Nov 252016
 

Mi sono sempre chiesto se fosse possibile una fenomenologia della sala da concerto, un catalogo dei diversi tipi di spettatori: perché, in fin dei conti, ci sono veri e propri animali metafisici nei nostri teatri.

1) L’UOMO CON GLI SPARTITI

Solitamente si apposta in zone luminose, o al contrario del tutto buie – portandosi strategici occhiali con raggi led. Lo si vede ogni volta con immense moli di spartiti sottobraccio. Quelle rare volte in cui non ha nulla con sé ha forti giramenti di testa e perdite dell’orientamento, e stranamente il concerto non lo riesce ad apprezzare fino in fondo. Ci si augura sempre che non gli capitino due sinfonie di Mahler.

2) L’ACCHIAPPACREDITI

Da anni la “lodevole” iniziativa delle scuole superiori di assegnare crediti extra-scolastici per chi assiste a concerti classici ha recato i suoi frutti: sì, le piccionaie dei teatri sono piene di bisbigli e rumorosi ritardi, e molto spesso all’intervallo – una volta firmato nel registro presenze, si vedono queste presenze dimezzarsi, se non addirittura volatilizzarsi del tutto. Ed ecco lo studente annoiato, con la classica accidia domenicale, che trascina i piedi fino al suo remoto posto, in attesa del supplizio – sia mai che gli venisse mai in mente di aprire le orecchie brufolose per vivere – spesso, non sempre – qualcosa di unico!

3) L’AMATEUR

Categoria tra le più affascinanti, l’amateur si aggira tra i teatri con la scusa di “non essere un esperto”, la quale, effettivamente, gli consente di essere uno spettatore più onesto di molti altri. Se non fosse che questa, da scusa, diventa un vero e proprio habitus mentale, che spesso non riesce quindi a rendergli chiara la differenza tra un giocoliere e un Musicista – per carità, categorie ultimamente molto labili per tutti noi.

4) L’ESPERTO

Al contrario dell’amateur, l’esperto è sempre consapevole, cosa assolutamente invidiabile, di qualsiasi cosa stia succedendo sul palco. Cosa che si traduce, poi, in una leggera smorfia sul viso prima di pronunciare frasi come “sì, anche se io piuttosto in quella battuta avrei usato un mezzopedale” o ancora “ma perché ha eseguito un ff invece che un fff ?!”. Momento tipico è, per esempio, l’intervallo, in cui tre o quattro esemplari di Esperti si riuniscono e cominciano a sparlottare – “Adesso vediamo come se la cava con le doppie terze della coda, nella Quarta Ballata!” o, peggio ancora, “l’avete sentita la terza variazione? Ma è uno scandalo che a questi livelli si facciano tutti questi errori!” Devo ammettere, con tanta vergogna nel farne parte, che molti esemplari di Esperti sono pianisti – di certo la peggiore classe di musicista, sotto questo aspetto. A questi individui porrei solo due questioni: a) ma tutta questa voglia di comunicare, chi ve la dà? b) lo studio “matto e disperatissimo” non vi ha indotto a riflettere sulla vostra infinita piccolezza, nei confronti della Musica?

5) IL MALATO 

Ebbene sì, come potevate ben immaginare, in lizza c’è pure il Malato – quello, per intenderci, che ha una bronchite cronica, una tosse d’oltretomba per 366 giorni l’anno (sì, 366). C’è poco da dire, se uno sta male sta male. Delle volte, lo ammetto, mi viene il sospetto che sia un tentativo di lascito nelle incisioni. Magari queste persone potranno un dì dire al nipote “l’hai sentita quella? Subito prima del secondo movimento? Beh quella era la tua nonnina!” Ma alla fine, cosa potremmo mai fare se nelle sale ci fosse un silenzio completo? Cosa faremmo senza questi rintocchi così familiari ormai?

6) L’ENTUSIASTA

Forse tra le bestie più notevoli, c’è – da qualche parte – pure l’Entusiasta. C’è ancora chi muove testa, corpo, mani, occhi e respiro durante una Sinfonia di Beethoven – vogliate crederci o no. C’è chi, dopo la Patetica, ha le lacrime agli occhi, e il suo ritorno a casa avviene tra aloni di misticismo e piccoli slanci speranzosi nei confronti della vita. C’è chi va a teatro in silenzio, in punta di piedi, quasi a chiedere scusa della sua presenza, del fatto che stia lì a “rubare” suoni per riportarseli a casa, nell’animo. C’è chi, tra scricchiolii, bisbigli, starnuti e gorgheggi di rumori inutili, si piazza sul filo diretto verso l’assoluto, imprudentemente, ingenuamente, sì, ma con tutto se stesso. Se costui esiste davvero, beh, per dirla con Borges, sta salvando il mondo – e non lo sa.

Artin Bassiri Tabrizi

 

L’immagine è stratta dall’Album di caricature di Melchiorre De Filippis Delfi (1860).

Giu 132016
 

La storia dell’interpretazione è fatta notoriamente di corsi e ricorsi: ci sono fasi in cui domina una concezione più rigorosa, strutturata, e altre in cui la compattezza si frammenta in nome di una maggior libertà, di un accentuato soggettivismo. Il disco, nato col Novecento, è testimone di alcuni di questi cicli: all’inizio del secolo scorso, ad esempio, il rubato e la mobilità agogica erano pressoché onnipresenti; mentre nel dopoguerra iniziò ad affermarsi una sorta di neo-classicismo, ovvero una nuova oggettività, che a poco a poco si esasperò in uno strutturalismo estremo, che sottopose ogni parametro (tempo, dinamica, timbro) a un trattamento scientifico, fin quasi al raggelamento. Progressivamente, con il nuovo millennio, la prospettiva strutturalista ha di nuovo ceduto il posto a una maggior libertà d’interpretazione: in molti casi ciò ha portato a liberare un calore e un’espressività spontanea troppo a lungo rimasti repressi; in altri, si è tradotto in artificiosità e gusto gratuito della trasgressione. Sebbene, nel complesso, la liberazione dalle strettoie di un freddo oggettivismo abbia fatto rinascere quell’arte dell’interpretazione che sembrava aver lasciato il posto a una restituzione pretenziosamente “oggettiva”, è evidente che in molti casi gli arbitrii del soggettivismo hanno reso sempre più raro il poter ascoltare una partitura in maniera aderente a ciò che il compositore ha scritto. Rispettare il testo, oggi, significa spesso essere eccentrici, originali, fuori dalla mischia. 

Fatta la premessa, veniamo al punto: ho ascoltato l’esecuzione che il direttore d’orchestra Elio Boncompagni ha dato della Sinfonia n. 9 “Grande” (n. 8 secondo gli ultimi aggiornamenti del catalogo schubertiano) alla guida dell’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi, meglio nota come La Verdi, il 5 giugno scorso. Boncompagni è italianissimo, ha studiato con Franco Ferrara e Tullio Serafin, ha un’importante carriera alle spalle sia sul versante sinfonico che operistico, ma se lo cercate su wikipedia non troverete una sua pagina in italiano: soltanto in tedesco. Ciò dipende anche dal fatto che ha diretto più in Germania che in Italia. Tanta è l’attenzione che musicisti di vaglia riscuotono nel paese che ha dato loro i natali! Ora, ci si potrebbe aspettare che un italiano affronti il sinfonismo mitteleuropeo con particolare libertà e fantasia, ma in maniera istintiva. Nulla di tutto ciò. Se c’è una cosa che contraddistingue Boncompagni, è il rigore, l’aderenza al testo. Ce ne siamo accorti fin dalle prime battute della Sinfonia di Schubert: il compositore scrive Andante, in tempo tagliato, e così è stato eseguito; mentre la maggior parte dei direttori esegue quasi Adagio questo incipit, con una pomposità fuori luogo. Boncompagni fa sì che il suono dei corni ci giunga quasi “in medias res”, senza l’enfasi di un inizio eccessivamente solenne: nella dinamica piano, come indica Schubert, e con gli accenti concepiti come elementi di fraseggio. Quando entrano gli archi, si chiarisce ancor di più la prospettiva adottata: siamo nella dimensione dell’Einfach (quella semplicità tanto cara anche a Schumann), quasi nella rievocazione di quel “buon tempo antico” che Schubert, soprattutto dopo l’incurabile malattia che lo aveva colpito, rievocava come illusorio sogno di una felicità ormai impossibile. Boncompagni valorizza la trasparenza della polifonia schubertiana, e quasi la purezza arcaica che rimanda a quel “leggero alone di incenso cattolico” di cui parlava proprio Schumann a proposito di questa Sinfonia. I rubati sono ridotti al minimo: se a tratti la concezione potrebbe apparire fin troppo metronomica, bisogna però ricordarsi che alcuni amici di Schubert sottolineavano come il loro Schwammerl tenesse rigorosamente il tempo, quando eseguiva la propria musica al pianoforte. Boncompagni ricerca l’espressività nel colore, più che nell’agogica: così, le ardite modulazioni schubertiane risultano ancor più sorprendenti, poiché non preparate da eccessivi ritardando. La ricerca di unità, da parte del direttore, è stata poi ancor più evidente nella transizione dall’Andante all’Allegro ma non troppo: non c’è, e non ci deve essere, frattura, ma un naturale confluire dall’uno all’altro tempo. Solitamente i due episodi sono insensatamente separati, e l’Allegro viene privato del ma non troppo, che invece Boncompagni rispetta pienamente. Magnifica è anche la resa del secondo tema, con il suo andamento popolare in terze e seste: il direttore non rallenta, ma semplicemente cambia colore, come in una trasmutazione istantanea. Forse con un’orchestra di maggiori dimensioni avremo avuto più contrasti dinamici (Schubert scrive spesso ff e addirittura fff); di contro, è parsa intelligente la scelta di non risolvere sempre gli sforzando in accenti bruschi: a volte sono affettuosi appoggi. Molta è stata poi la cura nell’equilibrare i piani sonori, trasformando ove necessario in soffice tappeto i tanti arpeggi degli archi. Altro punto di merito di Boncompagni è quello di eseguire tutti i ritornelli: non solo nel primo movimento, ma anche nel finale. Chi ha paura della “divina lunghezza” (così, al singolare, e non al plurale come si crede, Schumann parlò di questa Sinfonia) stia lontano da questa musica, che ha nel piacere onirico della ripetizione, nello smarrimento di ogni teleologia, una delle sue ragioni d’essere principali.

Come l’Allegro è stato giustamente ma non troppo, così l’Andante è stato con moto: il secondo movimento non è una marcia funebre; è semmai quasi la malinconica parodia di una marcia militare, fatta da un compositore vissuto negli anni del terribile regime poliziesco di Metternich (en passant, ricordo che uno dei sodali di Schubert, Johann Senn, fu arrestato dalla polizia austriaca proprio durante una delle riunioni serali del circolo schubertiano). Il fatto che, nel tema, la semibiscroma dopo la semicroma venga fatta eseguire molto stretta, quasi “alla francese” com’era ancora uso nell’Ottocento, ci mostra che il rigore di Boncompagni non è pedanteria. Incantevole è stata l’atmosfera creata nel passare da La minore a La maggiore: ancora una volta senza ritardando, il direttore ha creato il colore giusto per quell’improvviso aprirsi di paradisi non poi così artificiali. Non artificiali poiché in questa musica, scritta nel 1825 (e non nell’ultimo anno, come si credeva un tempo) sentiamo il riflesso del viaggio di Schubert a Gmunden, nell’Alta Austria,  fra montagne e luoghi incontaminati (“sono appena stato sei settimane a Gmunden, e i dintorni sono veramente paradisiaci” scrive al padre e alla matrigna): musica dunque anche come specchio di una natura in cui Schubert sembra ritrovare la serenità e il senso dell’esistere, dopo un annus horribilis. Boncompagni, senza bisogno di  caricare in eccesso l’espressività, restituisce la miracolosa semplicità schubertiana, vicina a quella di Mozart, ponendosi come servitore della musica. L’unico dubbio, relativamente all’ineluttabilità del suo tactus, mi viene sulle indicazioni schubertiane di diminuendo: Boncompagni non rallenta minimamente, mentre sono profondamente convinto che Schubert lo utilizzasse (differenziandolo dal semplice decrescendo) laddove volesse anche un lieve venir meno dal punto di vista agogico. Se osserviamo i finali di molti Lieder o di molti brani pianistici, ci rendiamo conto che diminuendo e decrescendo non sono per Schubert interscambiabili.

Staccando lo Scherzo come Allegro vivace, com’è scritto (e non Presto furioso), l’orchestra può eseguire il Trio allo stesso tempo, senza che perda in respiro e ampiezza. E così, anche il finale, con Boncompagni,  non è presto ma Allegro vivace: forse il direttore avrebbe potuto andare ancora più in fondo nel rifiutare di farne un virtuosistico tourbillon; il tempo piuttosto lanciato (ma non furioso) ci ha permesso d’altra parte di apprezzare gli archi della Verdi, nient’affatto in difficoltà in questo pericolosissimo movimento. L’equilibrio fra brillantezza e tenuta ritmica ha fatto pienamente venire in luce l’amore schubertiano per Rossini (le figurazioni in terzine degli archi!); e anche la citazione della beethoveniana ode An Die Feude è emersa con fluidità ma senza fretta.

Luca Ciammarughi

Il nostro programma di affiliazione

 

What-is-an-affiliate-program-and-howIl nostro programma di affiliazione

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Gen 212016
 

Registrare musica oggi: e se davvero la smettessimo di cercare la (presunta) perfezione?
liveIl dibattito non è certo una novità: da diversi anni, l’idea che un’incisione debba a tutti i costi essere senza sbavature è entrata in crisi. Eppure, per chi è cresciuto negli anni Ottanta e Novanta, in cui l’onda lunga dello strutturalismo e dell’oggettivismo faceva sentire ancora tutta la sua forza, l’idea di un cd in cui ci sia una nota sbagliata o una qualche imperfezione potrebbe sembrare una sorta di mostruosità. Hai voglia a cercare di auto-convincerci che la spontaneità è meglio di un maniacale controllo: quando sentiamo qualcosa che oggettivamente è errato, la maestrina dalla penna rossa che è in noi inizia ad agitarsi e a reclamare. Eppure, è forse arrivato il momento di capire una volta per tutte che no, non è l’errorino o la lieve perdita di controllo a determinare la felice riuscita di un’esecuzione: non solo in concerto, ma anche in registrazione. 

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Apr 242012
 

Si è tenuto a Bologna, il 19 e 20 aprile il corso di formazione sulla sicurezza sul lavoro per il settore dello spettacolo organizzato da Assomusica, l’associazione italiana di organizzatori e produttori di spettacoli dal vivo, con l’intento di migliorare le condizioni di lavoro nelle fasi di allestimento di uno show, con particolare attenzione ai temi della sicurezza. Altro obiettivo del corso invitare le istituzioni e il governo “a dare maggiore attenzione all’industria dello spettacolo dal vivo”.

Professionisti nel campo della sicurezza ed esponenti dell’Istituto per la prevenzione e la sicurezza sul lavoro hanno analizzato i problemi connessi all’organizzazione degli spettacoli. Una risposta, quella di Assomusica, agli incidenti di Trieste e Reggio Calabria che hanno colpito i tour di Jovanotti e Laura Pausini.

“In assenza di leggi – dicono i dirigenti di Assomusica – proseguiamo a lavorare in modo autonomo al miglioramento di una delle principali industrie italiane che, anche in un momento di crisi, contribuisce alla crescita del Paese, alla produzione di posti di lavoro e alla promozione dell’arte italiana”.

Mar 302012
 

Con un accorato appello, Assomusica ha invitato gli artisti a un confronto, con l’intento di “tenere viva la musica dal vivo e unirsi per garantire sempre più qualità, cultura e sicurezza”. L’invito che Assomusica, l’associazione degli organizzatori e dei produttori di spettacoli di musica dal vivo che conta oltre 100 imprese associate su tutto il territorio nazionale, ha deciso di formalizzare in seguito alle due vittime nei palazzetti di Trieste e Reggio Calabria è rivolto a tutti i protagonisti della musica italiana.

Assomusica invita tutti gli artisti italiani a darsi una rappresentanza per aprire un confronto volto a una “riscrittura chiara e trasparente delle regole che regolano la musica dal vivo, con l’obiettivo di garantire sempre di più al pubblico uno spettacolo eccellente dal punto di vista qualitativo e quindi dell’offerta culturale-musicale, senza che questo vada a discapito della sicurezza”.

Per Assomusica, gli eventi live sono “una vera occasione di divertimento, di aggregazione di emozione di crescita e di condivisione di una stessa passione” e “gli ultimi accadimenti, la crisi generale, ancor prima quella della discografia, non sono fenomeni da esorcizzare, ma con responsabilità vanno affrontati e compresi, cercandone tutti insieme la soluzione”. La lettera di invito si potrà leggere integralmente su tutti i siti web degli associati Assomusica (www.assomusica.org).

Mar 082012
 

Yulia Berinskaya e Stefano Ligoratti in concertoDomenica 11 marzo, a Varese, alle 17,00 primo appuntamento della stagione di “Musica e Poesia alla Chiesa di Loreto”, manifestazione giunta ormai alla “XIV Stagione, con il concerto “Violin in Blue”, con la violinista Yulia Berinskaya e il pianista Stefano Ligoratti.

Ingresso libero

ProgrammaViolin in Blue”, tutto di musica francese, dedicato a C. Debussy, in occasione del 150 anniversario della nascita

concerto Berinskaya Ligoratti Violin in Blue Varese

César Franck (1822-1890)
Sonata per violino e pianoforte in la maggiore

Jules Massenet (1842-1912)
dall’Opera Thaïs


  • Méditation de Thaïs


Claude Debussy (1862-1918)
Sonata per violino e pianoforte


  • Allegro vivo



  • Intermède Fantasque et léger



  • Finale Très animé


Claude Debussy (1862-1918) – Grigoraş Dinicu (1889-1948)


  • Clair de lune


Pablo de Sarasate (1844-1908) – Georges Bizet (1838-1875)


  • Fantasia sulla Carmen


Violin in BlueIl concerto presenta dal vivo i brani incisi dai due artisti nel CD “Violin in Blue”, pubblicato dalla nostra etichetta nel 2011, di cui potete trovare tutti i particolari, compresi i curricula dettagliati degli artisti, a questo link: http://lnx.classicaviva.com/catalog/product_info.php?cPath=47&products_id=410

Trovate qui una interessante recensione di questo recital: http://concerti.classicaviva.com/2011/02/una-serata-particolare-recensione-del-concerto-violin-in-blue/

I concerti della stagione “Musica e Poesia alla Chiesa di Loreto”, voluti da Don Amilcare Manara, parroco dell’Unità pastorale di Cartabbia – Capolago”, grazie anche al notevole concorso di pubblico, costituiscono ormai un classico appuntamento del pomeriggio domenicale con la musica da camera eseguita da artisti eccellenti.

Anche la chiesa della Santa Vergine di Loreto, un importante sito storico-artistico-rinascimentale ricco di pregevoli affreschi, fornisce a questi concerti un ambiente perfetto per godere a pieno della grande musica.

INFORMAZIONI 0332/284720 http://www.pisteuo.it. Con la collaborazione del Comune di Varese e della Fondazione Magnoni

Feb 032012
 

È entrata in vigore a partire dal 1° gennaio 2012 la legge del 29 giugno 2010 n. 100 voluta dall’allora ministro Sandro Bondi, che all’art. 3, comma 1 “riafferma il rapporto di esclusività della prestazione lavorativa fondamentale ed esclude pertanto anche le prestazioni gratuitamente rese al di fuori del servizio“.

Questa norma sta suscitando molto malumore tra gli addetti ai lavori, preoccupati per l’ennesima difficoltà di carriera e di lavoro, in questo periodo indiscutibilmente catastrofico. La norma, vieta infatti ai dipendenti delle fondazioni lirico sinfoniche le prestazioni di lavoro autonomo, a causa della mancata sottoscrizione del contratto collettivo. Fanno eccezione “le prestazioni di lavoro autonomo rese dai dipendenti a favore del corpo artistico del proprio Teatro in regola con gli impegni di cui all’articolo 23 comma 2”.

Questa norma vieta in pratica ai musicisti di prestare la propria opera anche per registrazioni discografiche. I musicisti dell’accademia nazionale di Santa Cecilia hanno scritto un lettera al ministro per i Beni e le Attività culturali Lorenzo Ornaghi per chiedere la revoca del comma della nuova legge che vieta l’attività concertistica e cameristica al di fuori delle Istituzioni di appartenenza.

Ne riportiamo il testo integralmente:

Illustre Signor ministro, noi musicisti dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia, Le rivolgiamo un caloroso appello affinché Lei possa ridare voce a tutti i musicisti italiani revocando il comma 1 dell’Art. 3 della Legge n. 100 del 29 giugno 2010, che nega loro l’espressione musicale al di fuori delle Istituzioni di appartenenza. Le attività di lavoro autonomo, già regolate dal Contratto collettivo nazionale di lavoro, venivano consentite solo previa autorizzazione della propria Istituzione e per prestazioni di alto valore artistico e professionale, fatti salvi, comunque, il principio del non aggravio economico e delle esigenze produttive delle Fondazioni liriche e sinfoniche.

La Legge 100, che viene recepita dal mondo della musica – artisti, interpreti, appassionati, professori e studenti di Conservatorio – come una punizione non meritata, vieta solo a noi musicisti italiani l’attività concertistica e cameristica mentre nel resto d’Europa e nel Mondo i nostri Colleghi, dipendenti come noi di Istituzioni musicali, continuano ad esibirsi con le loro performances in tutti i contesti musicali, compresi i teatri italiani.

La libertà di essere artisti anche al di fuori dalle istituzioni di appartenenza è nel mondo riconosciuta come elemento indispensabile di motivazione e accrescimento professionale, caratteristiche che, riportate all’interno dei Complessi artistici, donano nuova linfa e vigore per ottenere sempre più brillanti successi e riconoscimenti internazionali. Senza dimenticare che, in questo momento difficile per tutti, queste attività andrebbero maggiormente valorizzate e sostenute, non solo per il loro alto contenuto culturale ma anche perché spesso permettono alla musica classica di raggiungere territori e ceti sociali che altrimenti ne verrebbero esclusi.

Signor Ministro, sicuri della condivisione dei nostri obiettivi artistici, culturali e sociali rimaniamo in attesa di una Sua positiva risposta.

Ott 312011
 

Normal 0 14 false false false IT X-NONE X-NONE MicrosoftInternetExplorer4 < ![endif]--> < ![endif]--> < ![endif]-->Il Ministro Giancarlo GalanEra il 14 ottobre scorso, quando il ministro Galan, soddisfatto, rassicurava tutti noi, che di cultura ci ostiniamo a vivere: “Nessun taglio è previsto per il settore.” Per fortuna siamo ironici, infatti molti di noi si chiesero: “E di grazia, cos’altro avreste potuto tagliare?”

Solo che a volte l’ironia non basta e al peggio – lo sappiamo- non c’è mai fine.

Il decreto sviluppo nasconde, nelle sue pieghe difficilmente intellegibili, la nuova e sconvolgente novità: “Spariscono dai contratti i permessi artistici per gli insegnanti dei conservatori.” È lo strano modo che questo governo ha di tagliare “i privilegi” altrui, per mantenere, se non accrescere, i propri. Sì, perché gli insegnanti dei conservatori italiani, con i loro permessi artistici, potrebbero apparire privilegiati agli occhi degli altri insegnanti della scuola italiana, che insegnano sei ore di più settimanalmente e godono di soli tre giorni di permesso retribuito all’anno.

Forse si fa peccato a pensare che l’unico intento reale sia quello di devastare ulteriormente – laddove possibile – la cultura italiana? Quale allievo musicista non vorrebbe tra i suoi insegnanti un esimio concertista, anche pagando il prezzo di saperlo talvolta assente perché impegnato a svolgere il suo ruolo di concertista, musicista, persona di cultura?

Un docente di musica che non mantenga viva e aggiornata “sul campo” la sua esperienza di musicista, mettendosi costantemente alla prova nelle sale da concerto,  cosa potrebbe offrire di davvero prezioso ai propri allievi? La cultura e soprattutto l’arte non si possono misurare “a cottimo”, come il lavoro in fabbrica: non è la quantità che fa la qualità. Altrimenti non si capisce a cosa servirebbero le cosiddette “master class” tenute dai grandi concertisti, che durano generalmente pochi giorni: a certi livelli di eccellenza, l’insegnamento è davvero utile solo se chi lo impartisce ha davvero modo di continuare a studiare e sperimentare, a diretto contatto con il pubblico, quello che trasmette agli studenti.

Mar 302011
 

I concerti di Chopin alla Palazzina Liberty di Milano, con l'Orchestra d'archi del Clavicembalo Verde, con la direzione di Stefano Ligoratti e i pianisti Stefano Ligoratti e Sara Costa“I concerti di Chopin alla Palazzina Liberty”

Pensiamo di far cosa gradita pubblicando qui il dettagliato programma di sala, che contiene anche una presentazione  dei Concerti di Chopin: per una buona visualizzazione, andrà stampato sui due lati e piegato a metà:

Programma Di Sala Concerti Chopin Palazzina Liberty Milano – Ligoratti Costa – 2011

Vieni alla nostra rassegna di lezioni-concerto a Milano alla Palazzina Liberty!