Dic 082016
 

Ero in Teatro per l’attesa Madama Butterfly che ha aperto la stagione scaligera 2016-2017, proposta nella prima versione originale, del 17 febbraio 1904. Una Prima preceduta da dibattiti accesi sul fatto che fosse cosa buona (o, al contrario, aberrazione) proporre per il tradizionale appuntamento di Sant’Ambroeus una versione che Puccini modificò. Ma, come ci ricorda Kundera in uno dei suoi libri più significativi, non sempre tradire un testamento è una perversione gratuita. Se consideriamo imperfetta la Ur-Butterfly, non è forse anche perché ci siamo abituati a quella definitiva? E inoltre, le modifiche di Puccini furono tutte motivate da profonde convinzioni interiori, o anche da pressioni o fattori di circostanza? Studiosi doc di Puccini risponderanno con cognizione di causa a queste domande, ma credo che solo un’intervista con il compositore stesso, sotto forma di seduta spiritica, potrebbe chiarirci definitivamente le idee. Un fatto è certo: in questa prima versione, soprattutto nel primo Atto, il tenente americano Pinkerton riserva parole assai più razziste ai giapponesi, chiamandoli “musi” (vengono in mente i “musi gialli” della guerra del Vietnam). Sorge fin da subito una domanda: Puccini e i librettisti attuarono davvero una forma di denuncia dell’iniquo spirito di colonizzazione impersonato da Pinkerton? Gli elementi razzisti furono tolti perché rendevano troppo antipatico il personaggio o come forma di autocensura? Non è facile rispondere, ma è certo che la prima versione ci mette di fronte alla crudezza schietta con cui l’americano medio (Pinkerton appunto) affrontava un popolo sconosciuto. Fin dalla conferenza stampa, nei giorni precedenti la Prima, qualcuno non ha potuto fare a meno di riferirsi all’attualità: Carlos Álvarez, interprete di Sharpless, ha ironicamente affermato di “non essere molto contento di impersonare un console americano, dopo le recenti elezioni”. E, in effetti, alcuni tratti di Pinkerton, a partire da una certa xenofobia, potrebbero proprio richiamare il neoeletto Trump. Ma è anche vero che, soprattutto in questa prima versione, la duplicità del tenente americano, personaggio tutt’altro che univoco, viene accentuata: da un lato c’è la sicumera yankee, dall’altro la fragilità di chi, pur non volendolo ammettere, si infatua davvero della quindicenne Cio-Cio-San. Il colpo di fulmine è evidente e porta Pinkerton a intenerimenti che non ci aspetteremmo da un uomo tutto d’un pezzo (si pensi all’estatico duetto d’amore che chiude il primo atto, più esteso nella prima versione). Il tenente mostra una sorta di bipolarità, non meno patologica rispetto al masochismo di Butterfly: perciò, ho trovato insoddisfacente l’interpretazione di Bryan Hymel, che ha appiattito i conflitti interiori e le nevrosi del personaggio. Poco crudele nei momenti di cinismo, poco estatico in quelli di abbandono sentimentale. Chailly ha scelto un Pinkerton belcantista, liricheggiante, che però si è rivelato inadeguato soprattutto nel canto di conversazione, a causa di una dizione zoppicante (un poco imbarazzante, all’inizio, il confronto con l’ottimo Goro di Carlo Bosi). Molto più convincente è stata Maria José Siri nella parte di Butterfly: apparentemente priva del physique du rôle (ma quanto è difficile trovare una Cio-Cio-San che abbia davvero la fragilità di una quindicenne?), Siri ha saputo tratteggiare l’evoluzione psicologica del personaggio. Decisamente meno a suo agio nel primo atto, il soprano uruguayano ha convinto sempre più nel corso dello spettacolo. Se inizialmente ci saremmo aspettati una Butterfly più dolce ed eterea, sublimemente indifesa, Siri ha reso poi perfettamente l’idea della rapida  trasformazione della geisha-bambina in una madre sofferente ma anche in fondo sicura di sé. Folle ma a suo modo forte. Dopo l’applauso a scena aperta di Un bel dì vedremo, Siri è andata nettamente in crescendo, fino a emozionare nel rito del suicidio, in cui veniva restituita con intensità l’idea di una grandezza d’animo forgiatasi nel dolore. Il personaggio ha trovato una spalla perfetta in Suzuki, coscienza infelice dell’incosciente Butterfly: inquietante, quasi espressionista nell’interpretazione magistrale di Annalisa Stroppa. Álvarez ha convinto pienamente in Sharpless, nonostante la tendenza a rendere fin troppo scuri i suoni.

Riccardo Chailly svolge da decenni un lavoro di approfondimento su Puccini che non ha oggi paragoni. Come per la Turandot del 2015, il lavoro di concertazione e di cura dell’assieme, nonché degli equilibri timbrici e dinamici, è stato straordinario. Curando ogni fraseggio, facendo respirare ogni singola frase con forcelle dinamico-agogiche raffinatissime, Chailly si è potuto permettere anche di dilatare un poco i tempi senza far cadere la tensione espressiva. L’orchestra ha risposto magistralmente. Certo, la sua direzione è talmente calcolata da correre il rischio di apparire svuotata del pathos dell’istante: ma, pensando a Diderot (Paradoxe sur le comédien), Chailly è il tipo di musicista-artigiano che rimane lucido dall’inizio alla fine. È il pubblico a doversi emozionare. Così è stato? Nel primo atto, confesso che avrei voluto più contrasti espressivi, meno ammorbidimenti (sopratttutto per questa prima versione, più cruda) e un po’ più di impulsività. Ma progressivamente, entrati nell’ottica “al calor bianco” del direttore milanese, si è compreso come Chailly pensasse la musica attraverso l’interiorità di Butterfly. Solo in due o tre momenti cruciali questo mondo ovattato e ritualizzato esplode. E perciò, si è arrivati al finale con una tensione soggiacente molto forte, che mi ha provocato più di un brivido. Probabilmente, nelle parti più dichiaratamente sentimentali (pensiamo ai soli di violino nei momenti di estasi amorosa), si potrebbe osare di più: dato che si è ripristinata la versione del 1904, perché non ripristinare altre prassi, come quella dei portamenti? Troppo stucchevole? Non credo: è ciò che ad esempio ha fatto Krystian Zimerman con la Polish Orchestra nei Concerti di Chopin. Anche questa è una forma di filologia. A mio avviso occorrerebbe oggi non dare per scontata una certa asciuttezza modernistica affermatasi nella seconda metà del Novecento, e recuperare alcuni modi esecutivi troppo a lungo liquidati come zuccherosi o sentimentali. In fondo, Puccini spesso sentimentale lo è davvero.

Alvis Hermanis ha optato per una regia con pochi rischi: ne è uscito uno spettacolo esteticamente seducente (fino al rischio dell’estetizzazione), ma ben poco coraggioso. Ispirandosi al teatro del Kabuki e alla pittura classica giapponese, Hermanis è rimasto decisamente nel solco della tradizione, accontentando i melomani insofferenti al Regie Theater. Certo è che, in questo modo, si evitava a priori qualsiasi forma di contestazione. Detto ciò, il lavoro di artigianato fatto su scene, costumi e drammaturgia è stato degno di una Prima in grande stile.

A margine, ma non troppo, va detto che ormai le contestazioni, più che in Loggione, viaggiano sul web. Gli italiani, da arbitri, politologi, esperti di tutto e di più, per un giorno si sono trasformati in esperti d’opera. Da un lato, è positivo: meglio il fervore che l’indifferenza. Dall’altro, l’ondata di commenti critici e polemici confermava come il web ci faccia cadere in preda a un’isteria collettiva. Tema del giorno, la Prima della Scala: scateniamoci. Domani passeremo a qualcos’altro e magari poi staremo un anno senza ascoltare un’opera. L’importante è stare sul pezzo e dire qualcosa: possibilmente, di feroce. Fra gli aspetti più contestati, il fatto che la RAI alla fine abbia tagliato gli applausi (quattordici minuti) prima del trionfo di Chailly.  Ci sono poi le critiche sulla qualità audio: un problema del quale la RAI, in effetti, non sembra riuscire a venire a capo. Le critiche sulle voci, invece, si basano soprattutto sul confronto con un passato certo ingombrante, quello delle Callas, delle Scotto, delle Freni. Non un buon motivo per fare a pezzi chi ha dimostrato comunque di avere gli attributi per salire sul palcoscenico il 7 dicembre, di fronte a una platea (innanzitutto televisiva) pronta a spaccare il capello in quattro. Criticare è una cosa, distruggere è un altro. C’è in questo paese, o forse nel mondo in genere, un inquietante malanimo. La frustrazione ha sempre albergato nell’animo umano, ma il web la amplifica a dismisura. E allora “l’opera è morta”, “la democrazia è morta”, “siamo alla fine dei tempi” e via dicendo. Certo è che non si migliora il mondo riversando cattiverie e slogan trancianti da una tastiera.

Luca Ciammarughi

 

Mag 072016
 

Scrivere a proposito de La fanciulla del West di Puccini, vista al Teatro alla Scala il 3 maggio, in occasione della prima rappresentazione della nuova produzione con la regia di Robert Carsen e la direzione di Riccardo Chailly, necessita di una piccola premessa: io non sono né uno studioso di Puccini, né un ascoltatore che abbia alle spalle decenni di esperienze live con questo titolo. Anzi, a dirla tutta, pur conoscendola attraverso il cd, è la prima volta che la ascolto dal vivo. D’altro canto, l’opera mi ha colpito in modo così vivo che forse anche da un ascolto (quasi) vergine posso trarre qualche spunto.

Vorrei partire affrontando alcuni luoghi comuni che avevo origliato prima di recarmi in Teatro. Innanzitutto, l’idea che il primo atto de La fanciulla del West possa essere autonomo anche senza le voci: idea basata su un noto esperimento di Dimitri Mitropoulos, che eseguì negli anni cinquanta l’atto nella pura veste sinfonica. Senz’altro, come affermò Gianandrea Gavazzeni, l’orchestra è protagonista, ma a mio avviso non potrebbe affatto eessere autonoma dalle voci: anzi, è evidente che la continua frammentazione del discorso sinfonico, al limite della (voluta) schizofrenia emotiva, acquisisca il suo senso soltanto in rapporto all’azione e alle parole. Si pensi all’improvviso doloroso pathos che, nel primo atto, l’orchestra esplica dopo le cruciali parole di Nick: “L’oro avvelena il sangue a chi lo guarda”. Ma gli esempi potrebbero essere moltissimi. A questo luogo comune se ne accompagnano altri: ad esempio l’idea che, mentre Puccini ha steso una partitura geniale e modernissima, il libretto rappresenta invece il punto debole dell’opera. Ma libretto e musica sono qui più che mai inscindibili, e pensare che Puccini si accontentasse di un libretto inadeguato significa quasi insultarlo. Dal dramma di Davide Belasco, Civinini e Zangarini trassero un testo del tutto adatto alle finalità di Puccini, che d’altronde vi mise anche mano personalmente. Ciò che a tratti può apparire realismo spiccio contribuisce invece a creare quel particolare ossimoro che fa della Fanciulla un’opera popolare e sofisticata al contempo: un’opera, come si è spesso a ragione scritto, profondamente cinematografica, sia nel senso che trae spunto dai primi sviluppi del cinematografo, sia nel senso che a sua volta influenza nuove colonne sonore. Ciò spiega perché l’opera, pur avendo solo un’aria in senso tradizionale (Ch’ella mi creda), sia tutt’altro che esoterica: merito dell’aderenza dei motivi musicali alle diverse situazioni e della capacità di Puccini di far immergere l’ascoltatore nella psicologia o nel subconscio dei personaggi.

La musicologia ha attentamente indagato quegli elementi della partitura che fanno di Puccini un musicista pienamente europeo, immerso nel modernismo di inizio Novecento: echi dal mondo di Debussy e Ravel, Leitmotive wagneriani, iridescenze che precedono quelle di Zemlinsky o Schrecker, sovrapposizioni ritmiche e armoniche che rimandano a Mahler o Schönberg. Tutto ciò è evidentemente presente. Ma quello che può essere definito “pluristilismo” sarebbe vacuo senza la sintesi finale, che è puro Puccini. Citando Picasso: il genio non copia, ruba. Ed è così che Puccini fa: le citazioni debussiane sono quasi letterali (Golliwog’s cake walk fin dall’inizio, e poi spesso associato a Johnson; ma anche il Ballet dalla Petite Suite nell’intervento della tromba sull’ingresso di Nick: “Buonasera, ragazzi!”); si tratta di partiture che erano uscite proprio in quegli anni (Children’s corner nel 1907, anno in cui Puccini inizia a lavorare alla Fanciulla; e la Petite Suite nel 1904): non dobbiamo chiederci perché Puccini attinga da temi altrui, ma piuttosto perché fosse uno dei pochi in Italia ad averle sul leggio del suo pianoforte e a farle proprie. La conoscenza genera nuova conoscenza. Ma attenzione: si tratta di istanti, inseriti in un’atmosfera generale che è puramente pucciniana. Puccini non è epigono di nessuno. Si pensi al clima di certi valzer e certe barcarole; alla tenerezza dolceamara (un esempio: l’ambigua estasi sulle parole di Johnson nel finale dell’Atto primo: “No Minnie, non piangete…/Voi non mi conoscete. / Siete una creatura / d’anima buona e pura…/ e avete un viso d’angelo”). Puccini non fa del debussismo o del wagnerismo: si serve semplicemente del campionario musicale che ha immagazzinato per creare infine una musica e un colore che sono solo suoi. Tra l’altro, fra le influenze, bisognerebbe considerare a mio avviso anche quella di Dvořák: uno dei momenti più commoventi del primo atto, ossia l’Andante sostenuto con cui si apre il dialogo fra Minnie e Johnson in cui la fanciulla dice “il primo bacio/debbo darlo…/debbo darlo ancora”, presenta una melodia distesa, su un’armonia completamente diatonica, che richiama l’atmosfera di molte pagine “americane” di Dvořák (penso al Largo dalla Sinfonia n. 9 “Dal Nuovo Mondo”). In questo caso l’universo wagneriano è veramente lontanissimo.

Cosa è dunque puramente pucciniano, nella Fanciulla? L’ambiguità, la vena dolceamara. Come in Schubert, in Puccini amore e dolore sembrano inestricabilmente uniti. Non solo: in ogni affermazione ottimistica è contenuto un risvolto di amarezza, così come in ogni cupezza c’è un filo di speranza. Quando Minnie dice che “non v’è/al mondo, peccatore/cui non s’apra una via di redenzione…/Sappia ognuno di voi chiudere in sé/questa suprema verità d’amore”, l’orchestra non commenta semplicemente, ma prosegue e completa la frase musicale quasi dando voce a ciò che non può essere detto a parole, ovvero la “suprema verità”: e non lo fa con una musica radiosa, bensì con una melodia nostalgica, dolente. Il senso dell’ineffabile, in altri casi, si traduce in una musica che si avvicina il più possibile al silenzio: così è sulle parole di Minnie “non m’avreste scordato”, a cui Johnson risponde “Né v’ho scordato, mai, mai, mai!”; o sulle parole “io non sono che una povera fanciulla/oscura e buona a nulla:/mi dite delle cose tanto belle/che forse non intendo” (qui, come nelle parole “Abito una capanna a mezzo monte. […] Ci vivo sola, sola”, Minnie sembra un alter-ego della Mimì di Bohème).

Riccardo Chailly dirige e studia Puccini da decenni. E si sente. La vena dolceamara, il sentimento di soffusa tenerezza tinta di malinconia sono colti appieno; ma Chailly non è sentimentale all”eccesso nei momenti languidi, né kitsch o volgare in quelli in cui l’evocazione del colore locale potrebbe far sì che il direttore si lasci prender la mano. Anche l’equilibrio fra trasparenza asciutta, ruvidezze e vaporoso charme è mirabile. E la qualità di suono che trae dall’orchestra è spesso indimenticabile. In qualche momento, soprattutto nel primo atto, alcune voci risultavano un po’ coperte dall’orchestra: mai, però, quella di Roberto Aronica, che ha interpretato Johnson con una pienezza vocale, una caparbietà e una proprietà di fraseggio eccezionali. Da segnalare anche l’ottima prova di Alessandro Luongo nel ruolo di Sonora. Questa prima rappresentazione è stata purtroppo segnata dal forfait di Eva-Maria Westbroek, a cui è subentrata Barbara Haveman: costei ha avuto un solo giorno per ripassare la parte. Nonostante sapesse il testo a spanne (nel secondo atto tutti abbiamo sentito la voce del suggeritore, proprio nella scena-clou della partita a carte), la Haveman ha affrontato la situazione con caparbietà, uscendone bene dal punto di vista della tenuta vocale. La rocambolesca sostituzione ha comunque impedito di poter riaprire alcuni dei tagli fatti da Toscanini: considerato che Chailly aveva puntato moltissimo sulla riproposizione della versione originaria di Puccini senza tagli, si sarebbe dovuto pensare fin da subito a una possibile sostituta che imparasse anche le tre parti tradizionalmente tagliate.

La regia di Robert Carsen ha ben evidenziato il fatto che siamo di fronte a una sorta di Bildungsopera, un’opera di formazione: la protagonista, Minnie, attraverso la controversa passione per il reietto Johnson (“che ci trova la Minnie in quel fantoccio?”), intraprende una sorta di iniziazione alla vita. Se all’inizio è una “povera fanciulla / oscura e buona a nulla”, in corso d’opera acquisisce sempre più coscienza del fascino che esercita sugli uomini di quella piccola comunità che sembra tenere in pugno. Sulla base di questo processo, non è affatto incoerente il coup de théâtre finale di Carsen: imprevedibilmente, si esce dal mondo del Far West e si entra in quello di Broadway. “Lyric. Now playing. The Girl of the West End”: sotto l’insegna al neon, Minnie esce dall’intreccio narrativo ed entra nel mito, anzi nella leggenda, come star cinematografica. Ma è, in un certo senso, anche l’emblema di un’emancipazione femminile del tutto inusuale, soprattutto in Italia, negli anni in cui l’opera fu scritta. Come Carsen ha sottolineato, il pubblico dell’epoca “non era probabilmente abituato a vedere in scena una ragazza così diretta nell’espressione, senza falsi pudori”. Anche quando mette in scena il colore locale (i canyon, le atmosfere da western e da saloon), Carsen non esagera con il pittoresco: è un West interpretato con misura. Questo equilibrio pone la regia sostanzialmente in linea con la direzione di Chailly: con la differenza che Carsen percepisce nettamente meno nell’opera, per sua stessa ammissione, quell’elemento malinconico che invece è pienamente emerso dai suoni dell’orchestra, così come dal coro scaligero.

Luca Ciammarughi

 

 

Feb 012012
 

 “Scoprire l’opera lirica: Madama Butterfly per le scuole” è un nuovo voluto dalla Provincia di Forlì -Cesena , dalla Regione Emilia Romagna in collaborazione con altri enti per far conoscere ai giovani e ridare lustro alla musica lirica. Il progetto che durerà diversi anni vuol essere un punto di riferimento internazionale per riportare in auge il melodramma nella provincia e mettere in contatto gli studenti con giovani orchestrali e cantanti emiliani e romagnoli.

Il progetto, che ha riscosso subito l’interesse di dirigenti scolastici, insegnanti e anche delle famiglie, partirà i prossimi giorni e vedrà la presenza di Paolo Olmi, celebre direttore d’orchestra di fama internazionale. L’opera scelta quest’anno è Madama Butterfly di Giacomo Puccini che verrà messa in scena al Carisport di Cesena il 30 marzo per le prove generali e il 31 marzo come spettacolo definitivo. Il tutto preceduto da 8 giorni di full time per la preparazione del lavoro. Nella grande sala del Carisport saranno posizionati degli schermi per vedere i primi piani dei cantanti, l’animazione dell’opera -proposta in forma concertistica- e anche immagini a cui il testo lirico fa riferimento, come ad esempio una barca.

La scelta del Carisport è stata determinata dalla buona acustica e dal rilevante numero di posti che si aggirano sui 2500. Il progetto comprende due momenti: il primo sarà un contatto diretto con gli artisti e le maestranze i per capire come avviene la produzione, la preparazione e l’esecuzione di uno spettacolo. Il secondo sarà un percorso teorico guidato, mediato dagli insegnanti in classe. Gli studenti (il progetto è aperto dalla quinta elementare all’ultimo anno delle superiori) avranno la possibilità di conoscere ed approfondire il testo, di confrontare le due civiltà (orientale ed occidentale) che nel testo della Butterfly paiono agli antipodi.

Sono inoltre previsti corsi di formazione, prima per insegnanti, poi per ragazzi con l’ausilio di video, cd per capire la differenza di volume fra le varie voci, in particolare fra la musica leggera e la musica classica. Ai giovani studenti verrà data anche la possibilità di scrivere le proprie impressioni o di produrre immagini che saranno poi esposte in una mostra. «Tutto questo per far conoscere un patrimonio che non ha uguali nel mondo», ha sottolineato Paolo Olmi, ravennate d’adozione che vanta una carriera di altissimo livello in Italia e all’estero.

Olmi ha anche detto che: «I ragazzi parteciperanno alle prove e saranno seguiti dal Maestro che farà interagire i giovani coi contenuti, spiegherà loro che cosa succede sulla scena, farà sentire il rumore dell’orchestra e, ovviamente racconterà la storia».

Mar 052009
 

Alessio Boni interpreta Giacomo PucciniScusate, ma non resisto alla tentazione di commentare lo sceneggiato RAI andato in onda nei giorni scorsi, dedicato alla vita di Giacomo Puccini.

Errori e luoghi comuni: la fiction su Puccini fa infuriare i melomani” – titola un articolo del Corriere della Sera.

Va beh, si sapeva, era uno sceneggiato nazional popolare. Ma ben venga, se può avvicinare la gente alla figura di Puccini. E alla sua musica… già, la sua musica! Ma dov’era la sua musica, diamine? Confinata a poche, troppo poche scene (ineliminabili, ovviamente), sulla messa in scena di alcune sue opere… e a qualche passaggio al pianoforte, per mostrarne il travaglio creativo. E poi, orrore, a fastidioso commento di tutto lo sceneggiato,  musiche non sue, di tal Padre Frisina, che, poveraccio, ha anche tentato di fare del suo meglio, ma gli era stata affidata, davvero, una “mission impossible”!

Un compito da fare tremare le vene nei polsi: mostrare Puccini che cerca la sua Turandot, con altro commento musicale! Ma che cosa è venuto in mente agli sceneggiatori? La lezione di Visconti, ahimè, è lontana, troppo lontana.

Non è che siamo melomani incontentabili. E’ che quando si parla di musica, e della vita di un genio che compone musica (e che musica…), proprio non si può, e non è davvero immaginabile, inserire il commento musicale di un altro autore. Neanche se questo autore, to’, si chiamasse Schubert, o Beethoven. E’ proprio che – direbbe Di Pietro – che c’azzecca?

Tu vedi Puccini camminare malato per strada, arrovellarsi disperato perché non trova la musica per la sua Turandot e sa che sta per morire… e gli metti in sottofondo la musica di Frisina? Che, oltretutto, cerca di adattarsi al personaggio che deve commentare, orecchiandone e scopiazzandone spunti musicali e clima armonico? Bah.  Mi piacerebbe moltissimo chiedere ai geni che hanno fatto questa pensata cosa avevano in mente, e perché hanno fatto questa scelta. Secondo loro, quando un musicista sta componendo un’opera, e ne è ossessionato, va in giro a pensare compulsivamente il tema di un altro compositore?

Misteri RAI. Certo si è persa una magnifica occasione di ascoltare più musica di Puccini. E anche di evitare alcuni errori storici (come la falsa storia con Doria), che da poco è stata completamente rivista e corretta dal regista Paolo Benvenuti (ricordate i nostri post sul suo bel film “La fanciulla del lago?”). Benvenuti parla apertamente e duramente di “ignoranza e disprezzo del pubblico”.

E poi, poveri Illica e Giacosa, ridotti a macchiette. Per non parlare di Toscanini, che sembrava imbalsamato. Una roba da museo delle cere…

Unica nota positiva: a me il protagonista è piaciuto: Alessio Boni ha dato verità al suo personaggio, spessore umano, tenerezza, passione e slancio. Pur ingabbiato in una sceneggiatura infarcita di luoghi comuni e flash back (aiuto, non ne possiamo più dei flash back!)  questo attore bello, affascinante e davvero bravissimo è riuscito a commuovere, a essere ironico, irresistibilmente simpatico e seduttivo, a incarnarsi quasi nel grande Giacomo, al quale è riuscito anche a somigliare molto, e a far quasi dimenticare, a tratti, tutto il resto. Persino la musica di Frisina… E scusate se è poco. Bravo. Ricorderemo, almeno, il suo eroico tentativo di salvare lo sceneggiato.

Lug 122008
 

Un celebre quadro di Domenico Induno, con una fanciulla dell'epoca...Avete trovato interessante la storia su Puccini e il suo figliolo segreto che vi ho proposto nel post precedente?

Guardate intanto, per entrare nell’atmosfera giusta, quest’altro video, sconosciuto, che ci presenta lo studio di Puccini e il suo lago, con il sottofondo del coro muto della Butterfly….  http://it.youtube.com/watch?v=JpTgFBHPTSo&feature=user

Magari ora vi è venuta voglia di vedere il film di cui si parlava…. “La fanciulla del lago”, a cura del regista Paolo Benvenuti.

Ebbene, anche questo film, un’operazione culturale raffinatissima,come potete vedere dal sito che vi segnalo qui sotto, nasconde un mezzo giallo. Sì, perché non ha ancora visto la luce, e si è arenato per mancanza di fondi. La produzione è stata finanziata, inizialmente, dal Ministero, ma poi …. Insomma, ahimè, siamo alle solite. Per filmacci di cassetta, denari e sovvenzioni statali, chissà come mai, si trovano sempre. Per i film, d’autore, invece…

Dunque, come si legge nel sito http://www.lafanciulladellago.it/dal gennaio 2006, dopo cinque anni di ricerche storiche e di preparazione, Paolo Benvenuti è pronto a realizzare “La fanciulla del lago”, un film su Giacomo Puccini pensato in occasione delle celebrazioni internazionali previste per il 2008, 150° anniversario della sua nascita.

Il 29 settembre 2007, la Commissione Ministeriale per l’assegnazione del Fondo di Garanzia ha deliberato di finanziare il film per l’importo di 800.000 Euro: questa cifra, che copre circa la metà dei costi di produzione, sarà devoluta dal Ministero solo al raggiungimento della somma complessiva. Rimarranno infine da coprire le spese per la distribuzione.

E’ stata quindi costituita, da alcuni estimatori del cinema di Paolo Benvenuti, l’Associazione Culturale “La fanciulla del lago”, con lo scopo di raccogliere altri fondi necessari a produrre il film. L’Associazione così costituita opererà in favore di un ampio progetto culturale comprendente tutti gli ambiti di ricerca e produzione creativa connessi al film stesso. Per questo, lancia un appello a tutti coloro che amano il cinema di qualità, invitandoli a partecipare alla produzione del film: in pratica, si tratta di aderire all’associazione o di dare un contributo economico, divenendo così a pieno titolo “produttori” del film.

Ecco, nei dettagli, le modalità di adesione (che trovate anche sul sito):

PRODUCI IL FILM

Si può partecipare alla produzione del film La fanciulla del lago, scegliendo di farlo in modo completamente libero (con un contributo tramite bonifico bancario), senza entrare a far parte della struttura dell’Associazione, oppure iscrivendosi ad essa come socio ordinario. A tutti coloro che vorranno contribuire alla produzione del film sarà reso possibile l’accesso, tramite password, ad una sezione dedicata al backstage de La fanciulla del lago. Inoltre, chi contribuirà potrà avere, se lo vorrà, un ringraziamento sulle pagine di questo sito, e nelle altre eventuali pubblicazioni collegate al film stesso.
Bonifico bancario intestato a: Associazione Culturale “La Fanciulla del lago”
BNL sede di Lucca, Piazza S.Michele, 7 – 55100 Lucca
Causale: Pro “La fanciulla del lago”

c.c. 71709
ABI 1005
CAB 13702

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Lug 112008
 

Ecco ora qualche approfondimento su una storia che chiameremo della “Fanciulla del lago”, in cui ritroviamo immagini che vi ho proposto nel video del penultimo post. Dunque, abbiamo visto un video inedito, sulla vita privata di Puccini, girato nel 1915, e rinvenuto dal regista Paolo Benvenuti durante le sue ricerche per il film “La fanciulla del lago”.

Vediamo subito un altro video molto interessante, in cui il regista stesso ci spiega diverse cose sconvolgenti,  che sono state finalmente rivelate: riguardano lo scandalo che travolse la vita della giovane Doria, cameriera in casa Puccini, che si suicidò in seguito a pettegolezzi che la accusavano di essere stata l’amante del Maestro (anzi, in seguito alle dirette accuse della gelosissima Signora Elvira, sua moglie). Sembra quasi un romanzo d’appendice di quei tempi, se non fosse per l’innegabile valore storico, che scagiona completamente la povera Doria, completamente innocente, e ha addirittura portato alla scoperta di un figlio segreto di Puccini, Antonio, figlio della sua vera amante, Giulia Manfredi, una cugina di Doria.

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Alcune immagini sono le stesse che vi ho già presentato nel post precedente, ma l’interessante di questo video sta nell’intervista rilasciata dal regista Benvenuti, che ci racconta con grande precisione ed immediatezza i fatti, che faranno riscrivere i libri di storia della musica. Potete vedere anche chi sarà l’attore scelto per interpretare il film…
E il film, direte? Suspence… questo è un altro romanzo… ve lo racconterò in un prossimo appuntamento. Non perdetelo.

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Lug 102008
 

Giacomo Puccini al pianoforteCari amici, è venuto recentemente alla luce un eccezionale documento storico: si tratta di un video, inedito, con scene della vita privata di Puccini, girato nel 1915, che ci viene presentato, con emozionante immediatezza, al pianoforte, nella sua villa di Torre del Lago, e ancora nel suo giardino, nel suo studio, mentre compone, mentre parla con i suoi collaboratori e mentre va a caccia, in barca sul lago…  Ecco subito qui il link al video su Youtube (l’autore ne ha disattivato l’incorporamento…):

http://it.youtube.com/watch?v=BEHdTbdke2A

Dobbiamo il ritrovamento all’attività di ricerca svolta dal regista Paolo Benvenuti durante la ricerca storica compiuta per la realizzazione del film “La fanciulla del lago”.
Ma questa è un’altra storia, così lunga ed avvincente che merita un paio di altri post… A presto!

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Lug 082008
 

Il logo del comitato per il 150 anniversario della nascita di PucciniL’11 luglio 2008 andrà in scena la Turandot, per il Festival Puccini di Torre del Lago: una ghiotta occasione per tutti gli amanti della musica, e della musica di Puccini in particolare.

Si tratta del 54° Festival Puccini, che sarà caratterizzato anche da uno degli eventi culturali più importanti degli ultimi anni: l’inaugurazione del nuovo gran Teatro, intorno al quale si svilupperà un parco culturale, dove si celebrerà Giacomo Puccini, la sua musica, la sua storia e la sua arte, sulle rive del lago di Massaciuccoli a Lui così caro.

Ricordiamo che nel 2008 ricorre il 150 anniversario della nascita del Maestro (Lucca, 22 dicembre 1858), e che questa, che si svolge nel luogo dove egli scelse di vivere, è la manifestazione più importante di tutto l’anno.

Il cartellone si aprirà con una nuova produzione di Turandot (11, 19, 25 luglio e 23 agosto), con la regia di Maurizio Scaparro, uno dei più conosciuti registi del panorama internazionale, scene di Ezio Frigerio (eccezionale esponente della cultura a livello mondiale), e costumi di Franca Squarciapino, premio Oscar nel 1991 con «Cyrano De Bergerac».

Il festival Puccini presenterà poi una nuova produzione di Edgar (9, 16 agosto), per la regia di Vivien A. Hewitt, con le scene del designer Roger Dean.

Saranno ripresi sia il fortunato allestimento di Tosca (12,18, 27 luglio 8,22 agosto), per la regia di Mario Corradi con scene e costumi realizzati da Igor Mitoraj (anno 2006),

e la produzione di Madama Butterfly (20, 26 luglio; 2,17 agosto), regia di Stefano Vizioli, scene e costumi di Ugo Nespolo (2007).

Per ogni ulteriore informazione, rimandiamo al bel sito http://www.puccini2008.it/index.php , curato dal Comitato Nazionale per le Celebrazioni Pucciniane 2004-2008, nato per decreto del Ministro dei Beni e delle Attività Culturali, e con l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica. Date un’occhiata anche al loro sito: http://www.comitatopuccini.it/. Che dire? Meno male che ogni tanto nel nostro paese ci ricordiamo della nostra vera ricchezza: la nostra cultura, la nostra storia, i nostri geniali connazionali che tutto il mondo ci invidia…

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