Ago 092016
 

Estate, tempo di letture, riletture, ma soprattutto di riflessioni. Nelle altre stagioni, spesso, ci si getta a capofitto nel lavoro, ma è d’estate (almeno, per me) che si ha più tempo per domandarsi il senso di ciò che si fa. Per il musicista classico che si rifiuti di cadere nella routine, le domande sono spesso inquietanti e imbarazzanti: perché eseguire ancora un repertorio che tutti i più grandi hanno eseguito? Quale messaggio, se non nuovo, perlomeno autentico, comunicare? Come viene percepito dagli ascoltatori questo messaggio? E altre ancora.

Ho riletto in questi giorni la bella biografia che Maynard Solomon scrisse nel 1977 su Beethoven. Solomon è un musicologo sui generis, una figura che mi ha sempre attratto per il suo eclettismo. È stato produttore di Joan Baez, marxista, studioso di psicoanalisi. I suoi scritti sui compositori (Mozart, Beethoven, Schubert) non hanno forse un grande interesse dal punto di vista tecnico-musicale, ma conducono un’analisi psicologica profondissima: talvolta magari anche eccessiva, ma sempre con qualche aspetto rivelatorio. Solomon non fa mistero di mettere in relazione biografia e creazione artistica: il suo Beethoven, ma anche il suo Mozart (1994) sono volumi decisamente anti-strutturalisti.

Nel libro su Beethoven, sono rimasto molto colpito dai capitoli sul periodo cosiddetto “eroico” e dall’approfondimento del bonapartismo beethoveniano. I due aspetti sono solitamente messi in relazione, soprattutto in ragione dell’iniziale dedica della Sinfonia n. 3 a Napoleone Bonaparte. La vulgata ci presenta perlopiù l’eroismo beethoveniano come slancio volitivo, richiamando l’immagine di tanti busti beethoveniani: un’immagine granitica di rivoluzionario, quasi di ‘conquistatore’ bellicoso e deciso. Sebbene qualsiasi luogo comune contenga una parte di verità, è chiaro che la figura di Beethoven, così come la sua musica, è molto più sfumata. Solomon ce lo fa capire conducendo un’analisi minuziosa e avvincente sulla questione della dedica della Sinfonia “Eroica” a Napoleone. Ora, sulla base della testimonianza di Ries, un tempo si pensava che Beethoven, appena saputo che Bonaparte si era auto-proclamato Imperatore, avesse stracciato la prima pagina della Sinfonia, l’avesse gettata per terra e riscritta con il nuovo titolo di Sinfonia “Eroica” (eliminando il riferimento a Napoleone). Il colorito racconto di Ries, però, semplifica troppo la realtà. Come osserva Solomon, Beethoven aveva iniziato ad essere meno entusiasta di Napoleone ben prima che si proclamasse Imperatore (quando Hoffmeister gli aveva proposto di scrivere una Sonata in onore di Napoleone, Beethoven si era rifiutato, essendo disgustato dal fatto che Bonaparte avesse siglato un concordato con il Papa); ma ciò che colpisce ancor più è il fatto che Beethoven abbia deciso ben presto di reintrodurre il nome di Bonaparte, dopo il presunto gesto plateale dello stracciare la dedica: in una lettera del 26 aprile 1804 all’editore Breitkopf, il compositore afferma che il titolo della Sinfonia è “Bonaparte”. Poi cambia nuovamente idea, optando definitivamente per “Sinfonia Eroica composta per festeggiare il sovvenire di un grand’uomo”. Quali le ragioni di questa indecisione? Probabilmente, ragioni molto meno idealistiche di quanto si pensi. Beethoven, suggerisce Solomon, aveva in progetto di trasferirsi a Parigi: la dedica a Napoleone gli avrebbe fatto comodo (così come quella a Rodolphe Kreutzer per la Sonata op. 47). D’altro canto, l’imminenza di una nuova guerra fra Austria e Francia avrebbe portato a far sì che, con la dedica a Bonaparte, Beethoven sarebbe stato considerato dai suoi connazionali come amico dei giacobini. Quando i progetti parigini scemano, anche l’interesse per Napoleone, verso cui Beethoven provava un misto di attrazione e repulsione, sembra diminuire.

Perché questa digressione storica? Per dimostrare che Beethoven era un opportunista? Non ce n’è bisogno: abituato a trattare con un aristocrazia che spesso detestava, e verso la quale aveva un buon potere contrattuale a causa della sua indiscutibile genialità artistica, Beethoven era avvezzo a questo genere di astuzie. Doveva per forza essere opportunista. L’excursus ci suggerisce qualcosa di più importante: ovvero che l’eroismo beethoveniano difficilmente è riconducibile al suo bonapartismo. Qual è la chiave per comprenderlo, dunque? Il testamento di Heiligenstadt. Più che slancio volitivo, l’eroismo beethoveniano è resistenza ai colpi del destino: e, innanzitutto, alla sordità che iniziò ad affliggerlo fin dalla giovane età di ventisei anni. Suicidarsi? Quasi: <<È solo la mia arte che mi ha trattenuto>>. La fertilità creativa di Beethoven dopo la grande crisi interiore dei primi anni dell’Ottocento è incredibile: il periodo “eroico”, quello che ha reso Beethoven il compositore forse più venerato di ogni altro, nasce indubbiamente dalla solitudine e dalla disperazione di chi deve ritirarsi da ogni mondanità per trovare scampo nella creazione. Non è un mito romantico. Beethoven stesso lo fa intendere:

<<Conduco una vita miserabile. Da circa due anni evito ogni contatto umano perché non posso dire alle persone che sono sordo. […] Ho spesso maledetto il Creatore e la mia esistenza. Plutarco mi ha condotto alla rassegnazione. Ma se è possibile, sfiderò il mio destino>>.

L’arte diviene la sfida al destino. <<Vivere unicamente nella tua arte>>, scriverà Beethoven in un appunto del 1816. L’eroismo è resistenza morale contro la sofferenza. Certo, lo sappiamo; Solomon non dice novità particolari, ma, nel suo discorso, riesce a illuminare gli aspetti più profondi del mondo beethoveniano con un’evidenza rara.

Ora, ci si potrebbe chiedere cosa c’entri tutto ciò con le domande da cui ero partito (perché eseguire ancora un repertorio che tutti i più grandi hanno eseguito? Quale messaggio, se non nuovo, perlomeno autentico, comunicare? Come viene percepito dagli ascoltatori questo messaggio?). Ciò che mi interessa mettere in rilievo è quanto (o quanto poco) ci si preoccupi oggi di considerare le motivazioni profonde che hanno dato origine a un’opera, nel momento in cui la eseguiamo, la ‘analizziamo’ o anche semplicemente la ascoltiamo. Ma ancor più: siamo davvero ancora in grado di attuare un’immedesimazione profonda nel messaggio sostanziale di questa musica? E in futuro, lo saremo?

Oggi, grazie alla filologia e alla quantità di informazioni di cui disponiamo riguardo a Beethoven, alle sue volontà, alla prassi dell’epoca, pensiamo di sapere molto di più su questo compositore (così come su Schubert, Schumann, Chopin o Brahms) di quanto se ne sapesse cento anni fa. È vero, abbiamo fatto per certi versi progressi indiscutibili: sappiamo moltissimo sul ‘lessico’ musicale, sulla ‘retorica’ beethoveniana (che trae spesso origine da quella barocca), sull’ ‘espressione parlante’, sull’articolazione, sulla sonorità dei pianoforti dell’epoca, sul modo corretto di eseguire i glissando della Waldstein o sui portamenti che un violinista potrebbe (o forse, dovrebbe) fare, come uso nell’Ottocento. Tutti questi aspetti sono cruciali per l’esecutore. Non considerarli affatto, oggi, sarebbe sbagliato. Eppure, ho l’impressione che un’enfasi eccessiva su questi problemi tenda a nascondere un problema molto più grande, come un elefante nell’armadio: ma noi, delle lacerazioni profonde e degli aspetti più abissali della spiritualità beethoveniana, capiamo ancora qualcosa?

Parlare di Beethoven non può significare soffermarsi soltanto su aspetti relativi al ‘linguaggio’ (se così si può dire) musicale. Significa anche prendere atto della profonda distanza che ci separa, come uomini del XXI secolo, da un modo di concepire l’esistenza che si riflette, irrimediabilmente, nell’opera d’arte. Se liquidassimo gli aspetti esistenziali e psicologici faremmo scadere l’arte musicale in una dimensione tecnocratica. Anche se eseguiamo un’opera sullo strumento giusto, con tutte le note a posto, con le articolazioni corrette, con la coscienza dei fraseggi da adottare, non dobbiamo mai dimenticarci di porci una domanda:

Bene, ora che tutto è perfetto e convincente, è possibile che io stia sbagliando tutto?

Non solo è possibile, ma è sempre più probabile. Paradossalmente, forse, ci è molto più facile avvicinarci al repertorio barocco che a quello romantico. Nei corsi e ricorsi della storia, il nostro stile di vita odierno e il modo in cui facciamo interiormente esperienza delle cose è sempre più lontano da quello ottocentesco. Certo, ci sono sentimenti universali (gioia, dolore, malinconia e altri ancora) che sembrano prescindere dalla distanza storica. Inoltre, alcuni di noi hanno ancora la convinzione di capire profondamente ciò che Beethoven o Schubert comunicano; ma il numero sembrerebbe sempre sempre più esiguo. Sappiamo molto di più su Beethoven, su come eseguirlo. Crediamo di aver fatto grandissimi progressi. Ma sulla questione fondamentale siamo regrediti. E, in questa direzione, penso  che capiremo sempre meno di Beethoven, anche se avremo tutte le informazioni per eseguirlo come dev’essere eseguito.

Non c’è da stracciarsi le vesti: non è che i romantici fossero meglio e noi siamo peggio. Semplicemente ci sono differenze. Le percepirono alcuni uomini sullo spartiacque fra le due epoche: penso a Thomas Mann, in cui spesso cogliamo la voglia di liberarsi da certe strettoie dello spiritualismo romantico tedesco (ho sempre trovato divertente l’immagine, raccontata da Menotti, dell’austero Mann che spia giovani afroamericani nelle spiagge nudiste della California).

L’inizio del processo che ci ha portato ad allontanarci sempre più dal modo romantico di esperire l’esistenza è fotografato da una frase che Friedrich Nietzsche scrive ne La gaia scienza:

<<L’inconsapevole travestimento di fisiologiche necessità sotto il mantello dell’obiettivo, dell’ideale, del puro-spirituale va tanto lontano da far rizzare i capelli -e abbastanza spesso mi sono chiesto se la flosofia […] non sia stata fino ad oggi principalmente soltanto un’interpretazione del corpo e un fraintendimento del corpo.>>

Terribile sospetto! Se tutta la storia della spiritualità occidentale non fosse altro che l’espressione di una corporeità ancora non liberata? La liberazione del corpo porterebbe quindi con sé la “morte dell’arte”, oltre che di Dio? Questioni troppo vaste, per un post estivo. Ma questioni cruciali per affrontare un compositore come Beethoven, in cui la tensione filosofica e spirituale (non, si badi bene, religiosa) è forse più forte che in qualsiasi altro compositore.

Forse, dopo aver capito sempre meno di Beethoven, arriverà un giorno in cui nuove svolte storiche ci riavvicineranno alla sostanza profonda del suo messaggio (così come ci siamo riavvicinati a un Bach o a un Vivaldi). Nel frattempo, credo che dovremmo eseguire la sua musica solo quando ci rendiamo conto di cosa significhi, interiormente, questo cimento. Lo studio e la coscienza stilistica rimangono condiciones sine quibus non. Ma se pensiamo di fare gli splendidi dimostrando che abbiamo capito perfettamente e dominiamo ogni dettaglio della sua musica, e magari ci vantiamo di istruire gli altri su <<come Beethoven va eseguito>>, di certo siamo fuori strada. Forse stiamo godendo della nostra bravura, ma difficilmente staremo soffrendo con Beethoven.

Luca Ciammarughi

Apr 272016
 

“A volte si deve estrarre un’espressione dal linguaggio, farla pulire, – e poi si può rimetterla in circolazione.”

Così scriveva Wittgenstein, e noi vogliamo seguire questa esortazione per un’espressione che pullula nelle nostre esistenze, ma che non sembra essere mai stata troppo meritevole di una degna attenzione : che cosa significa “insegnare”? In maniera analoga s’intitola un ben riuscito saggio di Eleonora de Conciliis, uscito nel 2014, che sarà la guida in questo nostro interrogarci. Sin dalle prime pagine, l’autrice nota come una tale ricerca possa avere ancora più senso in un paese come l’Italia, dove “sia l’insegnamento come pratica professionale, sia la stessa figura dell’insegnante […] mostrano un’enorme insensatezza.”

Insegnare è imprimere un segno. Quest’atto e la sua violenza intrinseca ci spingono a chiederci quale sia il potere di chi lo compia, e quale significato abbia una pratica di questo tipo.

Noi crediamo, nell’insegnare, di e-ducare il bambino, di tirare fuori qualcosa da lui. Eppure, non vediamo come al contempo il bambino sia plasmato da noi e dalla pratica : il mito della maieutica e della sua funzionalità è dunque da abbattere. In effetti, è impossibile insegnare in maniera “pura”, ovvero non contaminata da influenze che noi stessi non riconosciamo. Il bambino viene visto come un “uomo in miniatura”, ed è proprio questo aspetto che dovrebbe allarmarci : l’insegnante è il disciplinatore, colui che livella e prepara l’uomo in fieri al suo ruolo nella società capitalistica.

Come si esprime chiaramente l’autrice :

“…l’insegnante non diventa soltanto l’agente principale della produzione di individui sfruttabili perché conformi alle esigenze della nuova economia, ma si trova a sua volta in una condizione di dipendenza e di scissione perché obbligato a svolgere la sua attività in modalità, spazi e tempi predeterminati […] e infine la sua azione pedagogica non è né libera né creativa, ma obbedisce a finalità estranee ed a sedicenti superiori, mentre il prodotto del suo lavoro, l’allievo, è un piccolo selvaggio che al termine del processo educativo deve risultare […] trasformato in cittadino.”

Ecco l’origine di questa insensatezza dell’insegnare. Ad ogni individuo deve venire dato un ordine, un posto, e l’insegnante è colui che, consapevolmente o meno, è il principale complice di questo assoggettamento collettivo. L’analogia scuola-carcere, genialmente coniata da Michel Foucault, non deve farci storcere il muso. Lo spazio scolastico è un “dispositivo per apprendere”.

Come nell’esercito, il rango di ciascun allievo è mobile, e ognuno mira alla promozione. Attraverso la ricompensa – il merito – ogni alunno è assoggettato al potere dell’insegnante : si automatizza, prendendo parte del meccanismo obbedienzaricompensa. L’insegnante è l’unico che può governare gli allievi “perché è stato a sua volta governato: è un ex alunno che crede nella religione scolastica.” L’esito massimo di questa pratica di oggettivazione è l’esame, il giudizio, che permette ad ogni individuo di “diventare un caso analizzabile e comparabile ad altri nel tempo e nello spazio.” L’esame deve poi molto, come tutta la pratica scolastica, alla tradizione cristiana: le interrogazioni alla cattedra servono in realtà a scavare nell’interiorità dell’individuo, ed è proprio in tale ottica che l’insegnante incita l’alunno a parlare, a “confessarsi” per giunta di fronte ai suoi altri compagni. Questa umiliazione non è che la consacrazione dell’intero processo educativo, che viene premiata o meno a seconda del giudizio – che diviene morale – dell’insegnante. Chi non supera questo processo è un reietto, un soggetto da “non imitare”. L’esame non misura effettivamente cosa un individuo sappia, ma quantifica il suo grado di normalità.

“I bambini e gli adolescenti appaiono come oggetto di scienza esclusivamente nella loro funzione di ‘futuro’ su cui investire: essi debbono essere resi adulti, capaci di azione sociale nell’interesse della società.” Da ciò capiamo che l’operato degli insegnanti serve anche per segnalare e rilevare le attitudini di ogni allievo per “indicarne l’utilizzazione futura”.

Quello che abbiamo descritto brevemente è ciò che ha significato insegnare, fino ad oggi. Non è possibile, forse, un’alternativa? La de Conciliis cerca, nelle ultime pagine del suo bel saggio, di definire questa possibilità:  se per Nietzsche, come per Foucault, la filosofia e l’insegnamento non sono pratiche compatibili, per la de Conciliis tutt’altro:

“Perché non approfittare di questa gigantesca macchina pedagogica, di questo scheletro ormai invecchiato, di questo fossile socioculturale, per invertire a tendenza alla produzione inerziale di habitus conformisti?”

L’insegnante è l’unico individuo pagato per produrre soggettività; ma è possibile soggettivare senza assoggettare? È possibile insegnare senza insegnare ad obbedire? In primo luogo, “l’insegnante non deve far credere ai suoi alunni di essere il fondamento della sua stessa autorità […] né indossare l’aura del professore o soggiacere all’incantamento verbale da lui stesso esercitato.” Egli deve piuttosto avere quello che Foucault, nell’ultimo periodo d’insegnamento al Collège de France, chiamava il “coraggio della verità”: egli deve far intravedere ai suoi alunni la storicità del suo potere, e quella di tutti i poteri in generale. Bisognerebbe rendere coscienti gli alunni della storicità – e quindi della non verità – dei metodi di valutazione, del sistema dei crediti, della tirannia dei voti. Si dovrebbe innescare un processo comunitario volto alla produzione di responsabilità singola. L’unico modo di creare soggettività è tentare di far sì che l’individuo in fieri possa produrla da solo, senza condizionamenti. Non si tratta di una possibilità utopica: il compito di chi insegna è, e deve essere, quello di rendere visibile ciò che non lo è, ciò che agisce segretamente – quello che Foucault chiamava l’ordine del discorso – e che segretamente ci conduce ad un assoggettamento, ad una macchinazione totale.      

Artin Bassiri Tabrizi                                                  

 

 

 

 

Feb 202016
 

umberto-eco-4Scrivere qualcosa su Umberto Eco nel giorno della sua morte è di per sé non solo difficile, ma anche pretenzioso e un po’ paradossale. Il paradosso nasce da una delle più recenti affermazioni pubbliche di Eco, quella secondo cui il web avrebbe dato diritto di parola a legioni di imbecilli: e anche chi, come me, ha in parte criticato l’affermazione del Professore si ritrova oggi a scrivere un coccodrillo. Eppure, credo che il valore di Umberto Eco risiedesse proprio nel fatto che il suo pensiero, che traeva sostanza da innumerevoli letture e riflessioni, riuscisse sempre a scatenare una reazione, generando quindi nuovo pensiero, pur non sempre qualitativamente eccelso come il suo.
Non credo che, oggi, Eco sarebbe contento di un’agiografia o di una santificazione: perché, in fondo, pur essendo un intellettuale-modello, di quelli che nella loro carriera non hanno sbagliato un colpo, aveva una propensione per l’anticonformismo. Ce ne accorgiamo riguardando questo strepitoso momento televisivo del 1970, in cui, insieme a Paolo Poli, Eco rivaluta la figura dell’enfant-terrible Franti in un’analisi fulminante del libro Cuore di De Amicis:

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Gen 162016
 

Spring For Music - Alan Gilbert conducts the New York Philharmonic, Carnegie Hall 5/5/14.

Ed eccomi ancora una volta a scrivere di ciò di cui sembrerebbe difficile, o a volte persino sbagliato, parlare: la musica. Qualsiasi musicista, o qualsiasi appassionato, sa bene che la musica attiene alla sfera dell’ineffabile: non può essere detta completamente a parole, sfugge a ogni definizione univoca, contiene sempre un quid (Jankélévitch lo chiamava je-ne-sais-quoi, non-so-che) che non si lascia afferrare.

Perché, allora, ci ostiniamo a parlarne? Che senso hanno i dibattiti, a volte addirittura i litigi o (horribile dictu) le guerre, intorno all’arte dei suoni? Forse è proprio l’inafferrabilità della musica a stimolare il confronto e lo scontro verbale: sappiamo in partenza che il viaggio in cui saremo condotti non ha un punto conclusivo. Il percorso, diceva Kavafis in Itaca, è più importante della mèta: parafrasandolo, potremmo dire che la musica ci “ha dato il bel viaggio” e senza di lei mai ci saremmo messi in cammino: cos’altro ci aspettiamo?

La musica è, in questo senso, un alter ego (e forse il più potente) del Desiderio, di quell’eros che è vita: e, sillogisticamente, potremmo dire che la musica è vita. Ma c’è qualcos’altro: ne parla Lawrence Kramer in un volumetto che da qualche anno porto regolarmente con me, Perché la musica classica? (pubblicato in Italia da EDT nel 2011). Si tratta del legame fra la musica – e in particolare quella musica che definiamo “classica” (torneremo un’altra volta su questo termine) – e l’esperienza del Sé interiore. La musica ci dà piacere, certo; a volte addirittura esaltazione. Oppure lenisce e consola. Ma non si limita affatto a questo. L’ascolto musicale, per come si è formato nell’Ottocento e Novecento, non ci porta soltanto a trarre conclusioni che riguardano la musica, il brano eseguito o l’interpretazione: esso ci conduce a sondare le verità fondamentali (benché assolutamente misteriose e sfuggenti) dell’esistenza soggettiva. In parole più semplici, percepiamo con una chiarezza assoluta, benché difficile da mettere nero su bianco, che la musica ha a che fare con la nostra vita. La musica è uno specchio della nostra identità, ci aiuta a capire chi siamo, stimola in noi un dialogo interiore: e l’identità, come la musica stessa, è naturalmente in continua trasformazione, in movimento come la musica stessa. È per questo che la musica mal sopporta i dogmi e le eccessive cristallizzazioni. Ed è anche per questo che sarebbe importante parlare di musiche, piuttosto che di un’unica monolitica Musica.

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    Folgorato lo scorso anno da due concerti “intorno a Chopin” (Milano e Lucerna), sono tornato ad ascoltare Daniil Trifonov, ieri sera 30 ottobre 2018 in Sala Verdi per la Società del Quartetto di Milano. Trifonov è ormai riconosciuto come uno dei più importanti pianisti al mondo: posizione tutt’altro che facile, [continua a leggere]

  • Il folgorante Brahms di Petrenko abbatte la quarta parete
    Il folgorante Brahms di Petrenko abbatte la quarta parete

    «In quest’opera c’è abbastanza musica per scriverne dieci», disse André Campra a proposito di Hippolyte et Aricie di Rameau. «In questo concerto c’è abbastanza musica per farne dieci» verrebbe da dire della serata al LAC di Lugano con Kirill Petrenko alla guida della Bayerisches Staatsorchester, di cui è direttore stabile [continua a leggere]

  • Quella grottesca ossessione dell'oro nell'Alì Babà risorto
    Quella grottesca ossessione dell’oro nell’Alì Babà risorto

    Teoricamente, la ripresa di un insuccesso quale fu nel 1833 Ali-Baba ou Les quarante voleurs, ultima opera di Luigi Cherubini, è operazione quasi masochista. Perché, infatti, rimettere in scena un lavoro che fu giudicato negativamente da Rossini, Mendelssohn e Berlioz e che lo stesso compositore non volle nemmeno vedere all’Opéra [continua a leggere]

Enti artistici

  • Quella grottesca ossessione dell'oro nell'Alì Babà risorto
    Quella grottesca ossessione dell’oro nell’Alì Babà risorto

    Teoricamente, la ripresa di un insuccesso quale fu nel 1833 Ali-Baba ou Les quarante voleurs, ultima opera di Luigi Cherubini, è operazione quasi masochista. Perché, infatti, rimettere in scena un lavoro che fu giudicato negativamente da Rossini, Mendelssohn e Berlioz e che lo stesso compositore non volle nemmeno vedere all’Opéra [continua a leggere]

  • I miracoli dell'imperscrutabile Pletnev
    I miracoli dell’imperscrutabile Pletnev

    «Perché uso una sedia invece di un panchetto? Perché a volte ho mal di schiena, e così posso appoggiarmi per riposarmi»: così affermava, molto semplicemente, Mikhail Pletnev in un’intervista. E anche in Sala Verdi, ieri sera al Conservatorio di Milano per Serate Musicali, il musicista (dire pianista sarebbe poco) si [continua a leggere]

  • Nelson Freire, duende e saudade
    Nelson Freire, duende e saudade

    Oltre ad essere la città di una delle più belle stagioni pianistiche del mondo, ovvero “Piano à Lyon” presso la Salle Rameau, Lione offre anche alcuni recital all’interno della stagione dell’Orchestre National de Lyon. “Auditorium – Les grands interprètes” è il titolo: e grande interprete è sicuramente il brasiliano Nelson [continua a leggere]

  • Lugano Musica
    Lugano Musica

    LAC Lugano Arte e Cultura è il centro culturale dedicato alle arti visive, alla musica e alle arti sceniche, che si candida a diventare uno dei punti di riferimento culturali della Svizzera, con l’intento di valorizzare un’ampia offerta artistica ed esprimere l’identità di Lugano quale crocevia culturale fra il nord [continua a leggere]

  • Amici della Musica di Modena
    Amici della Musica di Modena

      L’associazione Amici della Musica di Modena opera senza finalità di lucro. Progetta e promuove numerose iniziative culturali e musicali a Modena e in provincia. Vive attraverso il lavoro di soci volontari, che donano impegno, competenza e professionalità. Propone esperienze di ascolto e di conoscenza, di incontro e di approfondimento, [continua a leggere]

Nov 042014
 

Concerto di NataleConcerto di Natale - Opera San Francesco - MilanoAnche quest’anno la fondazione OSF promuove l’ormai tradizionale “Concerto di Natale” per i poveri Onlus a favore dei bisognosi che si terrà

mercoledì 10 dicembre alle ore 20,30 al teatro Dal Verme.

Fondata dai Frati Cappuccini di viale Piave a Milano, la OSF non si impgna soltanto a soddisfare i bisogni priari e reali di persone in grave difficoltà, ma offre loro anche ascolto e protezione. La serata ci aiuta dunque a ricordare chi, dal 1959 è a fianco di poveri ed emarginati per garantire loro non solo un piatto caldo e un cambio d’abiti, ma anche per promuovere la dignità dell’uomo attraverso l’impegno e la solidarie; il concerto è un’occasione per tutti di aiutare per aiutareoperasanfrancesco

I protagonisti della serata saranno l’Orchestra del teatro Carlo Felice di Genova, diretta dal Maestro Alvise Casellati e al pianoforte Andrea Bacchetti, soprano Francesca Paola Geretto. Il concerto è inserito all’interno della stagione 2014/2015  “Serate Musicali” e prevede l’esecuzione di alcuni tra i brani più belli e apprezzati dal pubblico. Si tratta di un viaggio nell’Europa dei grandi compositori a cavallo tra 700 e 800 che spazierà tra Italia, Vienna e Praga sulle note di Rossini, Mozart e Dvořák.

Intervenite numerosi!

PROGRAMMA:

G. ROSSINI               
Barbiere di Siviglia – Ouverture
Barbiere di Siviglia – Cavatina di Rosina “Una voce poco fa”

W. A. MOZART         
Nozze di Figaro – Ouverture
Aria “ch’io mi scordi di te” K 505 in mi bemolle per soprano, pianoforte e orchestra

A. DVORAK               
Sinfonia n. 9 “Dal nuovo mondo”

Biglietti da 11 a 60 euroesclusa prevendita

Per informazioni e prenotazioni:

Aragorn 02 465 467 467, da lunedì a venerdì – ore 10/13 e 14/17 biglietteria@aragorn.it

altre prevendite: www.ticketone.it; www.vivaticket.it

www.aragorn.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Apr 122012
 

Ho letto con molto interesse l’articolo di Chiara Merlo, che condivido nella sua interezza e che mi ha fatto riflettere sul mio ultimo e recente viaggio in Inghilterra. Sulle differenze d’approccio che altri governi hanno con la cultura.

C’era un ordinato bivacco all’esterno del British Museum. Una folla colorata sui prati intorno, gambe ciondolanti sui muretti, e una marea di gente che saliva o scendeva le scale. Tanta gente, che quasi veniva il dubbio di volersi veramente infilare nella corrente, nella marea che si spostava. Poi con un po’ di coraggio si inizia il giro, soffermandosi sulle tante cose esposte, di ricchezza o di povertà. Le cose che raccontano le vite passate che erano anche le nostre e che ci hanno portato fino a qua.

Anche un frammento di muro, serviva ad insegnare com’era il resto dello splendore di una casa patrizia, di un tempio greco, degli inglesi che viaggiando e combattendo colonizzavano i nuovi mondi. La storia tangibile, era a portata di tutti.

Le stesse sensazioni dinnanzi ai gradini e le colonne della National Gallery, dove uno striscione rosso che scende lungo una colonna e sventola come una bandiera avvisa: “Admittance free”. Ingresso libero. Leonardo, Canaletto, Michelangelo, Goya, Van Gogh, Degas, Rubens, e anche Vermeer. Tutti là per gli occhi di chiunque, anche dell’uomo che entra per ripararsi dal vento gelido o dalla pioggia leggera di Londra.

Agli ingressi dei musei ci sono dei cartelli che invitano a lasciare un’offerta. Un invito e non un obbligo, al quale si assolve volentieri, grati di essere stati resi partecipi di tanta bellezza. Di tanta cultura. E se ne vedono tante monete, di ogni colore, a testimoniare il passaggio di tante diverse culture, di persone a cui piace sapere. Tutto in ordine, tutto pulito, e la folla che bivacca non lascia dietro di sé bottiglie di plastica, lattine vuote di Coca Cola o la carta dei panini. Tutto degno della luminosità esposta all’interno delle sale.

È difficile non notare ciò che ci differenzia. Viviamo in un paese in cui il fruire gratuito della cultura, diventa eccezione, una sorta di offerta speciale valida da un giorno a un altro. Un’occasione irripetibile. Ci differenziano i rifiuti abbandonati nei siti messi sotto tutela dall’UNESCO. Mentre in altri paesi la cultura è aperta e disponibile per chiunque, nel nostro paese i musei chiudono, perché non si ha personale o perché le casse sono state svuotate.

Personalmente ricordo quando portai la mia bambina al Colosseo, dopo aver pagato un biglietto quasi dieci euro. Guardai verso il basso dove una volta forse potevano essere stati rinchiusi gladiatori o leoni, vidi una montagna di bottigliette di plastica. Molte marche di acque minerali, tutte diverse che come i soldi nei musei londinesi, testimoniavano il passaggio di altre culture. Diverse culture.

Mar 302012
 

Con un accorato appello, Assomusica ha invitato gli artisti a un confronto, con l’intento di “tenere viva la musica dal vivo e unirsi per garantire sempre più qualità, cultura e sicurezza”. L’invito che Assomusica, l’associazione degli organizzatori e dei produttori di spettacoli di musica dal vivo che conta oltre 100 imprese associate su tutto il territorio nazionale, ha deciso di formalizzare in seguito alle due vittime nei palazzetti di Trieste e Reggio Calabria è rivolto a tutti i protagonisti della musica italiana.

Assomusica invita tutti gli artisti italiani a darsi una rappresentanza per aprire un confronto volto a una “riscrittura chiara e trasparente delle regole che regolano la musica dal vivo, con l’obiettivo di garantire sempre di più al pubblico uno spettacolo eccellente dal punto di vista qualitativo e quindi dell’offerta culturale-musicale, senza che questo vada a discapito della sicurezza”.

Per Assomusica, gli eventi live sono “una vera occasione di divertimento, di aggregazione di emozione di crescita e di condivisione di una stessa passione” e “gli ultimi accadimenti, la crisi generale, ancor prima quella della discografia, non sono fenomeni da esorcizzare, ma con responsabilità vanno affrontati e compresi, cercandone tutti insieme la soluzione”. La lettera di invito si potrà leggere integralmente su tutti i siti web degli associati Assomusica (www.assomusica.org).

Feb 242012
 

Si è svolto ieri a Milano, il 2° Summit Arte e Cultura presso la sede del quotidiano economico “Il sole 24 Ore”, durante il quale è stato presentato il manifesto “Per una costituente della cultura” allo scopo di riportare al centro del dibattito pubblico “il valore della cultura, della ricerca scientifica, dell’innovazione e dell’educazione a vantaggio del progresso del nostro Paese”. Così scrivono i ministri dei Beni Culturali, dello Sviluppo economico e dell’Istruzione, Lorenzo Ornaghi, Corrado Passera e Francesco Profumo, in una lettera al Sole 24 Ore di oggi in riferimento al manifesto:

“Di fronte alle scelte di spending review, che comporteranno una rivisitazione del mix della nostra spesa pubblica, la componente impiegata nella sfera della conoscenza non può essere considerata un costo da tagliare, ma rappresenta uno dei bacini in cui spendere di più e meglio creando sviluppo e occupazione. In questo ambito – scrivono i tre ministri – lo Stato è chiamato a svolgere un’imprescindibile funzione pubblica, non a caso sancita e garantita dalla nostra stessa Costituzione”.

“Gli investimenti nell’intero sistema educativo, inteso in tutte le sue componenti di sapere umanistico, di sapere scientifico e di sapere professionale, sono i pilastri per la nascita e lo sviluppo dello spirito di cittadinaza, della cultura dei diritti e dei doveri, del valore riconosciuto delle regole, della valorizzazione del merito”. Secondo Ornaghi, Passera e Profumo “é necessaria una profonda inversione di rotta rispetto alle politiche degli ultimi decenni, che hanno portato scuola, università e beni culturali a una crisi senza precedenti e talora, occorre riconoscerlo, al vero e proprio collasso”.

Gen 092012
 

Con la speranza di poter tornare presto ad occuparci della Musica, riceviamo e integralmente pubblichiamo:

«I professori d’Orchestra dell’Accademia Nazionale di S.Cecilia, rappresentati in larga parte dalla Fials-Cisal si vedono costretti a denunciare una incresciosa situazione sulla quale nessun velo di omertà può essere steso: la Direzione del Personale della Fondazione, con il consenso del suo Presidente Prof. Bruno Cagli, ha inaugurato da diversi mesi a questa parte una stagione di aggressione frontale nei confronti dei dipendenti e in particolare dell’Orchestra. Questo incredibile cambio di rotta avviene, inspiegabilmente, alla vigilia del riconoscimento della Forma Organizzativa Speciale che il Ministro Ornaghi ha appena firmato, e che dovrebbe preludere ad una nuova e semmai maggiore concordia tra tutte le componenti la Fondazione tra le quali l’orchestra dovrebbe essere considerata il principale “patrimonio” senza il quale nessuna “eccellenza” è possibile. Denunciamo in particolare: – le continue trasgressioni o tentativi di aggirare la normativa vigente per quanto riguarda l’applicazione contrattuale; – strane manovre per posticipare gli adempimenti previdenziali e differire il regolare pagamento degli stipendi per consentire alchimie di bilancio volte, probabilmente, a mascherare il saldo negativo del consuntivo 2011. Ci domandiamo come sia possibile, nonostante la conferma di tutti i finanziamenti in preventivo e il reintegro del FUS avvenuto a Marzo, essere giunti ad un bilancio passivo; – assunzioni quantitativamente difficili da giustificare in ambito amministrativo, parliamo di circa trenta unità che oggi potrebbero rivendicare, a detta della Direzione, contenziosi per l’assunzione a tempo indeterminato provocando uno squilibrio di bilancio permanente a fronte di una probabile restrizione di finanziamento pubblico e sponsor. Come è stato possibile allargare a dismisura tale numerico in dispregio della vigente Pianta Organica Ministeriale? E com’è possibile aver operato in modo da lasciar maturare diritti che ora verrebbero accampati? C’è dilettantismo o dolo? – continue irregolarità nella compilazione delle buste paga a danno dei lavoratori, disfunzioni organizzative nella programmazione, la mancata richiesta dell’inserimento dell’Accademia nel Decreto su Roma Capitale, i continui tentativi di aggirare il confronto corretto al tavolo sindacale contattando individualmente i lavoratori in un clima di intimidazione inaccettabile; – una trattenuta illegittima sullo stipendio ai professori che non hanno partecipato alla tournée in Giappone pur essendo stati indotti a compiere una libera scelta dall’azienda stessa, che poi si è rimangiata la sua disponibilità operando la più grave e l’ultima delle aggressioni in ordine di tempo, a fronte della quale siamo costretti a tutelare le nostre prerogative e diritti a maggior garanzia della qualità artistica e dell’eccellenza che anche noi pretendiamo, da chi gestisce la Fondazione, in quanto queste sono innanzitutto un bene dei cittadini che deve restare tale; – chiediamo inoltre di dar spiegazione sui versamenti previdenziali che risulterebbero insoluti già a partire da aprile 2011, non sapendo se tali insoluti contengano anche quote dovute dal lavoratore e già sistematicamente detratte dall’Azienda, non sapendo inoltre se altri insoluti sussistano quanto ad IRPEF ed INPS. In assenza dei più esaustivi chiarimenti, verrà edotta in merito la “Corte dei Conti”. Se “eccellenti” significa, per questa Direzione e Presidenza, appropriarsi di un “brand” svuotandolo di contenuto e trasformando in merce da vendere al minor costo e col maggior profitto, espropriando l’Orchestra e tutti i lavoratori del loro ruolo, questa è una deriva che abbiamo il dovere, oltre che il diritto, di non consentire a nessuno. Chiediamo quindi le dimissioni del Direttore del Personale, del Direttore Operativo e del Direttore Amministrativo, il ripristino delle corrette relazioni sindacali e della legalità, e proclamiamo a tale scopo e per la prima volta da moltissimi anni, costretti da una gestione irresponsabile, lo sciopero in occasione del concerto del 24 gennaio 2012 ed eventuali altre date che comunicheremo successivamente, riservandoci ulteriori e più incisive iniziative, oltre quelle legali già in atto».

Vieni alla nostra rassegna di lezioni-concerto a Milano alla Palazzina Liberty!