertà diventa più difficile o del tutto insignificante.

Nella classica questo limite è tendente all’assoluto. Invalicabile del tutto no, ma con molto filo spinato sì, tranne per gli specialisti veri e propri.

Lo è in parte fisiologicamente, data la complessità sovrastante della partitura e della strumentazione con tutti gli annessi e connessi, come per esempio il fatto che gli slittamenti o le accentuazioni ritmiche o timbriche a volte differiscano per valori impercettibili, benché rilevanti sul piano sia accademico sia (e soprattutto) emotivo in chi ascolta. Ma è stato anche un certo snobismo accademico a non aprire mai davvero la porta al profano, aiutandone l’educazione all’ascolto, a causa di un terribile retropensiero, non detto ma attuato, secondo cui le sottili  emozioni che la classica genera non possono essere colte e godute dall’incolto. Quindi vanno taciute, e poste a far da barriera tra “noi” e “loro”. Noi chi?

Ma è solo un atto autodistruttivo, una volta tirate le somme. Se il Rock spopola e la classica langue non è solo per l’immediatezza semplificante del rock e dei sui stilemi orecchiabili: è anche per l’imbecillità settaria di istituzioni sotto naftalina che hanno considerato la musica classica, musica “colta”, da proteggere dalla barbarie, cioè da tutti quelli che non stavano nello stesso armadio loro, stracolmo di naftalina. Tale virus contagioso è molto italico. Da un lato essere degli intellettuali è motivo di vergogna e dall’altro, con misteriosa schizofrenia, tutti cercano di esserlo, solo per far sentire dei pezzenti quelli accanto.

Ergo siamo intellettuali scadenti che criticano intellettuali scadenti. Tra i giovani usciti dal conservatorio ci sono felicissime schiere di musicisti che si sono ribellati allegramente a questo orgoglio da due lire e fanno musica tout court spaziando con qualità oppure specializzandosi con altrettanta libertà di pensiero. Ma altri invece, troppi, ancora guardano con commiserazione quello che non sappia cos’è un rivolto e chi è un madrigalista ma si sentono perfettamente in pace col mondo se non sanno hanno sentito una nota di Charlie Parker, o un assolo di Jimi Hendrix o un canto devozionale di Nusràt Fateh Alikàn.

Il risultato è che ai concerti di classica in Italia l’età media è 70 anni, in Germania e Inghilterra 35. La gente che va a sentire Vasco, deve giurare di non sapere chi è Mozart, e quelli che vanno a sentire il Flauto Magico devono sottoscrivere che non andrebbero mai ad un concerto degli U2 nemmeno sotto tortura. E così gli stadi si riempono anche per cantantucoli di terz’ordine (non certo gli U2) e gli auditorium vanno verso il mutismo. I responsabili di questo sistema ignorano bellamente l’avvertimento e la lezione che dette Bernstein 40 anni fa, spiegando i Beatles con il tirare in ballo Amadeus. A noi il Wagnerismo ci ha segato le gambe, non è un caso se è il lontano e scalcagnato Venezuela ad aver fatto il piano culturale musicale più avveniristico e popolare che sia mai stato concepito, e non l’Italia, la patria della musica detta “classica”. Ci ritroveremo a fare i conti con mostri di bravura musicale nati nelle favelas di Caracas, grazie ad Josè Antonio Abrèu, laddove qui abbiamo avuto un ministro che dichiarava impunemente che “la cultura non si mangia”. Avrebbe qualcuno dovuto rispondergli che “la cultura mangia”: però mangia l’imbecillità di certi ragionieri e commercialisti della sua specie e l’ignoranza attiva come la sua e quella dei suoi compagni di potere.

Ora, tutto questo preambolo solo per dire che se c’è una cosa che la musica, classica in questo caso, può fare e potrà fare sempre è quella di suscitare emozioni, di varia natura ed intensità. Questo modulo, l’emotività, è la vera bussola. Tutto finisce lì, anche Mussorsky. Se è vero che i distinguo minuti e infinitesimi sono di pertinenza di un’elite, non lo sono certo le emozioni. Ecco che allora un concerto può forse non essere la quintessenza della filologia e del rigore esecutivo, né una lectio magistralis di un superamento interpretativo sottilissimo che fa scuola, ciononostante può far accapponare la pelle e muovere al pianto di gioia o di malinconia.

Molti storcono il naso da sempre agli eccentrici in musica, come accadde a suo tempo per Glenn Gould è poi accaduto per altri e prima di lui ad altri compositori stratosferici che oggi stanno nelle antologie di musica. Mischa Maisky è considerato da molti un ciarlatano, da altri un genio, sta di fatto che la gente fa a botte per andare ad ascoltare le suite di violoncello di Bach eseguite da lui, ventenni più che ottantenni. Non sarà un caso, nè un segno di corruzione dei tempi. Direi che Giovanni Allevi non passerà alla storia ma forse un suo fan giovanissimo che si è messo a studiare pianoforte dopo averlo ascoltato per caso e che poi studiando incontra Bach e poi diventa un innovatore eccelso e porta la sua musica ad altre orecchie emozionando altri cuori, forse lui sì. La catena degli umani funziona esattamente così, per avere un Leonardo devi spremere un secolo fino a farlo essere il Rinascimento e non di soli geni vive una civiltà.

Concerto Eroico - Orchestra ClassicaViva

Concerto Eroico - Orchestra ClassicaViva - foto di Attilio Marasco

Dunque, in forza di ciò, vale la pena di spendere due parole sul concerto che si è tenuto domenica 24 giugno alla sala Verdi del conservatorio di Milano. Un programma incentrato su Beethoven: Ouverture dell’Egmont; Concerto n. 3 op. 37 per pianoforte e orchestra; Sinfonia n. 3 op. 55 “Eroica”.

In sintesi, l’Orchestra è composta per lo più da ex allievi del Conservatorio G. Verdi di Milano, in una gamma di età che va dai diciotto ai trent’anni, che per gli standard italiani equivale a dire giovanissimi. Oltre a singoli strumentisti, l’orchestra gode di ensemble di archi che hanno partecipato nella propria interezza, dando corpo all’organico orchestrale: Le Cameriste Ambrosiane, il Quartetto Indaco, L’Arcantico Ensemble e il Quartetto Maurice.

Dirige il giovane M° Stefano Ligoratti, 26 anni. Al pianoforte, sempre Stefano Ligoratti.

L’iniziativa è frutto per intero della strepitosa esuberanza intellettuale, culturale e della passione civile di Ines Angelino, Direttore Editoriale di ClassicaViva, casa editrice e discografica votata alla ricerca e alla promozione di musicisti classici italiani da valorizzare. La quale ha voluto coniugare il sempiterno della musica di Beethoven all’ultramoderno della visione in streaming in diretta mondiale. Scommessa che ClassicaViva ha già lanciato da anni, anticipando i tempi e allineandosi alle prassi già in uso in paesi più tecnologizzati del nostro senza disdegnare i media internautici, anzi. Sfruttandoli nel modo migliore, diffondere la Bellezza oltre l’Auditorium.

L’idea dello streaming è stata tentata in Germania dai Berliner, con un risultato sorprendente sia in termini culturali che economici, oltre le più fiduciose aspettative dei suoi promotori. Oggi la diretta di concerti di musica classica in streaming è diventata una voce importante nel capitolato di entrate della prestigiosa orchestra berlinese.

Ines Angelino ha, con la sua infaticabile energia di anticipatrice solacontrotutti, scommesso e realizzato per prima questa stessa modalità di allargamento della fruizione. Perché se è vero che un intero paese, come accaduto quest’anno durante la Primavera Araba in Libia e in Egitto, può rovesciare un tiranno grazie a Internet, cosa vieta allora che possa anche far giungere alle orecchie di un pubblico molto più vasto le note di Beethoven e commuoverlo? La risposta dell’Angelino è: “nulla”

Quindi va fatto. Questo approccio si chiama ‘politica culturale’, che è cosa distinta da packaging di aria profumata. Oggi l’arte è un gesto politico per eminenza.

Eccoci perciò a domenica 24. Al Conservatorio di Milano. Nella sala Verdi.

Dove grazie al sostengo sentito e alla disponibilità reale del suo Presidente è stato possibile ascoltare un concerto di grande livello di fronte ad un pubblico di testimoni ‘dal vivo’ di una novità assoluta in ambito mediatico in Italia e al tempo stesso ascoltatori assorti nella forza del compositore più “eroico”, come eroica è la sfida dei giovani musicisti italiani che vivono a stento della propria arte, ed “Eroica” la Sinfonia con cui si chiude il programma.

Non avendo i titoli accademici o di musicofilo per citare con cognizione di causa il perchè e il per come questo concerto debba essere considerato nell’alveo dell’ eccellenza, mi limito a commentare con entusiasmo di spettatore profano ma “emotivo”, il perché è piaciuto a me, e visibilmente a tutti gli altri spettatori in sala.

Mi è piaciuto perchè mi sono dimenticato di me stesso. Ho smesso di respirare. Mi sono commosso più d’una volta. Ho avuto la sensazione che Ludwig Van fosse lì, vibrante. Ho detto, “come è bello essere vivi” e poi ho sentito la forza attrattiva della morte romantica, per subito dopo rialzarmi sorretto in volo da figure celestiali che celebrano la gioia della Vita. Perché ho invidiato i musicisti dell’orchestra, perché sarei balzato sul palco e mi sarei messo a ballare accanto al pianoforte, perché non stavo nella pelle, perché ho sentito una voglia irrefrenabile di fare la Rivoluzione, perché non sapevo che l’orecchio è l’ultimo degli organi a sentire la Musica (come non avevo capito il Messaggio di Beethoven!) poiché prima si sente coi piedi, con le scapole, con lo stomaco, con lo sterno. Prima lo sente il cuore come organo e poi come luogo figurato dell’anima.

Mi è piaciuto da impazzire. Io vorrei e dovrei dire dell’impasto del suono che per un’orchestra giovane e così poco rodata era più che buono, a tratti ottimo; vorrei dire che gli “episodi” interni alle tre storie erano scolpiti in modo chiaro, ritmicamente, timbricamente, espressivamente; vorrei dire che il dialogo tra le sezioni era distinto dove doveva esserlo e fuso dove doveva fondersi; vorrei dire che c’era musica che usciva da tutti gli sgabelli e i leggii e non solo dagli archi, dai legni e dai fiati; vorrei dire che l’ouverture dell’Egmont toglieva il fiato per freschezza e che l'”Eroica” aveva una cristallina processione di colori, e di cambi di atmosfera all’interno di quel moto binario goethiano tra maschile e femminile, cupezza e solarità, anima e animus per parlare col linguaggio della psicologia analitica; vorrei dire – come la signora cotonata accanto a me che ne sa meno di un bagarino di musica classica ma atteggiandosi proferiva solenne – “Beethoven è sempre Beethoven!”;  e lo direi anch’io, perché non c’è verità più palese, per quanto ovvia, in quel momento di totale rimbambimento sensoriale dentro quella nebulosa di grandiosità contrastanti.

Ma non lo dico, non come dovrei e vorrei. Perchè una cosa devo assolutamente dire, devo dire. “Io c’ero”.

Poche volte in una vita di spettatore si può dire con sincerità questa frase.

L’ho detta la prima volta che ho visto “The Tempest, di P. Brook” o l’ultima replica di Eduardo quando avevo quattro anni al Teatro Manzoni di Milano, o un concerto d’organo di Bach di Gustav Leonardt e poi in altre rarissime occasioni che si incidono nella carne come esperienze che ci cambiano, non necessariamente perché sono oggettivamente sublimi, piuttosto perché catalizzano il senso del sublime soggettivo in un unico luogo e in un unico tempo, l’assoluto presente dell’esecuzione. E quel sublime rapisce tutti i presenti. Chi ha avuto la fortuna di vedere Totò a teatro nei primi anni (un certo Fellini) racconta di quel magnetismo ineffabile che paralizza. Lo stesso se si assiste da vicino alla performance di un campione olimpionico, ci si stente schiacciati e poi lanciati in ria come razzi senza gravità e poi si rimane storditi in un misto di perdita di recinzione dell’io e di opposto processo di identificazione totale con qualcosa di altro da noi stessi.

Ecco, il concerto di domenica era uno di quei “io c’ero” anche se non c’era Karajan a dirigerlo sul podio e Karl Bohm a suonarlo al pianoforte.

E allora la domanda sorge spontanea: “E come è possibile?”

E’ possibile perché questo esser-ci di domenica era l’aver avuto il privilegio di assistere alla prima esibizione di tale proporzione in veste di Direttore d’orchestra e di Solista al pianoforte, da parte di Stefano Ligoratti.

Stefano Ligoratti in concerto

Stefano Ligoratti in concerto - foto di Attilio Marasco

Oggi la mia affermazione è passibile della critica di un’esagerazione da incompentente, ma io non la temo, anzi vi sfido, perchè questa verità sta scritta nel futuro e non nell’oggi. Ne riparleremo tra quindici o vent’anni, se io vaneggio o sono semmai parco nel dire che Stefano Ligoratti è un musicista di stazza monumentale, di livello internazionale e non perché è stato prodigioso il suo curriculum di studi musicali (sei lauree già prese a 24 anni!) quanto invece perché, a 26,  è già arrivato ad una sintesi elaborata del materiale sonoro, che tratta con doviziosa cura e nessuna superflua imbastitura. Ne ha coscienza piena, lo governa quel materiale, lo scolpisce, lo modula, gli dà un suo andamento specifico senza doversi atteggiare mai da enfant prodige che vezzeggia il pubblico con virtuosismo di maniera. Quando mette le dita sul pianoforte non c’è tecnica pianistica, c’è musica, lui la ascolta più che suonarla, la ascolta mentre i tasti la producono. E si dirige da solo mentre suona, estraniandosi da se stesso, se è possibile, con la stessa severa intensità che richiede – e riesce a tirar fuori – ai suoi giovani strumentisti.

Ligoratti diventa un orchestrale quando fa il solista, perchè si sposa liturgicamente alla musica e si mette al suo servizio, non sottomettendola al suo capriccio di vanità semmai sottomettendo se stesso alla Necessità che è insita in ogni singola battuta di Beethoven.

Ligoratti è maturo, raramente maturo, maturo per le grandi orchestre e i teatri prestigiosi. E non arrivano a mazzi talenti come il suo, in questo paese di invidiosi qualcuno dovrebbe accorgersene in tempo prima che si risolva per andare all’estero e dargli ora, qui da noi, la possibilità di portare a cesellamento e approfondimento e divulgazione questa risorsa incredibile di cui gode questo ragazzo. Come prima cosa non copia i grandi del passato, però riesce dove oggi riesce solo Baremboim è credibile, pienamente e simultaneamente nelle vesti di direttore d’orchestra del concerto che esegue come solista.

Anche Baremboim ha fatto storcere il naso in passato per questo suo apparente delirio di onnipotenza, salvo poi farglielo raddrizzare quando questa anomalia ha dato prova di essere una virtù naturale effettiva e non una chimera autocelebrativa da baraccone. Per nostra fortuna a giudicare il vero portato di quel narcisismo sono quelli che ascoltandolo ne rimangono turbati, affascinati, innamorati e non gli storcitori di naso.

Stefano Ligoratti Pianista e Direttore nel Concerto "Eroico"

Stefano Ligoratti Pianista e Direttore nel Concerto "Eroico" - foto di Attilio Marasco

Ligoratti nel concerto numero 3 fa venire i brividi. Andate a vedere le esecuzioni celebri di questo concerto su you tube, ve ne sono alcune immense, e ditemi se esagero nel dire che Ligoratti possiede un grado di consapevolezza strumentale e d’insieme che non teme paragoni celebri, fatte le debite proporzioni dovute all’età.

A chi ne ha seguito gli avanzamenti a partire dal suo diploma in pianoforte (cui si aggiunge quello in clavicembalo, organo, composizione e direzione d’orchestra, solo per darvi un’idea del lavoro che c’è dietro un vero talento!) fino alle sue più recenti incisioni, appare evidente che il cimento recente con la direzione cameristica da un lato e l’esecuzione di repertorio novecentesco russo gli hanno fatto fare un salto di qualità spaventoso. La straordinaria esecuzione dal vivo della Sonata di Berinsky per violino e pianoforte in particolare, e più segnatamente proprio lo studio meticoloso di quelle temperature di colore tipiche di quella tradizione, cioè la ruggine, l’impeto appassionato, la rabbia rivoluzionaria, la melancolia della steppa, la condizione di esuli dentro, l’introspezione psicologica portata ad un intimismo sconosciuto al di qua dei Balcani, hanno estratto da Ligoratti, come da un cava ancora intatta, una quantità di pietre preziose, in una gamma che il repertorio classico e romantico per loro natura non richiedono di sondare e portare a raffinazione. Questa esplosione espressiva e di maturazione pianistica deve molto, a mio avviso, alla sua partner al violino Yulia Berinskaya che proprio per essere, oltre che una violinista straordinaria,  anche artista ispirata e conoscitrice al dettaglio di quel repertorio della sua terra d’origine, lo ha sollecitato con tirannica dolcezza all’estrazione del tesoro nascosto sotto la pietra dura. C’è un prima e un dopo in Ligoratti, il punto di passaggio è quello, pertanto l’estensione massima in senso tonale, timbrico, espressivo, tecnico, la somma tra la capacità di abbandonarsi completamente, direi di arrendersi alla prepotenza dei suoni, pur esercitando un controllo assoluto sull’esecuzione sono alcuni dei risultati più eclatanti, frutto di una crescita che avviene in una dimensione spirituale dell’artista e che viene trasmessa alle dita e non viceversa.

Ora sembra affondare le mani sulla partitura come non potrebbe fare sui tasti, e mentre suona fa corpo d’assieme con l’orchestra senza staccarsene mai anche quando essa tace. E’ ragionevole immaginare che i maestri dell’orchestra abbiano una temperatura di partecipazione emotiva diversa quando colui che li dirige è in gioco tanto quanto e molto più di loro, suonando egli in prima persona. Come una barca a vela in piena mareggiata, l’orchestra sa che il timoniere è al comando di tutti loro ma allo stesso tempo dipende da tutti loro, perciò solo uniti ci si salva; è la massima implicita in ogni marinaio d’altura. Se Ligoratti gode di quel rispetto presso l’orchestra non è certo per una qualche allure che lo circonda nel suo andamento senza età, faccia di un bambino, sguardo di un uomo maturo quasi anziano, fisico da maratoneta del libro, compassato. Sorridente. Educato. Nessuna vanagloria. Per qualcuno dovrà forse essere il suo understatement da ragazzo di provincia a far breccia sui suoi colleghi e di conseguenza a diminuirne l’impatto presso chi guarda le apparenze, e non la sostanza, i soliti critici e rappresentanti istituzionali conservatori e conservatoriali. Ma quel carisma, il Carisma in generale, non viene recepito dagli altri tanto facilmente, se non c’è. A buon mercato non si ottiene nessuna ammirazione in ambito classico dai propri colleghi, c’è l’ostacolo dell’invidia o dell’italiota pettegolezzo al ribasso nei confronti di chi vanta numeri eccezionali. Su Stefano Bollani si è detto il peggio finché Chailly non lo ha invitato a suonare con la sua orchestra con tanto di frack. E gli stessi detrattori fino a cinque minuti prima, che discettavano sull’involgarimento del pianismo pseudo classico, solo perché il nostro jazzista mondiale si permetteva di passare da Chopin a un jingle pubblicitario a uno swing di Duke Ellington per mostrarne le influenze e le derivazioni per similitudine, proprio gli stessi, hanno spianato tappeti rosso fuoco promuovendolo all’improvvis,o appena qualche Nome lo ha definito un genio, un talento, un pianista sopraffino a 360°, e un musicista in senso ecumenico.

Ci sono giovani egregi direttori in giro per il mondo, che aggregano un po’ troppo per il loro bel trequarti sulla copertina di Vogue e un po’ poco per il loro reale piglio sul podio o lo spessore di analisi e di resa di una partitura sinfonica o operistica. Lo star system dove può fagocita il giovane talentuoso e lo spreme prima ancora che arrivi ad un termine di solidità e personalità musicale.

Speriamo che Ligoratti possa continuare a restare così giustamente ragazzo qual’è, venendo valutato per la densità insita in ogni suo atto musicale e mai per il suo look in senso lato. Parlare dell’Egmont o dell’Eroica che ha diretto egregiamente è secondario proprio perché dirigere e suonare il n. 3 di Beethoven al pianoforte polarizza su di sé ogni altro impiego di forze. Lì abbiamo visto scomparire tutti la persona fisica e siamo stati travolti dalla musica.

Ma se poi uno volesse sapere qualcosa di più, direi: andate a vedere sulla registrazione audio e video disponibile su youtube, qui sopra in questo stesso oarticolo, o direttamente qui http://youtu.be/OAzwo3X5ugg, come sottolinea gli abbellimenti con un senso e come tiene i trilli nella loro funzione di annunciatori o di sospensioni, andate ad ascoltare come cambia registro il pianoforte da un flessuoso e voluottuoso romanticheggiare da chiaro di luna, per cedere poi il passo ad un funesto scroscio di temporale che fa ululare le corde basse e poi a un frasegggio fugato, martellato, quasi soffocato, che contrappunta coi fiati prima e con gli archi poi. L’alternarsi di colori su quel pianoforte non produce mai il distacco percettivo tra lui e gli altri, li accorpa i rispettivi habitat sensoriali. Si vede che Ligoratti ha speso tanto tempo sulle partiture di Bach, perché la ricerca della distinzione dei piani contrappuntistici lo rende incline a marcare il parallelismo e le convergenze melodiche anche sotto il piano dei colori diversi affidati a sezioni diverse, sacrificando – se è il caso – l’armonizzazione orchestrale con il preciso intento di non portare mai ad un suono indistinto ed indistinguibile l’orchestra. L’unione dei contrari, diversi ma insieme, fa da collante, anziché il sinfonismo in quanto massa acustica.

Ascoltando le grandi interpretazioni di questo meraviglioso concerto, vi renderete subito conto, che il primo elemento caratterizzante è il tactus, il secondo sono gli stiramenti temporali all’interno, poi il rilievo che ha una sezione sull’altra nel susseguirsi dei fraseggi, i picchi dinamici e la qualità timbrica nel suo insieme. Poi c’è il quid pluris: quale sia il processo che lo generi, da cosa sia composto, come venga costruito questo di più è un’operazione possibile solo parzialmente, poiché quel di più sale sulle spalle dell”architettura complessiva e poi spicca un balzo in avanti e in alto, ma è più della somma delle sue parti. Domenica pomeriggio, c’era il quid pluris, ed era un quis pluris, un chi non un cosa. Era Stefano Ligoratti, che ha permesso ad una sala di spettatori di vedere l’esordio di un grandissimo della musica che ha fatto la sua prima vera apparizione a pieno regime di tutte le sue qualità. Le sue movenze durante la direzione hanno una propria cifra gestuale, non si riesce a ricondurlo ad un Celeberrimo Direttore, ma per gli amanti della mimica dirò che dirige con tutto il corpo. Usa molto la testa per dare gli attacchi alle sezioni laterali, non alza i gomiti, non allarga troppo le braccia, non spinge mai al limite il traballamento dionisiaco di tutto il corpo di alcuni direttori del passato. Tende ad una gestualità composta in avanti, una propensione agli spostamenti laterali del busto con angoli di 30° quando marca l’accento di uno staccato o di un ritmo sincopato, usa il dorso della mano disegnando volute circolari davanti e di fianco a sé quando richiede dagli archi il cantabile. Ma se deve prendere a picconate gli ammassi acustici per scolpirli, allora lo vedrete aggredire il gesto come stesse usando un fioretto per infilzare qualcosa o qualcuno.

Divarica leggermente le gambe quando la solennità di una marcia richiede un peso specifico maggiorato di approccio allo strumento. Non lascia mai sola l’orchestra, anticipa solo gli attacchi più imperiosi e improvvisi, i restanti li segnala sul ritmo e non trascina l’orchestra a forza richiamando l’attenzione di continuo su di sé. Si fida dell’orchestra e perciò la accompagna nel suo corso naturale: quando è lei che tratteggia il cammino linearmente, lui interviene con nettezza e autorità solo dove è indispensabile enfatizzare uno scenario sonoro diverso, difficile, imprevisto, carico o lievissimo. Questo porta la nave ad attraversare la tempesta e la conduce oltre la tempesta, in porto, facendola tuttavia dondolare tra i flutti senza scuffiare, con una grazia insolita e divertita.

Ci aguriamo che i conservatoriali conservatorianti ingessati, fossero in quella sala. Poco persuasi in generale della versatilità di un artista, in nome di un puro tecnicismo specializzato avulso dalla musicalità totale, vogliamo sperare che abbiano avuto la risposta ai loro maldistomaco teologici, percependo come me, nella mia presuntuosa “ignoranza attiva” (Goethe), di avere loro assistito a qualcosa di altissimo, qualcosa che un domani ci potrà far dire compiaciuti: “io c’ero”. Oggi però dobbiamo solo dire “leviamoci il cappello…!”

 

Dic 222011
 

PROVA APERTA DIRETTA DA ESA-PEKKA SALONEN A FAVORE DI OBM ONLUS

Domenica 5 febbraio 2012, alle ore 20, l’orchestra suonerà sotto la direzione del Maestro Esa-Pekka Salonen sul palco del Piermarini, a sostegno di OBM Ospedale dei Bambini Milano – Buzzi Onlus.

Con il critico musicale Angelo Foletto, il Maestro Salonen introdurrà la prova guidando il pubblico alla scoperta dei brani in programma: Una notte sul monte Calvo di Musorgskij, il Concerto per violino e orchestra di Salonen, con la partecipazione della violinista Leila Josefowicz, e Le sacre du printemps di Stravinskij.

Oltre a rappresentare un’importante opportunità per assistere a prezzi contenuti e in anteprima alla messa a punto di un grande concerto, le Prove Aperte costituiscono anche una concreta occasione di solidarietà: l’intero ricavato di questa prima serata, infatti, sarà devoluto a favore di OBM Ospedale dei Bambini Milano – Buzzi Onlus per il miglioramento dell’assistenza offerta a bambini, donne e famiglie che si rivolgono all’Ospedale.

La Filarmonica della Scala, in collaborazione con il Main Partner UniCredit e con UniCredit Foundation, rinnova dunque il tradizionale sostegno nei confronti delle associazioni non profit, offrendo la possibilità di organizzare alcune Prove Aperte dei concerti in programma per il 2011/2012, stagione che segna il trentesimo anniversario della Filarmonica della Scala.

Quest’anno l’iniziativa  è rivolta a enti milanesi che si occupano di infanzia, per contribuire ad aiutare bambini in difficoltà e per lanciare un messaggio di sensibilizzazione su questa urgenza sociale. Il calendario delle Prove Aperte prosegue fino a maggio con altri tre appuntamenti in favore di altrettante associazioni: CasAmica onlus (domenica 1 aprile),  Bambinisenzasbarre onlus (sabato 21 aprile), Cooperativa Comin (domenica 6 maggio).

Biglietti: da 5 a 35 euro (esclusi i diritti di prevendita)

Vieni alla nostra rassegna di lezioni-concerto a Milano alla Palazzina Liberty!