Giu 272012
 

 

Concerto Eroico - Orchestra ClassicaViva

Concerto Eroico-Orchestra ClassicaViva - foto di Attilio Marasco

Come da noi annunciato sui nostri siti, il giorno 24 giugno 2012, alle ore 17,30, è andato in scena, nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano, un importante e innovativo concerto sinfonico, con l’orchestra “ClassicaViva” composta da alcuni tra i migliori giovani musicisti professionisti che ancora resistono a lavorare molto precariamente nella musica, diretta da Stefano Ligoratti, che per l’occasione si è esibito, in questo concerto tutto beethoveniano, nel doppio ruolo di Direttore e di Pianista.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=OAzwo3X5ugg[/youtube]

Pubblichiamo qui un bell’articolo di Alessandro Rossi, poeta, scrittore e cantautore, che recensisce il concerto da artista colto e raffinato qual è:

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A dire quello che non si dovrebbe dire, si deve dire che fatta eccezione per pochissimi cultori della musica classica, di cui molti musicisti essi stessi, la quasi totalità del pubblico che va a sentire un concerto non è in grado di distinguere un’interpretazione dall’altra. Tantomeno un solista dall’altro e men che meno un direttore d’orchestra da un suo pari.

O meglio, è in grado certamente di leggere una differente postura, una dinamica del movimento, un ampiezza più o meno marcata del gesto per esprimere impeto o di levità contenuta per conferire morbidezza e sinuosità alle note, ma non certo per riconoscere in entrambi i casi a cosa corrisponda quel gesto in termini musicali, di scavo della partitura, di enfasi o compostezza, di calore o di algidità. Karajan dava il fortissimo solo con un maggiore affondo della bacchetta, laddove Bernstein per lo stesso attacco saltava mezzo metro sul podio, e Abbado apriva le braccia come ali di aquila in voluminosissimi gesti, e Muti si fa venire una paresi facciale per quanto strizza i muscoli del viso e fa sobbalzare la sua capigliatura, e Furtwangler si sbilanciava di 60% a destra, e Giulini manco ti accorgevi se aveva fatto l’attacco, e Baremboim tremava sul posto come una convulsione col sorriso, e Oren faceva un ruggito con il corpo in avanti, ed infine il giovane Dudamel dava lo stesso fortissimo quasi stesse per danzare una giga.

Lo stesso valga per i pianisti, quelli celebri. Conosciamo la silhouette e il tipico calpestio delle dita sui tasti quando “esagerano” o quando “spariscono”, ma sfido ad interrogare il grosso pubblico per distinguere una registrazione di Benetti Michelangeli da un CD di Pollini, una di Arrau da quella di Horowitz, a patto che non siano dei patiti pianofili o appunto dei musicisti con tutti i crismi, che allora godono come dei pazzi quando si accorgono che il suono che esce dal piano di Rubeinstein sembra accordato come un salterio e in quello di Zimmermann pare che ci siano dentro delle romantiche signore tedesche che fanno il coro amplificandone il volume ridondante e parruccone.

Questo non è che un segreto di Pulcinella, che restituerebbe in un colpo solo onore al merito dei veri intenditori, i quali dovrebbero farsi anche carico di aiutare noi zotici a comprendere su cosa porre l’orecchio quando ascoltiamo la Nona fatta da uno e quella fatta dall’altro, e perché trarne piacere o contemplazione.

Atteggiamento, questo di educare al “piacere” più che al “sapere” che il jazz ha giustamente diffuso,  contrariamente – ahinoi – alla classica.

Infatti le differenze tra uno stesso standard suonato da Thelonius Monk, Bill Evans, Harbie Hancock o Michel Petrucciani stanno tutte nella enorme libertà di fare di quel medesimo costrutto melodico più o meno tutto quello che è pensabile sul piano armonico e ritmico, all’interno di regole condivise e riconoscibili, che tuttavia vanno assimilate a fondo per essere variate o tradite. Essendo dotate di un tale margine di libertà organizzata che anche mio nonno in carriola (non proprio) al quarto ascolto mi può dire che differenza c’è tra le cifre stilistiche di un pianista jazz rispetto ad un altro, perché individua prima il tessuto improvvisativo che lo contraddistingue compositivamente e poi quello tecnico-espressivo. Certo che senza conoscere lo standard da cui sorge la variazione, apprezzare queste libertà diventa più difficile o del tutto insignificante.

Nella classica questo limite è tendente all’assoluto. Invalicabile del tutto no, ma con molto filo spinato sì, tranne per gli specialisti veri e propri.

Lo è in parte fisiologicamente, data la complessità sovrastante della partitura e della strumentazione con tutti gli annessi e connessi, come per esempio il fatto che gli slittamenti o le accentuazioni ritmiche o timbriche a volte differiscano per valori impercettibili, benché rilevanti sul piano sia accademico sia (e soprattutto) emotivo in chi ascolta. Ma è stato anche un certo snobismo accademico a non aprire mai davvero la porta al profano, aiutandone l’educazione all’ascolto, a causa di un terribile retropensiero, non detto ma attuato, secondo cui le sottili  emozioni che la classica genera non possono essere colte e godute dall’incolto. Quindi vanno taciute, e poste a far da barriera tra “noi” e “loro”. Noi chi?

Ma è solo un atto autodistruttivo, una volta tirate le somme. Se il Rock spopola e la classica langue non è solo per l’immediatezza semplificante del rock e dei sui stilemi orecchiabili: è anche per l’imbecillità settaria di istituzioni sotto naftalina che hanno considerato la musica classica, musica “colta”, da proteggere dalla barbarie, cioè da tutti quelli che non stavano nello stesso armadio loro, stracolmo di naftalina. Tale virus contagioso è molto italico. Da un lato essere degli intellettuali è motivo di vergogna e dall’altro, con misteriosa schizofrenia, tutti cercano di esserlo, solo per far sentire dei pezzenti quelli accanto.

Ergo siamo intellettuali scadenti che criticano intellettuali scadenti. Tra i giovani usciti dal conservatorio ci sono felicissime schiere di musicisti che si sono ribellati allegramente a questo orgoglio da due lire e fanno musica tout court spaziando con qualità oppure specializzandosi con altrettanta libertà di pensiero. Ma altri invece, troppi, ancora guardano con commiserazione quello che non sappia cos’è un rivolto e chi è un madrigalista ma si sentono perfettamente in pace col mondo se non sanno hanno sentito una nota di Charlie Parker, o un assolo di Jimi Hendrix o un canto devozionale di Nusràt Fateh Alikàn.

Il risultato è che ai concerti di classica in Italia l’età media è 70 anni, in Germania e Inghilterra 35. La gente che va a sentire Vasco, deve giurare di non sapere chi è Mozart, e quelli che vanno a sentire il Flauto Magico devono sottoscrivere che non andrebbero mai ad un concerto degli U2 nemmeno sotto tortura. E così gli stadi si riempono anche per cantantucoli di terz’ordine (non certo gli U2) e gli auditorium vanno verso il mutismo. I responsabili di questo sistema ignorano bellamente l’avvertimento e la lezione che dette Bernstein 40 anni fa, spiegando i Beatles con il tirare in ballo Amadeus. A noi il Wagnerismo ci ha segato le gambe, non è un caso se è il lontano e scalcagnato Venezuela ad aver fatto il piano culturale musicale più avveniristico e popolare che sia mai stato concepito, e non l’Italia, la patria della musica detta “classica”. Ci ritroveremo a fare i conti con mostri di bravura musicale nati nelle favelas di Caracas, grazie ad Josè Antonio Abrèu, laddove qui abbiamo avuto un ministro che dichiarava impunemente che “la cultura non si mangia”. Avrebbe qualcuno dovuto rispondergli che “la cultura mangia”: però mangia l’imbecillità di certi ragionieri e commercialisti della sua specie e l’ignoranza attiva come la sua e quella dei suoi compagni di potere.

Ora, tutto questo preambolo solo per dire che se c’è una cosa che la musica, classica in questo caso, può fare e potrà fare sempre è quella di suscitare emozioni, di varia natura ed intensità. Questo modulo, l’emotività, è la vera bussola. Tutto finisce lì, anche Mussorsky. Se è vero che i distinguo minuti e infinitesimi sono di pertinenza di un’elite, non lo sono certo le emozioni. Ecco che allora un concerto può forse non essere la quintessenza della filologia e del rigore esecutivo, né una lectio magistralis di un superamento interpretativo sottilissimo che fa scuola, ciononostante può far accapponare la pelle e muovere al pianto di gioia o di malinconia.

Molti storcono il naso da sempre agli eccentrici in musica, come accadde a suo tempo per Glenn Gould è poi accaduto per altri e prima di lui ad altri compositori stratosferici che oggi stanno nelle antologie di musica. Mischa Maisky è considerato da molti un ciarlatano, da altri un genio, sta di fatto che la gente fa a botte per andare ad ascoltare le suite di violoncello di Bach eseguite da lui, ventenni più che ottantenni. Non sarà un caso, nè un segno di corruzione dei tempi. Direi che Giovanni Allevi non passerà alla storia ma forse un suo fan giovanissimo che si è messo a studiare pianoforte dopo averlo ascoltato per caso e che poi studiando incontra Bach e poi diventa un innovatore eccelso e porta la sua musica ad altre orecchie emozionando altri cuori, forse lui sì. La catena degli umani funziona esattamente così, per avere un Leonardo devi spremere un secolo fino a farlo essere il Rinascimento e non di soli geni vive una civiltà.

Concerto Eroico - Orchestra ClassicaViva

Concerto Eroico - Orchestra ClassicaViva - foto di Attilio Marasco

Dunque, in forza di ciò, vale la pena di spendere due parole sul concerto che si è tenuto domenica 24 giugno alla sala Verdi del conservatorio di Milano. Un programma incentrato su Beethoven: Ouverture dell’Egmont; Concerto n. 3 op. 37 per pianoforte e orchestra; Sinfonia n. 3 op. 55 “Eroica”.

In sintesi, l’Orchestra è composta per lo più da ex allievi del Conservatorio G. Verdi di Milano, in una gamma di età che va dai diciotto ai trent’anni, che per gli standard italiani equivale a dire giovanissimi. Oltre a singoli strumentisti, l’orchestra gode di ensemble di archi che hanno partecipato nella propria interezza, dando corpo all’organico orchestrale: Le Cameriste Ambrosiane, il Quartetto Indaco, L’Arcantico Ensemble e il Quartetto Maurice.

Dirige il giovane M° Stefano Ligoratti, 26 anni. Al pianoforte, sempre Stefano Ligoratti.

L’iniziativa è frutto per intero della strepitosa esuberanza intellettuale, culturale e della passione civile di Ines Angelino, Direttore Editoriale di ClassicaViva, casa editrice e discografica votata alla ricerca e alla promozione di musicisti classici italiani da valorizzare. La quale ha voluto coniugare il sempiterno della musica di Beethoven all’ultramoderno della visione in streaming in diretta mondiale. Scommessa che ClassicaViva ha già lanciato da anni, anticipando i tempi e allineandosi alle prassi già in uso in paesi più tecnologizzati del nostro senza disdegnare i media internautici, anzi. Sfruttandoli nel modo migliore, diffondere la Bellezza oltre l’Auditorium.

L’idea dello streaming è stata tentata in Germania dai Berliner, con un risultato sorprendente sia in termini culturali che economici, oltre le più fiduciose aspettative dei suoi promotori. Oggi la diretta di concerti di musica classica in streaming è diventata una voce importante nel capitolato di entrate della prestigiosa orchestra berlinese.

Ines Angelino ha, con la sua infaticabile energia di anticipatrice solacontrotutti, scommesso e realizzato per prima questa stessa modalità di allargamento della fruizione. Perché se è vero che un intero paese, come accaduto quest’anno durante la Primavera Araba in Libia e in Egitto, può rovesciare un tiranno grazie a Internet, cosa vieta allora che possa anche far giungere alle orecchie di un pubblico molto più vasto le note di Beethoven e commuoverlo? La risposta dell’Angelino è: “nulla”

Quindi va fatto. Questo approccio si chiama ‘politica culturale’, che è cosa distinta da packaging di aria profumata. Oggi l’arte è un gesto politico per eminenza.

Eccoci perciò a domenica 24. Al Conservatorio di Milano. Nella sala Verdi.

Dove grazie al sostengo sentito e alla disponibilità reale del suo Presidente è stato possibile ascoltare un concerto di grande livello di fronte ad un pubblico di testimoni ‘dal vivo’ di una novità assoluta in ambito mediatico in Italia e al tempo stesso ascoltatori assorti nella forza del compositore più “eroico”, come eroica è la sfida dei giovani musicisti italiani che vivono a stento della propria arte, ed “Eroica” la Sinfonia con cui si chiude il programma.

Non avendo i titoli accademici o di musicofilo per citare con cognizione di causa il perchè e il per come questo concerto debba essere considerato nell’alveo dell’ eccellenza, mi limito a commentare con entusiasmo di spettatore profano ma “emotivo”, il perché è piaciuto a me, e visibilmente a tutti gli altri spettatori in sala.

Mi è piaciuto perchè mi sono dimenticato di me stesso. Ho smesso di respirare. Mi sono commosso più d’una volta. Ho avuto la sensazione che Ludwig Van fosse lì, vibrante. Ho detto, “come è bello essere vivi” e poi ho sentito la forza attrattiva della morte romantica, per subito dopo rialzarmi sorretto in volo da figure celestiali che celebrano la gioia della Vita. Perché ho invidiato i musicisti dell’orchestra, perché sarei balzato sul palco e mi sarei messo a ballare accanto al pianoforte, perché non stavo nella pelle, perché ho sentito una voglia irrefrenabile di fare la Rivoluzione, perché non sapevo che l’orecchio è l’ultimo degli organi a sentire la Musica (come non avevo capito il Messaggio di Beethoven!) poiché prima si sente coi piedi, con le scapole, con lo stomaco, con lo sterno. Prima lo sente il cuore come organo e poi come luogo figurato dell’anima.

Mi è piaciuto da impazzire. Io vorrei e dovrei dire dell’impasto del suono che per un’orchestra giovane e così poco rodata era più che buono, a tratti ottimo; vorrei dire che gli “episodi” interni alle tre storie erano scolpiti in modo chiaro, ritmicamente, timbricamente, espressivamente; vorrei dire che il dialogo tra le sezioni era distinto dove doveva esserlo e fuso dove doveva fondersi; vorrei dire che c’era musica che usciva da tutti gli sgabelli e i leggii e non solo dagli archi, dai legni e dai fiati; vorrei dire che l’ouverture dell’Egmont toglieva il fiato per freschezza e che l'”Eroica” aveva una cristallina processione di colori, e di cambi di atmosfera all’interno di quel moto binario goethiano tra maschile e femminile, cupezza e solarità, anima e animus per parlare col linguaggio della psicologia analitica; vorrei dire – come la signora cotonata accanto a me che ne sa meno di un bagarino di musica classica ma atteggiandosi proferiva solenne – “Beethoven è sempre Beethoven!”;  e lo direi anch’io, perché non c’è verità più palese, per quanto ovvia, in quel momento di totale rimbambimento sensoriale dentro quella nebulosa di grandiosità contrastanti.

Ma non lo dico, non come dovrei e vorrei. Perchè una cosa devo assolutamente dire, devo dire. “Io c’ero”.

Poche volte in una vita di spettatore si può dire con sincerità questa frase.

L’ho detta la prima volta che ho visto “The Tempest, di P. Brook” o l’ultima replica di Eduardo quando avevo quattro anni al Teatro Manzoni di Milano, o un concerto d’organo di Bach di Gustav Leonardt e poi in altre rarissime occasioni che si incidono nella carne come esperienze che ci cambiano, non necessariamente perché sono oggettivamente sublimi, piuttosto perché catalizzano il senso del sublime soggettivo in un unico luogo e in un unico tempo, l’assoluto presente dell’esecuzione. E quel sublime rapisce tutti i presenti. Chi ha avuto la fortuna di vedere Totò a teatro nei primi anni (un certo Fellini) racconta di quel magnetismo ineffabile che paralizza. Lo stesso se si assiste da vicino alla performance di un campione olimpionico, ci si stente schiacciati e poi lanciati in ria come razzi senza gravità e poi si rimane storditi in un misto di perdita di recinzione dell’io e di opposto processo di identificazione totale con qualcosa di altro da noi stessi.

Ecco, il concerto di domenica era uno di quei “io c’ero” anche se non c’era Karajan a dirigerlo sul podio e Karl Bohm a suonarlo al pianoforte.

E allora la domanda sorge spontanea: “E come è possibile?”

E’ possibile perché questo esser-ci di domenica era l’aver avuto il privilegio di assistere alla prima esibizione di tale proporzione in veste di Direttore d’orchestra e di Solista al pianoforte, da parte di Stefano Ligoratti.

Stefano Ligoratti in concerto

Stefano Ligoratti in concerto - foto di Attilio Marasco

Oggi la mia affermazione è passibile della critica di un’esagerazione da incompentente, ma io non la temo, anzi vi sfido, perchè questa verità sta scritta nel futuro e non nell’oggi. Ne riparleremo tra quindici o vent’anni, se io vaneggio o sono semmai parco nel dire che Stefano Ligoratti è un musicista di stazza monumentale, di livello internazionale e non perché è stato prodigioso il suo curriculum di studi musicali (sei lauree già prese a 24 anni!) quanto invece perché, a 26,  è già arrivato ad una sintesi elaborata del materiale sonoro, che tratta con doviziosa cura e nessuna superflua imbastitura. Ne ha coscienza piena, lo governa quel materiale, lo scolpisce, lo modula, gli dà un suo andamento specifico senza doversi atteggiare mai da enfant prodige che vezzeggia il pubblico con virtuosismo di maniera. Quando mette le dita sul pianoforte non c’è tecnica pianistica, c’è musica, lui la ascolta più che suonarla, la ascolta mentre i tasti la producono. E si dirige da solo mentre suona, estraniandosi da se stesso, se è possibile, con la stessa severa intensità che richiede – e riesce a tirar fuori – ai suoi giovani strumentisti.

Ligoratti diventa un orchestrale quando fa il solista, perchè si sposa liturgicamente alla musica e si mette al suo servizio, non sottomettendola al suo capriccio di vanità semmai sottomettendo se stesso alla Necessità che è insita in ogni singola battuta di Beethoven.

Ligoratti è maturo, raramente maturo, maturo per le grandi orchestre e i teatri prestigiosi. E non arrivano a mazzi talenti come il suo, in questo paese di invidiosi qualcuno dovrebbe accorgersene in tempo prima che si risolva per andare all’estero e dargli ora, qui da noi, la possibilità di portare a cesellamento e approfondimento e divulgazione questa risorsa incredibile di cui gode questo ragazzo. Come prima cosa non copia i grandi del passato, però riesce dove oggi riesce solo Baremboim è credibile, pienamente e simultaneamente nelle vesti di direttore d’orchestra del concerto che esegue come solista.

Anche Baremboim ha fatto storcere il naso in passato per questo suo apparente delirio di onnipotenza, salvo poi farglielo raddrizzare quando questa anomalia ha dato prova di essere una virtù naturale effettiva e non una chimera autocelebrativa da baraccone. Per nostra fortuna a giudicare il vero portato di quel narcisismo sono quelli che ascoltandolo ne rimangono turbati, affascinati, innamorati e non gli storcitori di naso.

Stefano Ligoratti Pianista e Direttore nel Concerto "Eroico"

Stefano Ligoratti Pianista e Direttore nel Concerto "Eroico" - foto di Attilio Marasco

Ligoratti nel concerto numero 3 fa venire i brividi. Andate a vedere le esecuzioni celebri di questo concerto su you tube, ve ne sono alcune immense, e ditemi se esagero nel dire che Ligoratti possiede un grado di consapevolezza strumentale e d’insieme che non teme paragoni celebri, fatte le debite proporzioni dovute all’età.

A chi ne ha seguito gli avanzamenti a partire dal suo diploma in pianoforte (cui si aggiunge quello in clavicembalo, organo, composizione e direzione d’orchestra, solo per darvi un’idea del lavoro che c’è dietro un vero talento!) fino alle sue più recenti incisioni, appare evidente che il cimento recente con la direzione cameristica da un lato e l’esecuzione di repertorio novecentesco russo gli hanno fatto fare un salto di qualità spaventoso. La straordinaria esecuzione dal vivo della Sonata di Berinsky per violino e pianoforte in particolare, e più segnatamente proprio lo studio meticoloso di quelle temperature di colore tipiche di quella tradizione, cioè la ruggine, l’impeto appassionato, la rabbia rivoluzionaria, la melancolia della steppa, la condizione di esuli dentro, l’introspezione psicologica portata ad un intimismo sconosciuto al di qua dei Balcani, hanno estratto da Ligoratti, come da un cava ancora intatta, una quantità di pietre preziose, in una gamma che il repertorio classico e romantico per loro natura non richiedono di sondare e portare a raffinazione. Questa esplosione espressiva e di maturazione pianistica deve molto, a mio avviso, alla sua partner al violino Yulia Berinskaya che proprio per essere, oltre che una violinista straordinaria,  anche artista ispirata e conoscitrice al dettaglio di quel repertorio della sua terra d’origine, lo ha sollecitato con tirannica dolcezza all’estrazione del tesoro nascosto sotto la pietra dura. C’è un prima e un dopo in Ligoratti, il punto di passaggio è quello, pertanto l’estensione massima in senso tonale, timbrico, espressivo, tecnico, la somma tra la capacità di abbandonarsi completamente, direi di arrendersi alla prepotenza dei suoni, pur esercitando un controllo assoluto sull’esecuzione sono alcuni dei risultati più eclatanti, frutto di una crescita che avviene in una dimensione spirituale dell’artista e che viene trasmessa alle dita e non viceversa.

Ora sembra affondare le mani sulla partitura come non potrebbe fare sui tasti, e mentre suona fa corpo d’assieme con l’orchestra senza staccarsene mai anche quando essa tace. E’ ragionevole immaginare che i maestri dell’orchestra abbiano una temperatura di partecipazione emotiva diversa quando colui che li dirige è in gioco tanto quanto e molto più di loro, suonando egli in prima persona. Come una barca a vela in piena mareggiata, l’orchestra sa che il timoniere è al comando di tutti loro ma allo stesso tempo dipende da tutti loro, perciò solo uniti ci si salva; è la massima implicita in ogni marinaio d’altura. Se Ligoratti gode di quel rispetto presso l’orchestra non è certo per una qualche allure che lo circonda nel suo andamento senza età, faccia di un bambino, sguardo di un uomo maturo quasi anziano, fisico da maratoneta del libro, compassato. Sorridente. Educato. Nessuna vanagloria. Per qualcuno dovrà forse essere il suo understatement da ragazzo di provincia a far breccia sui suoi colleghi e di conseguenza a diminuirne l’impatto presso chi guarda le apparenze, e non la sostanza, i soliti critici e rappresentanti istituzionali conservatori e conservatoriali. Ma quel carisma, il Carisma in generale, non viene recepito dagli altri tanto facilmente, se non c’è. A buon mercato non si ottiene nessuna ammirazione in ambito classico dai propri colleghi, c’è l’ostacolo dell’invidia o dell’italiota pettegolezzo al ribasso nei confronti di chi vanta numeri eccezionali. Su Stefano Bollani si è detto il peggio finché Chailly non lo ha invitato a suonare con la sua orchestra con tanto di frack. E gli stessi detrattori fino a cinque minuti prima, che discettavano sull’involgarimento del pianismo pseudo classico, solo perché il nostro jazzista mondiale si permetteva di passare da Chopin a un jingle pubblicitario a uno swing di Duke Ellington per mostrarne le influenze e le derivazioni per similitudine, proprio gli stessi, hanno spianato tappeti rosso fuoco promuovendolo all’improvvis,o appena qualche Nome lo ha definito un genio, un talento, un pianista sopraffino a 360°, e un musicista in senso ecumenico.

Ci sono giovani egregi direttori in giro per il mondo, che aggregano un po’ troppo per il loro bel trequarti sulla copertina di Vogue e un po’ poco per il loro reale piglio sul podio o lo spessore di analisi e di resa di una partitura sinfonica o operistica. Lo star system dove può fagocita il giovane talentuoso e lo spreme prima ancora che arrivi ad un termine di solidità e personalità musicale.

Speriamo che Ligoratti possa continuare a restare così giustamente ragazzo qual’è, venendo valutato per la densità insita in ogni suo atto musicale e mai per il suo look in senso lato. Parlare dell’Egmont o dell’Eroica che ha diretto egregiamente è secondario proprio perché dirigere e suonare il n. 3 di Beethoven al pianoforte polarizza su di sé ogni altro impiego di forze. Lì abbiamo visto scomparire tutti la persona fisica e siamo stati travolti dalla musica.

Ma se poi uno volesse sapere qualcosa di più, direi: andate a vedere sulla registrazione audio e video disponibile su youtube, qui sopra in questo stesso oarticolo, o direttamente qui http://youtu.be/OAzwo3X5ugg, come sottolinea gli abbellimenti con un senso e come tiene i trilli nella loro funzione di annunciatori o di sospensioni, andate ad ascoltare come cambia registro il pianoforte da un flessuoso e voluottuoso romanticheggiare da chiaro di luna, per cedere poi il passo ad un funesto scroscio di temporale che fa ululare le corde basse e poi a un frasegggio fugato, martellato, quasi soffocato, che contrappunta coi fiati prima e con gli archi poi. L’alternarsi di colori su quel pianoforte non produce mai il distacco percettivo tra lui e gli altri, li accorpa i rispettivi habitat sensoriali. Si vede che Ligoratti ha speso tanto tempo sulle partiture di Bach, perché la ricerca della distinzione dei piani contrappuntistici lo rende incline a marcare il parallelismo e le convergenze melodiche anche sotto il piano dei colori diversi affidati a sezioni diverse, sacrificando – se è il caso – l’armonizzazione orchestrale con il preciso intento di non portare mai ad un suono indistinto ed indistinguibile l’orchestra. L’unione dei contrari, diversi ma insieme, fa da collante, anziché il sinfonismo in quanto massa acustica.

Ascoltando le grandi interpretazioni di questo meraviglioso concerto, vi renderete subito conto, che il primo elemento caratterizzante è il tactus, il secondo sono gli stiramenti temporali all’interno, poi il rilievo che ha una sezione sull’altra nel susseguirsi dei fraseggi, i picchi dinamici e la qualità timbrica nel suo insieme. Poi c’è il quid pluris: quale sia il processo che lo generi, da cosa sia composto, come venga costruito questo di più è un’operazione possibile solo parzialmente, poiché quel di più sale sulle spalle dell”architettura complessiva e poi spicca un balzo in avanti e in alto, ma è più della somma delle sue parti. Domenica pomeriggio, c’era il quid pluris, ed era un quis pluris, un chi non un cosa. Era Stefano Ligoratti, che ha permesso ad una sala di spettatori di vedere l’esordio di un grandissimo della musica che ha fatto la sua prima vera apparizione a pieno regime di tutte le sue qualità. Le sue movenze durante la direzione hanno una propria cifra gestuale, non si riesce a ricondurlo ad un Celeberrimo Direttore, ma per gli amanti della mimica dirò che dirige con tutto il corpo. Usa molto la testa per dare gli attacchi alle sezioni laterali, non alza i gomiti, non allarga troppo le braccia, non spinge mai al limite il traballamento dionisiaco di tutto il corpo di alcuni direttori del passato. Tende ad una gestualità composta in avanti, una propensione agli spostamenti laterali del busto con angoli di 30° quando marca l’accento di uno staccato o di un ritmo sincopato, usa il dorso della mano disegnando volute circolari davanti e di fianco a sé quando richiede dagli archi il cantabile. Ma se deve prendere a picconate gli ammassi acustici per scolpirli, allora lo vedrete aggredire il gesto come stesse usando un fioretto per infilzare qualcosa o qualcuno.

Divarica leggermente le gambe quando la solennità di una marcia richiede un peso specifico maggiorato di approccio allo strumento. Non lascia mai sola l’orchestra, anticipa solo gli attacchi più imperiosi e improvvisi, i restanti li segnala sul ritmo e non trascina l’orchestra a forza richiamando l’attenzione di continuo su di sé. Si fida dell’orchestra e perciò la accompagna nel suo corso naturale: quando è lei che tratteggia il cammino linearmente, lui interviene con nettezza e autorità solo dove è indispensabile enfatizzare uno scenario sonoro diverso, difficile, imprevisto, carico o lievissimo. Questo porta la nave ad attraversare la tempesta e la conduce oltre la tempesta, in porto, facendola tuttavia dondolare tra i flutti senza scuffiare, con una grazia insolita e divertita.

Ci aguriamo che i conservatoriali conservatorianti ingessati, fossero in quella sala. Poco persuasi in generale della versatilità di un artista, in nome di un puro tecnicismo specializzato avulso dalla musicalità totale, vogliamo sperare che abbiano avuto la risposta ai loro maldistomaco teologici, percependo come me, nella mia presuntuosa “ignoranza attiva” (Goethe), di avere loro assistito a qualcosa di altissimo, qualcosa che un domani ci potrà far dire compiaciuti: “io c’ero”. Oggi però dobbiamo solo dire “leviamoci il cappello…!”

 

Mar 242012
 

Napoleone alla conquista dell'ItaliaBertold Brecht ebbe a dire: “Beati quei tempi che non hanno bisogno di eroi!”. Purtroppo non tutte le situazioni sono uguali: vi sono anche tempi che avrebbero bisogno di eroi ma non li hanno. Oppure li hanno, ma non sanno di averli.

Oggi il nostro paese avrebbe un gran bisogno di eroi. E li ha. Tanti. Non sapendo di averli.

Mi spiego. Cominciamo con il definire meglio il concetto di “eroe”. Impresa non semplice. Si passa dal concetto di eroeepico” – tipico dei tempi antichi (pensiamo ad Achille e ai tanti eroi mitologici di cui la tradizione ci ha tramandato la fama), una figura di eroe “tragico“, il cui carattere distintivo consiste nella sua strenua ed attiva opposizione ad una situazione di cui non è responsabile – alla figura dell’eroe romantico, presentato come colui che subisce un dolore, pur essendo incolpevole.

Nel famoso ritratto dipinto da Jacques Louis David, Napoleone viene mostrato a cavallo mentre con la mano alzata indica l’Italia. Il quadro si riferisce al momento in cui egli stava per passare le Alpi – e precisamente il Gran San Bernardo – al fine di intraprendere una gloriosa campagna nella penisola, e rappresenta la massima e – forse – ultima espressione della celebrazione dell’eroe.

Leonard Bernstein
dirige i Wiener Philarmoniker
in una storica esecuzione del 1970
della Sinfonia Eroica
n. 3 in E flat major (Op. 55)
di L. Van Beethoven
Video integrale

Maggiori informazioni su:
http://it.wikipedia.org/wiki/Beethoven#1802_.E2.80.93_1812:_il_periodo_detto_.22eroico.22

http://www.youtube.com/artist/Leonard_Bernstein_&_Wiener_Philharmoniker?feature=watch_metadata

La nuova figura di eroe rappresentata da Napoleone ispirò moltissimi contemporanei, tra i quali Beethoven.  Il Primo Movimento della Terza Sinfonia, detta “Eroica” – Allegro con brio – ha inizio con tre note fondamentali – l’accordo di mi bemolle maggiore – che rendono bene l’idea della concezione dell’eroismo così com’era intesa da Beethoven.
La Sinfonia, scritta tra il 1802 e il 1804, era dedicata a “Napoleone Bonaparte, Primo Console e nuovo eroe moderno”. Quando nel 1804 Napoleone si fece incoronare imperatore, Beethoven ne restò profondamente deluso e strappò la dedica alla sua Terza Sinfonia; nelle edizioni successive della stessa comparve semplicemente la dicitura: “Sinfonia Eroica, composta per festeggiare il sovvenire d’un grand’uomo”. Il termine “sovvenire” indica ovviamente una condizione passata: Napoleone era un grand’uomo, ma con la sua incoronazione tradì gli ideali repubblicani cui Beethovenaveva aderito in gioventù.

In questa Sinfonia, in particolare nel Secondo Movimento, la celeberrima Marcia Funebre, Adagio Assai, Beethoven non si abbandona al dolore, ma lo domina. Per questo il famoso musicologo Massimo Mila definì questa Sinfonia “maschia”.

Nel Risorgimento, gli eroi si sacrificavano per una causa, morivano per essa (una concezione che si è tramandata fino alla nostra Resistenza, piena di meravigliosi esempi di chi si immolava per una idea, per salvare dei compagni,  per difendere un territorio dall’invasione nazista).

E dopo? Nel XX Secolo, con la fine delle grandi guerre mondiali e il periodo di relativa pace attraversato dal nostro pianeta, l’immagine dell’eroe è parecchio cambiata, fino a proporre inconsistenti e transitori personaggi di cartapesta, inautentici, superficiali, frutto di sapienti costruzioni mediatiche (come calciatori, cantanti, attori della TV…). Si è poi passati – e meno male –  alla valorizzzione dell’immagine e della storia delle persone che con il loro impegno e statura morale hanno cambiato il corso della storia (Martin Luther King, Che Guevara, Madre Teresa, i giudici Falcone e Borsellino…), persone, guarda caso, tutte ormai passate al mondo dei più.

La crisi economica che ha aperto il XXI Secolo sta drammaticamente modificando questa percezione. Ora, per chi vive nel terzo millennio, gli eroi sono quelli che vivono la vita di tutti i giorni. L’eroe, oggi, non deve più salvare il mondo, ma tanti esseri umani, come i pompieri di New York dell’11 settembre 2001. Quelli di oggi non sono più eroi “invulnerabili”, ma “umani”, che fanno lavorare più l’intelligenza che i muscoli. Insomma, eroi non si nasce, si diventa.

Emerge prepotente anche un nuovo concetto: gli eroi, oggi, sono coloro  che mettono coraggio e intelligenza al servizio di una causa collettiva, sacrificandosi per gli altri e per un ideale. Sono eroi capaci di farci sognare che un altro mondo è possibile. Sono le persone che affrontano con coraggio la loro vita quotidiana, che non si arrendono, che combattono le piccole ingiustizie ogni qual volta vi si imbattono, che non si piegano a compromessi rispetto alle proprie idee e ai propri ideali, che non sono indifferenti alle ingiustizie e le combattono, e che non scelgono la via più facile, ma quella che per loro è la più giusta.

Sono le madri e i padri di famiglia che lavorano duramente e onestamente per mantenere la loro famiglia con la massima dignità possibile, sono i giovani che studiano moltissimo pur sapendo quanto le loro lauree potranno esser considerate carta straccia,  sono i giovani precari che tentano di trovare un lavoro e una propria dignità, pur tra difficoltà enormi ed umiliazioni spaventose. Ma non mollano. Resistono. Rimangono nel nostro paese e tentano di trasformarlo in un paese migliore.

A questi giovani eroi intendo dedicare un progetto importante, cui sto dedicando tutte le mie energie. Questo articolo è solo un piccolo inizio di un grande discorso che oso proporre al mondo, portando il mio modesto contributo, quello di chi crede che ogni pietruzza di giustizia e di opere concrete sia importante. Ne riparleremo presto.

Nov 252011
 

Il XXI Concorso di esecuzione musicale della società Umanitaria di MilanoSi stanno svolgendo oggi, presso la Società Umanitaria di Milano, le finali del XXI Concorso di Esecuzione musicale, per la seconda volta a livello europeo. Il concorso, riservato a studenti regolarmente iscritti ai corsi di studio per l’Anno Accademico 2010/2011,  prevede l’attribuzione di tre borse di studio, del valore di € 5.000,00 ciascuna, ad allievi degli Istituti di Alta Formazione Musicale di Italia, Austria, Belgio, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Romania, Spagna, Svezia e Ungheria.

I finalisti sono tre francesi, due lettoni, un polacco, un’italiana, un’inglese, un duo rumeno, un lituano. Tra questi musicisti la giuria, presieduta da Enzo Restagno, dovrà scegliere i tre migliori, cui assegnare le borse di studio previste dal Concorso. I tre vincitori si esibiranno, domani, 26 novembre 2011, in un concerto che si terrà nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano, alle ore 21.00, in collaborazione con la Società dei Concerti. L’entrata è libera, ma è necessario prenotare.

Nel 2009 (il bando è biennale) furono due musicisti francesi e uno lettone ad aggiudicarsi le tre borse di studio. Si trattava di Richards Plesanovs, 21 anni, pianista, di Remy Delangle, 25 anni, clarinetto, e Lucile Boulanger, 23 anni, viola da gamba.

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Il concorso 2011 ha già avuto un vincitore: la solidarietà dei milanesi che hanno ospitato queste promesse della musica classica.  Le famiglie del capoluogo lombardo hanno fatto a garaper accogliere gratuitamente nelle loro case i giovani musicisti, aderendo all’invito di “Intercultura”, un’organizzazione educativa di volontariato internazionale che promuove scambi scolastici. Intercultura ogni anno coinvolge 13.000 giovani, famiglie e scuole di oltre 60 Paesi del mondo.

Il Concorso internazionale della Società Umanitaria ha un grande futuro. Nel 2013 si pensa di estenderlo ai Conservatori di tutti i Paesi della UE in un progetto che dovrebbe raggiungere la sua massima espressione con l’Expo del 2015. La gara musicale europea organizzata della Società Umanitaria rappresenta l’evoluzione dei Concorsi indetti dall’Umanitaria negli anni passati tra i Conservatori italiani. Il Concerto dei Vincitori del 26 novembre entra a far parte della Stagione dei Concerti della Società Umanitaria, che quest’anno è giunta alla 27esima edizione.

Ma ecco l’elenco dei finalisti, tra i quali verranno scelti i tre vincitori che si esibiranno domani sera:

  • ADRIEN LA MARCA, viola
  • ALICE BACCALINI, pianoforte (l’unica concorrente italiana in finale)
  • ATYOPSIS DUO, duo sassofono e pianoforte
  • IOANA GLORIA PECINGINǍ – MǍDǍLINA-CLAUDIA DǍNILǍ, duo violino e pianoforte
  • KRYSZTOF TOKARSKI, pianoforte
  • MADARA PĒTERSONE, violino
  • RIKA MASATO, violino
  • SALIJUS LAIMONAS, fisarmonica
  • SNIEDZE PRAULIŅA, flauto
  • SYLVANA LABEYRIE, arpa

Ott 022011
 

Pubblichiamo un bel reportage (articolo e fotografie) del giovane pianista e musicologo Luca Ciammarughi, cui diamo il benvenuto tra i collaboratori del nostro blog: Musica e Bellezza ad ogni costo – il Festival Enescu di Bucarest.

Ateneul roman - BucarestLa recessione economica internazionale e l’ancor più accentuato stato di crisi in cui versano arte e cultura in un’epoca di tagli sembrano non esistere se si sfoglia il programma del Festival Enescu 2011 (1-25 settembre), appena conclusosi a Bucarest: quasi un miracolo per ricchezza e varietà della programmazione, levatura dei solisti e delle orchestre, capacità di coinvolgere le istituzioni e ogni minima fibra di un tessuto cittadino pieno di un fascino inusuale.

Sono stato a Bucarest per la seconda volta, e a distanza di due anni ho trovato una città trasformata: i cani randagi che sbucavano da ogni angolo della strada sono diminuiti, il dinamismo delle attività si è intensificato, il processo di ripulitura e restauro dei meravigliosi palazzi della vecchia nobiltà riporta lentamente al loro splendore le bellezze architettoniche di una città destinata a diventare uno dei più straordinari musei a cielo aperto d’Europa. Il contrasto fra i colossali edifici lasciati dal regime comunista di Ceausescu (innanzitutto la “Casa del Popolo”, il secondo edificio più grande del mondo dopo il Pentagono) e le architetture art-déco, ancora spesso in stato decadente, crea l’impressione di trovarsi in un luogo bizzarro ma incantato, in cui le epoche storiche sembrano sovrapporsi in uno spiazzante corto circuito temporale.

Casa del popolo - Bucarest

Gli abitanti di Bucarest amano la loro città e si impegnano per valorizzare la civiltà passata e presente, così lontana dai pregiudizi che da noi circolano sulla Romania; lo fanno sempre con classe, senza ostentare i punti di forza, e anzi conservando un certo scetticismo riguardo ai “progressi” a cui li ha condotti l’occidentalizzazione.

Alexandra, giovane e preparatissima musicologa, mi racconta che le iscrizioni all’Università di Musica di Bucarest stanno diminuendo, perché i giovani faticano a trovare lavoro con l’arte dei suoni – come da noi. Claudiu, che lavora nell’alta moda ma conosce e ama la musica classica come la maggior parte dei ragazzi rumeni, accenna con nostalgia all’epoca di Ceausescu, quando “almeno i soldi venivano impiegati per costruire”, mentre oggi tutto è diventato più lento e macchinoso, e il denaro va a finire non si sa dove.

Le ombre non mancano, ma il merito del festival – e in particolare del direttore artistico Ioan Holender – è stato quello di assicurarsi un’ondata di sponsor, che vanno ad aggiungersi al cospicuo sostegno statale. Ma perché, viene da chiedersi, lo stato rumeno, certo meno ricco del nostro, sostiene tanto generosamente un festival di musica classica? La risposta non può essere unica: sicuramente sopravvive la concezione comunista dell’arte come nutrimento (e talvolta consolazione) per il popolo, nonché come simbolo di primato culturale; ma, risalendo più indietro nel tempo, la “Piccola Parigi” – come veniva chiamata all’inizio del ‘900 – ha sempre posto l’arte e la nobiltà interiore del coltivare la bellezza artistica al primo posto. Non dimentichiamo anche il forte impatto che il turismo culturale ha sull’economia del paese, oltre a quel pizzico di rivalsa che i rumeni hanno nei confronti di quegli stranieri che – magari senza la loro preparazione culturale – sono imbevuti di preconcetti nei confronti del “paese di Dracula”. Continua a leggere…

Feb 012011
 

La mappa dei Conservatori italianiIl 27 gennaio 2011 il MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) ha emanato una importante nota, firmata dal Direttore Generale, Dott. Giorgio Bruno Civello, che riguarda soprattutto gli studenti che hanno intrapreso all’interno dei Conservatori un percorso di studi in qualità di privatisti: più sotto ne riportiamo il testo integrale. Qui, in ogni caso, c’è il link all’originale sul sito del Ministero.

Quali sono le novità contenute in questa nota? In buona sostanza, sono due:

  1.  “constatate le legittime aspettative di quanti sono in prossimità della conclusione degli studi musicali, si ritiene opportuno che, esclusivamente per l’anno accademico 2010/2011,  sia  consentito ai   predetti candidati privatisti di sostenere gli esami di diploma e le licenze complementari del corso superiore.
    Per i medesimi motivi suesposti, si ritiene altresì opportuno che, relativamente alla formazione di base, possano essere ammessi candidati privatisti agli esami di compimento e di licenza sulla base dei programmi relativi al precedente ordinamento.”
  2. “Con l’occasione, si richiama l’attenzione su quanto disposto dall’art.29, comma 21, della legge 30 dicembre 2010, n.240,  che potrà consentire agli studenti la contemporanea iscrizione ai corsi di studio universitari e a corsi di studio presso i Conservatori di musica e gli istituti musicali pareggiati. La disciplina attuativa sarà disposta con decreto del Ministro da emanarsi entro 180 giorni dalla data di entrata in vigore della predetta legge.”

Tradotto dal burocratichese, significa che i privatisti potranno proseguire i propri studi sostenendo esami presso i Conservatori, e questo farà sicuramente piacere a molti studenti che vedevano davvero compromessa la loro possibilità di portare a termine il proprio percorso di studio come esterni… e farà molto meno piacere a chi aveva visto con grande favore il definitivo varo della legge 508 del 1999, che equiparava i Conservatori alle Università.

Con il punto 2, invece, si sancisce una cosa fino ad oggi non possibile: ossia la doppia iscrizione ad una qualunque Facoltà universitaria e ad un Conservatorio. Molti studenti, che avevano dovuto compiere dolorose scelte, si mangeranno a questo punto le mani, mentre i giovani che devono iniziare il percorso universitario nel prossimo anno accademico, invece, saranno contenti… e, al solito, invece, molti dicono (e a mio modesto parere hanno anche ragione) che in questo modo si svilisce completamente il valore degli studi di Conservatorio rispetto a quelli di altre Università. Perché non si capisce perché si possano studiare insieme, che so, Pianoforte e Fisica nucleare, e non Fisica Nucleare e Lettere…  Continua a leggere…

Gen 312011
 

Il Maestro Claudio Abbado e Fabio FazioVorrei illuminare un poco le nostre anime intristite dalle recenti vicende che riguardano i tagli alla cultura con un messaggio di speranza, citando le splendide parole che il Maestro Claudio Abbado ha recentemente pronunciato in televisione, partecipando alla trasmissione “Vieni via con me” dell’8 novembre 2010, ospite di Fabio Fazio, su Rai3, in difesa della cultura.

Ecco il video originale, che contiene anche l’intervento di Roberto Saviano:

1.      La cultura arricchisce sempre.

2.      La cultura permette di superare tutti i limiti.

3.      Chi ama la cultura desidera conoscere tutte le culture e quindi è contro il razzismo.

4.      La cultura, quindi anche la musica, è ascolto, che è la base del vivere civile e del pluralismo.

5.      La cultura rende anche economicamente.

6.      La cultura è contro la volgarità e permette di distinguere tra bene e male.

7.      La cultura è lo strumento per giudicare chi ci governa.

8.      La cultura è libertà di espressione e di parola.

9.      La cultura salva: sono stati la musica e i miei figli che mi hanno aiutato a guarire dalla malattia.

10.  La cultura porta valori sempre e comunque positivi, soprattutto ai giovani.

11.  Con la cultura si sconfigge il disagio sociale delle persone, soprattutto dei giovani, il loro sentirsi persi e disorientati.

12.  La cultura è riscatto dalla povertà: in Venezuela, non certo un paese ricco come l’Italia, José Antonio Abreu ha organizzato un sistema che in trent’anni ha insegnato la musica a 400.000 bambini e ragazzi, spesso salvandoli dalla droga, dalla violenza e dando loro un’opportunità di vita.

13.  Cultura è far sì che i nostri figli possano andare un giorno a teatro per  poter vivere la magia della musica, come feci quando avevo sette anni e una sera alla Scala decisi di riprodurre un giorno quella magia…

14.  La cultura è un bene comune e primario, come l’acqua: i teatri, le biblioteche, i musei, i cinema sono come tanti acquedotti.

15.  La cultura è come la vita, e la vita è bella!

Gen 312011
 

Lo spettacolo è finito?“Sette giorni di mobilitazione per salvare l’informazione, lo spettacolo, la scuola, l’università e la ricerca”, nell’ultima settimana del gennaio 2011, per convincere il Parlamento “a fermare la devastazione che si sta compiendo ai danni dell’intero comparto culturale italiano”.

E’ venuto da Roma l’annuncio di una battaglia durissima, sottoscritto da oltre cinquanta sigle del mondo dello Spettacolo, della Cultura e dell’informazione (dall’Agis, all’Anec, all’Ass. naz. autori cinematografici, a MovEm09, al Movimento emergenza Cultura-Spettacolo-Lavoro, al CEMAT…) che si aggiunge a proteste e iniziative (scioperi alla Scala, al Massimo di Palermo…) organizzate in tutta Italia contro il Ministro Bondi che “non ha tutelato il suo ministero – dicono i lavoratori – e contro il Governo, che ha tagliato fondi alla Cultura”.

Riuniti a Roma il 19 gennaio in un’affollatissima assemblea-conferenza stampa, promossa dal “Comitato per la libertà e il diritto all’informazione”, rappresentanti di tutti i settori della Cultura, dello Spettacolo e dell’Informazione hanno denunciato con forza il proprio disagio e annunciato una serie di iniziative pubbliche. Registi, attori, musicisti, giornalisti, studenti, ricercatori e professori hanno dato la loro adesione all’incontro, convocato per denunciare il disagio del settore. Tra loro Ennio Morricone, Zubin Metha, Citto Maselli e Carlo Lizzani. ”La scure dei tagli colpisce anche noi – ha spiegato il presidente della FNSI, Roberto Natale. Chiediamo da anni la riforma dell’editoria e siamo convinti che se tagliassero i fondi agli editori furbi, si troverebbero le risorse”.

Ma qual è la radice del problema? Ne abbiamo parlato più volte, anche su questa testata. Si tratta della politica culturale del governo, che ha avuto la sua punta di diamante nei tagli al FUS, il Fondo Unico per lo Spettacolo, che hanno colpito duramente soprattutto gli Enti lirici, mettendone in diversi casi addirittura a rischio la sopravvivenza stessa.

Tabella dei fondi FUS per la musica negli anni 2005-2009

Negli ultii due anni il FUS ha infatti ridimensionato progressivamente i suoi finanziamenti, passando dai 447,8 milioni di Euro erogati nel 2009, ai 402 milioni del 2010, per arrivare ai 258 previsti per 2011: si tratta di un taglio del 36,6% in meno, rispetto al 2010 (e ricordiamo che i fondi, nel 2007, erano pari a 550 milioni!). Lo spettacolo, in Italia, dà lavoro a 250mila persone. E’ purtroppo evidente che questa drammatica falcidia si tradurrà quasi automaticamente in un’equivalente perdita di posti di lavoro.

I 125 milioni ora destinati alle 14 fondazioni liriche sono quasi la metà dei 229 milioni del 2009: la stessa somma che la Francia dedica all’Opéra di Parigi. Per questa ragione i tredici sindaci presidenti di Fondazioni liriche, su iniziativa di Marta Vincenzi, Sindaco di Genova (il Teatro Carlo Felice è da mesi in gravissimo stato di crisi e di agitazione permanente dei lavoratori), hanno denunciato congiuntamente il rischio di chiusura di tutti i Teatri se il FUS non verrà riportato almeno alla quota del 2009.

Negli scorsi mesi, fronteggiando le proteste, il Sottosegretario Gianni Letta e il Ministro Bondi avevano promesso di intervenire per ripristinare i fondi tagliati, utilizzando il decreto Milleproroghe“. Ma il 22 dicembre 2010 il Governo ha approvato questo decreto, senza fare alcun cenno al Fondo unico per lo spettacolo. Niente reintegro per il 2010, e nemmeno revisione per i contributi statali previsti per il 2011: un ennesimo nulla di fatto, che ha frustrato le speranze del mondo della cultura. Compreso il teatro alla Scala, che dovrà far fronte a una riduzione di 22 milioni in due anni. “Senza denaro in cassa sarà difficile superare il 2011”, ha ammonito il sovrintendente Stéphane Lissner qualche giorno fa.

Ora il Milleproroghe dovrà effettuare i passaggi di rito in Parlamento per la conversione in legge: si spera che in quella sede qualcosa cambi, perché, anziché restituire risorse, colpisce ulteriormente proprio quei settori, già in grave difficoltà, che la Costituzione protegge con enfasi. Siamo convinti che anche il comparto culturale debba concorrere al processo di risanamento dell’economia nazionale ma è necessario tener presente che esso rappresenta l’identità e il futuro del paese e che per questa ragione va promosso e sostenuto.

“Ma che non sia il solito contentino – ha dichiarato Fiorenzo Grassi, numero uno lombardo dell’Agis, l’organo di rappresentanza delle imprese di spettacolo. Con questi tagli, molti teatri rischiano di non arrivare nemmeno al giugno del 2011″. E il tempo stringe: molti contratti per la prossima stagione sono già stati sottoscritti, in scena bisogna andarci anche senza soldi. “In queste condizioni, tutti rischiamo di chiudere”.

Il Ministro Bondi è stato duramente attaccato anche in Parlamento per queste e altre vicende che riguardano la gestione del suo Ministero, fino ad arrivare alla recentissima mozione di sfiducia, respinta a maggioranza, ma che ha lasciato grande amarezza nel Ministro stesso e nel paese.

Tabella dei fondi erogati al FUS dal 1995 al 2009
Gen 312010
 

La giovane pianista Sara CostaEcco il podcast integrale della trasmissione “Ultimo grido”, andata in onda su “Radio Classica” il 20 gennaio 2010, con la conduzione di Luca Ciammarughi, che mi ha ospitato nella sua bella rubrica quotidiana, come tutti i martedì.

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Abbiamo aperto la trasmissione parlando del Primo Concorso Europeo “Mario Fiorentini”, recentemente svoltosi a La Spezia dal 2 al 5 gennaio 2010. L’importante  Giuria del Concorso era composta dal Presidente, M° Michel Dalberto, e dai Maestri  Pierluigi Camicia, Bruno Canino, Francesca Costa, Michele Marvulli.

Il retroscena del concorso è simpatico ed interessante. La giovane pianista Sara Costa, qualche mese fa, si era rivolta a noi di ClassicaViva per incidere un suo CD promo. Dopo l’intenso lavoro sul disco svolto con il nostro Direttore Artistico, Stefano Ligoratti, che è anche il nostro Tone Meister, i due giovani pianisti avevano instaurato una bella amicizia artistica.

E Sara aveva parlato a Stefano del Concorso di La Spezia, al quale si era iscritta, Il primo Concorso Pianistico Europeo invitandolo a partecipare anche lui. Detto fatto, ai primi di gennaio si è svolta la tenzone, con molti candidati agguerritissimi. Un Concorso bello, ben organizzato, con una Giuria molto prestigiosa, e una finale con concerti per Pianoforte e Orchestra. E, sorpresa, vincitore assoluto è risultato proprio il nostro Stefano Ligoratti con il suo Concerto in la minore di Robert Schumann, che ha conquistato anche il premio speciale del pubblico e quello per il pianista più giovane. Finalista è stata proprio Sara Costa, con una bella interpretazione del secondo concerto Di F. Chopin, insieme alla giapponese Nishimura Yutaka, che ha interpretato il “Jeune Homme” di Mozart.

E’ sempre un piccolo dispiacere quando due artisti devono scontrarsi sullo stesso terreno… e, inevitabilmente, uno soltanto vince. Ed ecco che, cavallerescamente, Stefano ha deciso di promuovere Sara nel nostro catalogo di talenti, pubblicandone le tracce musicali incise nel nostro studio.

Sara è una bravissima pianista, ricca di personalità e gusto, con un suono pieno e maturo, pieno di slancio. Il suo impeccabile curriculum e la sua grande professionalità ci hanno convinto ad inserirla nel nostro bouquet di artisti, e a presentarne il lavoro a Radio Classica. Abbiamo quindi ascoltato con piacere la sua bella interpretazione della Sonata di L. Van Beethoven “Les Adieux”, op. 81A, n. 26, in mi bemolle maggiore, e poi la Sonata n. 2  in si bemolle minore, Op. 36, di Sergej Rachmaninov. Luca Ciammarughi ci ha raccontato la genesi della splendida Sonata di Beethoven, dedicata all’Arciduca Rodolfo D’Austria, allievo amatissimo di Beethoven: la celebre Sonata “degli addii” celebra il doloroso momento dell’entrata delle truppe francesi in Vienna, con la corte d’Austria che fu costretta ad abbandonare la città, e quindi l’addio all’amico Rodolfo.

Suonare News: la copertina del numero di gennaio 2010Nel corso della trasmissione abbiamo anche parlato dell’Editoriale di Filippo Michelangeli, editore della rivista “Suonare News”, apparso nel numero di gennaio 2010.
In questo suo articolo, un poco provocatorio, Michelangeli si interroga e ci chiede: “Nella carriera di un musicista conta più il talento o la determinazione? È più importante l’aspetto artistico o quello pratico? Se lo chiedono ogni giorno migliaia di giovani che, freschi di studi, sognano di vivere di musica. Rispondo subito: contano di più la determinazione e l’aspetto pratico.”

Ne è scaturito un bel dibattito con Luca Ciammarughi, nel quale io ho sostenuto con convinzione le tesi di Michelangeli. Perché oggi la musica è anche un mestiere, e, se si vuol vivere di musica, è necessario anche sapersi un poco trasformare negli imprenditori di se stessi: il talento non basta…

Interverrò magari con un apposito post sull’argomento, che è davvero molto importante.

Abbiamo poi concluso la trasmissione presentando un bel brano di Ferruccio Busoni, poco conosciuto, da un recente CD Naxos, il sesto volume dell’integrale pianistica dedicato a questo meraviglioso pianista e compositore. Si tratta di Prélude et étude en arpèges, K. 297, l’ultima composizione pianistica prima della morte, eseguito dal pianista Wolf Harde. Abbiamo poi terminato la trasmissione invitando tutti coloro che volessero approfondire la conoscenza con Busoni a visitare il documentatissimo e ricchissimo sito di Laureto Rodoni, che gli ha dedicato centinaia di pagine, con un lavoro durato una vita.

Set 132009
 

Il Grande Sogno, di Michele PlacidoE parliamo un poco di cinema, entrando nel merito. Dopo i discorsi del Ministro Brunetta, che potete vedere nel post precedente, approfondiamo un poco cosa hanno realizzato, questi cineasti tanto vituperati.

Prendiamo il film di Placido, ad esempio: Il grande sogno. Il film è piaciuto alla critica (e sta entusiasmando il pubblico che sta correndo a vederlo: è appena uscito nelle sale in tutta Italia) forse perchè si coglie la vena di sincerità e l’atmosfera da “romanzo popolare e politico”. I destini dei tre protagonisti, un poliziotto, (Riccardo Scamarcio) una ragazza di buona famiglia (Jasmine Trinca) e uno dei leader della rivoluzione, figlio di operai deciso a fare la rivoluzione(Luca Argentero) si incrociano durante uno dei periodi più importanti della nostra storia recente.

Il regista ha raccontato “la sua storia”, quella di un giovane poliziotto che che visse intensamente quel periodo e in seguito interruppe la carriera militare per iscriversi all’Accademia di Arte Drammatica. (Una storia, permettetemi la divagazione personale, che mi ricorda parecchio i miei vent’anni, compiuti proprio nel ’68, mentre frequentavo la Statale di Milano, e partecipavo, tra i protagonisti, al grande movimento studentesco di allora, e il Piccolo Teatro, alla cui scuola, proprio in quell’anno, mi ero diplomata attrice,  e ho debuttato, nella stagione ’69-’69…)

Ecco il trailer del film:

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Il 68 è un importante spartiacque e come tale appartiene a tutti noi e va ricordato positivamente “perchè il ’68 non ha mai ucciso nessuno”. Michele Placido ci ha restituito una bellissima immagine dei dubbi, delle incertezze e delle grandi fermenti di idee che lo attraversarono ed è contento della risposta positiva al film proprio da parte dei giovani d’oggi, abituati a vedere troppe commedie poco serie: con gioia ha sottolineato di “aver già ricevuto moltissime richieste da parte di università, circoli e associazioni studentesche di destra e di sinistra per una proiezione pubblica de “Il grande sogno”.

Credo che una buona risposta agli attacchi insensati al nostro miglior cinema d’autore non possa essere che quella di ANDARE AL CINEMA a vedere questo bel film (e anche gli altri, si capisce!). Un segnale concreto, da parte di ognuno di noi, per sostenere i nostri migliori artisti, che da sempre danno lustro al nostro paese e formano la sua coscienza civile.

Ago 012009
 

La statua di Beethoven al Conservatorio S. Pietro a Majella a Napoli osserva pensosa...Ed ecco finalmente una buona notizia: come appare in bella vista sul sito del MIUR (http://www.miur.it/DefaultDesktop.aspx), finalmente arrivano in Commissione al Senato i disegni di legge 518, 539, 912, 1451, e 1693 in materia di Alta Formazione Artistica e Musicale (AFAM). La VII Commissione permanente, per la precisione, è quella che si occupa di Istruzione pubblica, beni culturali, ricerca scientifica, spettacolo e sport.

I lavori si sono svolti in una seduta del 28/07/2009, e riprenderanno a settembre. Speriamo in un iter veloce e in una sollecita approvazione da parte del Parlamento della nuova legge che scaturirà dal dibattito. Il tema infatti è importantissimo per tutti i Diplomati e gli studenti dei Conservatori, degli Istituti delle Belle Arti, dell’Accademia Nazionale di Danza… insomma per l’intero comparto AFAM. Si tratta infatti, tra le altre cose, di dare finalmente completo adempimento alla Legge di riforma dell’Alta Formazione Artistica e Musicale, la famosa 508, che attende da dieci anni di essere finalmente applicata.

La conseguenza più clamorosa ad oggi è stata quella della mancata equipollenza dei titoli di Diploma rilasciati dai Conservatori e dalle Accademie con i Diplomi di Laurea rilasciati dalle Università. Ne abbiamo molto parlato su questo blog in passato, qualche semplice ricerca nella nostra barra in alto a sinistra o nelle nostre categorie vi farà trovare ogni tipo di documentazione in merito. Con questi disegni di legge finalmente sembra che questa assurda situazione verrà finalmente sanata.

Pubblico, in articoli separati, tutti i Disegni di legge integralmente. Ma ecco qui direttamente il resoconto sommario (n. 122) della commissione del Senato, come fornito dal Maestro Domenico Piccichè (del Coordinamento nazionale per la riforma della formazione musicale e coreutica):

 IN SEDE REFERENTE

(518) ASCIUTTI. – Modifiche alla legge 21 dicembre 1999, n. 508, in materia di istituzioni di alta cultura
(539) PAPANIA. – Riordino delle norme in materia di formazione musicale e coreutica
(912) BUGNANO ed altri. – Modifiche alla legge 21 dicembre 1999, n. 508, recante riforma delle Accademie di belle arti, dell’Accademia nazionale di danza, dell’Accademia nazionale di arte drammatica, degli Istituti superiori per le industrie artistiche, dei Conservatori di musica e degli Istituti musicali pareggiati
(1451) ASCIUTTI ed altri. – Norme per la valorizzazione del sistema dell’alta formazione e specializzazione artistica e musicale
(1693) ASCIUTTI ed altri. – Valorizzazione del sistema dell’alta formazione e specializzazione artistica e musicale

(Esame congiunto e rinvio)Continua a leggere…
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