Mar 242007
 

Intervista a Luigi Corbani, direttore dell’Orchestra Sinfonica G. Verdi

di Davide Luigi Rabacchin 

 

 

Lo scorso venti febbraio nel corso di una concitata assemblea – alla quale aderì tutto il mondo della musica italiana – si denunciarono a chiare lettere i contorni di una vera e propria crisi che rischiava di far collassare l’intero settore. (Si veda anche il nostro articolo “Un futuro senza musica“)

L’accusa, diretta in primo luogo all’esecutivo, rappresentato in quella occasione da Rocco Buttiglione e Sandro Bondi, non verte esclusivamente sulla questione economica, per inciso i tagli indiscriminati al Fondo Unico per lo Spettacolo (fus). Ciò che più si contesta è l’assoluta mancanza di una presa di posizione netta da parte della classe politica nei confronti della cultura e della produzione musicale. Poiché soltanto su di una decisione netta e consapevole è possibile innestare un piano di sviluppo strutturato e di lungo respiro che metta la cultura al centro della politica nazionale.

Nella concretezza della vita quotidiana, il micro-universo della produzione musicale è fatto di piccole realtà, di associazionismo, di fondazioni e piccole imprese sparse un po’ ovunque in tutto il territorio.

Esiste dunque un tessuto fitto, dinamico, che opera concretamente nelle pieghe del territorio garantendo delle risposte alle esigenze pratiche del settore, come la selezione e la formazione dei giovani musicisti, solo per citarne una. Nel migliore dei casi queste realtà sono prive di una qualsiasi prospettiva sul proprio futuro. Il che significa rinunciare al nodo più importante nella rete della divulgazione culturale e musicale.

Il taglio del Fondo Unico attuato con la precedente finanziaria, e parliamo all’incirca di un 40% in meno, rischiava davvero di cancellarlo definitivamente. Questo si capisce ancorché si tiene a mente che la quota del Fus assegnata alla voce “Musica” è costituita da un misero 13%, ripartito fra un’infinità di piccole e piccolissime realtà locali che operano nei più svariati settori della produzione musicale (orchestre sinfoniche, gruppi musicali, associazioni concertistiche, ecc.). Il disagio è evidente.

Il mondo della produzione musicale in Italia ha sopportato, e sopporta, a denti stretti una sorta di amnesia che, a quanto pare, colpisce in modo subdolo e indiscriminato tutti i redattori delle varie finanziarie, segnatamente alla voce “Musica e spettacolo”. E un poco alla volta i capitoli relativi ai fondi per la cultura e lo spettacolo sono stati dimezzati e in alcuni casi cancellati. E ora si respira con il fiato corto.

Ma in campagna elettorale sono state fatte delle promesse dagl’esponenti dell’attuale maggioranza. Promesse che sono difficili da mantenere e tuttavia la finanziaria 2007 recepisce alcune delle richieste avanzate dalle associazioni dei produttori musicali, come il beneficio del credito d’imposta per le piccole e medie imprese (con un fatturato annuo di 15 milioni di euro) che realizzano investimenti produttivi e promozionali di artisti emergenti. Ma siamo ancora lontani dal soddisfare le esigenze reali e concrete di un settore vasto e variegato rispetto al quale è necessario adottare una politica duratura di sostegno e sviluppo.

La cultura ha un costo. Meglio: la cultura è un tributo che non possiamo evadere, poiché lo paghiamo alla civiltà stessa. 

L’intervista a Luigi Corbani, direttore dell’Orchestra Sinfonica G. Verdi

Luigi Corbani, direttore dell’Orchestra Sinfonica Giuseppe Verdi, nell’assemblea del venti febbraio si fece portavoce della protesta. Con una lucida requisitoria analizzò tutte queste problematiche, indicandone le possibili soluzioni. Perciò lo abbiamo contattato, anche al fine di capire se da allora qualcosa è cambiato.

Senta, direttore, rischiamo ancora un futuro senza musica?

«Beh…a dire il vero…devo dire che qualcosa si sta muovendo. Certo, la situazione rimane ancora problematica, sebbene in queste settimane si sta registrando qualche timido segnale…non è molto, ma comunque a prima vista è certamente un fatto più che positivo».

Sia più preciso…

«Mi riferisco al fatto che in finanziaria sono stati erogati altri 50 milioni di euro che sanano, almeno in parte, i malanni provocati dal precedente taglio del Fus. Ora, questo non restituisce di certo la salute al malato, ma almeno ne allevia le sofferenze. Siamo molto lontani, tuttavia, dagli obiettivi che ci proponiamo. Ritengo sia primario affrontare il problema di una migliore distribuzione del Fondo, che a tutt’oggi è troppo sbilanciato verso gli Enti Lirici e dimentica la centralità delle piccole associazioni. E pensare che sono proprio queste iniziative che garantiscono e permettono la diffusione capillare della cultura e della musica nel tessuto sociale ».

…dunque: che cosa avete intenzione di fare?

«Anzitutto abbiamo in programma una manifestazione nazionale che si terrà a Roma il prossimo febbraio. Una manifestazione che non sarà affine a se stessa, ma che rientra in un progetto più ampio che mira a creare le condizioni per una nuova politica nei confronti del problema. Già ora abbiamo instaurato una sorta di tavolo di lavoro con le istituzioni, con la speranza che portino a risultati concreti».

Che cosa vi aspettate dalla prossima finanziaria?

«Ci aspettiamo quantomeno di ottenere un’erogazione pari a quella del 2001».

A quanto ammontava?

«Parliamo di una cifra che si aggira attorno ai 414 milioni. Nondimeno, quello che ci interessa veramente è una discussione seria sulle ripartizioni del Fondo Unico. Così com’è strutturato ora non va proprio».

Perché?

«Perché è troppo sbilanciato verso enti che godono, peraltro, anche di finanziamenti comunali. È dunque necessario un dibattito serio che prenda in considerazione la centralità delle piccole realtà locali, che sono il nerbo vivo della cultura musicale italiana. Ci vuole dunque una scelta forte e intransigente da parte della politica a favore della cultura».

Approfondimenti: FUS, di cosa si tratta?

Il FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo) venne istituito dallo stato nel 1985, con lo scopo di consentire una diffusione capillare della cultura nel Paese, a favore di tutte quelle organizzazioni che operano nei settori della musica, della danza, della lirica e del teatro di prosa. La ripartizione del fondo è la seguente:

47% Enti Lirici

19% Cinema

16% Teatro di prosa

13% Musica e Danza (dal 97 la Danza è disgiunta dalla Musica)

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Si legga anche l’articolo sulla nostra rivista: “L’opinione di ClassicaViva su ‘La Scala’, Mostro Mangiasoldi

Nov 212005
 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

In commento a: “un sasso nello stagno. Le idee di un nuovo editore indipendente per sfuggire al grande freddo che attende la musica”

Cara Sig.ra Angelino,

ho letto con molto interesse il suo articolo. Purtroppo ciò di cui Lei scrive, ben lungi dall’essere una semplice tesi, è, ahimè, una triste fotografia della realtà.

I programmi che includano pezzi di repertorio sono affidati in maniera praticamente esclusiva ad artisti affermati. Ho  assistito l’altra sera sera in tv al concerto tenuto dall’orchestra Cherubini a Parma il 17 Novembre. In programma c’erano la Sinfonia concertante di Mozart e la quinta sinfonia di Shostakovich. E qui si pone un altro  problema: l’orchestra era formata tutta da giovani e giovanissimi. Ma perché non è stato così anche per il direttore (Riccardo Muti) ed i  solisti (Francesco Manara e Simonide Braconi)? Eppure di solisti giovani all’altezza della situazione ce ne sarebbero eccome. E di direttori pure.

La risposta è sempre la stessa: perché la musica è un mercato. E per far funzionare un mercato in modo da ricavarne dei quattrini il modo più semplice è inserire uno o più nomi di richiamo. Non è neanche tanto una questione di richiamo del pubblico dei concerti, quanto di quello degli sponsor. Signori che si credono importanti perché mirano a fare di Parma la città della musica, usufruendo del fatto che Parma ebbe l’onore di dare i natali a Verdi, come Salisburgo per Mozart e “Bayer” ([sic!]  nelle parole di un ministro intervistato durante l’intervallo del concerto) per Wagner.

E naturalmente accanto al ministro sedevano altri noti vip del business della classica. L’iniziativa in sé  sarebbe lodevole, ma rischia di diventare un altro posto per sfoggiare alcune personalità piuttosto che aiutare veramente i musicisti che ne  hanno bisogno. Per fortuna ci sono iniziative come la Sua, che cercano di andare  controcorrente, o forse nell’unica direzione ‘giusta’, tentando di  riportare la musica ad un piacere e non ad un accordo commerciale tra  lobby. Grazie.

Gian Maria Griglio

Nov 202005
 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

In commento a: “un sasso nello stagno. Le idee di un nuovo editore indipendente per sfuggire al grande freddo che attende la musica”

Gent.ma Dott.sa Ines Angelino,

il problema che Lei opportunamente, appassionatamente, e senza dubbio meritoriamente, solleva è davvero della massima importanza in quanto a mio parere va a toccare il punto nevralgico di una situazione di decadimento culturale oramai cronicizzata in un’agonia più che preoccupante. Trattasi del problema ormai annoso: come collocare (ma, soprattutto, perché) nuove interpretazioni di brani più che sedimentati nelle abitudini d’ascolto del pubblico anche meno smaliziato, a fronte di una stratificazione di registrazioni che sarebbe più che sufficiente a disorientare anche il melomane più compulsivamente insaziabile?

Andrei per gradi introducendo altri due quesiti:

1. quale ruolo ha il fenomeno dell’interpretazione a livello artistico e sociale? Il ruolo è quello che la lega da costituzionale rapporto di funzionalità alla categoria della composizione, di cui è imprescindibile medium: rapporto che è alla base della sostanza stessa delle musica modernamente intesa.

2. può concepirsi una floridità dell’attività interpretativa a fronte di una comatosa subsidenza della composizione che, [mal-]celandosi dietro capziosità accademiche, è sostazialmente latitante – nei suoi frutti – dalla consapevolezza sociale da almeno mezzo secolo? [non credo che nessuno di noi potrebbe plausibilmente indicare pezzi della cosiddetta musica contemporanea che costituiscano alle orecchie di un ascoltatore medio il “colore sonoro” di un periodo qualsiasi degli ultimi 50 anni] – Non credo proprio.

3. quanto può durare, quindi, la prosperità di un sistema di fruizione musicale basato sull’illusione di poter ruminare ad libitum un patrimonio musicale remoto nel tempo [il concertismo attinge i suoi tesori da autori quasi tutti morti prima del 1950] spacciandolo per surrogato di una “contemporaneità” che, per il rivelatorio principio della denegazione [coda di paglia], è tanto più nominalmente ostentata nella produzione delle avanguardie, quanto più latitante nell’inconsistenza [linguistica e artistica] dei prodotti delle stesse, ed ancor più nell’immaginario degli appassionati di musica? Dipende dalla necessità, capacità e volontà di auto-illudersi delle persone: negli ultimi decenni, a quanto pare, la soverchiante proliferazione di registrazioni dei medesimi, onnipresenti, ammiratamente quanto [talora] persecutoriamente-noti pezzi, ha incominciato ad indurre un prevedibile senso di saturazione nei discofili (da cui le avvedutamente compensatorie iniziative editoriali distribuite tramite edicola, in cui interpretazioni di pregio -tecnico ed artistico- superiore sono spesso disponibili al 25% del prezzo dei negozi).

Il fenomeno del concertismo ha probabilmente tempi di ‘reazione’ lievemente più lenti, in quanto il rito del concerto ripropone la vitalità di un evento cui la fissità di qualsiasi registrazione non può paragonarsi (per ovvia differenza dei parametri dell’offerta, a prescindere dalla qualità dell’interpretazione immortalata). Tuttavia è innegabile che, anche per quanto riguarda i concerti, non si potrà chiedere a molte altre generazioni di accostarsi alla bellezza attraverso l’artificiosa operazione di riesumazione di un passato remoto… anche perché, più il tempo passa, più dalla scenografia sonora corrente [includendo in quest’espressione quasiasi prodotto musicale di vasta fruizione, dalla musica da film alle suonerie dei cellulari], scompaiono – data la sgomentante sciatteria imperante – anche gli ultimi echi della gloriosa tradizione musicale pre-Darmastadt che ancora [a differenti livelli] nella musica leggera degli anni ’60/’70, nelle colonne sonore cinematografiche della grande Hollywood di compositori come Steiner, Waxman, Korngold, Herrmann (o nel fine artigianato di molti nostri musicisti, da Rota a Cicognini, da Lavagnino a Piccioni), potevano trovare, per quanto epigonali e ridimensionati, pregevoli e inoppugnabili elementi di conferma e riconoscibile continuità: è ovvio che, persi questi ultimi esempi di organicità linguistica (condizione necessaria della bellezza in senso artistico), il recupero di una sensibilità musicale a partire dalla blasonata scipitezza dei brancolamenti di Nicola Piovani, dagli ebefrenici biascichii simil-rap di Max Pezzali, o – non meno verosimilmente – dall’ebbro culto di una compiaciuta quanto grottescamente inerte ciarlataneria quale si constata nella stragrande maggioranza delle boriose emanazioni della musica contemporanea, sarà operazione di “speleologia culturale” ben poco probabile per una società che, comprensibilmente, sempre meno sente la necessità di una ricerca (ed alimenta la speranza di un approdo umanistico) nel contesto di una disciplina musicale che, nelle sue manifestazioni correnti, ha ormai perso gran parte del suo potenziale simbolico (possibilità di bellezza).

Tornando quindi all’interpretazione ‘immortalata’: da un punto di vista tecnico è poi possibile che un giovane solista sopravanzi una mitologica gloria della storia discografica? A mio parere è possibile, ma è altrettanto supremamente arduo. Chiarisco: cosa propizia le differenze tra un’interpretazione chopiniana di un Michelangeli e quella di un Cortot? Innanzitutto (pur nell’ambito di affinità percepibili a prescindere dalla reciproca stima), la loro prospettiva di concezione dell’autore mutata dalle differenti costellazioni musicali – a loro contemporanee – nel cui ambito si trovavano ad agire. Cortot era connazionale e coevo di Debussy e Ravel, Michelangeli di Casella, Petrassi e Dallapiccola, nonché interprete [in gioventù] dell’anch’egli coevo Schoenberg: disquisire circa il grado di influenza delle due differenti posizioni geografico-culturali sui coni prospettici che hanno contribuito a creare sul romanticismo chopiniano è possibile… escludere queste influenze è, invece, forse improponibile: l’interprete non è semplicemente esecutore (traduttore di segni), esprime la relazione con una realtà di cui il suo pensiero è elemento di vitale respiro.

E quali sono, oggi, i compositori (a livello planetario) di paragonabile forza gravitazionale tale [per valore artistico ed incidenza intellettuale] da influenzare fino ad impregnare l’atmosfera culturale in cui un solista agisce, condizionarne il pensiero musicale, e di conseguenza la sua visione del passato? E, ancor più clamorosamente, quali sono le acquisizioni del repertorio di un pianista nato negli ultimi 50 anni – rispetto a quello di un qualsiasi solista nato all’inizio del ‘900 – tali da anche soltanto variare la sua concezione dell’approccio alla tastiera (in termini di strumentario tecnico, articolazione e fraseggio, strategie di resa formale) rispetto a suoi colleghi di generazioni precedenti? [come avveniva per i coevi di Beethoven nei riguardi di quelli di Clementi, dei contemporanei di Debussy nei riguardi di quelli di Liszt, dei Bartokiani nei confronti degli Scriabiniani, ecc.].

Insomma, di quali imprescindibili traguardi artistici plasmanti l’odierna realtà musicale rispetto, ad esempio, agli anni ’70, un interprete dovrebbe farsi – anche inconsciamente – araldo nelle sue riproposizioni del repertorio di tradizione? In poche parole, se l’attuale evo cultural-musicale è congelato in una pluridecennale letargia produttiva [invano dissimulata da un annaspante fervore sedicentemente ‘avanguardista’ che a tutt’oggi si è provato solo “croce e sevizia” di chi, per varie ragioni, è stato ed è tuttora occasionalmente costretto ad eseguire o, da ascoltatore, a tollerare certi amorfi coacervi sonori capziosamente e tautologicamente spacciati per ‘musica di ricerca’… come se Webern, Strawinsky, Mahler, Brahms, ecc. fossero stati degli infingardi emulatori], e se il repertorio di un pianista nato nel 1980 non è sostanzialmente differente da quello di un pianista nato nel 1920, in base a quale arcano (= favolistico) concetto di genio, l’odierno giovane interprete (per quanto straordinariamente attrezzato tecnicamente ed intellettualmente: caso oggi più frequente di quanto già si speri) dovrebbe poter dire qualcosa di così rivoluzionariamente differente dai suoi gloriosi predecessori, di tanto differente da potersi considerare sostanziale contributo alla dilagante mole di registrazioni già stratificate a partire dagli albori del ‘900? [anche perché il viatico musicale offerto dal presente è uno solo: le interpretazioni (di un repertorio storico)… quando non ne scaturisce un ‘sagace e reverente manierismo’ (interpretazione di interpretazioni) è difficile eludere il pericolo del mero plagio].

La domanda è ovviamente retorica e le vie d’uscita non sono molte: una soluzione potrebbe essere effettivamente quella di ripiegare su un repertorio finora oscuro da ‘rivalutare’… ma, oltre ad essere operazione in cui soltanto recidiverebbe l’aspirazione ad una nostra adozione da parte del passato, porterebbe anche a farci fronteggiare il paradosso (una volta riesumati gli effettivi ‘tesori sommersi’) di un ripudio della produzione a noi contemporanea per andare a dissotterrare lavori già a loro volta accantonati dai nostri bisnonni come, già allora, inessenzialmente convenzionali (si muterebbe, fino a capovolgerlo, il concetto stesso di arte: non più ricerca del bello, ma elezione del passato ad accademico paludamento del presente… con i risultati prevedibili a livello di pubblico, in quanto a nessuno sfuggirebbe la differenza tra l’Imperatore di Beethoven ed uno qualsiasi dei concerti del coetaneo J. B. Cramer).

Una risposta più costruttiva, penso, sia stata invece già perspicacemente offerta proprio da Lei con il Suo sito, in una pratica soluzione che elude qualsiasi vana cavillosità dialettica: favorire la produzione di nuovi pezzi, per creare un repertorio che possa costituire auspicabile nutrimento di viva, cioè vera contemporaneità (e quindi trasformazione rispetto al passato) per le generazioni di musicisti e musicofili d’oggi… in realtà, per limite personale, non conosco alcuno dei compositori che il Suo sito supporta, ma cercare di ampliare le possibilità di creare un panorama sonoro dell’oggi è a mio avviso l’unica via per far pulsare linfa nuova anche nella dimensione interpretativa, e soprattutto (il che risolverebbe la questione “progetti delle case discografiche”) riverginare un rapporto con il passato che è ora, ineludibilmente, condizionato dalla situazione di ‘orfani di presente’ che da decenni tutti vediamo perpetuarsi.

Complimenti quindi per la Sua opera di divulgazione, e cordiali saluti.

Diogene Filarmo [Egidio Simpliciano Trimalzio de Rivaltrona Summas]

Nov 182005
 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

In commento a: “un sasso nello stagno. Le idee di un nuovo editore indipendente per sfuggire al grande freddo che attende la musica”

Cara Ines,

ho letto con molto interesse il tuo bell’articolo. Sono anche d’accordo sulle conclusioni. Le radici dei problemi che hanno oggi l’arte e la cultura sono molteplici, te ne cito le prime che mi vengono in mente:

– specialmente in Italia, la cultura e l’arte (e la scuola) sembrano essere diventate, nelle intenzioni dei politici di ogni tendenza, fastidiosi elementi da finanziare il meno possibile. I tagli nei bilanci a essi relativi sono ogni anno sempre maggiori e più disastrosi, dal 1987 a oggi. “Privatamente” ho addirittura l’impressione che la “corrispondenza d’amorosi sensi” in proposito tra destra e sinistra indichi un comune loro sentire arte e cultura come faccende pericolose, in quanto promotrici del pensiero e della sensibilità individuale; laddove i “poteri forti” si augurano invece una massa semideficiente e deculturata, pilotabile con facilità televisiva e pubblicitaria verso il consenso che torni utile ai loro scopi. Ecco perché non si finanzia l’arte, ma lo “spettacolo” in questo perverso presente, nel quale l'”immagine” è molto più importante della realtà e della sostanza.

– Il merDato (oops!) musicale è in mano ai soliti noti, che lo trattano infischiandosene sostanzialmente della qualità artistica della loro offerta. Non si tiene il minimo conto dei pareri in proposito della “base” dei “consumatori”; impresari e direttori artistici fanno le loro scelte in base a imperativi kantiani ispirati in prevalenza – diciamolo! – a vari tipi di inciucio. Questo meccanismo credo che sia stato in realtà sempre presente, ma mai come oggi in modo così esclusivo.

– I “consumatori”, dal canto loro, una volta rumoreggiavano (e al caso fischiavano), imponendo con decisione le loro scelte (non sempre corrette, è vero) ai padroni del vapore, mentre oggi applaudono stancamente quasi tutto e non contestano più quasi niente. I pochi “fruitori” evoluti e sensibili, scontenti di vedersi proporre materiale artistico vieppiù peggiore (e a prezzi vieppiù maggiori), e anche scoraggiati dall’acquiescenza in merito degli opinion makers, hanno da tempo scelto l’Aventino, disertando i teatri e rifugiandosi nella discografia, unica chance di poter ancora fare scelte.

I c.d. critici musicali tuttora in forza a quotidiani e giornali (ma c’è ancora chi li legge? sono tentato di metterlo in dubbio) sono perloppiù poveri cristi che devono scrivere, come del resto quasi tutti i giornalisti contemporanei, quello che certe leggi non scritte impongono loro di scrivere e di non scrivere quello che potrebbe nuocere alla stabilità del loro posto di lavoro, consci che molti sono i chiamati a fare il giornalista, ma pochi gli eletti: ove venisse loro in mente di dimostrare minore malleabilità, verrebbero sostituiti prima di subito, pescando in un ricchissimo vivaio di nullatenenti disperati e pronti a ogni compromesso pur di accedere a uno stipendio – e di mantenerlo poi.

Terapia: Internet. Creare un sistema alternativo di produzione e fruizione musicale, una struttura di organizzazione di eventi musicali, e iniziative di acculturazione musicale, mettendo fuori gioco i “lorsignori” della politica e dell’industria dello spettacolo, oppure (meglio ancora) costringendoli a cambiare radicalmente in meglio le loro abitudini. Come dici tu, c’è ancora la possibilità di farlo, perché esistono (forse non ancora per molto, data la situazione…) le persone che possono contribuire per risollevare le ora comatose sorti della musica d’arte. L’Internet per sua natura sfugge al controllo dei potere, ed è un veicolo di cultura alternativa che non ha ancora dimostrato tutta la sua potenza. (Roba da matti: non avrei mai pensato che la coltivazione amorevole, seria e impegnata della tradizione musicale avrebbe un giorno potuto far parte di una cultura definibile come “alternativa”!…)

Franco Redondi

Nov 162005
 

Ossia: un sasso nello stagno. Le idee di un nuovo editore indipendente per sfuggire al grande freddo che attende la musica

grandenordPer quale ragione oggi un editore discografico dovrebbe realizzare nuove incisioni di musica classica?

Qualche giorno fa, ragionando con un pianista, che mi esponeva le proprie opinioni sull’attuale mercato discografico, ho ascoltato un discorso che oggi va molto di moda: “bisogna incidere cose nuove, cose di nicchia, cose che i grandi del passato non abbiano già registrato, altrimenti chi comprerebbe oggi un disco di un giovane esordiente, che riproponga – che so – le Sonate di Mozart?”

Il mio interlocutore è rimasto molto spiazzato nel sentirmi esprimere un’opinione diametralmente opposta. Provo a condividerla con chi mi legge qui. Ed invito a rispondermi: mi sembra importante stimolare ed aprire un dibattito su questi punti.

Allora, sul mercato esiste praticamente l’opera omnia di tutti i grandi compositori del passato, incisa in molteplici versioni dai più glenngould3grandi interpreti del novecento. E’ ovvio che in circa ottant’anni di attività si sia prodotta una montagna di musica spesso meravigliosa e certamente insostituibile, che ormai fa senza ombra di dubbio parte del patrimonio artistico dell’umanità.

Perché mai, dunque, oggi qualcuno dovrebbe acquistare una incisione di Chopin, eseguita da un giovane pianista, pur bravissimo, quando ha a disposizione i dischi di Cortot, Rubinstein, Horowitz, Pollini (e non me ne si voglia per le esclusioni…. la lista dei magnifici interpreti è davvero molto, molto lunga… cito tanto per fare un esempio): non ce n’è forse già abbastanza in circolazione, di memorabili incisioni  di Chopin?

Credo che il discorso giri intorno, più o meno, al medesimo tema dominante affrontato nel romanzo di Thomas Bernhard “Il soccombente”.  Uno dei protagonisti, un giovane pianista, smette di suonare e si lascia lentamente morire, dopo avere frequentato a Salisburgo una master class pianistica di Horowitz ed essersi trovato a diretto contatto (e confronto) con Glenn Gould, suo compagno di corso. Dopo il suo suicidio, nella sua stanza, viene ritrovato un solo disco, ascoltato fino alla consunzione: le “Variazioni Goldberg” di Bach, incise da Gould.  Il romanzo, probabilmente il più bello forse mai scritto su un pianista,  si dipana come una variazione ossessiva sul tema dell’invidia e dell’impossibile emulazione del talento altrui. Allora – e purtroppo mi sembra sia già abbastanza così – nessuno dovrà più azzardarsi a suonare (per non parlare di incidere!) questa musica meravigliosa? Perché il confronto sarà comunque inevitabile, e senza storia, perdente già in partenza?

glenngould4Il discorso si fa lungo, e profondo. Per la stessa ragione nessuno scultore avrebbe dovuto affrontare un pezzo di marmo dopo Michelangelo (e invece abbiamo avuto Canova, e Rodin…) o prendere in mano i pennelli, per non confrontarsi con la sterminata produzione di tutti i grandi del passato. E in effetti l’evoluzione dell’arte figurativa, letta con la chiave psicanalitica di questa paura del confronto, ci fornirebbe molti pensieri interessanti… più o meno qualche migliaio di pagine da scrivere..

Lo stesso, ovviamente, vale anche per i nuovi autori che compongono musica oggi… ma qui stiamo parlando di una cosa ancora diversa: ossia di interpretare musiche del passato, usando più o meno gli stessi strumenti, e sicuramente le stesse partiture, producendo suoni molto, molto simili a quelli già creati da altri grandi interpreti, ed esponendosi a confronti inevitabili quanto terrorizzanti per qualunque giovane artista. Da qui, credo, l’ansia del nuovo, il pensiero dominante che ormai si debbano affrontare soltanto repertori poco esplorati, oppure autori poco eseguiti e soprattutto poco incisi.

Ma, ahimè, questa tendenza cozza vistosamente con i gusti del pubblico: che, dal vivo, in concerto, gradisce invece moltissimo ascoltare i pezzi più famosi, quelli che ha imparato ad ascoltare in disco, e subisce spesso con rassegnazione altri pezzi che gli vengono proposti, nell’attesa di gustare il famoso valzer o il famoso notturno che gli sono così familiari e che riconosce ed assapora con delizia. E’ solo la mia opinione, per carità, ma chiunque frequenti abitualmente le sale da concerto può constatare come ci sia molto di vero in quanto sto affermando. Quando acquista dischi, il pubblico pensa più o meno alla stessa maniera, per cui: vendite che languono, e crisi crescente del mercato discografico (e non è solo colpa delle copie pirata…).

Ora riprendiamo il filo del discorso e pensiamo al possibile (e molto probabile) scenario futuro determinato da questa linea di pensiero: dunque non si incidono più pezzi famosi. Dunque si dà pochissimo spazio a nuovi interpreti sconosciuti. Un grande successo, oggi, nell’industria discografica della classica, forse tira un migliaio di copie. Forse le vende persino. Risultato economico: risibile per l’editore, per non parlare dell’interprete (o dell’autore). Dunque di dischi oggi non si vive (e difatti se ne producono sempre meno). E di concerti? Vogliamo fare il conto di quante teste d’argento o bianche si vedono nelle sale da concerto e prevedere come pian piano queste teste si estingueranno e le sale saranno sempre più vuote? Dunque oggi non si vive nemmeno di concerti (tranne alcune, per fortuna esistenti, rare eccezioni).

Se vogliamo tracciare una linea di tendenza statistica, con una glenngould bella proiezione di numeri al computer, è purtroppo molto facile prevedere che, continuando così, tra qualche anno, semplicemente, la specie dei musicisti concertisti sarà estinta. Per mancanza di lavoro, di esperienza e di concreta possibilità di vivere di musica. Siamo proprio sicuri che sia questo che vogliamo per la musica? E’ proprio necessario aggiungere anche questa terribile prospettiva alle molteplici altre cause di estinzione che già la minacciano?

La solita Cassandra, direte. Uffa, di questi discorsi non se ne può più. Verissimo. Non ne posso più nemmeno io. Per questo vi propongo le mie idee per una possibile soluzione. Il sistema di equazioni che ho tracciato qui sopra può essere corretto, modificando qualche variabile. O introducendone di nuove.

Vediamo. Siamo proprio sicuri che tra i giovani esordienti non ci sia proprio più nulla di nuovo – e stupefacente – da dire e da esprimere?

Ho ancora nelle orecchie l’eco di un recital di uno dei grandi vecchi, un celeberrimo pianista che impera da anni sul mercato dell’industria discografica e nelle sale da concerto. Un fantastico monumento della tastiera. Ebbene: è un concerto che mi ha deluso, per la semplicissima ragione che durante l’ascolto mi veniva spontaneo un ravvicinato confronto con gli stessi pezzi suonati da un paio di giovanissimi pianisti che stanno attualmente incidendo per “Classica Viva” e che ho quindi avuto modo di ascoltare spesso dal vivo. E, stupefacente a dirsi, il confronto dava inequivocabilmente vincenti i giovani. Tanto da rendere sbiadita – e, orrore – un poco noiosa alle mie orecchie, l’interpretazione del famoso pianista.

glenngould5Dove voglio arrivare con questo? Voglio dire che dobbiamo aprire le braccia, il cuore, le sale da incisione e quelle da concerto ai giovani, ALTRIMENTI LA MUSICA MORIRA’. La vita continua, tutto scorre, si modifica, ma anche si arricchisce di esperienze e di idee, maturate nella scuola, nella cultura e nel dibattito, ma anche forgiate nel crogiuolo delle forze nuove – e intrinsecamente rivoluzionarie – della giovinezza.

La nuova sfida che si trovano di fronte gli editori, oggi, è secondo me quella di avere il coraggio di innovare, andando controtendenza. e’ necessario allargare la visuale, e l’orizzonte culturale. La musica deve raggiungere quelli che finora non ne hanno usufruito, non l’hanno mai ascoltata, insomma non la conoscono.

C’è un intero pianeta che si sta aprendo alla grande cultura europea. E’ questa la grande scommessa che ci attende nel nuovo millennio. Affrancandosi pian piano – finalmente! – dal bisogno e dall’ignoranza, enormi masse possono ora godere dell’enorme patrimonio artistico accumulato dall’umanità nel corso dei secoli. Per la musica – linguaggio universale quanto altri mai – questo è particolarmente vero.

E’ il momento di educare e raffinare il gusto: la grande musica è finalmente alla portata di tutti, sia dal punto di vista economico che da quello tecnologico. Vogliamo rimboccarci le maniche? Mettiamola in rete, questa musica. Che sia bella, e che sia tanta. Che tutti possano scegliere, confrontare, non accontentarsi di una registrazione, ma possano ascoltarne due, tre, quattro, diverse per interprete e per stile. Se il grande repertorio classico non vuole morire, nuovi interpreti debbono impadronirsene, inciderlo e portarlo nelle sale da concerto. Come potete vedere girovagando sul nostro sito, la nostra Casa Editrice sta infatti tentando di dare il proprio contributo proprio in questa direzione: Internet è un’enorme potenzialità, dobbiamo approfittarne per salvare la musica!

E’ come per le olimpiadi: durano da duemila anni, e ogni volta la fiaccola passa in mani più giovani, perché non si spenga mai. Sono sorte nuove specialità, ma le vecchie rimangono. Ogni volta si superano nuovi record, ma nel medagliere rimane il ricordo dei grandi atleti del passato. Che spesso ci piace rivedere in antichi filmati. Perché non deve poter essere lo stesso con la musica?

Ines Angelino

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