Dic 142011
 

Il IX Festival Pianistico di Carrara - 2011Nell’ambito del IX Festival Pianistico della città di Carrara, a conclusione della rassegna, il 17 dicembre 2011, nel Duomo di Carrara, si terrà il Concerto di Natale, con un bellissimo programma, tutto beethoveniano (tra l’altro, il 17 dicembre si festeggia il compleanno di Beethoven!):

Carrara, Duomo
17 dicembre 2011, ore 21
Concerto di Natale

Ludwig van Beethoven
(1770-1827)

  •  Concerto n. 3 in do minore op. 37 per pianoforte e orchestra
  • Sinfonia n. 1 in do maggiore op. 21

Orchestra del Trasimeno
Direttore
Maciej Zoltowski

Pianoforte
Stefano Ligoratti


ingresso libero

Al IX Festival pianistico di Carrara non è mancato il coraggio di sfidare le difficoltà: sette concerti, i cui ben tre con orchestre, sono un atto di fiducia nell’arte e nella cultura, in tempi ad esse non propizi.

Aprendo e chiudendo sotto la protezione di Mozart e Beethoven, è stata racchiusa in un quadro di classicità una programmazione  molto varia, che ricorda i centenari di Liszt e Mahler, ma anche di Rota e Menotti, senza trascurare una affascinante tappa nel mondo della musica ebraica di stile popolare.
Solisti e direttori sono in gran parte artisti di vasta esperienza, da Roberto Trainini a Enzo Audino, da Olga Romanko al quartetto Klezmer, formato da formidabili strumentisti del Maggio musicale fiorentino. Ma è importante notare una presenza di protagonisti più giovani e tuttavia validissimi, come il siciliano Trio Eukelios e il pianista lombardo Stefano Ligoratti.
Il pianista Stefano Ligoratti

Grazie al suo enorme talento naturale, ai suoi studi rigorosi e completi (oltre che in Pianoforte, è anche Diplomato in Organo, Clavicembalo, Direzione d’Orchestra e Composizione), e alla sua vasta esperienza di concertista, il giovane Ligoratti è oggi uno dei migliori, più profondi e raffinati interpreti beethoveniani: sicuramente chi interverrà al concerto, grazie anche all’ingresso gratuito, vivrà un’esperienza emozionante.

Nov 252011
 

Il XXI Concorso di esecuzione musicale della società Umanitaria di MilanoSi stanno svolgendo oggi, presso la Società Umanitaria di Milano, le finali del XXI Concorso di Esecuzione musicale, per la seconda volta a livello europeo. Il concorso, riservato a studenti regolarmente iscritti ai corsi di studio per l’Anno Accademico 2010/2011,  prevede l’attribuzione di tre borse di studio, del valore di € 5.000,00 ciascuna, ad allievi degli Istituti di Alta Formazione Musicale di Italia, Austria, Belgio, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Romania, Spagna, Svezia e Ungheria.

I finalisti sono tre francesi, due lettoni, un polacco, un’italiana, un’inglese, un duo rumeno, un lituano. Tra questi musicisti la giuria, presieduta da Enzo Restagno, dovrà scegliere i tre migliori, cui assegnare le borse di studio previste dal Concorso. I tre vincitori si esibiranno, domani, 26 novembre 2011, in un concerto che si terrà nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano, alle ore 21.00, in collaborazione con la Società dei Concerti. L’entrata è libera, ma è necessario prenotare.

Nel 2009 (il bando è biennale) furono due musicisti francesi e uno lettone ad aggiudicarsi le tre borse di studio. Si trattava di Richards Plesanovs, 21 anni, pianista, di Remy Delangle, 25 anni, clarinetto, e Lucile Boulanger, 23 anni, viola da gamba.

Normal 0 14 false false false MicrosoftInternetExplorer4 < ![endif]--> < ![endif]--> < ![endif]-->

Il concorso 2011 ha già avuto un vincitore: la solidarietà dei milanesi che hanno ospitato queste promesse della musica classica.  Le famiglie del capoluogo lombardo hanno fatto a garaper accogliere gratuitamente nelle loro case i giovani musicisti, aderendo all’invito di “Intercultura”, un’organizzazione educativa di volontariato internazionale che promuove scambi scolastici. Intercultura ogni anno coinvolge 13.000 giovani, famiglie e scuole di oltre 60 Paesi del mondo.

Il Concorso internazionale della Società Umanitaria ha un grande futuro. Nel 2013 si pensa di estenderlo ai Conservatori di tutti i Paesi della UE in un progetto che dovrebbe raggiungere la sua massima espressione con l’Expo del 2015. La gara musicale europea organizzata della Società Umanitaria rappresenta l’evoluzione dei Concorsi indetti dall’Umanitaria negli anni passati tra i Conservatori italiani. Il Concerto dei Vincitori del 26 novembre entra a far parte della Stagione dei Concerti della Società Umanitaria, che quest’anno è giunta alla 27esima edizione.

Ma ecco l’elenco dei finalisti, tra i quali verranno scelti i tre vincitori che si esibiranno domani sera:

  • ADRIEN LA MARCA, viola
  • ALICE BACCALINI, pianoforte (l’unica concorrente italiana in finale)
  • ATYOPSIS DUO, duo sassofono e pianoforte
  • IOANA GLORIA PECINGINǍ – MǍDǍLINA-CLAUDIA DǍNILǍ, duo violino e pianoforte
  • KRYSZTOF TOKARSKI, pianoforte
  • MADARA PĒTERSONE, violino
  • RIKA MASATO, violino
  • SALIJUS LAIMONAS, fisarmonica
  • SNIEDZE PRAULIŅA, flauto
  • SYLVANA LABEYRIE, arpa

Ott 312011
 

Normal 0 14 false false false IT X-NONE X-NONE MicrosoftInternetExplorer4 < ![endif]--> < ![endif]--> < ![endif]-->Il Ministro Giancarlo GalanEra il 14 ottobre scorso, quando il ministro Galan, soddisfatto, rassicurava tutti noi, che di cultura ci ostiniamo a vivere: “Nessun taglio è previsto per il settore.” Per fortuna siamo ironici, infatti molti di noi si chiesero: “E di grazia, cos’altro avreste potuto tagliare?”

Solo che a volte l’ironia non basta e al peggio – lo sappiamo- non c’è mai fine.

Il decreto sviluppo nasconde, nelle sue pieghe difficilmente intellegibili, la nuova e sconvolgente novità: “Spariscono dai contratti i permessi artistici per gli insegnanti dei conservatori.” È lo strano modo che questo governo ha di tagliare “i privilegi” altrui, per mantenere, se non accrescere, i propri. Sì, perché gli insegnanti dei conservatori italiani, con i loro permessi artistici, potrebbero apparire privilegiati agli occhi degli altri insegnanti della scuola italiana, che insegnano sei ore di più settimanalmente e godono di soli tre giorni di permesso retribuito all’anno.

Forse si fa peccato a pensare che l’unico intento reale sia quello di devastare ulteriormente – laddove possibile – la cultura italiana? Quale allievo musicista non vorrebbe tra i suoi insegnanti un esimio concertista, anche pagando il prezzo di saperlo talvolta assente perché impegnato a svolgere il suo ruolo di concertista, musicista, persona di cultura?

Un docente di musica che non mantenga viva e aggiornata “sul campo” la sua esperienza di musicista, mettendosi costantemente alla prova nelle sale da concerto,  cosa potrebbe offrire di davvero prezioso ai propri allievi? La cultura e soprattutto l’arte non si possono misurare “a cottimo”, come il lavoro in fabbrica: non è la quantità che fa la qualità. Altrimenti non si capisce a cosa servirebbero le cosiddette “master class” tenute dai grandi concertisti, che durano generalmente pochi giorni: a certi livelli di eccellenza, l’insegnamento è davvero utile solo se chi lo impartisce ha davvero modo di continuare a studiare e sperimentare, a diretto contatto con il pubblico, quello che trasmette agli studenti.

Ott 192011
 

“Con la cultura non si mangia”, questa frase è forse peggio delle nuove dichiarazioni del ministro Galan, secondo cui la “cultura è un lusso che non ci si può più permettere”? Difficile dare una risposta, quanto difficile è comprendere per tutti coloro che ancora sperano in un recupero di orgoglio e civiltà, in una terra, la nostra, che tanto ha donato e tanto ancora avrebbe da donare al mondo intero.

«I teatri lirici stanno malissimo e io credo che occorrerà intervenire: è un lusso che ormai l’Italia non si può più permettere. Siamo già intervenuti a Trieste – Claudio Orazi è stato nominato commissario della Fondazione Teatro Verdi – dovremmo intervenire a Firenze. Bologna non sta benissimo e anche Genova sta male», ha dichiarato nei giorni scorsi il ministro. Non si però fatta attendere la risposta di Matteo Orfini, responsabile cultura e informazione del Pd: «Le fondazioni lirico sinfoniche stanno male perché si è perso tempo per due anni con una finta riforma voluta da Bondi che ha solo aggravato i problemi. Anche in questo settore si misura quotidianamente il fallimento del governo. Quello che davvero non ci possiamo permettere è un governo che continua a ritenere le eccellenze culturali del Paese come un lusso da tagliare mentre possono e devono essere propulsori di sviluppo e crescita».

E a noi non resta che trovarci d’accordo.

Ott 172011
 

Devi scrivere di cultura, magari fai anche della letteratura, e poi devi raccontare la musica, quella bella che ascoltiamo noi. Non è facile raccontarla, la musica, quella che si sente con l’udito ma si vive con l’anima, con gli occhi socchiusi e il respiro lento, e più passa questo nostro tempo più diventa difficile.

È difficile scrivere di cultura, perché è una cosa bella, e non abbiamo più tempo per curarcene affaticati come siamo dalla rincorsa per la sopravvivenza. Quasi nemmeno ci accorgiamo più di una luna che sorge, così arancione da poter essere confusa con Marte, di un primo fiore che sboccia fuori tempo, di un tramonto che sembra sempre uguale anche quando cambiano le nuvole e i disegni nel cielo che scurisce.

Si rischia di vivere la cultura come una dannazione, perché come per tutte le cose sai che se non sei “arrivato” fino ad oggi, non ci sarà futuro, o se ti sarà dato sarà stato solo per quell’attimo di astri favorevoli, o come dicono i semplici: per un colpo di fortuna.

Sembra non sia più tempo per le cose belle, per agili dita su un pianoforte, per la maestria di un pennello, per la penna che scorre veloce sulla carta. Pare non esser più tempo né per inventare, né per inventarsi, per riuscire di far dell’arte ricchezza, ora che della ricchezza cogliamo solo il significato più miserabile, quello che alla fine ci ha insegnato a guardare altrove, rendendoci ciechi dinnanzi alla beltà.

Eppure vivere di cultura, dovrebbe essere la cosa più facile che c’è: basterebbe tornare a credere che la cultura, l’arte e la bellezza sono vita. E chissà: forse nella prossima ci riusciremo.

Ott 022011
 

Pubblichiamo un bel reportage (articolo e fotografie) del giovane pianista e musicologo Luca Ciammarughi, cui diamo il benvenuto tra i collaboratori del nostro blog: Musica e Bellezza ad ogni costo – il Festival Enescu di Bucarest.

Ateneul roman - BucarestLa recessione economica internazionale e l’ancor più accentuato stato di crisi in cui versano arte e cultura in un’epoca di tagli sembrano non esistere se si sfoglia il programma del Festival Enescu 2011 (1-25 settembre), appena conclusosi a Bucarest: quasi un miracolo per ricchezza e varietà della programmazione, levatura dei solisti e delle orchestre, capacità di coinvolgere le istituzioni e ogni minima fibra di un tessuto cittadino pieno di un fascino inusuale.

Sono stato a Bucarest per la seconda volta, e a distanza di due anni ho trovato una città trasformata: i cani randagi che sbucavano da ogni angolo della strada sono diminuiti, il dinamismo delle attività si è intensificato, il processo di ripulitura e restauro dei meravigliosi palazzi della vecchia nobiltà riporta lentamente al loro splendore le bellezze architettoniche di una città destinata a diventare uno dei più straordinari musei a cielo aperto d’Europa. Il contrasto fra i colossali edifici lasciati dal regime comunista di Ceausescu (innanzitutto la “Casa del Popolo”, il secondo edificio più grande del mondo dopo il Pentagono) e le architetture art-déco, ancora spesso in stato decadente, crea l’impressione di trovarsi in un luogo bizzarro ma incantato, in cui le epoche storiche sembrano sovrapporsi in uno spiazzante corto circuito temporale.

Casa del popolo - Bucarest

Gli abitanti di Bucarest amano la loro città e si impegnano per valorizzare la civiltà passata e presente, così lontana dai pregiudizi che da noi circolano sulla Romania; lo fanno sempre con classe, senza ostentare i punti di forza, e anzi conservando un certo scetticismo riguardo ai “progressi” a cui li ha condotti l’occidentalizzazione.

Alexandra, giovane e preparatissima musicologa, mi racconta che le iscrizioni all’Università di Musica di Bucarest stanno diminuendo, perché i giovani faticano a trovare lavoro con l’arte dei suoni – come da noi. Claudiu, che lavora nell’alta moda ma conosce e ama la musica classica come la maggior parte dei ragazzi rumeni, accenna con nostalgia all’epoca di Ceausescu, quando “almeno i soldi venivano impiegati per costruire”, mentre oggi tutto è diventato più lento e macchinoso, e il denaro va a finire non si sa dove.

Le ombre non mancano, ma il merito del festival – e in particolare del direttore artistico Ioan Holender – è stato quello di assicurarsi un’ondata di sponsor, che vanno ad aggiungersi al cospicuo sostegno statale. Ma perché, viene da chiedersi, lo stato rumeno, certo meno ricco del nostro, sostiene tanto generosamente un festival di musica classica? La risposta non può essere unica: sicuramente sopravvive la concezione comunista dell’arte come nutrimento (e talvolta consolazione) per il popolo, nonché come simbolo di primato culturale; ma, risalendo più indietro nel tempo, la “Piccola Parigi” – come veniva chiamata all’inizio del ‘900 – ha sempre posto l’arte e la nobiltà interiore del coltivare la bellezza artistica al primo posto. Non dimentichiamo anche il forte impatto che il turismo culturale ha sull’economia del paese, oltre a quel pizzico di rivalsa che i rumeni hanno nei confronti di quegli stranieri che – magari senza la loro preparazione culturale – sono imbevuti di preconcetti nei confronti del “paese di Dracula”. Continua a leggere…

Set 192011
 

Nel 2020, prevede l´Oms, la depressione sarà la seconda causa di malattia e invalidità nei Paesi occidentali e oggi in media una persona su quattro presenta qualche disturbo mentale.

A proposito di questo studio, ieri, si è espresso sulle pagine di Repubblica Umberto Veronesi, il quale, tra le altre cose, auspicava un ritorno alla cultura per salvarci dal male futuro.

Pur non essendo scienziati, è difficile dargli torto, basti pensare all’effetto benefico che spesso soltanto una canzone riesce ad avere sul nostro umore, e meglio ancora un film o – personalmente – una musica di Mozart o Keith Jarret.

Ed è difficile dare torto o non preoccuparsi su quanto veritiero possa apparire lo studio dell’OMS, soprattutto per chi, ogni mattina, come primo compito, ha quello di rovistare tra pagine e pagine di agenzie o giornali, alla ricerca di qualcosa da interessante da rilanciare, in questo spazio che la cultura la vorrebbe offrire e veicolare. Non so se già lo sconforto che assale si possa chiamare depressione, ma la frustrazione – vi posso garantire – è tanta.

La cultura c’è, e ci è rimasta la voglia sia di “farla” che di “fruirne” ma è difficile riuscire a trovarla, come quell’unica mela sana in un mucchio di mele bacate, anche quando si va dal fruttivendolo di fiducia, quello che non ci potrebbe mai fregare. La cultura che ci viene offerta, spesso, sempre dagli stessi canali, è ormai qualcosa che nemmeno vagamente riesca a somigliarle. Pensare che si possa tornare ad avere la “terza pagina” dei quotidiani è un pio desiderio, certo, ma è quantomeno deprimente, trovare oggi sulle pagine culturali dei giornali on line, che Robert de Niro ha pianto da Maria De Filippi, o che il soldato Parolisi, indagato per uxoricidio, se liberato perché innocente, potrebbe trovare un suo ruolo in quella TV che dicono, l’abbia fatto tanto amare da un nugolo di donne e ragazzine che probabilmente, depresse, non lo saranno mai.

Afferma il professor Veronesi, che come antidoto contro le previsioni dell’OMS, bisognerebbe tenere in allenamento il cervello, farlo funzionare, rieducarlo a pensare. Io aggiungerei anche che bisognerebbe tornare a guardare per vedere e ascoltare per sentire. Bisognerebbe esigerla la cultura, per esempio con un teatro in ogni città, con uno strumento musicale in ogni casa, bisbigliando in un mondo che urla al solo scopo di non esser inteso.

Ago 312011
 

Sempre più spesso, la domenica mattina, le famiglie partono per la tradizionale gita fuori porta, e non fa nulla che sia inverno o primavera, perché là dove si va non c’è bisogno del sole. Al centro commerciale non piove mai, puoi entrarci la mattina molto presto, fare colazione, pranzare, andare al cinema, e fare sera. Come una volta si faceva in campagna oppure al mare.

Sempre più spesso, è possibile trovarci anche il concerto. Una volta di quella musica che ti ritrovi a canticchiare senza neppure sapere il perché, forse proprio perché troppe volte l’hai sentita alla radio proprio mentre facevi la spesa in un altro centro commerciale; ora però, che è estate, ci puoi trovare anche un concerto di musica classica, se non una cantante che si esibirà come un tempo ha fatto al San Carlo, o alla Scala, là, nel tempio del commercio, del consumo, dove trovi tutto e compri tutto, anche quello che non ti serve.

Qualche giorno fa, a Torre del Lago si è concluso il Festival Puccini, e al termine dell’ultima replica della Boheme i lavoratori del festival hanno occupato il palco per chiedere solidarietà al pubblico: il festival rischia di chiudere e 350 persone rischiano di non poter più lavorare. Si sa che nessuna promessa, valida o astrusa del neo ministro della cultura è stata mantenuta, anzi tradita dalla necessità di salvare il salvabile in questo stato ormai depredato.

È vero, non ci sono più i principi o i nobili, che aprivano le porte dei loro palazzi e promuovevano le arti e gli artisti. È vero anche che i papi e i cardinali hanno ben altri affari da curare, che non fare come fecero con Michelangelo, o salvando le pale di Giotto che se non fossero in una chiesa noi nemmeno potremmo vederle.

Non ci sono più i soldi per tenere i teatri aperti, vuotati e derubati da gestione allegre e poco attente alla cultura e concentrati nel profitto, ma è davvero consono arrendersi al punto di far vivere l’arte tra un panino di Mc Donald e un nuovo superaccessoriato telefono cellulare da desiderare e non comprare?

Sarà davvero così domani, che comprata la carta igienica e il sapone per i panni, potremmo fermarci un attimo, con un panino in mano ad ascoltare la Boheme?

L’ingresso sarà gratis, ovviamente, basterà consumare per ascoltare. E come non si ha più bisogno della campagna o del mare in primavera, presto non avremo più bisogno nemmeno dei teatri.

Mag 282011
 

L’Italia continua a restare un paese confuso, incapace di avere una vera reazione, quello scatto di reni utile a rimetterlo in piedi; e quando si tratta di cultura, l’evidenza è più eclatante, e non si comprende se sia per colpevole inadeguatezza del governo stesso, o per altrettanto colpevole intenzione.

Così, dopo un leggero sollievo dato dal reintegro dei fondi per lo spettacolo, che se pure risicati hanno spinto a un primo tentativo di ripresa del comparto culturale italiano, con un nuovo decreto che potrebbe entrare in vigore dal primo luglio prossimo, i teatri riprendono a temere di non potercela fare.

Sembrerebbe infatti che,  secondo quanto previsto da un decreto del Ministero degli Interni, tutti i luoghi aperti al pubblico dove si effettuano attività di intrattenimento e spettacolo dovranno, da quella data, dotarsi di personale addetto ai servizi di controllo, arrecando un danno per la spesa aggiuntiva a tutte le imprese di cinema e spettacolo.

Fin qui inutile far notare al ministro, la differenza sostanziale che esiste tra una discoteca o uno stadio, e un cinema o un teatro e che questi, davvero, non necessitino di uno stuolo di buttafuori nerboruti all’ingresso. Se solo si comprendesse che la cultura da sola potrebbe portare più sicurezza al paese, saremmo tutti un passo più avanti.

Apr 032011
 

È  uscito, edito dalla EpiKa Edizioni, “Lo sguardo di Hermes”  il quarto romanzo di Rita Pani, collaboratrice e addetta stampa di ClassicaViva, per il quale ho avuto il gradito incarico di scrivere la prefazione.Ve ne ripropongo, qui, un breve estratto,  per raccontarvi di questo suo ultimo lavoro. Che, a mio parere, è uno dei più bei romanzi che io abbia letto in questi ultimi anni. E nel quale, oltretutto, il protagonista è un pianista (e quindi è un romanzo che rientra in pieno nella nostra sfera di interessi)…“Quando ho letto per la prima volta “Lo sguardo di Hermes”, la mia prima reazione è stata di profonda invidia per l’Editore che mi aveva preceduto nell’aggiudicarsi i diritti di pubblicazione di questo libro. Purtroppo ho conosciuto Rita Pani abbastanza recentemente (l’ho incontrata su Internet, e dove, se no?), e ho fatto in tempo soltanto ad approfondire conoscenza, stima, amicizia e ad avviare un bel rapporto di collaborazione giornalistica con lei per la mia rivista online e per il nostro ufficio stampa.

Quando ho saputo che aveva pronto un nuovo romanzo da pubblicare e mi sono fatta avanti per chiedere di leggerlo (con la segreta speranza di poterlo pubblicare), era già troppo tardi: le trattative per il contratto con un altro, fortunato, editore, erano già troppo avanti. Così, naturalmente, non mi è rimasto che leggere le bozze del libro, con curiosità professionale e la vorace attenzione che riservo a tutti i nuovi romanzi, soprattutto se scritti da una donna.

E il libro, letto da un netbook nelle ore di riposo notturno, mi ha immediatamente catturato, prima, e incatenato poi, senza remissione, alla sua insolita storia. Non sono riuscita a spegnere il computer finché non sono arrivata all’ultima pagina, consapevole solo in quel momento della luce del giorno che ridava i contorni alla stanza e al computer sulle mie ginocchia, riportandomi alla mia realtà quotidiana completamente dimenticata.

Perché si tratta di uno di quei romanzi – ormai divenuti molto rari – che, oltre ad altre qualità, posseggono anche quella – preziosa – di raccontare una storia.

In un paese distratto “in cui i libri servono spesso a far da zeppa a un tavolo zoppo”, come scrive la nostra autrice, avevo trovato una piccola gemma. “Una regola però vale per tutte e due le arti: ci sono scrittori e ci sono scrivani.” – dice un personaggio di questo libro. Ecco, per l’appunto, Rita Pani è uno scrittore. Uno scrittore con la schiena dritta, che non segue le mode o le convenienze, ma ascolta solo la sua voce interiore, la sua coscienza critica, la sua profonda indipendenza intellettuale, gettando uno sguardo attento e disincantato sul mondo: uno sguardo mai cinico, però, ma sempre ricco di calore umano, di umorismo pungente, e sempre, sempre illuminato dal riflettore della sua intelligenza, che le fa scorgere, anche negli angolini più bui e riposti, cose che gli altri, semplicemente, non vedono.”

Vieni alla nostra rassegna di lezioni-concerto a Milano alla Palazzina Liberty!