Ott 182018
 

«In quest’opera c’è abbastanza musica per scriverne dieci», disse André Campra a proposito di Hippolyte et Aricie di Rameau. «In questo concerto c’è abbastanza musica per farne dieci» verrebbe da dire della serata al LAC di Lugano con Kirill Petrenko alla guida della Bayerisches Staatsorchester, di cui è direttore stabile dal 2013. Concerto per violino di Schönberg con Patricia Kopatchinskaja e Seconda Sinfonia di Brahms: programma non certo nazional-popolare, che Petrenko ha diretto solo a Lugano e in stagione a Monaco di Baviera. Niente tournée, one-shot.
Sarà una banalità, ma ancor prima che il concerto inizi, leggendo il curriculum di Petrenko sul programma di sala, rimango colpito: il direttore russo formatosi in Austria per prima cosa dice con chi ha studiato (lo sloveno Uroš Lajovic, a Vienna) e soltanto verso la fine – quasi en passant – afferma di essere stato scelto come nuovo direttore musicale dai Berliner Philharmoniker. Il messaggio è abbastanza chiaro: pochi fronzoli, gratitudine per i maestri, concezione artigianale. Il personaggio appare privo di tracotanza, ma sul podio ha una forza dionisiaca e un potere psicagogico devastanti. Petrenko è restio a interviste e a dischi: la sua “aura” è tutta concentrata nel momento del concerto. Non so fino a che punto tali sue scelte siano sottilmente studiate, ma è certo che questo “basso profilo” appare oggi estremante originale, forse unico.
Sebbene il Concerto per violino di Schönberg non sia fra i miei prediletti (rispetto, per esempio, a Berg o Stravinsky), Kopatchinskaja e Petrenko sono riusciti a far sì che questa musica mi parlasse. Sono questi i momenti in cui ti accorgi che l’interpretazione ha un ruolo determinante nel ridare vita all’opera d’arte. Quando un ebreo vuole fare un complimento a un violinista, non gli dice “tu suoni bene il violino”, ma “parli bene il violino”: ed è questa dimensione parlante, in cui l’espressionismo viene raggiunto portando al limite estremo la “dizione” (sussurri e grida e tutto ciò che vi sta in mezzo), ad animare il gioco violinistico. Schönberg scrisse questo lavoro mentre era in fuga dall’Europa nazista, diretto negli Stati Uniti: il senso di spaesamento, di tragedia, emerge completamente, ma vi è anche una sorta di eccitazione trasgressiva e di apertura al futuro, che Kopatchinskaja e Petrenko colgono appieno. La violinista, dopo grandi acclamazioni del pubblico, concede due bis, suonati insieme a professori d’orchestra: la Bavarian Dance di Jörg Widmann, insieme al violoncello, e un adattamento per clarinetto e violino di un movimento da un Trio di Milhaud. A qualcuno potrà apparire un po’ trasgressiva in certe scelte (come il suonare a piedi nudi, seppur coperti da un lungo abito bianco), ma la sua libertà ha chiare radici in una preparazione tecnica e musicale stratosferica. Essere liberi in modo convincente è sempre più difficile che fare un compito.
La Seconda Sinfonia di Brahms ci dà una fotografia del meraviglioso paradosso incarnato da Petrenko: artigiano inappuntabile e rivoluzionario. La sua originalità non è mai ricercata forzatamente, ma chiaramente raggiunta per necessità interiore. Il gesto è mobilissimo e coglie ogni minimo dettaglio con una chiarezza quasi disumana: la lucidità, però, si accompagna anche all’impressione che ognuno di quei gesti infinitesimali sia autenticamente vissuto, mai automatico. Questa pienezza del sentire, questa energia interiore che pare inesauribile, conferiscono una misteriosa unità a un discorso che in realtà è tutt’altro che monolitico, dato che Petrenko agisce continuamente non soltanto sui cambiamenti timbrici e dinamici, ma anche agogici.
Quando scrisse la Seconda Sinfonia, Brahms aveva 54 anni: era dunque nella piena maturità. Era tuttavia un uomo ancora estremamente energico e tutt’altro che ripiegato. L’immaginario collettivo coglie nell’amburghese una sorta di nostalgico crepuscolarismo, che talvolta, accanto all’idea di una di una burbera solidità anseatica, ha limitato la visione degli interpreti. Brahms non è soltanto il pensatore con la testa fra le mani: è anche l’uomo che fa folli corse nella natura, che viaggia a piedi in Italia, che mette la rinascimentale “Madonna col bambino” del Parmigianino in cima alle sue predilezioni pittoriche, che prepara la prima edizione delle Pièces de clavecin di François Couperin. Privilegiando il disegno e la linea, ma soprattutto evitando tempi elefantiaci senza perciò rinunciare alla grandeur sonora, Petrenko ci restituisce questa musica con una vitalità inusuale. In qualche momento (Adagio ma non troppo) si può forse cogliere una certa tendenza all’ipercinesi, eppure non c’è mai un’impressione di fretta o di ansia, perché la naturalezza del gesto infonde respiro anche nei momenti più fibrillanti.  Ed è seguito perfettamente dalla “sua” orchestra, una compagine notevolissima, soprattutto per spirito e coinvolgimento. Già Carlos Kleiber, forse in polemica con i Munchner di Celibidache, affermava che «nessun altro suona con l’allegria, l’audacia e l’animazione di questa orchestra».
Il pubblico, con una cospicua presenza di giovani in balconata, va in delirio. Petrenko non sarà un divo, ma un dominatore certamente sì. Il suo stringendo finale, con un inatteso ritardando soltanto sulle ultime due note, è l’espediente retorico di chi ne sa una più del diavolo. La “quarta parete” è abbattuta e c’è anche chi chiosa sull’aspetto fisico: “Bello non è bello, ma in questi momenti diventa fighissimo”.

Luca Ciammarughi

 

Gen 082017
 

Questo pomeriggio, al bellissimo LAC di Lugano, si è tenuto uno dei due concerti che hanno segnato il ritorno all’attività dell’Orchestra Mozart nel suo organico completo (l’altro era a Bologna, il 6 gennaio). La compagine fondata da Claudio Abbado, e da lui diretta per dieci anni, aveva sospeso nel 2014 la sua attività. Questa ripresa ha un valore storico: per la prima volta, che io sappia, un’orchestra torna in vita dopo tre anni di morte confermata, e lo fa in modo economicamente indipendente, sostenuta direttamente dai cittadini e dagli artisti.

La “Mozart”, nei primi anni di vita, aveva affrontato con Abbado moltissimi lavori del genio salisburghese di cui porta il nome: spesso in maniera nuova per un’orchestra sinfonica, approfondendo la prassi storicamente informata, alleggerendo certe pesantezze di tradizione e lavorando sulla varietà dell’articolazione (anche grazie alla collaborazione con musicisti come Giuliano Carmignola, con cui ha inciso tutti i Concerti per violino di Mozart). Col tempo, però, il repertorio si era andato ampliando, estendendosi ben oltre il Settecento: si pensi alla Sinfonia n. 2 di Schumann, in cui Abbado, proprio alla guida di quest’orchestra, aveva attuato un processo di affinamento e ricerca inesausta. Parlando con i musicisti dell’orchestra, mi sono reso conto che la ricerca di Abbado non era mai volta alla definizione di un dogma stilistico: era anzi basata proprio sull’assenza di dogmi. Ogni serata era diversa. E a distanza di uno, due, cinque, dieci anni, una Sinfonia interpretata precedentemente poteva mutare radicalmente, come se “interpretare” significasse innanzitutto “mettersi in discussione”, non dare mai nulla per definitivo. In questo senso, il lavoro di Abbado poteva essere quasi maniacale: non, però, nel senso di un perfezionismo sterile, ma nel cercare di comprendere a fondo, e sempre di nuovo, le ragioni di una partitura.

Bernard Haitink, che ha diretto i due concerti della rentrée, è perfetto per traghettare la Mozart verso nuovi lidi e una nuova vita, che auspichiamo lunga e felice. Pensiamo al suo Beethoven con la Chamber Orchestra of Europe, spogliato di molte pesantezze e privo di toni troppo enfatici, in maniera simile a quanto fatto da Abbado con la Mozart. E, soprattutto, Haitink possiede una serenità e una calma interiore che gli permettono di lavorare con un’orchestra come la Mozart senza snaturarne le caratteristiche: l’impressione era quella di un organismo che ‘suonasse da sé’, semplicemente accompagnato magistralmente e affettuosamente nel suo percorso dal gesto chiaro ed essenziale del direttore. Così è avvenuto nell’Ouverture da Egmont op. 84 di Beethoven, in cui la Mozart ha dato prova di un mix irresistibile di slancio e precisione, ricchezza sonora e nitidezza, leggibilità delle linee interne e compattezza dell’insieme. I musicisti di questa orchestra sembrano davvero aver trovato la pietra filosofale: sono tutti solisti (senza un minimo accenno di svogliatezza, dal primo all’ultimo leggio), ma al contempo sono perfettamente fusi in un tutt’uno. La visione di Haitink, solenne e nobile, era lontana da qualsiasi ricerca di originalità forzata: sostanzialmente nel solco della tradizione (cosa che non è, di per sé, un difetto), colpiva soprattutto per la capacità di creare climax progressivi e per l’ampiezza dello spettro dinamico.

Haitink ha una confidenza pluridecennale con il Concerto per violino op. 61 di Beethoven: ricordiamo, a livello discografico, le due incisioni degli anni ’70 con l’Orchestra del Concertgebouw di Amsterdam (entrambe splendide, con i solisti Hermann Krebbers e Henryk Szeryng) e quella più recente, all’inizio del nuovo millennio, con Frank Peter Zimmermann e la Staatskapelle Dresden. Già ascoltando queste incisioni, ci si rende conto di qualche cambiamento nella visione complessiva: l’incisione con Zimmermann è sensibilmente più agile di quelle con Krebbers e Szeryng (a partire dal primo movimento, pensato quasi in due). L’immagine monolitica del Beethoven eroico cede il posto a una maggiore fluidità. Eppure, Haitink conserva sempre una propensione alla rotondità del suono, un profondo amore per il legato, senza eccessi di omogeneità: al punto che riesce a trascinare in questa sua ampia morbidezza anche un violinista di adamantina brillantezza come Zimmermann. A Lugano, come a Bologna, la solista è stata Isabelle Faust: scelta non casuale, dato il suo profondo rapporto artistico con Abbado. Haitink e Faust hanno trovato un accordo molto convincente, eppure qualche divergenza di sensibilità filtrava: la violinista, piuttosto intransigente nel suo vibrato parco, nell’assenza di qualsiasi accentuazione sentimentale, in un’asciuttezza che in qualche passaggio rischiava perfino di lasciarci a pane ed acqua (un pane e un’acqua di una qualità straordinaria, sia chiaro), appariva un poco algida rispetto alle meravigliose sonorità che l’orchestra le porgeva. Faust, nella sua perfezione sonora, è a un passo dall’apollineo, ma sembra mancarle uno scalino: quello della liquidità estatica, dello stato di grazia disarmato e disarmante. Più facile a dirsi che a farsi: e infatti io penso che questo Concerto, che tecnicamente non appare certo insormontabile, sia in realtà il più difficile del repertorio violinistico (a partire dalla prima frase, quasi utopistica, a meno che non si pensi a Christian Ferras). Faust ha al contempo eleganza e grinta: ma le sue ricercatezze sembrano a volte più basate sulla sensazione che sul sentimento. Filosoficamente, diremmo: più Hume che Schelling. Perciò, mi sembra interprete più settecentesca che ottocentesca. Mentre Haitink, con disarmante semplicità, fa respirare l’orchestra, concentrandosi più sul sentimento generale che sul singolo effetto. Ho l’impressione che la scelta di tempo del Larghetto, piuttosto mosso, sia legata a una volontà della violinista: l’idea è quella di un Beethoven anti-sacerdotale, il cui discorso fluisce con naturalezza. Eppure, riascoltando le passate incisioni di Haitink, ma anche altre interpretazioni, sono convinto che questo Larghetto debba essere davvero tale, ovvero un po’ più mosso di un Largo ma anche più calmo di un Adagio: per quanto si voglia togliere ogni stantio alone mistico, senza un certo senso di sublime stasi metafisica queste pagine rischiano di scorrere fin troppo facilmente (mi sovvengono le parole di Sinopoli che, in una prova con l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, sussurrava alla spalla: “Peppino, in otto”). Assai diverso il discorso per il terzo movimento: Isabelle Faust dà qui il meglio di sé, perché dall’apollineo si ritorna a una danza più umana, a cui la violinista dà il giusto carattere campestre senza però mai scadere nel volgare (cosa assai difficile, come lo è nel rustico finale del Concerto n. 2 per pianoforte). Nel Rondo, la solista e l’orchestra mostrano una possanza e al contempo una plasticità più uniche che rare: la musica vola, senza però dare mai l’impressione di fretta o superficialità. La violinista sottolinea con gusto gli aspetti giocosi e umoristici della partitura, che poi si proiettano nel godibile bis settecentesco (non a caso) di carattere folk: l’Amusement di Louis-Gabriel Guillemain.

Nella seconda parte, con la Sinfonia n. 3 “Renana” di Schumann, la Mozart ha confermato di essere fra le poche orchestre, oggi, ad attuare una sorta di impossibile quadratura del cerchio: passionalità e precisione estrema non si escludono a vicenda. Tutte le sezioni sono ai massimi livelli di nitore e perfezione sonora: eppure ciò non dà luogo a un’esecuzione di standardizzata esattezza. Sentiamo il pathos, il coinvolgimento vero. Haitink offre una lettura che, ancora una volta, concilia dinamismo (senza eccessi) e nobile solennità. Il primo movimento (Lebhaft) è affrontato con slancio ma anche con una certa duttilità agogica (più calmi i temi espressivi). Nello Scherzo la linea melodica prevale sull’ossessione ritmica: gli accenni alla Trivialmusik non sono mai, con Haitink, eccessivi. Ma, dopo la dolcezza del Nicht Schnell, ci aspetteremmo maggiore tensione e turbamento nel Feierlich: in questo caso, la serena signorilità di Haitink sembra impedirgli di esprimere quel lacerante inappagamento che è in fondo la Sehnsucht portata alle sue estreme conseguenze. Ritroviamo la centratura nel Lebhaft finale. Lungi dall’essere folle, quello del direttore di Amsterdam è uno Schumann che sembra ricercare anzi nella musica il baluardo contro la disgregazione psichica.

Al di là delle sottigliezze, non possiamo infine che sottolineare le mirabilia di questo concerto: una è incarnata da Haitink, che a quasi 88 anni è oggi il depositario di una sapienza impressionante. E pensare che, con umiltà rarissima, raccontò di essere convinto che la sua carriera non sarebbe stata la stessa  senza l’esclusione dei suoi compagni ebrei, che dovettero lasciare uno dopo l’altro il Conservatorio, durante l’occupazione nazista di Amsterdam, quand’era adolescente. “Perché io? Se si comincia a farsi questa domanda, la questione può farsi spaventosa”. Eppure, la domanda (Perché io?) sembra già contenere la risposta: la sensibilità e e l’autocritica sono prerogative essenziali per un artista. L’altra meraviglia è l’Orchestra Mozart: abbiamo in Italia un’orchestra che è più unica che rara. Facciamola vivere, a ogni costo.

Luca Ciammarughi

Ott 062016
 

LAC Lugano Arte e Cultura è il centro culturale dedicato alle arti visive, alla musica e alle arti sceniche, che si candida a diventare uno dei punti di riferimento culturali della Svizzera, con l’intento di valorizzare un’ampia offerta artistica ed esprimere l’identità di Lugano quale crocevia culturale fra il nord e il sud dell’Europa.

Il festival che si svolge ogni anno è dedicato principalmente alla musica classica ma aperto anche ad altre forme artistiche, in modo da costituire un polo di attrazione culturale, turistico ed economico e diffondere l’immagine di Lugano in ambito internazionale.

Il bilancio della prima stagione é segnato da un grandissimo successo sia artistico che di pubblico. Numerosi concerti hanno registrato il tutto esaurito. Artisti di primissima categoria hanno suonato nella nuova sala, che, grazie ad un’eccellente acustica, ha già ricevuto molto apprezzamenti dai musicisti tra i piu’ importanti del mondo.  

Alcuni numeri:
18’189 visitatori
46 Spettacoli
8 Orchestre
6 Ensemble
15 Récital

 

LuganoMusica
Piazza Luini 2
CH – 6901 Lugano
Tel. +41 (0)58 866 42 85
Lu, ma, gio – 14.00/17.30
per informazioni:
info@luganomusica.ch
Link al sito
 
 

 

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