Ott 272016
 

Nel libro L’imbecillità è una cosa seria, uscito proprio in questi giorni, il filosofo Maurizio Ferraris fa una delle sue tante acute osservazioni: <<Sono le aspettative troppo elevate che producono delusione>>. Riferendosi alla propria categoria, aggiunge: <<I filosofi […] sono tenuti più di altre categorie professionali a essere saggi e intelligenti, eppure non fanno eccezione rispetto alla regola generale della imbecillità di élite>>. Perché questa introduzione, nella recensione a un’opera? Perché sempre più di frequente, prima ancora di vedere uno spettacolo, vengono create aspettative fin troppo alte: tutto deve apparire wow!. Nel caso della nuova produzione de Le Nozze di Figaro alla Scala, l’aspettativa era rivolta in parte a un cast di qualità effettivamente straordinaria, in parte al debutto scaligero del giovane regista Frederic Wake-Walker. Quest’ultimo aveva dichiarato che <<i costumi sono storici ma, ad uno sguardo più attento, così come i movimenti dei cantanti, sono contemporanei; se si guarda in maniera superficiale sembra proprio un’opera del Settecento e infatti dando un’occhiata veloce alle fotografie di scena ci si immagina un certo tipo di spettacolo, molto più tradizionale rispetto a quello che è in realtà>>. In verità, non era proprio necessario uno <<sguardo più attento>> per cogliere la contemporaneità di costumi, movimenti e scene. Lo spettacolo inizia infatti con un cliché del teatro di regia della nostra epoca, ovvero le quinte a vista, e una poltrona nel mezzo (omaggio alla mitica regia di Strehler). Durante tutta l’Ouverture, la scena è “under construction”: la stanza viene ammobiliata in modo concitato dai personaggi stessi. All’iperdinamismo scenico fa fronte, da parte del direttore d’orchestra Franz Welser-Möst, una lettura vivace ed energica dell’Ouverture. E la gesticolazione dei personaggi coincide, in maniera vistosa, con le sferzate dell’orchestra. Wake-Walker sembra impostare lo spettacolo in maniera un po’ illustrativa ma molto musicale. Già nel corso del primo atto, però, la musicalità dei gesti lascia il posto a una serie di sketch che all’inizio divertono (Cherubino che si tocca proprio lì quando dice <<Parlo d’amor con me>> o che si nasconde sotto la gonna di Susanna), ma che alla lunga finiscono per stancare. Manca una visione complessiva: se è vero, da un lato, che la “folle giornata” si presta a una lettura postmoderna, fatta di non-sense e di accostamenti che smitizzino la dimensione  aulica e apollinea in cui a lungo è stato rinchiuso Mozart, dall’altro è evidente che un’operazione tragressiva dovrebbe avere una forza visionaria che questo spettacolo proprio non ha. Wake-Walker sembra seguire quello che è un gusto che si sta affermando: essere trasgressivi, ma non troppo; cercare di accontentare chi ama la tradizione e chi ama gli esperimenti. Il risultato è uno spettacolo in cui da un lato trionfa il kitsch di certi atteggiamenti e abbigliamenti (a partire da quello del Conte, che si presenta in calzari giallo shocking e pantaloni rossi), ma dall’altro si sta attenti a non scandalizzare troppo lo spettatore, rassicurato innanzitutto dall’ambientazione vagamente settecentesca. Perciò, nonostante certe arguzie e trovate spiritose, nonché l’appassionata recitazione dei cantanti, lo spettacolo non decolla, rimanendo costretto in una sorta di cerchiobottismo registico. Nel complesso, emerge l’idea che i personaggi femminili siano i veri poeti (comprendendo anche la figura androgina di Cherubino). E la poesia comprende naturalmente anche, o soprattutto, l’assurdo, il folle: uomini con le parrucche bionde, dark lady che marciano vigorosamente (“alla gloria militar!”), con copricapi barocchi che sembrano usciti dall’immaginario della perversa Albione (Jarman, Greenaway). Wake-Walker non ha però voluto portare in fondo questa lettura vagamente camp, che avrebbe avuto particolarmente senso nel contrasto con poche sublimi scene (soprattutto le arie della Contessa, in cui una calda luce gialla ci proietta improvvisamente nella dimensione della nostalgia). Il camp è  quindi mero divertissement, depotenziato di ogni carica davvero eversiva, limitato a una serie di siparietti il cui senso diviene sempre meno chiaro.

Non ha deluso, invece, il cast, a partire da una sublime Diana Damrau, in perfetto equlibrio fra cesellata nitidezza  e sfinita malinconia: Dove sono i bei momenti è stato uno degli apici di canto e di interpretazione nella Scala degli ultimi anni. La consuetudine sempre maggiore con il repertorio italiano, in questi ultimi anni, ha permesso alla cantante tedesca di cogliere appieno il lato languido della scrittura mozartiana, con una libertà espressiva che rifulgeva come un astro all’interno dello spettacolo. Il Figaro di Markus Werba, al contrario, pur complessivamente molto convincente, eccedeva talvolta nell’accentuare gli aspetti ritmici del canto mozartiano, a discapito della direzione della frase e del legato (Se vuol ballare, signor contino). Sempre più brava si sta rivelando Golda Schultz, una Susanna dal fraseggio elegante e dalla voce brunita e piena. Marianne Crébassa è ormai una certezza: ha saputo cogliere appieno, sia nel canto che nella recitazione, la natura adolescenziale di Cherubino, la febbre amorosa e la timidezza che ne consegue, l’ispirazione tremante di un’età inconsciamente ispirata. Il timbro vocale non è soltanto bello, ma anche sempre significativo emozionalmente. Molto buona anche la prova di Carlos Álvarez nel ruolo del Conte, così come quella di Anna Maria Chiuri in Marcellina. Andrea Concetti, nei ruoli di Antonio e Bartolo, ha cantato in modo esuberante, talvolta forzando un po’ nel registro acuto, probabilmente per enfatizzare gli aspetti macchiettistici dei personaggi.

Franz Welser-Möst ha assicurato un perfetto insieme fra buca e palcoscenico. La sua direzione, estremamente efficiente e umilmente al servizio delle indicazioni del compositore, avrebbe potuto essere in certi casi più coraggiosa e più fantasiosa nei fraseggi e nei colori. Una certa omogeneità, soprattutto nelle parti in cui lo spettacolo di Wake-Walker andava perdendo il dinamismo iniziale, ha rischiato di condurre lo spettatore fra le braccia di Morfeo.

Luca Ciammarughi

Set 092016
 

Nonostante il buio fosse calato da almeno due ore, perfino a Milano era ancora estate. Lo diceva il calendario, ma anche quella lieve indolenza e quel languore vacuo che mandava in estasi gli spiriti più inclini ad abbandonarsi e innervosiva le menti più attive. Erano le dieci di sera: Sara, Florent, Elettra e Federico uscivano dalla Scala, dove Kirill Petrenko aveva appena diretto la Bayerisches Staatsorchester nel Preludio dai Maestri cantori di Norimberga, nei Vier Letzte Lieder (con Diana Damrau) e nella Symphonia Domestica di Strauss. Federico ed Elettra aspettavano che un semaforo eternamente rosso diventasse verde, mentre Florent trascinava Sara in un azzardato attraversamento fra i clacson dei taxi. Come sempre, avrebbero passato la Galleria e, da piazza Duomo, sarebbero andati a prendere il tram 3 per tornare a casa, in Ticinese e in San Gottardo. C’era una strada più corta, ma a loro ne sarebbe servita una più lunga. A volte lunghissima.

Florent: È stato bellissimo. Ma io avrei voluto ascoltare questo concerto in inverno. Entrare intirizzito dal freddo. E poi capire se mi scaldavo davvero.

Sara: Dici per Wagner? Io trovo che per Strauss, per i Vier Letzte Lieder, non ci sia nulla di meglio della fine dell’estate. September, Im Abendrot

Florent: Ma non per come l’ha cantato la Damrau. Non era nostalgico e non aveva quella morbidezza avvolgente che ti aspetti. Ma non è una critica eh!

Sara: Quando inizi a dire “non è una critica” mi preparo al peggio.

Florent: Stavolta no. La cosa bella è che ha trovato una lettura alternativa alla solita. Il suo canto era come un disegno finissimo e cesellato in ogni dettaglio, ma al contempo c’era un fuoco sottile. Per questo dicevo che avrei voluto ascoltarla in inverno, per capire se mi scaldava veramente…

Federico: Quando avete finito con la meteorologia?

Florent: Ecco, il Dottore ora ci illustrerà tutte le differenze di metronomo nella Domestica da Clemens Krauss fino a cinque minuti fa. Abbiamo finito di vivere.

Federico: Oh, per carità, siete voi i musicisti! Io mi limito a fare del collezionismo.

Florent: Beh, come ti è sembrato?

Federico: Ci devo pensare. È straordinario. Ma Wagner l’ha attaccato velocissimo. E per la Domestica voglio riascoltare l’incisione di Maazel.

Florent: Ecco. Non siamo ancora ai metronomi, ma quasi.

Florent, ventisei anni, e Federico, trenta, erano quasi sempre agli opposti. Non si capivano, ma si rispettavano. Bastava vederli: Florent piuttosto basso, con un fisico asciutto, i capelli e gli occhi neri, la sprezzatura che aveva ereditato dalla madre francese e il sangue caldo dal padre spagnolo; Federico alto, dai capelli rossicci, portava in giro con placida nobiltà le sue membra, come se non ci fosse nulla di più rassicurante di quei dieci chili di troppo. Milanese di genitori e nonni milanesi e un po’ veneti, lavorava nella redazione di un quotidiano, pagine culturali.

Ora erano sul tram 3.

Elettra: Una signora vicino a me non faceva che dire “Ma quanto l’è brutt!”. Per me invece Petrenko è bello.

Federico: Stai scherzando spero. Con quel naso aquilino e quei capelli un po’…

Florent: …crespi? No, no, io sto con Elettra! In foto forse non sarà un granché, ma appena inizia a dirigere è bellissimo. Non pianta i piedi a gambe larghe, come fanno certi. Li muove con una musicalità incredibile. Le braccia le avete viste tutti: ha un gesto magnificamente spontaneo e al contempo curatissimo, plastico ed energico. Ma guardate anche i piedi. Non oso pensare cosa possa esserlo vederlo in un Rosenkavalier. E poi dovrebbero subito dargli un Concerto di Capodanno!

Florent, dopo essersi barcamenato fra le marchette in orchestre raffazzonate e i più bislacchi lavori part-time, recentemente era riuscito a intravedere la possibilità che i suoi sogni si avverassero: il Quartetto di cui era secondo violino aveva vinto un Concorso Internazionale di un certo rilievo. Sara, coetanea di Florent, era pianista. Non aveva forse il talento di Elettra e Florent, ma era più studiosa, ed era quella che finora aveva combinato più di tutti. Capelli biondi e occhi verdi, era bella, ma faceva di tutto per non sembrarlo: concentrata sul suo pianoforte, dalla musica antica alla contemporanea, si trascurava volutamente e schivava la mondanità. Una speciale affinità la legava a Florent, con cui condivideva un appartamento in Porta Ticinese. Forse in fondo avrebbe voluto essere come lui, portarsi un ragazzo in camera con una disinvoltura che le sarebbe mancata. Florent, in compenso, le invidiava la capacità di concentrazione, la dedizione a una missione di vita.

Sara: Bisogna ammettere che Petrenko ha un entusiasmo contagioso, elettrizzante. Un enthousiasmòs, per dirlo alla greca. Che poi sa anche contenere. Nei Vier Letzte Lieder era al servizio della Damrau. Avete sentito come tutto era lieve e al contempo trasparente, penetrante? Non ha mai coperto la voce, eppure si sentiva ogni linea. Le sfumature di piano e pianissimo all’inizio di Beim Schlafengehen! E poi l’assenza di retorica. La prima pagina di Im Abendrot fatta senza alcuna grandeur apocalittica, ma con un fluido e fatalistico scorrere, senza cercare a tutti i costi di imitare i grandi del passato ostentando sussiego spiritualeggiante…

Elettra: Secondo me era fluido per facilitare la vita alla Damrau.

Elettra, la più giovane del gruppo, aveva ventidue anni. Si tingeva i capelli sempre di colori diversi: perciò non si sapeva di che colore li avesse davvero. Stava da qualche mese con Federico. Florent e Sara non capivano come due persone così diverse potessero stare insieme, ma forse stavano insieme proprio per questo. Comunque Elettra era mezzosoprano e sperava di aprirsi una strada nel mondo della lirica. Nel frattempo, come Florent, passava da un lavoretto all’altro.

Sara: Sia quel che sia. Ma quando alla fine il testo dice <<siamo così stanchi del cammino – è così, forse, che si muore?>>, mi è sembrato che Petrenko facesse sentire quel “forse”. Non caricava ogni singola nota di chissà quale peso, come a dire “ecco, IO sono di fronte al grande mistero della Morte”, ma lasciava che le sensazioni fluissero, come se la morte fosse uno dei tanti possibili passaggi…

Florent: Hey poetessa, siamo arrivati, muoviti che dobbiamo scendere!

Sara: Sentiamoci, ci sono mille cose questi giorni, anche a MiTo. Io poi non ho ancora visto Il flauto magico, voi?

Gli altri: Nemmeno!

Federico: Pensavo di andare il 19, sarà tutto ben rodato, credo

Florent: Magari ci becchiamo là. Ormai la fermata l’abbiamo persa…

Sara: Scendiamo alla prossima e torniamo indietro a piedi. È una serata deliziosa, no?

 

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