Ott 172017
 

È notte fonda a Milano: difficile prendere sonno dopo il concerto che Daniil Trifonov ha tenuto stasera, nella Sala Verdi del Conservatorio, per la Società del Quartetto. Ne scrivo di getto, perché a rifletterci troppo il concerto sarebbe -per quanto mi riguarda- irrecensibile. Le sensazioni che Trifonov ha suscitato in me, e nei tanti che hanno tenuto il fiato sospeso in sala, rendono infatti limitata e quasi ridicola ogni parola: tanta è la visceralità del suo far musica. L’impaginato a prima vista sembrava bislacco: una sorta di “around Chopin” che univa lavori di ampie dimensioni come le Variazioni su un tema di Chopin di Mompou e di Rachmaninov e la Sonata n. 2 di Chopin a frammenti-hommages di Schumann (il solo Chopin dal Carnaval), Grieg, Barber e Čajkovskij. Trifonov ha aggiunto, in apertura della seconda parte, sempre di Chopin, le Variazioni op. 2 sul tema Là ci darem la mano. Ma il fil-rouge è soltanto l’elemento superficiale di un programma costruito genialmente come un unico grande climax, ma anche come una sorta di grande thriller in forma di recital pianistico. 

Trifonov ha aperto il concerto sottovoce, con lo charme d’altri tempi delle Variazioni su un tema di Chopin di Mompou, basate sul Preludio n. 7 dall’op. 28: con la nonchalance di un improvvisatore, il pianista iniziava a conquistare il pubblico sussurrando cose meravigliose in una luce calda, avvolgente. L’universo introspettivo di Mompou veniva restituito con una quantità impressionante di nuances e screziature fra il pianissimissimo e il mezzopiano, mai artificiosamente, dando l’impressione che le dita fossero sismografi sensibilissimi di un mondo interiore ricchissimo. Nell’ultima variazione, dopo le evocative reminiscenze della Cancion y Danza n. 6 e del tema centrale della Fantaisie-Impromptu (poi proposta come bis), al sussurro si sostituiva un eccitato ed eccitante crepitio: da morbido incantatore, Trifonov si faceva improvvisamente folletto nervoso e impertinente diavoletto. Solo un’anticipazione della scena-chiave del thriller. La calma tornava con i pochi secondi della maschera Chopin dal Carnaval op. 9 di Schumann: di nuovo morbido, lasciando emanare dai suoni un profumo antico, Trifonov ne coglieva il lato poetico-nostalgico più che quello appassionato. Nella ricercata alternanza degli stati emotivi, l’eccitazione febbrile ritornava, questa volta molto più esplicita, nell’Hommage à Chopin da Stimmungen op. 73 di Edvard Grieg, pagina piena di inquietudine. Gli indizi erano chiari: questo “around Chopin” sarebbe stato un percorso fra mania e melancholia, con Trifonov sacerdote implacabile nell’atterrare e suscitare. Spesso dolcissimo nella sonorità, ma sempre con l’autorità di chi porta il pubblico dove vuole: molti di noi erano evidentemente e completamente in sua balìa. Con il Notturno di Barber (Omaggio a John Field) sembrava tornare la calma, seppur venata dalle ambigue armonie del compositore americano, almeno fino al manifestarsi di un passionale climax: ancora un fuoco di paglia, perché faceva poi capolino la giocosa frivolezza di “Un poco Chopin” dai Morceaux op. 22 di Čajkovskij. Nel frattempo, Trifonov aveva tirato fuori dal suo cilindro una quantità di sonorità tale da far pensare già a molti pianisti in sala (me per primo) di appendere lo strumento al chiodo: si pensi solo al passaggio dall’ombrosa pastosità del Notturno alla nitidezza adamantina del Morceau

Ma è con le Variazioni su un tema di Chopin op. 22, alla fine della seconda parte, che la prima pugnalata di questo thriller veniva assestata. Chi mai, cedendo al luogo comune di un Rachmaninov tendente al sentimentalismo, avrebbe potuto pensare che Trifonov riuscisse a rendere tanto tremendamente doloroso un ciclo di Variazioni che nessuno ha mai preso così sul serio: con dedizione sovrumana, egli rendeva il pianoforte a volta a volta canto, coro, orchestra, con pedali imprevedibili e una varietà timbrica forse irrintracciabile in qualsiasi pianista odierno. La raffinata allusività lasciava spazio ora al “nudo vero” di un dolore guardato in faccia e quasi gridato in certi fortissimi.

Anche l’intervallo, in questo grande arco, sembra aver giocato un ruolo. O forse era solo la suggestione di noi poveretti completamente stregati da questo giovane condottiero, che sembra dichiarare guerra a ogni sterile oggettivismo e rivendicare definitivamente il diritto di parlare in prima persona, ovvero di esprimere una sensibilità immensa costi-quel-che-costi. Intervallo come suspense, dunque. Prima del colpo fatale, però, sopraggiungeva lo zuccherino delle Variazioni op. 2 su Là ci darem la mano, gioco Biedermeier all’interno del quale, però, già si manifestava ciò che Trifonov avrebbe poi reso palese nella Sonata: un demonismo di matrice paganiniano-lisztiana. In una delle Variazioni ciò si manifesta già apertamente nella scrittura, fatta di salti che mimano il balzato violinistico. Trifonov, partendo da questo spunto, esasperava uno Chopin giovanile in maniera certo discutibile (a partire dalle velocità talora folli), ma anche irresistibile. Chopin russo? Non so. A me il Trifonov di stasera ha suscitato sensazioni simili a quelle che deve aver provato Valérie Boissier di fronte a Liszt:

«Influisce su di voi direttamente, e la musica diventa sotto le sue dita un linguaggio eloquente, appassionato, superbo, commovente, che irrompe, emoziona e annienta».

Ma è Chopin stesso che ci dà la migliore delle testimonianze, dopo aver ascoltato i propri Studi eseguiti da Liszt:

«Liszt suona i miei Studi e mi trasporta fuori dalle mie oneste idee. Vorrei rubargli la maniera di eseguire i miei propri Studi».

Frase rivelatoria, che dice forse tutto ciò che si può dire dell’interpretazione: al diavolo le idées honnêtes! All’atto pratico, lo stesso Chopin voleva rubare i segreti dello stregone Liszt. Moscheles disse che Liszt aveva “completamente metamorfosato questi pezzi”. Non si fa. Eppure anche Moscheles fu rapito. Cosa fa oggi Trifonov? Mutatis mutandis, qualcosa di non molto differente da ciò che faceva Liszt: fa suoi i pezzi altrui mandandoci fuori dalle nostre “oneste idee”, sconvolgendoci completamente. Mi viene in mente anche Schubert che, ascoltando Paganini, affermava di aver sentito “la voce di un angelo”. Angelo o demone che sia, Trifonov sferra il colpo di grazia al povero ascoltatore (e soprattutto al pianista, che scivola sempre più in basso nella sua poltroncina) con la Sonata n. 2. Nel primo movimento il pianista sembra posseduto da una forza che lo trascende, piega il busto in avanti, dolorosamente e quasi rabbiosamente con la testa bassa sul pianoforte: tutta la prima area tematica è suonata in apnea, con un’intensità e un’urgenza indicibili, ma al contempo senza esasperare più di tanto dinamiche e velocità. Tutto si gioca, ancora una volta, nell’interiorità, trasferita sulla punta delle dita. Il sentimento è portato a un livello tale che il pianista stesso a un certo punto si emoziona e sbanda, ha un momento di esitazione, superato aumentando la posta in gioco invece che ripiegando nella prudenza. È davvero troppo: devo aggrapparmi alla sedia. Trifonov soffre davvero e fa soffrire: vicino a me, qualcuno piange. Ma questo coraggio di Trifonov è liberatorio e, ancora una volta, spazza via quei cerebralismi che rischiano di trasformare l’esecuzione musicale in un’operazione coi guanti bianchi: rassicurante, giusta, inoffensiva. Lo Scherzo ha portato all’estremo il contrasto fra mania (incendiarie le sezioni esterne) e una calma quasi catatonica nel Trio. Fra paura ed estasi, la Marche funèbre è stata, più che suonata, messa in scena con dinamiche a tratti re-inventate: ed eccolo, il colpo mortale, nel fortissimo del tutto arbitrario ma geniale che, nella ripresa, spezza impietosamente le illusioni paradisiache del Trio! Il fugace movimento finale, allora, diventa quasi soltanto una lucidissima “sigla” per i titoli di coda. 

Ma invece di storpiare i pezzi degli altri -diranno gli accademici- perché Trifonov non scrive pezzi suoi? E infatti lo fa, essendo anche compositore (recente è un suo Concerto per pianoforte e orchestra), e forse è anche per questo che riesce a mantenere questa vividezza, questa urgenza e questa autenticità. Di lui e della sua creativa follia abbiamo più che mai bisogno.

Luca Ciammarughi

 

Ott 182016
 

lortieIl mio primo ricordo di Louis Lortie risale agli anni novanta, quando, in un mensile che oggi non esiste più (PianoTime), lessi un’intervista in cui il pianista québécois rispondeva alle domande con disarmante sincerità, ma anche sense of humour.

<< Vorrei studiare l’opera pianistica di Ligeti; ci penso da circa due anni, ma per farlo dovrei chiudermi per tre mesi in una delle mie case sparse per il mondo, e ciò non mi è possibile proprio a causa di tutte queste case>>.

<<In che senso?>>

<<Nel senso che sono un collezionista di appartamenti e debbo fare molti concerti per poterli mantenere>> (ride).

Ai puristi dell’ascetismo pianistico questa risposta piacerà pochissimo. A me invece piace, perché rivela immediatamente la capacità di Lortie di mettere a nudo le proprie umane debolezze: il non cercare di apparire a tutti i costi uno di quegli “Apostoli della Grande Musica” che spesso si rivelano tali più nelle intenzioni che nella realtà. A dire il vero, il cosmopolitismo del pianista di Montréal non si limita certo agli appartamenti: Lortie parla numerose lingue (compreso un perfetto italiano) e divora libri di storia, filosofia, letteratura. In questo mi ricorda un po’ Jeffrey Swann. Sono quelle figure capaci di prendere con una certa dose di ironia il concetto di “carriera”, sempre in equilibrio con la vita. <<Non ho mai pianificato la mia attività, ma sono andato avanti seguendo l’istinto>>, diceva Lortie nel 1997. E probabilmente è così anche oggi. Affascinante, dotato di una tecnica da gran virtuoso (vinse il “Busoni” nel 1984), colto, aveva tutte le carte per entrare nello star system: ma non ci è entrato. Qualcuno potrebbe pensare che Lortie giochi un po’ con il suo atteggiamento da antidivo, ma io sono convinto che invece egli sia proprio così: insofferente alla pianificazione che l’essere un divo richiede; fortemente indipendente nel carattere; restio a lasciarsi ingabbiare in un’etichetta.

Finora avevo sentito dal vivo Lortie tre volte: nel Concerto in Sol di Ravel, alla Scala, molti anni fa; nei Trii di Franz Schubert, in Sala Verdi, al Conservatorio di Milano; nel Concerto n. 2 di Brahms, sotto la bacchetta di Andrea Battistoni, alla Sagra Malatestiana di Rimini, nel 2012. Se in Ravel e Schubert egli mi era parso, pur con qualche alto e basso, musicista di grande charme e immensa naturalezza pianistica e musicale, Brahms mi aveva nettamente deluso, anche a causa del contrasto fra la lettura un poco scarna del pianista e quella enfatica del direttore.

Ieri sera ho ritrovato Lortie, per Serate Musicali nella Sala Verdi del Conservatorio milanese, in un tutto Chopin che da anni avrei voluto ascoltare, ben conoscendo la sua elegantissima, intelligente e anche scintillante integrale discografica delle Études. L’impaginato prevedeva Préludes op. 28 e Études op. 25. E, pensando di andare ad ascoltare semplicemente un bel concerto, mi sono ritrovato invece immerso in una delle più entusiasmanti e rivelatorie esperienze di questi ultimi anni. Vengo subito al punto: Lortie, dal vivo, suona con una libertà nei rubati e nei fraseggi che, al momento dell’incisione discografica, viene inibita un po’. In questi anni si parla spesso del ritorno a un antico modo di suonare il pianoforte, ritrovando la colloquialità di inizio Novecento, ovvero un certo modo di suonare ‘comunicando’ istantaneamente invece che ‘dimostrando’ di aver appreso tassello per tassello un percorso pre-tracciato. Ma un conto è provarci, un altro è riuscirci, con autenticità. L’inizio del primo Preludio mi ha fatto venire in mente ciò che, a quanto racconta Aldo Ciccolini, Cortot disse una volta a lezione:

<<Bisogna suonare come se sul pianoforte ci fosse sempre un bicchiere di whisky, anche in pubblico>>.

L’espressione può sembrare frivola, ma ci fa capire che, perfino nel culmine del sentimento del tragico, l’atto del suonare è pur sempre un gioco. E giocare, per quell’attore che è il pianista, significa essere libero. Lortie affronta proprio in questo modo i Préludes: non come il virtuoso preoccupato di controllare ogni dettaglio pianistico e musicale di fronte a un tribunale pronto a giudicarlo, ma come il musicista che ha ormai il virtuosismo nel DNA, e che può permettersi anche di deragliare, assumendosi quei rischi che in un concorso o in una registrazione non si assumerebbe mai. Ascoltare lo Chopin di Lortie non è una lezione, ma un’esperienza.

La citazione da Cortot non è casuale. In Canada, Lortie è stato allievo di un’allieva del pianista svizzero, Yvonne Hubert. Ha studiato inoltre con Leon Fleisher, a sua volta allievo di Schnabel. Cortot e Schnabel, pur in modi diversi, ci proiettano in un mondo antico, con cui Lortie è oggi uno degli ultimi -nonostante sia ancora relativamente giovane- ad essere venuto in contatto. A me pare che Lortie, nel concerto di ieri sera, si sia dimostrato vero e proprio messaggero di quel mondo (scampanii fra mano destra e sinistra compresi: evviva). O, per meglio dire, messaggiero, con la i, come nel meraviglioso Dialogo di Torquato Tasso: senonché, se fosse una figura angelica, Lortie sarebbe piuttosto uno di quegli angeli dispettosi di Cocteau, capaci di mandarti in estasi e poi di riportarti immediatamente al terrestre, alla rugosità dell’esistenza.

Antico, eppur moderno. La tecnica di Lortie sembra seguire un principio di massima economia dei movimenti, in fondo non lontanissimo da quello applicato da figure come Pollini, Ashkenazy o Zimerman: mano vicina allo strumento, grande presa del tasto, unità totale del corpo, dalla punta delle dita fino alla schiena, ma al contempo completa indipendenza di ogni sua parte, e delle dita in particolare. Poste queste basi, Lortie ha però meno preoccupazioni perfezionistiche: la sua concentrazione è volta piuttosto a creare una narrazione, a ricercare una certa teatralità (penso ai silenzi nel Preludio n. 2). E a provare un sentimento il più reale possibile: l’ho percepito nel Preludio n. 6, davvero sentito e profondamente doloroso, nei tumulti dell’ottavo, ma anche nella fatata fuggevolezza (chi vuol esser lieto sia?)  del decimo. Quando si scalda, Lortie perde un poco il controllo, colpisce troppo veementemente il pedale: eppure, nella foga, questo mi sembra giusto, bello. Il ventiduesimo Preludio è volutamente violento, vicino al caos, all’anarchia emotiva. Il meglio di sé egli lo dà però nell’espressione di certi stati emotivi di mezzo, come nel tredicesimo Preludio, quasi evocazione di un paesaggio lievemente assolato e malinconico al contempo: la fluidità alata di Lortie, priva di eccessiva enfasi sentimentale, coglie tutta l’ambiguità emozionale chopiniana, il suo rivelarsi nel nascondersi, il celarsi degli abissi emotivi dietro la maschera dell’ornamento, della trina decorativa, della frivolezza. Evitare l’enfasi sentimentale non significa però evitare i contrasti, che emergono fortissimi, ad esempio, nel quindicesimo Preludio, con le sezioni esterne languidamente cantabili e quella centrale animata da un vero e proprio furor. Ma anche nel passaggio da un Preludio all’altro, Lortie sa sempre quando è il caso di creare quasi un flusso ininterrotto e quando separare nettamente (come avviene fra il sedicesimo, infuocato, e il diciassetttesimo, idillico).

La seconda parte si apre con uno Studio “delle arpe” forse meno vaporoso di quanto avevo sognato: ma l’iniziale concretezza di suono svapora a poco a poco in una coda eterea, come a preparare il sussurro della seconda Étude (rapidissima eppur lieve come una nuvola). Alati il terzo e il quarto Studio , davvero vivace e umoristico il quinto (con quella parte centrale capace, di nuovo, di farci sentire l’ambiguità del sorriso e del pianto chopiniano). In alcuni numeri (il sesto, ossia le doppie terze, e l’ottavo) un po’ di stanchezza si fa sentire: ma, ancora una volta, Lortie preferisce rischiare, staccando tempi diabolici, piuttosto che mettere il freno. Il settimo, con un rubato meraviglioso e un senso dell’inegalité che rivela profonda cultura oltre che sicuro istinto, è cantabilissimo ma mai ostentato nella declamazione della voce principale: Lortie, come altri grandi chopiniani (uno su tutti: Samson François), sa che Chopin non può che essere grande melodista in quanto grande armonista, e quindi non sacrifica mai le parti interne. Il culmine del ciclo è lo Studio delle ottave, con Lortie davvero tellurico e quasi tracotante: sentiamo il senso di sfida, che per Chopin era senz’altro anche sfida verso il proprio corpo, al punto che a volte il pianista deve letteralmente aggrapparsi per qualche istante allo strumento e poi ripartire per alzare sempre più la posta. E alla fine di questo viaggio, in cui Lortie ci ha condotti come un aedo, l’ultimo Preludio mi fa venire in mente quasi la musica sui titoli di coda di un film: riassume in un concentrato le passioni attraversate, ma quasi con la consapevolezza catartica che ormai si è salvi. Che era solo un gioco, anche se serissimo.

Lortie ha salutato il pubblico con due bis, sempre chopiniani: l’op. 10 n. 3 aveva la freschezza di una timorosa confessione d’amore adolescenziale (quanto difficile per un pianista ormai adulto!), l’op. 10 n. 4 la nitidezza e il fuoco che a mio avviso pochi altri oggi possono raggiungere in questa musica.

Luca Ciammarughi

 

 

 

 

Nov 212011
 

Prenderà il via il 17 Dicembre prossimo la nuova edizione del Baby BoFè, una rassegna del Bologna Festival dedicata ai bambini dai 3 agli 11 anni, che mira all’educazione all’ascolto dei giovanissimi musicofili. Un’esperienza ormai consolidata che anche quest’anno proporrà un programma davvero intenso, che sarà inaugurato con le musiche  di “Un americano a Parigi“, di Gershwin. Proseguirà poi per i primi mesi del 2012 con le note di Rossini in una rivisitazione della “Gazza ladra“, preceduto da uno spettacolo costruito ad hoc sulle musiche di Chopin, “Il valzer di Cenerentola“, e seguito da “Il canto degli elfi“, produzione realizzata in collaborazione con il Teatro Comunale di Bologna, che raccoglie i principali brani corali dei  “Carmina burana” di Carl Orff, inseriti in un racconto che si ispira alle avventure dei mitici personaggi delle fiabe nordiche. “Siamo consapevoli – ha spiegato Maddalena da Lisca, direttore generale di Bologna Festival – che il lavoro che svolgiamo per educare all’ascolto il pubblico dei giovani è una missione che va curata con estrema delicatezza ed attenzione. Il pericolo è sempre dietro l’angolo. Se si sbaglia nel proporre ai piccoli l’approccio alla musica classica, il rischio è quello di perdere irrimediabilmente, per sempre, il contatto con questo esigentissimo pubblico”.

Nov 162011
 

Sonia Bergamasco e Roberto Prosseda saranno i protagonisti della serata di beneficenza organizzata da ALBA nella Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, giovedì 17 novembre alle ore 21.00, dal titolo Una storia un po’ magica – racconto con musica da Anna Maria Ortese.

L’attrice leggerà testi tratti da Mistero Doloroso, di Anna Maria Ortese, e Roberto Prosseda eseguirà musiche di Chopin (Notturno op. 62 n.1, Ballata op. 52 ) Schumann (Fantasia op. 17, Kinderszenen op. 15) e   Schubert (Impromptu op. 90 n. 1).

Il ricavato della serata sarà devoluto ai bambini ricoverati nel reparto di Oncoematologia Pediatrica del Policlinico Umberto I di Roma. Con l’incasso di questo concerto, ALBA vuole garantire per tutto il 2012 la terapia assistita dagli animali nel reparto del Policlinico romano e nello specifico il  “Progetto Filippo, un cavallo per amico”.

L’iniziativa, giunta alla quarta edizione, è dedicata alla memoria di Loredana Battaglia, scomparsa prematuramente nel 2007. La decisione di aiutare i più bisognosi, soprattutto  bambini o giovani, nasce dal desiderio di proseguire l’impegno di Loredana presso realtà difficili e dalla volontà di far rivivere in questi ragazzi l’amore per la vita, la forza e l’energia che caratterizzavano Loredana e che hanno reso indelebile la sua immagine.

Mag 262011
 

Il pianista Giovanni Bellucci, considerato uno dei più autorevoli pianisti del nostro tempo, e  particolarmente apprezzato per le sue esecuzioni di Liszt, Beethoven e Chopin, si esibirà  a Roma il 30 maggio in un recital lisztiano dedicato al progetto di solidarietà “La Musica per la vita“. Attualmente impegnato nell’incisione discografica delle 19 Rapsodie Ungheresi di Liszt (una monumentale integrale che verrà pubblicata nell’ottobre 2011 dalla Universal), nel concerto eseguirà le trascrizioni lisztiane della Quinta e Sesta Sinfonia di Beethoven. Non casuale è il luogo scelto per il recital, ossia la Basilica di Santa Francesca Romana, dove Liszt soggiornò per alcuni anni. In occasione di questo incontro benefico , sarà consegnata una Borsa di Studio a un giovane musicista italiano.

Mar 302011
 

I concerti di Chopin alla Palazzina Liberty di Milano, con l'Orchestra d'archi del Clavicembalo Verde, con la direzione di Stefano Ligoratti e i pianisti Stefano Ligoratti e Sara Costa“I concerti di Chopin alla Palazzina Liberty”

Pensiamo di far cosa gradita pubblicando qui il dettagliato programma di sala, che contiene anche una presentazione  dei Concerti di Chopin: per una buona visualizzazione, andrà stampato sui due lati e piegato a metà:

Programma Di Sala Concerti Chopin Palazzina Liberty Milano – Ligoratti Costa – 2011

Mar 242011
 

I concerti di Chopin alla Palazzina Liberty di Milano, con l'Orchestra d'archi del Clavicembalo Verde, con la direzione di Stefano Ligoratti e i pianisti Stefano Ligoratti e Sara Costa“I concerti di Chopin alla Palazzina Liberty”

Nell’ambito della rassegna musicale “Suonare”, organizzata dall’Associazione Culturale “Il Clavicembalo Verde”, da “ClassicaViva” e col patrocinio del Comune di Milano e della Zona 4, presso la

Palazzina Liberty

a Milano, Largo Marinai d’Italia, 1

mercoledì 30 marzo alle ore 21

si terrà l’evento musicale

“I concerti di Chopin”.

Sul palco, con la direzione del giovane e poliedrico talento Maestro Stefano Ligoratti, Pianista e Direttore, si esibiranno L’Orchestra d’archi “Il Clavicembalo Verde”, e la pianista Sara Costa.

Oltre al tributo al grande Chopin, verranno eseguite musiche del giovane compositore Attilio Pace.

Il programma prevede:

  • Frédérick. Chopin: – Concerto n. 1 Op. 11 in mi min. per pianoforte e Orchestra – pianista Stefano Ligoratti
  • Attilio Pace: – Concerto per violino e Orchestra – Sonata
  • Frédérick. Chopin: – Concerto n. 2 Op. 21 in fa min. per pianoforte e Orchestra- pianista Sara Costa

Ingresso libero

Gen 312010
 

La giovane pianista Sara CostaEcco il podcast integrale della trasmissione “Ultimo grido”, andata in onda su “Radio Classica” il 20 gennaio 2010, con la conduzione di Luca Ciammarughi, che mi ha ospitato nella sua bella rubrica quotidiana, come tutti i martedì.

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Abbiamo aperto la trasmissione parlando del Primo Concorso Europeo “Mario Fiorentini”, recentemente svoltosi a La Spezia dal 2 al 5 gennaio 2010. L’importante  Giuria del Concorso era composta dal Presidente, M° Michel Dalberto, e dai Maestri  Pierluigi Camicia, Bruno Canino, Francesca Costa, Michele Marvulli.

Il retroscena del concorso è simpatico ed interessante. La giovane pianista Sara Costa, qualche mese fa, si era rivolta a noi di ClassicaViva per incidere un suo CD promo. Dopo l’intenso lavoro sul disco svolto con il nostro Direttore Artistico, Stefano Ligoratti, che è anche il nostro Tone Meister, i due giovani pianisti avevano instaurato una bella amicizia artistica.

E Sara aveva parlato a Stefano del Concorso di La Spezia, al quale si era iscritta, Il primo Concorso Pianistico Europeo invitandolo a partecipare anche lui. Detto fatto, ai primi di gennaio si è svolta la tenzone, con molti candidati agguerritissimi. Un Concorso bello, ben organizzato, con una Giuria molto prestigiosa, e una finale con concerti per Pianoforte e Orchestra. E, sorpresa, vincitore assoluto è risultato proprio il nostro Stefano Ligoratti con il suo Concerto in la minore di Robert Schumann, che ha conquistato anche il premio speciale del pubblico e quello per il pianista più giovane. Finalista è stata proprio Sara Costa, con una bella interpretazione del secondo concerto Di F. Chopin, insieme alla giapponese Nishimura Yutaka, che ha interpretato il “Jeune Homme” di Mozart.

E’ sempre un piccolo dispiacere quando due artisti devono scontrarsi sullo stesso terreno… e, inevitabilmente, uno soltanto vince. Ed ecco che, cavallerescamente, Stefano ha deciso di promuovere Sara nel nostro catalogo di talenti, pubblicandone le tracce musicali incise nel nostro studio.

Sara è una bravissima pianista, ricca di personalità e gusto, con un suono pieno e maturo, pieno di slancio. Il suo impeccabile curriculum e la sua grande professionalità ci hanno convinto ad inserirla nel nostro bouquet di artisti, e a presentarne il lavoro a Radio Classica. Abbiamo quindi ascoltato con piacere la sua bella interpretazione della Sonata di L. Van Beethoven “Les Adieux”, op. 81A, n. 26, in mi bemolle maggiore, e poi la Sonata n. 2  in si bemolle minore, Op. 36, di Sergej Rachmaninov. Luca Ciammarughi ci ha raccontato la genesi della splendida Sonata di Beethoven, dedicata all’Arciduca Rodolfo D’Austria, allievo amatissimo di Beethoven: la celebre Sonata “degli addii” celebra il doloroso momento dell’entrata delle truppe francesi in Vienna, con la corte d’Austria che fu costretta ad abbandonare la città, e quindi l’addio all’amico Rodolfo.

Suonare News: la copertina del numero di gennaio 2010Nel corso della trasmissione abbiamo anche parlato dell’Editoriale di Filippo Michelangeli, editore della rivista “Suonare News”, apparso nel numero di gennaio 2010.
In questo suo articolo, un poco provocatorio, Michelangeli si interroga e ci chiede: “Nella carriera di un musicista conta più il talento o la determinazione? È più importante l’aspetto artistico o quello pratico? Se lo chiedono ogni giorno migliaia di giovani che, freschi di studi, sognano di vivere di musica. Rispondo subito: contano di più la determinazione e l’aspetto pratico.”

Ne è scaturito un bel dibattito con Luca Ciammarughi, nel quale io ho sostenuto con convinzione le tesi di Michelangeli. Perché oggi la musica è anche un mestiere, e, se si vuol vivere di musica, è necessario anche sapersi un poco trasformare negli imprenditori di se stessi: il talento non basta…

Interverrò magari con un apposito post sull’argomento, che è davvero molto importante.

Abbiamo poi concluso la trasmissione presentando un bel brano di Ferruccio Busoni, poco conosciuto, da un recente CD Naxos, il sesto volume dell’integrale pianistica dedicato a questo meraviglioso pianista e compositore. Si tratta di Prélude et étude en arpèges, K. 297, l’ultima composizione pianistica prima della morte, eseguito dal pianista Wolf Harde. Abbiamo poi terminato la trasmissione invitando tutti coloro che volessero approfondire la conoscenza con Busoni a visitare il documentatissimo e ricchissimo sito di Laureto Rodoni, che gli ha dedicato centinaia di pagine, con un lavoro durato una vita.

Giu 052009
 

Concerto di solidarietà per l'Abruzzo, Conservatorio de L'AquilaIl Teatro milanese SpazioTeatro 89 ha organizzato, per stasera 5 giugno 2009, un concerto di beneficenza, il cui incasso verrà interamente devoluto al Conservatorio “Casella” de l’Aquila, gravemente danneggiato dal terremoto.

Partecipano, a titolo gratuito, gli artisti (in ordine alfabetico):
Davide Cabassi
Alberto Chines
Elisa D’Auria
Mariangela Ciuffreda e Filippo Di Domenico
(dal Conservatorio Alfredo Casella de L’Aquila)
Tatiana Larionova
Federico Rossini
Piercarlo Sacco
Luca Schieppati
Kulli Tomingas
Irene Veneziano

Programma:

  • J. Ph. Rameau (1683-1764): “Le Rappel des Oiseaux”
  • F. Chopin (1810-1849): Variations Brillantes op.12
    Alberto Chines – pianoforte
  • F. Borne (1862-1929): Fantasia sulla Carmen di Bizet
    Federico Rossini – flauto; Irene Veneziano – pianoforte
  • G. Rossini (1792-1868): “Nacqui all’affanno”, Aria di Cenerentola
    Kulli Tomingas – mezzosoprano; Luca Schieppati – pianoforte
  • F. Schubert (1797-1828): Impromptu op. 90 n. 3
    Tatiana Larionova – pianoforte
  • F. Schubert (1797-1828): Impromptu op. 142 n. 2
    Davide Cabassi – pianoforte
  • F. Schubert (1797-1828): Andante con moto, dal Trio op.100 D 929
    Piercarlo Sacco – violino; Filippo Di Domenico – violoncello; Luca Schieppati – pianoforte
  • F. Schubert (1797-1828): Lebenssturme D 947
    Tatiana Larionova e Davide Cabassi – pianoforte
  • F. Chopin (1810-1849): Notturno in Do# minore op. post.
  • F. Liszt (1811-1886): Rapsodia spagnola
    Irene Veneziano – pianoforte
  • R. WagnerIF. Liszt: Isoldens Liebestod
    Elisa D’Auria – pianoforte
  • D. Shostakovich (1906-1975): Scherzo dalla Sonata per vcl. e pf. op.40
    Filippo Di Domenico – violoncello; Mariangela Ciuffreda – pianoforte
Vieni alla nostra rassegna di lezioni-concerto a Milano alla Palazzina Liberty!