Gen 162018
 

RIFLESSIONI E CONSIDERAZIONI SU ROBERT E CLARA SCHUMANN DOPO LA LETTURA DI “LETTERE DA ENDENICH” (Filippo Tuena/Anna Costalonga)

Lo scorso Novembre, in visita a Verona, sono inciampato in Lettere da Endenich, piccolo libro curato da Filippo Tuena e Anna Costalonga. Il tatto con la copertina in bristol ecru non nego abbia contribuito al fascino che questo volumetto edito da “Piccola biblioteca di letteratura inutile” -che nome stupendo, peraltro!- esercitò su di me.

L’introduzione di Tuena (intitolata di paesi e uomini stranieri, in chiaro richiamo al titolo della prima delle celebri Kinderszenen) spiega come la figura di Robert Schumann, negli ultimi anni di vita, ed in particolare dal suo internamento -per sua stessa richiesta- al sanatorio di Endenich, si possa paragonare ad uno specchio andato in frantumi. Frantumi che non possono, ahimè, essere riassemblati ottenendo una sua immagine completa e  unitaria, ma dai quali sta a noi dedurre, fare ipotesi più o meno plausibili e giustificate, al fine di stilizzare una fisionomia più o meno veritiera del volto del compositore.

Il frammento è la lanterna dell’eremita, l’indizio che può condurre, forse, verso una visione meno evanescente e più nuda, cruda di Schumann. Come, infatti, Tuena stesso dice, «l’uomo che si è specchiato affronta i propri fallimenti»: il compositore tedesco si disincanta gradualmente, si discosta dagli artificiosi entusiasmi, dalle sognanti speranze che vengono dai cari; si scruta dentro senza filtri, istigato dal graduale mostrarsi di un elemento sconosciuto che induce uno stato di disturbo, di profonda e crescente inquietudine. L’uomo-artista guarda in faccia il suo sdoppiamento, quella zerrissenheit che aveva partorito le figure di Florestano ed Eusebio, e che ora sembra come rigirarglisi sempre più contro -o, meglio, addosso- rendendolo soggetto incapace d’imporsi in qualche modo. Fra gli elementi caratterizzanti di questo status emergono le allucinazioni auditive, cominciate da un leggero “fischio” per raggiungere suoni precisi (un LA) o intere melodie, orchestre suonanti; un tentativo di suicidio, mai effettivamente accertato; una forma di depressione dalle manifestazioni diverse, quasi un senso di “inutilità di sé” -forse il seguito di una malattia venerea contratta in giovinezza, o l’alcolismo- che pare involontariamente amplificato dall’emergere di una figura amica, ovvero Johannes Brahms. Schumann lo descrive quale fiera e coraggiosa stella nascente del panorama musicale a lui contemporaneo, colui “che doveva giungere”, si entusiasma per le sue composizioni, ne scrive ampiamente e con calore in più di una lettera; eppure, forse è possibile scorgere, correlatamente, un velato ma passivo, intimo senso di invidia.

Dalle lettere che costituiscono l’anima di questo libricino, ciò che mi ha colpito maggiormente è l’inaspettato -indubbiamente anche simulato di proposito- apparente stato di quiete del compositore, assolutamente contrapposto all’angoscia urlante della moglie Clara. Tutto ciò è certo comprensibile, tanto quanto non biasimabile, ma la sensazione che se ne trae, e che anche Tuena non manca di sottolineare, è quella che rende il dolore di lei il fulcro, il reale focus della vicenda. L’attesa costretta di sei mesi dall’internamento prima che Clara possa scambiare una lettera con l’amato marito, per non parlare dei due anni per poterlo rivedere, ormai agli sgoccioli della sua esistenza, la sfiniscono. Lo stato di indeterminatezza, di “non veramente detto” che lui tiene nelle sue lettere (probabilmente per evitare che lei si addolori peggiormente) e che lei percepisce bene non la aiutano: si ha l’impressione che il marito non faccia che chiederle piccoli o grandi favori senza considerarla più di tanto o esprimere un parimenti senso di mancanza, di desiderio.

Clara, nella sua quotidianità, non ha che Brahms e Joachim a sorreggerla, i quali ciclicamente si recano a Endenich per visitare Schumann in sue veci, la tengono informata sull’evolversi della malattia e sui comportamenti del marito. Non può contare sulla voce del suo Robert, che negli ultimi quattordici mesi cessa drasticamente di scriverle, accrescendo enormemente la sua angoscia. Eppure, nonostante tutto questo, deve portare avanti il suo lavoro -spesso debilitante- di pianista concertista, mantenere se stessa e le figlie, pagare la degenza di Endenich.

I frammenti a disposizione hanno al loro interno una fragorosa capacità comunicativa. Le lettere, i loro toni ci raccontano i valori effettivi delle relazioni umane di Schumann, le quali appaiono non di rado ridimensionate rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare, o a quanto si è solito conoscere per consuetudine storica. Quando, poco sopra, ho accennato a una possibile invidia del compositore nei confronti di Brahms, l’ho fatto sulla base di considerazioni che ho tratto da uno sguardo  sul linguaggio che l’uno utilizza con l’altro (viceversa che con altre persone), considerazioni che un’altra volta lo stesso Tuena fa notare quando dice che «le lettere svelano molto dell’uomo che le scrisse e persino dei destinatari che le ricevettero; soprattutto svelano molto dei rapporti intercorsi tra i corrispondenti in quel periodo essenzialmente velato dalla “non comunicazione”». Voli pindarici alquanto estesi, approfonditi, sulle composizioni di Brahms -quasi “lettere nelle lettere”- in una epistola che non inizia con alcun “caro…”, e magari termina con un poco coinvolto “a presto”,  danno la sensazione di una forte emozione iniziale associata a un tentativo di mantenere come un distacco, un parallelo senso come di “fastidio”, una volta spentosi l’ardore scaturito alla lettura delle Variazioni o delle Ballate brahmsiane. Pur sapendo della venerazione che Schumann aveva per il giovane amburghese, forse non è poi così fuori luogo supporre che ciò potesse rimbalzare in lui negativamente, proprio con un vago ma invadente senso di invidia per il suo tipo di temperamento umano e musicale (ovvero non per Brahms in sé), riportando Schumann ancora e con violenza davanti a quello specchio ormai in pezzi e impossibile da ricomporre, quel riflesso crepato irrimediabilmente, portatore di un senso di ingiustizia subìta, tanto difficile da digerire, e alla cui accettazione si associa una rinuncia di obiettivi, di sogni così vitali ed essenziali, e forse, paradossalmente, anche di un vero contatto con la realtà.

Gli ultimi giorni di vita di un compositore interiormente frantumato emergono dalle strazianti descrizioni epistolari: ancora una volta è la moglie al centro della scena, disperata nella ricerca di un segno negli occhi del suo Robert, che suggerisse di essere riconosciuta o le comunicasse ancora amore e non vanificasse le lunghe attese e gli sforzi fatti. Clara si prostra fino alla fine, con il dubbio (inammesso) di non essere veramente considerata dal marito -ormai in uno stato irriconoscibile- a occhi chiusi nel letto, gli arti tremanti, incapace di articolare parole comprensibili, in continua lotta con i suoi spiriti, e che dalle dita di lei a malapena beve qualche goccia di vino. Soltanto rarissimi “colpi di luce” gli danno il coraggio per tentare di stringerla a sé, ma ciò si traduce soltanto in un braccio gettatole goffamente intorno. Non si è presenti alla vicenda, eppure sembra quasi di vederli, immancabilmente innamorati nell’estrema sofferenza e profondamente uniti anche negli ultimi momenti prima dell’inevitabile separazione.

Alla morte di Robert Schumann corrisponde quella di una parte delle persone che lo amavano -soprattutto di Clara- e il trascinarsi dei suoi misteri in un baratro nel quale non troveremo forse mai le risposte allo nostre domande. Ci possiamo, però, consolare con le sue musiche, in particolare le ultime (citate anche nelle lettere), quali i Gesänge der Frühe o il Concerto per violoncello e orchestra, sperando possano suggerirci in un linguaggio altro, se non il nome del male che lo affliggeva o dei demoni che lo assillavano, almeno qualche aspetto di un universo al contempo celestiale e infernale, da lui tenuto in petto e dispensatoci, come fece Clara con il vino, a poche gocce, direttamente dalla sua penna.

Andrea Rocchi

Dic 032017
 

“La più grande interprete di Bach della nostra epoca”: così il Guardian ha definito Angela Hewitt. Ma quando la finiremo con questi superlativi assoluti, che sembrano voler indirizzare a priori il gusto del pubblico, creando perlopiù aspettative spesso sproporzionate rispetto alla realtà? Già qualche anno fa era successo a Firenze, con un altro noto “bachiano” che campeggiava nei manifesti come “il più grande interprete di Bach al mondo”. Chi è il più grande, quindi? O forse sarebbe meglio chiedersi: a chi servono questi slogan? A chi sono utili? Sicuramente non all’artista. Soprattutto non a un’artista accreditata e seria come Angela Hewitt, che la “patente” di bachiana l’avrebbe comunque, avendo vinto nel 1985, a ventisette anni, il Concorso Bach di Toronto. La pianista canadese, dopo le affermazioni giovanili, ha saputo conquistarsi un pubblico fedele grazie alla piacevolezza del modo di porsi, al garbo nel suonare, alla solidità della preparazione e a una vasta discografia, da Bach fino a Ravel e oltre, passando per i clavicembalisti francesi, Scarlatti, Beethoven e molto altro ancora.

Al Teatro degli Atti di Rimini, oggi 3 dicembre 2017, per la Sagra Musicale Malatestiana, la Hewitt si è presentata con un programma che alternava Bach e Beethoven: nella prima parte la Partita n. 3 e la Sonata op. 2 n. 1; nella seconda la Partita n. 5 e la Sonata op. 53 “Waldstein”. La Terza Partita di Bach, piuttosto raramente proposta dai pianisti, è un lavoro sublime ma di difficile decifrazione: da un lato, come recita anche il sottotitolo che diede lo stesso Bach all’intera raccolta del Clavierübung, c’è in questa musica la volontà di “dilettare l’amatore”, inteso in primis come colui che suona amando suonare; dall’altro, però, fra le galanterie si nascondono abissi di introspezione, come nella Sarabanda o già nella Fantasia d’apertura. La vena dolente, riconducibile alla dimensione pietistica del protestantesimo bachiano, era decisamente assente dalla lettura della Hewitt, tendente a risolvere in un eloquio serenamente sorridente gli enigmi di questa Partita. Nell’acustica piuttosto secca del Teatro degli Atti, inoltre, la pianista ha optato per una pedalizzazione estremamente parca, al limite del penitenziale, senza che peraltro questa asciuttezza si trasformasse in aspro e profondo scavo. Nella globale correttezza e piacevolezza del fluire discorsivo, è mancata la passione e la vena bizzarra (le dissonanze degli accordi strappati nello Scherzo!) che caratterizzano questa partitura saturnina, divisa fra Mania e Melancholia. Come hanno negli ultimi decenni evidenziato le biografie bachiane di due interpreti come Davitt Moroney e John Gardiner, esiste un lato inquieto di Bach, come uomo e come musicista, su cui troppo spesso si sorvola: non lo faceva certo Glenn Gould, imitatissimo da molti -ma imitato in modo esteriore, non sostanziale, poiché in Gould vi era sempre un furor, un pathos vero, perfino quando volutamente mascherato dietro un apparente puritanesimo.

La Sonata op. 2 n. 1 di Beethoven è per la pianista chiaramente ancora rivolta al mondo settecentesco: equilibrio e chiarezza dominano, in una sorta di esaltazione della “civiltà della conversazione”. La diremmo “haydniana”, senonché Haydn è molto più sturmisch di quanto i luoghi comuni vogliano. Il problema è che l’aspetto rivoluzionario, che qui è già presente, soprattutto nell’ultimo movimento, rimane soltanto abbozzato, mai espresso fino in fondo. Hewitt è pianista “di testa”, che sa catturare il suo pubblico perché è perfettamente padrona delle proprie intenzioni e sa comunicarle in maniera persuasiva; ma lascia a pane e acqua chi ricerchi, oltre all’aspetto logico, anche quella componente di irrazionale abbandono senza cui il concerto rischia di rimanere solo un “piacevole momento” o una “istruttiva lezione”. Anche l’Adagio, suonato molto scorrevolmente e con belle sonorità, sembra più una dichiarazione di appagamento beato che un’umanistica aspirazione a un futuro sognato. Dopo il terzo movimento, ben curato nei fraseggi, il finale mostra alcune debolezze di tenuta, già a tratti presenti nella Terza Partita, in cui la Hewitt aveva la tendenza a sfuggire e accelerare i passaggi più rischiosi. I forti e fortissimi non hanno pienezza, i trilli non sono memorabili, il senso di suspense e di eccitazione langue.

Molto più adatta alla pianista si rivela la Partita n. 5 in sol maggiore di Bach, che nella sua luminosità più corrisponde allo spirito dell’interprete: la Hewitt sembra cercare in Bach una luminosa certezza, un senso di profonda fiducia e familiarità. Il punto di vista apollineo crea momenti di grande bellezza nell’Allemanda e nella Sarabanda, ma nelle danze che richiedono più energia motoria (Passepied, Gigue) la pianista sembra suonare “in guanti bianchi”, quasi controllando prudentemente ciò che dovrebbe invece sgorgare come acqua torrenziale.

Molto convincente è anche l’inizio della beethoveniana Waldstein, a cui l’asciuttezza estrema di pedale nuoce paradossalmente meno che a Bach: particolarmente centrato è il passaggio dalla fibrillazione del primo gruppo tematico alla dolcezza estatica del secondo tema. Certo, la Hewitt si gode quel Mi maggiore con lo stesso appagamento e la stessa letizia con cui godeva di Bach, senza forse chiedersi quanta Sehnsucht possa esserci nell’apparente felicità di quel tema, la cui tonalità ha non poche ambiguità (secondo Daniel Schubart, Mi maggiore è addirittura emblema di “voce sepolcrale”, come ben si vede in molti Lieder di Schubert). E se felicità in questo secondo tema c’è, è felicità ancora una volta più immaginata, sognata, rivolta a un futuro inafferrabile, che semplice soddisfazione nell’ora e adesso. Nello sviluppo e nella Coda del primo movimento la Hewitt vacilla un poco; l’Adagio molto è ricercato nelle sonorità, ma la pianista sembra quasi aver paura dei silenzi, accorciandone alcuni. Nel finale, finalmente, grazie all’esplicita indicazione beethoveniana, la Hewitt scopre che il pedale può essere usato con più generosità, e regala al pubblico una sonorità meravigliosamente soffice in tutta la parte iniziale (ah, se l’avesse fatto, anche solo qua e là, anche in Bach!). I problemi iniziano quando la scrittura si fa più fitta e virtuosistica: a infastidire non sono tanto le singole sbandate, normali per qualsiasi pianista, ma la tendenza della pianista ad adottare scorciatoie, per esempio accentando nei passi veloci solo le note in tempo forte e abbozzando le altre, spesso a detrimento del carattere impetuosamente vigoroso della scrittura beethoveniana. Già tempo fa, in un concerto milanese, la pianista affrontava il Concerto n. 1 di Brahms truccando un poco alcuni passaggi (i temibili tremoli, per esempio). Nei bis però regala al pubblico due Sonate di Scarlatti realizzate con gusto e divertimento. Sempre sorridente e pronta ad autografare cd per i suoi affezionati fan, la Hewitt mi pare oggi perfetta per chi vuole trovare nel concerto un momento di buonumore e di rassicurante serenità.

Luca Ciammarughi

 

 

Gen 162016
 

Spring For Music - Alan Gilbert conducts the New York Philharmonic, Carnegie Hall 5/5/14.

Ed eccomi ancora una volta a scrivere di ciò di cui sembrerebbe difficile, o a volte persino sbagliato, parlare: la musica. Qualsiasi musicista, o qualsiasi appassionato, sa bene che la musica attiene alla sfera dell’ineffabile: non può essere detta completamente a parole, sfugge a ogni definizione univoca, contiene sempre un quid (Jankélévitch lo chiamava je-ne-sais-quoi, non-so-che) che non si lascia afferrare.

Perché, allora, ci ostiniamo a parlarne? Che senso hanno i dibattiti, a volte addirittura i litigi o (horribile dictu) le guerre, intorno all’arte dei suoni? Forse è proprio l’inafferrabilità della musica a stimolare il confronto e lo scontro verbale: sappiamo in partenza che il viaggio in cui saremo condotti non ha un punto conclusivo. Il percorso, diceva Kavafis in Itaca, è più importante della mèta: parafrasandolo, potremmo dire che la musica ci “ha dato il bel viaggio” e senza di lei mai ci saremmo messi in cammino: cos’altro ci aspettiamo?

La musica è, in questo senso, un alter ego (e forse il più potente) del Desiderio, di quell’eros che è vita: e, sillogisticamente, potremmo dire che la musica è vita. Ma c’è qualcos’altro: ne parla Lawrence Kramer in un volumetto che da qualche anno porto regolarmente con me, Perché la musica classica? (pubblicato in Italia da EDT nel 2011). Si tratta del legame fra la musica – e in particolare quella musica che definiamo “classica” (torneremo un’altra volta su questo termine) – e l’esperienza del Sé interiore. La musica ci dà piacere, certo; a volte addirittura esaltazione. Oppure lenisce e consola. Ma non si limita affatto a questo. L’ascolto musicale, per come si è formato nell’Ottocento e Novecento, non ci porta soltanto a trarre conclusioni che riguardano la musica, il brano eseguito o l’interpretazione: esso ci conduce a sondare le verità fondamentali (benché assolutamente misteriose e sfuggenti) dell’esistenza soggettiva. In parole più semplici, percepiamo con una chiarezza assoluta, benché difficile da mettere nero su bianco, che la musica ha a che fare con la nostra vita. La musica è uno specchio della nostra identità, ci aiuta a capire chi siamo, stimola in noi un dialogo interiore: e l’identità, come la musica stessa, è naturalmente in continua trasformazione, in movimento come la musica stessa. È per questo che la musica mal sopporta i dogmi e le eccessive cristallizzazioni. Ed è anche per questo che sarebbe importante parlare di musiche, piuttosto che di un’unica monolitica Musica.

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Gen 192011
 

Il Presdiente Fini porta la sua solidarietà ai lavoratori del Teatro Lirico di CagliariCAGLIARI. Il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, si è recato sabato 15 gennaio a Cagliari, in visita ai lavoratori del Teatro Lirico, che da mesi protestano contro i tagli della finanziaria nazionale. Negli stessi locali del teatro, Fini ha tenuto una conferenza stampa. Riportiamo qui i dettagli contenuti in un post del Blog http://nonzittitelarte.blog.tiscali.it/, che è, per l’appunto, il blog dei lavoratori del Teatro lirico di Cagliari.

Il link diretto è questo: Il teatro accoglie Fini

Riportiamo qui un estratto dell’articolo citato:

“No alla privatizzazione della cultura ma un giusto mix fra pubblico e privato. E’ il pensiero del Presidente della Camera, Gianfranco Fini, che questo pomeriggio ha incontrato a Cagliari i lavoratori del teatro lirico del capoluogo che protestano per i tagli allo spettacolo sanciti dalla legge finanziaria nazionale. “La presenza pubblica – ha spiegato Fini – è comunque indispensabile ma deve essere definita”. Il presidente della Camera, parlando con i lavoratori ha sottolineato che “la politica deve interrogarsi sull’opportunità degli investimenti nei vari settori della cultura. Ogni forza politica – ha detto Fini – si assuma la responsabilità di individuare le priorità, tenendo presente che le risorse sono limitate”. “Per troppo tempo – ha ricordato Fini – si è ragionato in termini di nomine negli enti preposti a cultura e spettacoli e non poche volte si è sprecato denaro pubblico, per esempio per alcune produzioni cinematografiche”. Fini si è anche soffermato sul tema del federalismo e ha lanciato un monito sulla necessità di chiarezza per quanto riguarda responsabilità e competenze, sempre in campo culturale: “Bisogna chiedersi – ha spiegato – se la cultura sia di competenza dello Stato o delle Regioni”. Il presidente della Camera ha anche sottolineato il fatto che la cultura sia il biglietto da visita dell’Italia “che possiede la metà del patrimonio culturale del pianeta”, che la stessa abbia ripercussioni positive sull’occupazione, soprattutto specializzata. Per ciò che attiene il teatro cagliaritano, Fini ha escluso interventi ad ok ma ha parlato di “stanziamenti aggiuntivi” per il settore culturale in sede di discussione parlamentare dei provvedimenti sulla cultura.”

L’Unione Sarda dà poi notizia che Il Governo avrebbe confermato l’assegnazione di 500 mila euro per il Teatro lirico di Cagliari. Lo si è appreso durante un colloquio telefonico avvenuto tra il ministro Sandro Bondi, il presidente della Regione, Ugo Cappellacci, il sindaco di Cagliari, Emilio Floris, il senatore Mariano Delogu e il deputato Mauro Pili. Il ministro, informa una nota dell’ufficio stampa della Regione, ha assicurato che l’interesse del Governo per la Fondazione Teatro Lirico di Cagliari non sarà solo formale, ma troverà pieno riscontro negli atti che saranno posti in essere dall’esecutivo nazionale. Speriamo che l’impegno venga rispettato, ma si tratta di poca cosa rispetto alle necessità del Teatro.

Ed ecco alcuni video della visita del Presidente Fini:

Gen 042011
 

Il ritorno della rondineIl Blog di ClassicaViva riprende la sua costante attività di informazione per tutti gli appassionati di musica classica, ma anche dell’arte e della cultura in generale.

L’intento è quello di essere un appuntamento irrinunciabile per tutti coloro che vorranno essere tenuti al corrente delle novità, degli eventi, ma anche delle curiosità o di qualunque notizia sullo stato delle arti nel nostro paese.

ClassicaViva vorrebbe sopperire alle troppe mancanze che ultimamente hanno mortificato la cultura italiana, dimenticata e resa quasi in stato d’abbandono o svilita al punto d’averla oltremodo impoverita, rendendoci tutti un poco più poveri.

Per questo sarà gradita la partecipazione e l’apporto di tutti coloro che pensano che la cultura sia un patrimonio da promuovere e tutelare.

Pur comprendendo che non sarà un compito facile, ci impegneremo per svolgerlo al meglio possibile.

Ago 012009
 

La statua di Beethoven al Conservatorio S. Pietro a Majella a Napoli osserva pensosa...Ed ecco finalmente una buona notizia: come appare in bella vista sul sito del MIUR (http://www.miur.it/DefaultDesktop.aspx), finalmente arrivano in Commissione al Senato i disegni di legge 518, 539, 912, 1451, e 1693 in materia di Alta Formazione Artistica e Musicale (AFAM). La VII Commissione permanente, per la precisione, è quella che si occupa di Istruzione pubblica, beni culturali, ricerca scientifica, spettacolo e sport.

I lavori si sono svolti in una seduta del 28/07/2009, e riprenderanno a settembre. Speriamo in un iter veloce e in una sollecita approvazione da parte del Parlamento della nuova legge che scaturirà dal dibattito. Il tema infatti è importantissimo per tutti i Diplomati e gli studenti dei Conservatori, degli Istituti delle Belle Arti, dell’Accademia Nazionale di Danza… insomma per l’intero comparto AFAM. Si tratta infatti, tra le altre cose, di dare finalmente completo adempimento alla Legge di riforma dell’Alta Formazione Artistica e Musicale, la famosa 508, che attende da dieci anni di essere finalmente applicata.

La conseguenza più clamorosa ad oggi è stata quella della mancata equipollenza dei titoli di Diploma rilasciati dai Conservatori e dalle Accademie con i Diplomi di Laurea rilasciati dalle Università. Ne abbiamo molto parlato su questo blog in passato, qualche semplice ricerca nella nostra barra in alto a sinistra o nelle nostre categorie vi farà trovare ogni tipo di documentazione in merito. Con questi disegni di legge finalmente sembra che questa assurda situazione verrà finalmente sanata.

Pubblico, in articoli separati, tutti i Disegni di legge integralmente. Ma ecco qui direttamente il resoconto sommario (n. 122) della commissione del Senato, come fornito dal Maestro Domenico Piccichè (del Coordinamento nazionale per la riforma della formazione musicale e coreutica):

 IN SEDE REFERENTE

(518) ASCIUTTI. – Modifiche alla legge 21 dicembre 1999, n. 508, in materia di istituzioni di alta cultura
(539) PAPANIA. – Riordino delle norme in materia di formazione musicale e coreutica
(912) BUGNANO ed altri. – Modifiche alla legge 21 dicembre 1999, n. 508, recante riforma delle Accademie di belle arti, dell’Accademia nazionale di danza, dell’Accademia nazionale di arte drammatica, degli Istituti superiori per le industrie artistiche, dei Conservatori di musica e degli Istituti musicali pareggiati
(1451) ASCIUTTI ed altri. – Norme per la valorizzazione del sistema dell’alta formazione e specializzazione artistica e musicale
(1693) ASCIUTTI ed altri. – Valorizzazione del sistema dell’alta formazione e specializzazione artistica e musicale

(Esame congiunto e rinvio)Continua a leggere…
Lug 212009
 

l'On Luca BarbareschiIn occasione delle clamorose proteste per i tagli al FUS, e per capire meglio di cosa parli l’On. Barbareschi quando ieri ha dichiarato, durante la manifestazione nazionale davanti a Montecitorio, che “Ma è necessario che lo spettacolo sappia anche ripulire i propri bilanci, tagliare gli sprechi, assumere una diversa coscienza imprenditoriale… “, mi sembra molto utile riparlare qui della Legge Quadro sullo spettacolo dal vivo.

La “Proposta di Legge Quadro per il riordino complessivo di tutti gli ordinamenti dello spettacolo dal vivo” è stata presentata dagli Onorevoli Gabriella Carlucci e Luca Barbareschi il 29 aprile 2008.

Secondo quanto afferma l’On. Carlucci, (che, come è noto, come pure l’On. Barbareschi, è una protagonista molto nota nel mondo dello spettacolo – e la loro conoscenza diretta e concreta delle problematiche dello spettacolo, devo dire, si nota subito, ed è un’ottima cosa), la proposta verrà approvata dal Parlamento entro la fine dell’estate 2009.

Si tratta di una legge molto articolata, che affronta praticamente tutti i temi che interessano lo spettacolo dal vivo.
Poiché ho l’impressione che, tutto sommato, se ne sia parlato poco, mentre si tratta di un passaggio di importanza fondamentale per questo comparto dell’arte italiana (la cosa riguarda tutti, ma proprio tutti, artisti, editori, impresari, fondazioni), vi invito a documentarvi, leggendo il documento originale, reperibile su Internet, e qui sul nostro blog: http://www.classicaviva.com/blog/2008/06/19/leggiamo-la-proposta-di-legge-quadro-carluccibarbareschi-sullo-spettacolo-dal-vivo/.

In pratica, partendo dall’importante assunto del “prioritario interesse nazionale di una politica nazionale dallo spettacolo dal vivo”, considerando “lo spettacolo un’opportunità e una risorsa per l’economia, la coesione sociale e l’immagine del nostro paese, un valore aggiunto di una identità, di una storia e di una tradizione da valorizzare”, si propongono semplificazioni, sgravi e agevolazioni fiscali per tutti i comparti dello spettacolo dal vivo (tra cui – importantissimo! – la riduzione dell’IVA al 4% sui supporti e gli strumenti musicali), la promozione dei nuovi talenti, dell’insegnamento delle discipline artistiche, la sensibilizzazione e la promozione del pubblico, la tutela sociale degli operatori del settore… e molto altro.

L’unico punto che mi sembra opinabile (e preoccupante) è la richiesta – che sta venendo avanti in questo periodo – di inserimento della musica cosiddetta “popolare” tra le attività sostenute dal FUS (Fondo Unico per lo spettacolo); che ha già subito pesantissimi tagli, mettendo in crisi fondazioni Liriche e concertistiche e tutte le associazioni musicali che tentano di diffondere la musica “colta”. La coperta è già molto corta: se la tiriamo ancora… rischiamo di restare tutti al freddo!

Mar 042009
 

Lo spettacolo è finito...Come promesso, parliamo ora del nuovo articolo di Alessandro Baricco di oggi. “La Repubblica”, benemerita, l’ha pubblicato anche online. Dunque, eccovi il link: http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/spettacoli_e_cultura/spettacolo-baricco/baricco-risposta/baricco-risposta.html?rss

Già che ci siamo, vi linko anche l’articolo di Eugenio Scalfari del 27 febbraio, che evidentemente, tra gli altri, ha indotto Baricco a questa risposta: http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/spettacoli_e_cultura/spettacolo-baricco/scalfari-27feb/scalfari-27feb.html

Il mio commento? mmm… respiro lentamente prima di sbottare.

Scorazzando per i blog, mi sento di condividere e di sottoscrivere questo geniale e fulmineo aforisma, opera di un ignoto lettore, pubblicato qui: “La proposta di Baricco di dar più soldi a tv e scuola (come se i due “oggetti” avessero qualcosa in comune, a parte la distruzione, attiva e passiva: la prima distrugge i cervelli, la seconda è stata distrutta) è marziana. Però, e qui sta la congiunzione, la sua proposta è anche l’ultima vulgata, o l’ultimo canto del cigno del neoliberismo, che aveva riposto sul libero mercato, fuori di ogni controllo, tutta la sua visione del futuro. ”

Capito?  Ah, e poi, Baricco, guardi che io, ad esempio, la playstation non ce l’ho. E, francamente, il suo tono supponente, da piccolo padreterno con le chiappe al caldo,  sta diventando fastidioso, oltre che offensivo. Affermare che oggi si debbano trasferire i fondi pubblici dal Teatro e dalla musica al sostegno delle TV è una cosa che grida vendetta al cospetto della ragione, e non c’è altro da dire.

E lei, Baricco, è stato chiarissimo in questo, nel suo articolo. Abbiamo capito tutti benissimo quello che ha scritto: siamo un bel po’ stufi del discorso “io non ho detto così… sono stato frainteso… tutta colpa dei giornalisti….”

Per non dire, chiaro e forte, che non ne possiamo più…. MA BASTAAAAAA!!!!!!!!!!!

Feb 202009
 

ClassicaVivaCari amici del blog,

avrete sicuramente notato la mia misteriosa scomparsa… da quasi due mesi! Inaudito, e per di più, senza spiegazioni. Imperdonabile, lo so. Bene, eccomi tuttavia ricomparire e riprendere le pubblicazioni sul blog, spero, d’ora in poi, con la precedente consueta quotidianità.

Ho finalmente trovato il coraggio di rompere il silenzio, di chiedervi scusa per la mia assenza e di ricominciare.

Cosa mi è accaduto, dunque? Beh… crisi di stanchezza. Overworking. Troppe cose da fare, cui stare dietro. Rottura dell’hard disk del mio computer di produzione (ma non avevi il back up….?) Certo che ce l’avevo, ma avete idea di cosa voglia dire ripristinare un sistema complesso come il mio? Di quante centinaia di programmi da reinstallare, password da ritrovare, configurazioni, siti da riattivare stiamo parlando? Per non parlare di almeno 250 GB di dati (musica esclusa…) Lasciamo stare… Ho atteso per un mese un miracolo informatico che non si è poi verificato, ossia la rinascita del mio hard disk per mezzo di un trapianto di testine, da un hard disk identico, che ho dovuto ordinare addirittura negli Stati Uniti… ma, quando finalmente è arrivato, purtroppo si è rivelato un tentativo inutile. Così, pazienza, al lavoro, ripristino manuale di tutto il sistema… e morale nei tacchi.

Sì, è vero, avevo perso il coraggio, la spinta.  La sensazione era quella di lottare contro i mulini a vento, di scalare una montagna impervia dopo l’altra per ritrovarne sempre, ogni volta, un’altra davanti, ancora più alta, da scalare.

Da qui, un fermo, uno stop. Un ripensare, ripensarmi, per poter ripartire. Poi mi sono detta che non si ha il diritto di fermarsi e di arrendersi, mai. Il post precedente, sul Presidente Obama, parlava proprio di questo. Se credi davvero in qualcosa, anche se sembra impossibile, devi continuare a crederci, lottare per questo, sempre e comunque. Se non si era arreso lui, con tutti gli handicap di partenza che ha dovuto superare, perché mi arrendevo io?

Così ho attinto al pozzo del coraggio e ho ritrovato la forza di andare avanti, il gusto, l’aroma e il piacere del mio lavoro, il coraggio di scusarmi con voi per il mio lungo silenzio e di riprendere le pubblicazioni sul blog. So che mi capirete, e, spero, perdonerete. Nel frattempo, sono stati i lettori ad animare (eccome!) il blog, con bellissimi interventi. Giusto e bello, questo spazio è soprattutto vostro, è per voi che scrivo. Grazie. Davvero, grazie a tutti voi per la pazienza e per la collaborazione, l’intelligenza e la voglia di comunicare che avete espresso.

Quindi è per voi che continuo… ben ritrovati, cari lettori. Coraggio a tutti noi, e buona musica a tutti…

Ines

Ott 292008
 
Il chiostro del Conservatorio di Milano

Non vorrei mai dover scrivere articoli di questo genere, davvero. Mi piacerebbe pubblicare solo cose belle e positive per la musica, su questo blog. Parlare di arte e magia. Ma non si può. La cronaca (e la crisi) incalzano inesorabilmente.Eccomi, dunque,  pubblicare un documento che mi stringe letteralmente il cuore, e che non avrei mai voluto dover leggere. Consultate il sito istituzionale del Conservatorio per rimanere aggiornati su questa dolorosa situazione: http://www.consmilano.it/.

Che dire?  Stiamo distruggendo una delle cose più belle e preziose del nostro paese: la musica. La nostra tradizione. La scuola della musica, la fucina dei talenti. Ricordo solo qualche nome, a caso, tra quelli di centinaia e centinaia di musicisti famosi, che tutto il mondo ci invidia, formati tra le mura di questo Conservatorio, il più grande e il più famoso tra i Conservatori italiani: Puccini, Mascagni, Ponchielli… Riccardo Muti, Maurizio Pollini, Claudio e Marcello Abbado, Luciano e Riccardo Chailly, Daniele Gatti… c’è davvero bisogno di continuare? Si vuole davvero far sì che del magnifico Conservatorio di Milano resti solo il ricordo, un dorato e doloroso ricordo dello splendore che fu?

Ministero dell’Università e della Ricerca Alta Formazione Artistica Musicale e Coreutica CONSERVATORIO DI MUSICA “Giuseppe Verdi” di MILANO Via Conservatorio, 12 – 20122 Milano – tel. 02-7621101- fax 02-76014814 MOZIONE DEL CONSIGLIO ACCADEMICO Seduta del 23 ottobre 2008 Il Consiglio Accademico del Conservatorio di Milano, preso atto del taglio del 40% dei finanziamenti ministeriali che va ad aggiungersi alla mancata attuazione dell’articolo 5 della Legge 508/99 e successive modifiche ed integrazioni con la conseguente pluriennale mancata attribuzione di finanziamenti per la gestione ordinaria dell’immobile, SEGNALA con viva preoccupazione l’attuale grave situazione di crisi finanziaria, crisi tale da mettere in serio dubbio il corretto funzionamento di tutta l’offerta formativa e didattica. Si sottolinea che già da tempo tagli e inadempienze hanno costretto questo Conservatorio ad aumentare le rette a carico degli studenti e ad utilizzare, per le spese vive di gestione (bollette, etc.) fondi in realtà destinati alla didattica, ivi compresi quelli provenienti dalle rette stesse. IL DIRETTORE Bruno Zanolini
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