Feb 282017
 

Metti una sera di pioggia a Milano. Sala Verdi del Conservatorio, il pubblico di Serate Musicali è folto, come spesso accade per i concerti di Sir András Schiff, a cui i milanesi sono affezionati. Programma-fiume interamente schubertiano: Sonata D 845, Impromptus D 935, Klavierstücke D 946, Sonata D 894. Circa tre ore di musica, più di quanta ce ne sarebbe con il trittico delle ultime Sonate, D 958-959-960. 

Dopo i primi due movimenti della Sonata D 845 in la minore, Schiff smette di suonare e sventola il fazzoletto bianco verso il pubblico, colpevole dei classici colpi di tosse fra un movimento e l’altro. Rimette le mani sul pianoforte, ma dopo un nuovo singolo colpo di tosse si alza improvvisamente e se ne va, visibilmente contrariato. Ritorna dopo cinque minuti, prende il microfono e dice, testualmente, che pochi ascoltatori «cattivi e ignoranti» vogliono rovinare il concerto. Rovinarlo non solo a lui, ma anche a tutto il resto del pubblico. Dice che è venuto da lontano per suonare «questa musica divina» e afferma di essere l’intermediario fra essa e il pubblico. «Siamo umani, non siamo automati [sic]» prosegue. E sottolinea di aver bisogno di concentrazione assoluta per la memoria. Un anziano, davanti a me, mormora:«E allora prenda lo spartito! Come faceva Richter». 

Non è la prima volta che Schiff si ferma ed esce: qualche anno fa avevamo assistito a una scena simile alla Società del Quartetto, sempre in Sala Verdi, in un recital beethoveniano. Durante la “Patetica”, dopo lo squillo di un telefonino e i soliti colpi di tosse, il pianista se ne era andato. Come quella volta, anche stavolta riprende a suonare. In realtà, appena prima di fermarsi aveva fatto cose stupende: penso proprio al Tema e Variazioni che costituisce il secondo movimento della Sonata D 845. In quel tema, Schiff è capace di una tenerezza immensa, che si traduce in un suono che ti fa sentire davvero a casa (nel senso tedesco del termine, Heimat: una casa interiore). Le Variazioni vengono cesellate una ad una con grazia e delicatezza celestiali. Ho una specie di intermittenza del cuore: mi vengono in mente alcune vacanze adolescenziali in Val Gardena, le casette perfette, il sorriso di una natura incantata, amica. Ma quando arriva la variazione in tonalità minore, mi accorgo che nel binomio schubertiano Lachen und Weinen (sorriso e pianto) il pianista esprime soprattutto il primo: nel sacrario di Schiff, nell’inviolabile spazio in cui conserva le reliquie del Santo Schubert, c’è poco spazio per una sofferenza acuta (Schmerz) che possa farsi dolore universale (Pein). Schiff arriva ad esprimere al massimo la Wehmut, ovvero una malinconia dolce che pare non contemplare la morsa angosciante della Morte, che assillava Schubert negli anni a cui risalgono queste composizioni. 

Me ne ero accorto già nel primo movimento della Sonata: controllo superlativo della sonorità, polifonia di una trasparenza inarrivabile, compattezza degli accordi senza mai un brutto suono, ma anche mancanza di qualsiasi moto di rivolta o di rabbia, come se Schubert fosse un anti-rivoluzionario. Eppure lo aveva già scritto Alfred Brendel negli anni settanta: chi crede che la musica di Schubert sia lo specchio dei «contorni morbidi e consolanti del paesaggio austriaco» forse ha dimenticato «gli aspetti bizzarri, maestosi e minacciosi della campagna austriaca». Ma, soprattutto, aggiungo io, ha dimenticato Vienna e le sue talora inquietanti periferie, dove crebbe Schubert. 

«Il corpo così forte [di Schubert] finì per essere travolto dal conflitto tra le sue -potrei dire- due anime, una lo spingeva verso il cielo e l’altra era immersa nel fango»: era un conoscente di Schubert, Josef Kenner, a scrivere così. Per quanto sia pericoloso associare vita e opere, è evidente che nella musica del compositore viennese percepiamo questa dialettica esistenziale: ed è proprio essa, con il continuo dialogo fra sicurezza e pericolo, che crea la tensione espressiva e quindi il sublime. A me sembra che Schiff si fermi troppo spesso al celestiale, e che dal suo sacrario inviolabile voglia eliminare non solo i colpi di tosse, ma anche tutto ciò che in Schubert è Unheimlich, Perturbante -per dirla con una parola-chiave di un altro viennese, Sigmund Freud. 

Schiff coglie perfettamente lo Schubert innamorato della natura, quello delle gite a Steyr, fra i monti della Stiria; lo Schubert che trova consolazione nel cerchio protettivo degli amici e in un buon bicchiere di vino (di cui Schiff stesso, nelle campagne fiorentine, è produttore!); e anche lo Schubert capace di guardare al divino come consolazione delle mestizie terrene. C’è un passo del diario di uno Schubert ancora giovanissimo, in cui egli si rivolge a Mozart come a colui che attraverso “celestiali armonie” ci fa intravedere un mondo migliore. Ma, come Maynard Solomon ci ha insegnato (“Inquietanti simmetrie”), anche in Mozart, come in Schubert, il Paradiso è turbato e messo costantemente in pericolo. Bellezza e tristezza sono inseparabili, e la prima non può esistere nel suo grado sublime senza la seconda: “il bello è sempre bizzarro” scriveva Baudelaire. E Victor Hugo, a proposito di bellezza e morte: «Due sorelle ugualmente terribili e feconde con lo stesso enigma e lo stesso segreto».

Schiff prosegue con gli Impromptus D 935: l’impostazione non cambia. Sonorità di meravigliosa morbidezza, assenza di spigoli e di suoni aspri, tempi fluenti in cui la musica scorre come un rosolio, voicing miracoloso. Qualche momento di nervosismo non manca: si era già percepito in qualche passaggio dello Scherzo della Sonata (le ultime battute prima del primo ritornello sono tremende: ricordo anche un Barenboim scaligero); lo si sente in alcuni salti del primo Impromptu in fa minore e nelle temibili doppie terze dell’ultimo, in cui lo spirito ungherese di Schiff lo porta a lasciare un attimo le briglie e a rischiare un po’ (e per fortuna). Ma nel terzo Impromptu i toni mi sembrano davvero troppo angelicati e il pensiero corre allo Schubert apocrifo della “Casa delle Tre Fanciulle”, un po’ sentimentale, seraficamente privo di ogni morbosità.

Che Schubert sia pianisticamente tutt’altro che una passeggiata, lo si comprende anche dal primo dei Klavierstücke D 946, con cui Schiff apre la seconda parte del suo lunghissimo recital. Il pianista lo attacca rapidamente e rimane incastrato in alcuni degli scomodi salti nelle ottave alla mano destra. Ma, più che le trascurabili imprecisioni, a non convincermi è l’andatura un poco garibaldina, in cui però non percepisco una vera e propria febbre emotiva (“questo dev’essere febbrile!” sentii dire una volta ad Aldo Ciccolini ad un allievo -e Ciccolini sapeva bene quel che diceva, pur non essendo un “interprete deputato” di Schubert). Ancora una volta, Schiff è pienamente a suo agio nella parte in cui Lachen domina su Weinen, ovvero nell’episodio centrale, in cui il sole sembra squarciare le tempestose nubi (bellissime le volatine che portano verso il registro sovracuto, dove ci regala suoni paradisiaci). 

Il refrain in mi bemolle maggiore del secondo dei Klavierstücke è uno dei momenti di grazia della serata: di nuovo sentiamo quel “sentirsi a casa”, il canto felice, quasi all’italiana, che «anche nel culmine della tristezza dice sempre la felicità del corpo unificato» (Roland Barthes). Schiff, rispetto alla prima parte, entra più profondamente nella musica, e il primo couplet riesce a mettere un po’ paura; ma nel secondo, ineffabile, non sembra soffrire più di tanto e ritorna al canto consolante, senza farci mai sentire viandanti smarriti o darci qualche pugnalata negli sforzando che sembrerebbero suggerire improvvisi moti di passione.

Curiosamente, un maggiore senso del dramma anima l’onirica Sonata D 894. Tempi mai troppo lenti, mobilità dell’agogica e delle dinamiche: Schiff è agli antipodi dalla famosa interpretazione di Richter e dal suo visionario e quasi catatonico viaggio. Ma il pianista ungherese è ormai dentro la musica e, da par suo, ci regala momenti meravigliosi: ad esempio, nelle trine di sedicesimi che costellano, nel registro acuto, l’esposizione del primo movimento; nel dialogo fra le due mani, con una sinistra “parlante” che non è mai un indifferente tappeto alla destra; nel carillon soffice, quasi di un altro pianeta, del Trio nel terzo movimento; nella varietà di colori del finale, i cui couplet sono perfettamente distinti l’uno dall’altro nel carattere. Ma è pur sempre epica, più che tragedia. Schiff descrive e narra mirabilmente. Ma quella parte nera e dolorosa continua a rimanergli fondamentalmente estranea.

A mezzanotte, il pubblico viene salutato con l’Impromptu op. 90 n. 2, a mio avviso il punto più alto della serata: tempo perfetto, né troppo presto né troppo prudente, fluente naturalezza, una mano sinistra capace di valorizzare quei ‘pedali’ di quinta che Schubert affida al pollice. Alla fine, i “bravo!” si fanno sentire e il matrimonio fra Schiff e il suo pubblico è salvo. Ma, ripensandoci, ha un po’ ragione l’amico pianista Francesco Libetta, quando, nel dibattito su facebook nato durante e dopo il concerto, afferma: «Io non rimprovererei MAI uno spettatore. Prima di farlo, considererei corretto uscire dal teatro e sgridare qualche passante che non è neanche entrato».

E aggiungo che, ora che la musica classica sta riconquistando un pubblico di giovani, l’immagine di un “sacrario inviolabile” fa tutt’altro che bene. Anche perché la bellezza è capace di conquistare l’attenzione senza che qualcuno ti dica “attento! Stai assistendo a qualcosa di divino! Non distrarti! Ma come, io ti porto nel regno celeste e tu tossisci?”. No: mi piace pensare a Schubert che faceva  ballare gli amici improvvisando qualche valzer, nel trambusto generale, e che poi a volte li commuoveva profondamente e addirittura li spaventava, in un silenzio meraviglioso e terribile, eseguendo per loro una Sonata o qualche Lied di Winterreise.

Luca Ciammarughi

Mar 092016
 

Sempre più mi accorgo quanto il “discorso critico” sia soggetto agli umori e alle trasformazioni interiori di chi lo enuncia. Ricordo un recital di Murray Perahia al Festival Enescu di Bucarest, era il 28 settembre 2013: forse una delle più intense esperienze d’ascolto della mia vita. Scrissi dell’imponente profondità sonora e del fuoco interiore che aveva animato l’Appassionata di Beethoven, della furia devastatrice della Coda del terzo movimento; di un Carnevale di Vienna schumanniano tutto slanci, fremiti e follia vertiginosa; di un Secondo Scherzo di Chopin pieno di dirompente urgenza espressiva. Qualcosa dovrà pur esser mutato in me, anche supposto che il pianista statunitense sia incappato in una serata meno felice, se ho trovato il suo recital di ieri alla Società del Quartetto di Milano quasi deprivato di quel calore che appena tre anni fa mi sembrava la cifra distintiva di questo eccelso musicista. E, ancora una volta, mi rendo conto di quanto la musica sia un’arte profondamente umanistica: anche nel senso che, in quanto esseri umani, l’ascoltatore e l’artista entrano in una relazione in cui le rispettive fragilità hanno un peso determinante.

Una premessa: Perahia, habitué del milanese “Quartetto”, vi ha suonato dal 1968 ad oggi un repertorio che va da Bach a Bartók. Se osserviamo tutti i programmi, ci rendiamo conto che il pianista ha solo e sempre eseguito compositori che il canone occidentale ha posto in una sorta di Olimpo: Bach, Händel, Scarlatti, Mozart, Beethoven, Schubert, Schumann,  Chopin, Brahms. Una volta sola propose Bartók (nel 1976) e Franck (2015): ma sempre scegliendo lavori consacrati come capolavori (All’aria aperta, Preludio Corale e Fuga); e quando si accostò a Busoni, lo fece con le rivisitazioni bachiane. Il Novecento è quasi assente, la contemporaneità scompare del tutto, ma scompaiono anche le rarità e le riscoperte del passato. La scelta di Perahia è sempre stata molto precisa: limitare il proprio repertorio ai lavori maggiori, aurei, illuminandone la bellezza quasi atemporale. In questo è stato ancora più radicale di Zimerman o Sokolov: i quali, con autori come Lutosławski o Byrd (per non citarne che due), hanno talvolta esplorato ambiti inusitati del repertorio.

Il recital di ieri ha preso le mosse da due lavori in la minore di Mozart: il Rondo K 511 e la Sonata K 310. È un Mozart che deve moltissimo a Carl Philip Emanuel Bach e all’Empfindsamer Styl (lo Stile Sensibile). Non a caso, pianisti pur diversissimi fra loro come Mikhail Pletnev e Alexander Lonquich, hanno probabilmente mutato il loro modo di suonare Mozart proprio passando da CPE Bach e da quell’Empfindsamkeit che ci spinge a interrogarci anche sul cosiddetto classicismo mozartiano. L’irrazionalismo che traspare dal figlio di Bach (una sorta di uccisione del padre?) è invece completamente estraneo al Mozart di Perahia, in cui ogni abbandono emotivo e ogni eccesso del sentimento viene quasi inibito dal costante richiamo al canone classicistico novecentesco. Il pianista ricerca l’identità più che la differenza: il suono mira all’omogeneità, i passi più rapidi sono sgranati in modo eguale e adamantino. Il canto si staglia con eloquente pienezza, levigato come una statua del Canova. Questa ricerca della bellezza va però, fin dal Rondo K 511, a detrimento delle variazioni di colore: cosa che stupisce un poco se si pensa che fra i mentori di Perahia ci sono stati Horowitz e Horszowski, il cui Mozart era ben più imprevedibile. Ma Perahia è inesorabilmente figlio dello strutturalismo novecentesco: un’epoca in cui il pianista doveva scomparire dietro l’opera d’arte. Come metodo di studio, infatti, egli ha più volte dichiarato di applicare l’analisi schenkeriana, basata sull’idea che la musica tonale è organizzata gerarchicamente come una stratificazione di livelli successivi a partire da una struttura fondamentale. Questa metodologia, fortemente basata sulla presa di coscienza delle distensioni e tensioni armoniche, porta Perahia a una logica ferrea e a un rifiuto dell’elemento di improvvisazione: nella Sonata K 310, tutto fluisce in maniera conseguente, con un senso della direzione che non dà adito ad alcun dubbio. Fin troppo: perché gli eccessi dell’emozione, salvo rari casi (l’episodio in minore del secondo movimento!), sono ricondotti dal pianista a una misura classica (ma ancora una volta: cos’è il classicismo?). Così, nel primo movimento, manca il senso della disperazione (sviluppo, coda), il pathos estremo di un lavoro che Mozart scrisse dopo aver perso la madre (non un mero dettaglio biografico, a mio avviso). Perahia, almeno in questa serata, pare molto più a suo agio nel secondo movimento, pieno di grazia settecentesca e splendido nel cantabile; mentre nel finale si torna all’atteggiamento iniziale: grande controllo, assoluto dominio della situazione e volontà di riassorbire le fratture e le discontinuità in un’omogenea continuità. Avendo ascoltato spesso, in questi giorni, il Mozart di Harnoncourt, sento la mancanza di quei momenti di turbamento e fragilità tanto ben descritti da Maynard Solomon nel capitolo Inquietanti simmetrie del suo volume su Mozart.

La prima parte del concerto prosegue con Johannes Brahms: curiosamente, invece di scegliere un intero ciclo, Perahia seleziona alcuni degli ultimi Intermezzi e Klavierstücke e li rielabora in una narrazione propria. Ciò mi ricorda Sviatoslav Richter, che tra l’altro Perahia certamente conobbe a Aldeburgh: il pianista russo sceglieva alcuni dei Préludes op. 28 di Chopin e li mischiava in un ordine diverso da quello originale. Se un’operazione del genere non ci stupisce in Richter (il quale, contrariamente al pianista del Bronx, una volta disse che “ogni volta che sento parlare di analisi mi prudono le mani”), in Perahia ci sorprende. In ogni caso, anche Brahms viene scrutato attraverso la lente di un senso atemporale della bellezza: nella Ballata op. 118 n. 3 il pathos non manca, ma è un po’ attutito dalla volontà di ricondurre la sonorità a un equilibrio, a un’educazione, a un Credo. Perahia ha una fede assoluta, ed è la Musica Classica, con le maiuscole del caso: mi verrebbe da dire che questo è il suo principale punto di forza e di debolezza al contempo. Nell’op. 119 n. 3 ci si para davanti un’armonia ritrovata: ci sentiamo bene, evadiamo completamente dai dilemmi della contemporaneità; e così anche nell’Intermezzo op. 118 n. 2: qui, basta un piccolo vuoto di memoria a farci saltare sulla sedia, tanta è la bellezza di suono e la meraviglia nella conduzione delle parti interne. L’universo sonoro di Perahia è così immacolato (pensiamo anche al pedale, molto parco) che i suoi errori saltano all’orecchio con molta più evidenza di quanto non accada con altri pianisti. Un altro aspetto, poi, viene in luce: per Perahia, la storia della musica occidentale è sostanzialmente una storia di canto: anche quando una voce interna emerge, la parte superiore si staglia sempre con singolare generosità. Molto raramente abbiamo evanescenze, sfocature o pianissimi veri e propri (e questo è forse anche il motivo per il quale Perahia si tiene lontano da Debussy). Tuttavia, rispetto a Mozart, la scrittura brahmsiana obbliga il pianista a uno sforzo che produce quasi automaticamente un pathos maggiore: lo sentiamo nel Capriccio dall’op. 116, in cui finalmente il fuoco che ricordavo dai giorni di Bucarest si riaccende.

L’inizio della Sonata Hammerklavier op. 106 di Beethoven, dopo l’intervallo, mi fa venire in mente un altro aspetto: quella sonorità così compatta e omogenea che Perahia applica a ognuno degli autori è in fondo la sonorità caratteristica dello Steinway. Anche in questo caso, è il canone del secondo Novecento a prevalere: lo Steinway come strumento principe, indiscutibile. Un canone che diversi altri pianisti (penso a Schiff) hanno messo in discussione. Come in Brahms, anche in Beethoven la sonorità di Perahia è sana, declamata, priva di ambiguità e sfocature. Tecnicamente, però, lo sentiamo più in affanno, soprattutto nell’impervio primo movimento. Poi, a partire dallo Scherzo, il pianista riprende le redini. E allora l’immagine di Perahia mi si para davanti come quella di un titano sui generis, che, con una tenacia e una volontà fortissime, resta avvinghiato a quell’Olimpo che si è conquistato. Non ha le mani di un Pollini, ma dall’Hammerklavier Perahia ne esce comunque vincitore. Nello Scherzo, quasi elettrico, il pianista ci fa sentire tutta l’originalità delle bizzarrie beethoveniane; nell’Adagio sostenuto, l’espressione parlante e il senso oratorio ci proiettano in una visione molto più sfaccettata rispetto alla K 310 di Mozart. Forse Perahia è più in difficoltà, ma finalmente sentiamo le fratture, le discontinuità, le intermittenze del cuore che avrei desiderato anche in Mozart. Chiuso titanicamente il tour de force dell’Allegro risoluto conclusivo, Perahia non concede bis, nonostante i calorosissimi applausi del pubblico.

Luca Ciammarughi

Nov 252011
 

Il XXI Concorso di esecuzione musicale della società Umanitaria di MilanoSi stanno svolgendo oggi, presso la Società Umanitaria di Milano, le finali del XXI Concorso di Esecuzione musicale, per la seconda volta a livello europeo. Il concorso, riservato a studenti regolarmente iscritti ai corsi di studio per l’Anno Accademico 2010/2011,  prevede l’attribuzione di tre borse di studio, del valore di € 5.000,00 ciascuna, ad allievi degli Istituti di Alta Formazione Musicale di Italia, Austria, Belgio, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Romania, Spagna, Svezia e Ungheria.

I finalisti sono tre francesi, due lettoni, un polacco, un’italiana, un’inglese, un duo rumeno, un lituano. Tra questi musicisti la giuria, presieduta da Enzo Restagno, dovrà scegliere i tre migliori, cui assegnare le borse di studio previste dal Concorso. I tre vincitori si esibiranno, domani, 26 novembre 2011, in un concerto che si terrà nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano, alle ore 21.00, in collaborazione con la Società dei Concerti. L’entrata è libera, ma è necessario prenotare.

Nel 2009 (il bando è biennale) furono due musicisti francesi e uno lettone ad aggiudicarsi le tre borse di studio. Si trattava di Richards Plesanovs, 21 anni, pianista, di Remy Delangle, 25 anni, clarinetto, e Lucile Boulanger, 23 anni, viola da gamba.

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Il concorso 2011 ha già avuto un vincitore: la solidarietà dei milanesi che hanno ospitato queste promesse della musica classica.  Le famiglie del capoluogo lombardo hanno fatto a garaper accogliere gratuitamente nelle loro case i giovani musicisti, aderendo all’invito di “Intercultura”, un’organizzazione educativa di volontariato internazionale che promuove scambi scolastici. Intercultura ogni anno coinvolge 13.000 giovani, famiglie e scuole di oltre 60 Paesi del mondo.

Il Concorso internazionale della Società Umanitaria ha un grande futuro. Nel 2013 si pensa di estenderlo ai Conservatori di tutti i Paesi della UE in un progetto che dovrebbe raggiungere la sua massima espressione con l’Expo del 2015. La gara musicale europea organizzata della Società Umanitaria rappresenta l’evoluzione dei Concorsi indetti dall’Umanitaria negli anni passati tra i Conservatori italiani. Il Concerto dei Vincitori del 26 novembre entra a far parte della Stagione dei Concerti della Società Umanitaria, che quest’anno è giunta alla 27esima edizione.

Ma ecco l’elenco dei finalisti, tra i quali verranno scelti i tre vincitori che si esibiranno domani sera:

  • ADRIEN LA MARCA, viola
  • ALICE BACCALINI, pianoforte (l’unica concorrente italiana in finale)
  • ATYOPSIS DUO, duo sassofono e pianoforte
  • IOANA GLORIA PECINGINǍ – MǍDǍLINA-CLAUDIA DǍNILǍ, duo violino e pianoforte
  • KRYSZTOF TOKARSKI, pianoforte
  • MADARA PĒTERSONE, violino
  • RIKA MASATO, violino
  • SALIJUS LAIMONAS, fisarmonica
  • SNIEDZE PRAULIŅA, flauto
  • SYLVANA LABEYRIE, arpa

Feb 042011
 

Nell’ambito della Stagione Concertistica 2010/2011 alla Sala Verdi del Conservatorio di Milano, organizzata dalla Società dei concertisi terrà Mercoledì 9 febbraio 2011 – ore 21 il 7° Concerto – Serie Smeraldo della
ARTHUR RUBINSTEIN PHILHARMONIC ORCHESTRA, Direttore  DANIEL RAISKIN Violinista  EDOARDO ZOSI.

Il programma del concerto prevede:
M. Musorgskij  Notte sul Monte Calvo (riorch. Rimskij-Korsakov)
P. I. Ciaikovski  Concerto in re magg. op.35 per vl. e orch.
A. Tansman   Quatre Danses Polonaises
I.  Stravinskij  Uccello di Fuoco “1945”

L’Orchestra Filarmonica Arthur Rubinstein nasce da una lunga tradizione, e in particolare dall’Orchestra Sinfonica di Lodz fondata nel 1915. Dopo la Warsaw National Philharmonic è la più antica orchestra polacca. Tra le date più significative nella storia dell’Orchestra vi sono il 4 aprile 1984 e il 4 Dicembre 2004. Nel 1984 l’orchestra viene rinominata Arthur Rubinstein Philharmonic, un omaggio al grande virtuoso e pianista nativo di Lodz, che durante la sua lunga carriera ha tenuto numerosi concerti con questa formazione, in particolare una delle sue ultime apparizioni in pubblico. Nel 2004 inoltre l’orchestra si trasferisce nella nuova sala della Filarmonica, attuale sede progettata dall’architetto Romuald Loegler di Cracovia.
L’orchestra ha al suo attivo numerose incisioni discografiche in particolare sono da segnalare la Sinfonia nr 2 di Karol Swymanowski, la Sinfonia nr 5 di Beethoven, i Carmina Burana di Carl Orff e una selezione delle più belle arie d’opera con il soprano Teresa Wojtaszek-Kubiak.
L’Orchestra Arthur Rubinstein ha suonato in tutto il mondo e ha al suo attivo numerose trasmissioni televisive per la divulgazione della musica. Dalla stagione 2008 /2009 il suo direttore stabile è il Maestro Daniel Raiskin.

Il direttore Daniel Raiskin, nativo di San Pietroburgo, ha studiato viola nella sua città, ad Amsterdam e Friburgo. Ha inoltre studiato direzione d’orchestra con Lev Savich seguendo importanti masterclass con Neeme Järvi, Mariss Jansons, Milan Horvat e Jorma Panula. Dal 2005 è direttore musicale della Staatsorchester Rheinische Philharmonie, ed è considerate uno tra i più versatili direttori della sua generazione. La sua carriera internazionale lo ha portato ad esibirsi in grandi teatri e sale da concerto quali il Musikverein Vienna, la Berlin Philharmonie, il Konzerthaus di Berlino , il Concertgebouw di Amsterdam, la Tonhalle di Zurigo, la Philharmonie di Colonia, la Victoria Hall di Ginevra, la Sala Verdi del Concervatorio Milano, il Mozarteum di Salisburgo così come il Lincoln Center a New York.Sono innumerevoli le orchestre dirette da Daniel Raiskin, che collabora con grandi solisti quali Lang Lang, Natalia Gutman, Mischa Maisky, Midori, Shlomo Mintz, Julian Rachlin, Janine Jansen, Dmitri Sitkovetsky, Benjamin Schmid, Daniel Müller-Schott, Hagai Shaham, Martin Fröst, Steven Osborne, Enrico Pace, Peter Jablonski, Vladimir Mendelssohn, Alexei Lubimov. Grande sostenitore della musica del nostro tempo, Danile Raiskin ha diretto un gran numero di opere contemporanee, in particolare lavori di Alfred Schnittke, Arvo Pärt, Gija Kancheli, Mark A. Turnage, Peteris Vasks, Aluis Sallinen, Anders Hillborg, Wolfgang Rihm, Sofia Gubaidulina, Evgen Stankovich.

EDOARDO ZOSI
Nato a Milano nel 1988, comincia lo studio del violino all’età di tre anni dapprima con il violinista russo Sergej Krilov e presso il Conservatorio Verdi di Milano ove si diploma nel luglio 2005 con il massimo dei voti, lode emenzione speciale. Edoardo ha ricevuto numerosi primi premi e ha vinto il Concorso Internazionale per violino e orchestra Valsesia Musica 2003 dove era il più giovane concorrente. Da allora ha tenuto concerti in quasi tutti i paesi europei e in Asia suonando anche per festival importanti. Di particolare rilievo il debutto  a Berlino con il Concerto di Tchaikowsky nella prestigiosa sala della Philharmonie e il concerto in diretta radiofonica per il Festival di Radio France et Montpellier. E’ regolarmente invitato da importanti Orchestre quali Stuttgarter Philharmoniker, Orchestre National de Montpellier e molte altre. E’ stato scelto dal Cidim per alcuni concerti nell’ambito della rassegna “Nuove carriere” e ha tenuto un recital nel giugno 2007 per il Maggio Musicale a Firenze. Nel giugno 2010 ha suonato al Teatro San Carlo di Napoli il Primo concerto di Paganini op 6 per violino e orchestra. Il canale televisivo SKY Classica gli ha dedicato un documentario della serie “I notevoli” di grande successo.

In Europa è altamente considerato non soltanto per la tecnica ma anche per la musicalità e l’interpretazione; nonostante la sua giovane età ha, nel suo repertorio, tutti i più importanti concerti con orchestra : da Mozart a Tchaikovski, da Beethoven a Stravinskij, da Barber a Mendelssohn ecc.

Uno dei tanti successi del giovane violinista, in un memorabile concerto in Sala Verdi nel nel 2005,  fu descritto per ClassicaViva da Ines Angelino, con una sua recensione.

Ott 292008
 
Il chiostro del Conservatorio di Milano

Non vorrei mai dover scrivere articoli di questo genere, davvero. Mi piacerebbe pubblicare solo cose belle e positive per la musica, su questo blog. Parlare di arte e magia. Ma non si può. La cronaca (e la crisi) incalzano inesorabilmente.Eccomi, dunque,  pubblicare un documento che mi stringe letteralmente il cuore, e che non avrei mai voluto dover leggere. Consultate il sito istituzionale del Conservatorio per rimanere aggiornati su questa dolorosa situazione: http://www.consmilano.it/.

Che dire?  Stiamo distruggendo una delle cose più belle e preziose del nostro paese: la musica. La nostra tradizione. La scuola della musica, la fucina dei talenti. Ricordo solo qualche nome, a caso, tra quelli di centinaia e centinaia di musicisti famosi, che tutto il mondo ci invidia, formati tra le mura di questo Conservatorio, il più grande e il più famoso tra i Conservatori italiani: Puccini, Mascagni, Ponchielli… Riccardo Muti, Maurizio Pollini, Claudio e Marcello Abbado, Luciano e Riccardo Chailly, Daniele Gatti… c’è davvero bisogno di continuare? Si vuole davvero far sì che del magnifico Conservatorio di Milano resti solo il ricordo, un dorato e doloroso ricordo dello splendore che fu?

Ministero dell’Università e della Ricerca Alta Formazione Artistica Musicale e Coreutica CONSERVATORIO DI MUSICA “Giuseppe Verdi” di MILANO Via Conservatorio, 12 – 20122 Milano – tel. 02-7621101- fax 02-76014814 MOZIONE DEL CONSIGLIO ACCADEMICO Seduta del 23 ottobre 2008 Il Consiglio Accademico del Conservatorio di Milano, preso atto del taglio del 40% dei finanziamenti ministeriali che va ad aggiungersi alla mancata attuazione dell’articolo 5 della Legge 508/99 e successive modifiche ed integrazioni con la conseguente pluriennale mancata attribuzione di finanziamenti per la gestione ordinaria dell’immobile, SEGNALA con viva preoccupazione l’attuale grave situazione di crisi finanziaria, crisi tale da mettere in serio dubbio il corretto funzionamento di tutta l’offerta formativa e didattica. Si sottolinea che già da tempo tagli e inadempienze hanno costretto questo Conservatorio ad aumentare le rette a carico degli studenti e ad utilizzare, per le spese vive di gestione (bollette, etc.) fondi in realtà destinati alla didattica, ivi compresi quelli provenienti dalle rette stesse. IL DIRETTORE Bruno Zanolini
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Ott 162008
 

IL Trio MatisseEd eccomi ancora qui con il podcast della trasmissione che mi ha visto ospite su Radio Classica martedì 14 ottobre 2008, su “Ultimo Grido”, condotta da Luca Ciammarughi. Ricordo che sarò in onda ogni martedì, fino alla fine dell’anno, alle ore 16.

Il podcast presenta la trasmissione così come è andata in onda alla radio, dove, per esigenze tecniche, appare parecchio “compressa”. Per apprezzarne a fondo le delicate sfumature dinamiche originali, potete scaricare le tracce di nostra produzione dal nostro catalogo, utilizzando l’hyperlink qui sotto presentato.    [display_podcast]

Trasmissione molto densa e ricca di argomenti: ecco subito un piccolo riassunto:

  • E’ cambiato il pubblico della musica classica? la pubblicità e il nuovo “consumo” di classica;
  • Il Trio n. 1, Op. 63,  di Robert Schumann, nell’interpretazione, registrata negli studi di ClassicaViva,  del Trio Matisse;
  • Come chiamare oggi la musica “classica”? Discussione sui nuovi aggettivi proposti da Quirino Principe, Maurizio Pollini…
  • Un Cd del soprano Cristina Zavalloni con il pianista Andrea Rebaudengo, con canzoni di De Falla e rivisitazioni dei Beatles di Luis Andrissen

Abbiamo aperto la trasmissione commentando un fatto importante: il nuovo pubblico che frequenta i concerti. Ho preso spunto dall’evento musicale del Conservatorio di Milano, quando, sabato 11 ottobre, il Maestro Daniele Gatti che dirigeva gli allievi del Conservatorio ha attirato migliaia di persone verso la Sala Verdi, con code di almeno un chilometro, durate un paio d’ore…  Ebbene, il famoso Maestro, il “programmone”, con le due sinfonie di Beethoven e probabilmente anche il fatto che il concerto fosse gratuito hanno attirato un pubblico come non se ne vedeva più da anni. Mi sono quindi chiesta se questo non voglia indicare una inversione di tendenza: che il pubblico, stufo di TV e di insulsi programmi di consumo, stia finalmente tornando al piacere di assistere ai concerti dal vivo? Perché, stavolta, oltre ai soliti appassionati habitués dai capelli bianchi, c’erano anche tanti giovani. Che la musica classica stia tornando di moda? Come testimoniano anche gli ultimi jingle pubblicitari, dal Mozart della “Regina della notte” – con tutto che probabilmente Amadé si è un poco rivoltato nella tomba, visto il prodotto pubblicizzato (ma no, dopo tutto era un bon vivant…) – agli spot sulle automobili…

Abbiamo poi mandato in onda il Trio n. 1 Op. 63 in re minore di Robert Schumann,  nell’interpretazione del Trio Matisse, appena pubblicato sul catalogo di ClassicaViva (trovate qui le tracce originali: http://lnx.classicaviva.com/catalog/advanced_search_result.php?keywords=schumann+trio&x=0&y)

Formatosi alla Scuola di musica di Fiesole, il Trio Matisse, composto dal violinista Paolo Ghidoni, dal violoncellista Piero Bosna e dalla pianista Emanuela Piemonti, si è avvalso del prezioso insegnamento del Trio di Trieste e di maestri come Norbert Brainin, Valentin Berlinskij e György Kurtag. L’interpretazione del Trio di Schumann è davvero splendida, ed è riuscita a far risaltare particolarmente  bene il clima Sturm und Drang di quest’opera tipicamente romantica.

Oltre ad ascoltare il Trio,  abbiamo anche parlato delle nuove definizioni da applicare alla musica classica, prendendo spunto da un recente intervento del musicologo Quirino Principe su RAI 3 (alla trasmissione “la spina nel fianco”). Abbiamo anche lanciato una specie di referendum tra gli ascoltatori: come chiamare la musica che finora viene comunemente definita, con termine ormai improprio “classica”.

Quirino Principe ha proposto la nuova definizione “musica forte”, da contrapporre alla musica evidentemente “debole”, ossia la cosiddetta “leggera”, ma ci sono anche altre definizioni possibili, ossia “musica d’arte” (da Pollini), musica “colta”, “grande musica”, eccetera. Che ne pensate? Scriveteci! La semantica non sarà un argomento molto “popolare”, ma indubbiamente si tratta di un argomento importante. Ne parliamo insieme? Ascoltate il podcast e intervenite!

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Ott 062008
 

Il Maestro Daniele GattiUn evento importante per Milano e per il suo Conservatorio. Le manifestazioni per il Bicentenario della fondazione inizieranno sabato 11 ottobre, alle ore 21, in Sala Verdi, con il Concerto diretto dal Maestro Daniele Gatti (ricordiamo che l’entrata è libera).

Riportiamo con simpatia ed entusiasmo quanto il Maestro ha dichiarato in un’importante intervista rilasciata al Corriere della Sera lo scorso 24 settembre: “…L’11 ottobre dirigerà l’orchestra dei giovani allievi. «Anch’ io vengo da lì, il Conservatorio è stato la mia casa per tanti anni. Ho accettato con gioia l’invito di Bruno Zanolini, per sette anni mio maestro di composizione e ora direttore del Conservatorio. Ho ricordi meravigliosi di quegli anni.
C’è poco da vantarsi d’aver studiato all’estero come fanno alcuni. Chi è uscito dal Conservatorio di Milano ha una preparazione di molto superiore. Per un direttore l’obbligo di studiare composizione come è richiesto da noi, è fondamentale.
«Ho avuto maestri formidabili, compositori come Azio Corghi, Flavio Testi, solisti come Canino, Cambursano, Filippini… La ricchezza era anche poter uscire dall’ aula e infilarsi in sala a sentire l’Orchestra Rai. Talora si bigiavano le lezioni per ascoltare le prove. Si studiava ma già si viveva dentro il mondo della musica. Tutto questo grazie a quello straordinario direttore che è stato Marcello Abbado e a insegnanti di rinomata severità.
Diplomarsi a Milano non era da tutti. Ma se uscivi dal nostro Conservatorio con un 8 o un 9 eri un fuoriclasse». E lei, maestro, con che voto è uscito? «Dieci».
Link all’intevista completa  sul sito del “Corriere della Sera”

L'Orchestra sinfonica del Conservatorio di MilanoEcco un grande Maestro,  dal curriculum di assoluta eccellenza (ex Direttore principale dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di S. Cecilia, della Royal Philharmonic Orchestra, del Teatro Comunale di Bologna ed attualmente Direttore principale dell’Orchestre Nationale de France), reduce dall’aver diretto – con trionfale successo – niente di meno che il “Parsifal” a Bayreuth (come dire… celebrar messa a casa del Papa) , ecco dunque un grande italiano che difende la grande scuola italiana. E il suo Conservatorio, per il quale, infatti, impugnerà la bacchetta per la rinata Orchestra, che ha inaugurato la sua attività concertistica nell’anno accademico 2007/8, proponendosi come punto di riferimento per l’attività artistica orchestrale degli iscritti agli ultimi corsi di strumento.

I migliori allievi del Conservatorio di Milano sono periodicamente chiamati a partecipare all’attività dell’Orchestra Sinfonica in occasioni di grande visibilità. L’Orchestra Sinfonica, si legge sul sito del Conservatorio stesso, “è espressione dello slancio giovanile e passionale di docenti e discenti che, con il loro incessante lavoro di ricerca e di studio, si pongono in relazione con il mondo musicale nazionale ed internazionale, dando vita ad appuntamenti musicale di grande impatto formativo. L’attività dell’orchestra ha inoltre per finalità la promozione istituzionale dell’attività didattica del Conservatorio e l’accrescimento delle competenze professionali dei propri allievi, oltre alla promozione della musica nelle scuole.”

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Ott 052008
 

Il Maestro Daniele GattiEd eccomi ancora qui con il podcast della trasmissione che mi ha visto ospite su Radio Classica venerdì 3 ottobre 2008, su “Ultimo Grido”, condotta da Luca Ciammarughi. Ricordo ancora che sarò in onda ogni martedì, fino alla fine dell’anno, alle ore 16.

Il podcast presenta la trasmissione così come è andata in onda alla radio, dove, per esigenze tecniche, appare parecchio “compressa”. Per apprezzarne a fondo le delicate sfumature dinamiche originali, potete scaricare le tracce di nostra produzione dal nostro catalogo, utilizzando l’hyperlink qui sotto presentato.  

[display_podcast]

La trasmissione si è aperta con le mie dichiarazioni in favore dei Conservatori italiani, che operano sempre ai massimi livelli di qualità, svolgendo un lavoro fantastico ed insostituibile con i giovani musicisti italiani. Abbiamo citato a questo proposito anche il Maestro Daniele Gatti, che potremo ascoltare al Conservatorio “G. Verdi” di Milano l’11 ottobre 2008, con un bel concerto per il Bicentenario della Fondazione del Conservatorio. (In programma due sinfonie di Beethoven: la 1^, in do maggiore, e la 5^, in do minore. Ghiotto programma e splendida occasione di ascoltare gratuitamente grande musica. Per di più eseguita dall’Orchestra sinfonica del Conservatorio, composta da allievi e Maestri.)

Ho riportato, dunque, le dichiarazioni del Maestro Gatti, che, andando a dirigere gli allievi del Conservatorio da cui proviene, ha anche rilasciato un’intervista sul “Corriere della Sera”, schierandosi con grande energia a favore di Conservatori italiani, e soprattutto del Conservatorio di Milano, presso il quale ha studiato, difendendone il livello di eccellenza. Ha affermato, e lo applaudiamo anche per questo, che “in Italia si studia benissimo”, e non c’è bisogno di andare a studiare all’estero.

E’ poi andata in onda una bellissima registrazione di “Suor Angelica” di Giacomo Puccini (la terza parte),  con una favolosa Katia Ricciarelli. Si tratta di una registrazione RCA, con l’Orchestra Stabile dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Diretta da Bruno Bartoletti, remastering di una incisione del 1973, pubblicata in occasione delle celebrazioni pucciniane di quest’anno, per il 150 anniversario della nascita del compositore. Questo splendido atto unico, che fa parte del “Trittico”,  è opera particolarmente raffinata e di elevata spiritualità.

Alessandro RossiHo poi presentato una novità assoluta della nostra Casa Editrice: gli audiolibri di poesia. Sono le poesie del giovane Alessandro Rossi, un artista completo, che è anche musicista (si accompagna infatti con la chitarra, improvvisando ogni volta nuove armonie),  cantautore, attore. In questi audiolibri egli legge i suoi versi, con intensa ed asciutta interpretazione.

Ho scoperto Alessandro questa estate, ascoltandolo in un concerto dal vivo al Mantova Musica festival,  e l’ho immediatamente riconosciuto come un grande poeta. Una vera folgorazione, la mia, simile a quella provocata dal primo incontro con Nazim Hikmet, o con Neruda… La chitarra commenta, sottolinea, fa da moderno tappeto sonoro a questi versi, la sorprendente e prepotente rivelazione di un grande, nuovo poeta… Sono poesie completamente originali, lette tutte di un fiato, improvvisando in studio, che non è possibile ricondurre ad alcuna “scuola” o corrente. Sembrano scritte direttamente “con il sangue”, in linguaggio però asciutto, essenziale, “senza pelle”, diretto, comunicano emozioni ogni volta diverse, ma sempre, indiscutibilmente, vere, profonde, con una incredibile capacità di scavo nelle profondità dell’animo umano. Poesie che sembrano ballate, moderne ballate di un cantore dal sapore antico, un rinato “troubadour”, un menestrello, erede di quel connubio delicato e fragile tra musica e poesia, che evoca immediatamente Jacques Brel e Fabrizio De André, un poeta che genera bellezza ad ogni verso, con stupefacente naturalezza.

Nel podcast potete quindi ascoltare una decina di queste composizioni, questa nuova voce completamente originale: un grande poeta dell’amore, che non manca di ironia e di spunti filosofici, quasi surrealisti. Trovate gli audiolibri di Alessandro Rossi nel nostro catalogo, con questa semplice ricerca: http://lnx.classicaviva.com/catalog/advanced_search_result.php?keywords=rossi&osCsid=7f7019b38dcc23598fd5d037b81d2437&x=7&y=8

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Ott 042008
 

Bruno Zanolini, Letizia Moratti e Saverio Borrelli alla conferenza stampa del Conservatorio di Milano 2008 - foto Gianni CongiuLe celebrazioni per il Bicentenario della fondazione del Conservatorio “G. Verdi” di Milano s’inaugurano sabato 11 ottobre 2008 alle ore 21.00 con un concerto dell’Orchestra Filarmonica dell’Istituto, diretta da Daniele Gatti.
L’appuntamento, nello spirito che animerà le celebrazioni  stesse, vede quindi la presenza sul podio di un nome tra i più noti della scena concertistica e lirica internazionale, alla guida di una formazione che riunisce gli allievi del Conservatorio. Lo spirito delle celebrazioni vuole infatti insieme le giovani promesse, i concertisti di domani, con i concertisti di oggi, un tempo allievi dello stesso Conservatorio.
Non è tutto. Le celebrazioni per il Bicentenario vedranno il Conservatorio aprire le porte alla Città (che gli ha dato i natali e in cui e per cui opera da 200 anni) non soltanto in occasione di manifestazioni concertistiche, ma anche in occasioni speciali, diverse, come quella della maratona musicale degli allievi.
Ma, nel corso della conferenza stampa tenuta il 3 ottobre , il Presidente del Conservatorio, Dottor Francesco Borrelli, ha anche levato un vero e proprio grido di dolore sulla situazione del Conservatorio (vedi anche articolo del Corriere della Sera):

“lancio un «appello ai milanesi», per fare fronte ai tagli della Finanziaria che minacciano anche questa istituzione della città”. Borrelli si dice pronto ad «andare con il cappello in mano» in cerca di aiuto. Per superare questo «momento terribile», secondo l’ex magistrato, «l’unica soluzione è un maggiore intervento dei privati. Come potete immaginare, non era il mio mestiere, ma dovremo bussare a molte porte». I tagli che colpiranno il Conservatorio Verdi «si aggirano intorno al 40% – spiega Borrelli , a margine della presentazione del Bicentenario dell’istituto.Ma non sono solo per noi, ma anche per le università e gli enti lirici. Che si deve fare? È un momento terribile per l’economia».

Alle celebrazioni per il bicentenario del Conservatorio è intervenuta anche il Sindaco, Letizia Moratti, che ha dichiarato: «Cerco sempre di vedere gli aspetti positivi della nostra città, pur consapevole che ci sono anche delle criticità. Mi dispiace che troppo spesso si raccontino solo le cose negative. Oggi ad esempio siamo qua per festeggiare il bicentenario di un’istituzione che è un’eccellenza in Italia e nel mondo».

La scuola muoreCi ancoriamo  con fiducia a queste belle parole del Sindaco, e speriamo che la scure dei tagli non si abbatta proprio sui Conservatori italiani, il fiore all’occhiello della musica italiana. Le notizie che ci pervengono da fonti sicure non sono affatto buone: tutti coloro che amano la cultura nel nostro paese devono adoperarsi affinché i tagli non si abbattano sistematicamente sulla scuola, l’Università, la cultura. Senza formazione, non c’è futuro. Il paese muore, la musica muore.

Il governo si è, proprio in questi giorni, battuto strenuamente perché l’Italia avesse ancora una sua compagnia di bandiera. Non osiamo pensare a quanto questo sia costato alle esauste casse dello stato (e quindi a noi contribuenti). Qualcuno parla di un miliardo e mezzo di Euro… ci auguriamo davvero che i miseri 10 milioni di Euro necessari per tutti i Conservatori italiani, come da finanziaria dello scorso anno, non vengano ora a mancare. Non assisteremo impotenti alla distruzione del nostro sistema formativo. 

La cultura e l’arte italiane sono quello che più dà lustro nel mondo, da sempre, al nostro paese. Vogliamo proprio suicidarci?

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Set 092008
 

Il Logo del sito del COnservatorio di Milano, http://www.consmi.itUn invito all’Opera! Di altissimo livello, e… gratis!

Il Conservatorio di Milano  mette in scena per sabato 13 settembre 2008 l’intera opera “La Bohème”, con orchestra completa, costumi, scene, e… tutto il grande talento dei docenti e degli artisti formati in quel Conservatorio! Un’occasione eccezionale per godersi la meravigliosa Sala Verdi e l’opera pucciniana forse più amata da sempre. Ma affrettatevi: l’ingresso sarà libero fino all’esaurimento dei posti…  la Sala Verdi è molto capiente, ma sarà bene arrivare per tempo, vista l’eccezionalità e la grande qualità artistica di questo straordinario evento. Io ci sarò, chi abita nel nord non può farsi sfuggire questa occasione! Ecco il programma di sala: 

Il logo del Conservatorio di Milano

Celebrazioni Pucciniane 2008

Sabato 13 settembre 2008, ore 20.30

Conservatorio di Musica “Giuseppe Verdi” di Milano,  SALA VERDI

Via Conservatorio,12

Ingresso libero fino ad esaurimento posti

 

GIACOMO PUCCINI

L A   B O H È M E

Opera in quattro quadri

 Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica

 Nuovo allestimento a cura del

LABORATORIO OPERA-STUDIO DEL CONSERVATORIO  “G. VERDI” DI MILANO

Docenti: Daniele Agiman, Demetrio Colaci, Laura Cosso, Umberto Finazzi

 Personaggi ed interpreti

Mimì    soprano                                              Irina Kapanadze

Musetta   soprano                                          Ira Iosebidze

Rodolfo, poeta   tenore                                  Giuseppe Bellanca

Marcello, pittore   baritono                            Jun Hyuck Jin

Schaunard, musicista  baritono                       Juan José Micheletti

Colline, filosofo  basso                                    Jin Hwan Hyun

Benoît, padrone di casa   basso                      Clément Dionet

Alcindoro, consigliere di stato  basso              Marco Andreetti

Attore                                                            Marco Andreetti

 

Altri partecipanti al Laboratorio e alla produzione

Pedro Carrillo, Alicia Delzers, Matteo Falcier, Eun Young Hong, Asuka Murakami,
Yuko Sakaguchi, Andrea Tabili

Direttore d’orchestra           Pasquale Corrado / Marco Bellasi

Regia                                     Laura Cosso

Supervisione musicale          Daniele Agiman, Demetrio Colaci, Umberto Finazzi

Maestro collaboratore         Pierre-Luc Landais

Scene                                     Massimo Voghera

Costumi                                 Enrica Campi

Luci                                        Ferdinando Morra

Realizzazione scenica           Hong Sang-Hee

 

ORCHESTRA UECO

Per informazioni: Ufficio Produzione del Conservatorio “G. Verdi”

Via Conservatorio 12 – 20122 Milano, tel. +39/02/762110214 – fax +39/02/76014814 e-mail: produzione@consmilano.it –  www.consmilano.itContinua a leggere…

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Vieni alla nostra rassegna di lezioni-concerto a Milano alla Palazzina Liberty!