Mag 112017
 

Dopo il folgorante concerto schumanniano dello scorso autunno, alla Sagra Malatestiana di Rimini, torno ad ascoltare Alexander Lonquich, uno dei pianisti del nostro tempo che più amo, nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano, per Serate Musicali. Anche questa volta l’impaginato prevede Schumann, con i Davidsbundlertänze op. 6, preceduto nella prima parte dalle Bagatelle op. 126 di Beethoven e dalla Sonata D 958 di Schubert. La successione Beethoven-Schubert-Schumann delinea un percorso storico ed estetico che Lonquich ha illuminato in maniera esemplare. Al di là dell’ineccepibilità culturale, però, il pianista di Treviri mostra una personalità che si afferma paradossalmente per sottrazione di tutti quei manierismi che spesso vengono usati per creare ciò che chiamiamo “temperamento” dell’interprete. Qual è stato il mio primo pensiero, alla fine del concerto? Che Lonquich è l’anti-ruffiano per eccellenza. Da Beethoven a Schumann, una costante è il ripudio dei rallentando enfatici, del pathos creato artificialmente, della strizzata d’occhio al pubblico. Non è purezza snobistica o ascetica austerità: perché Lonquich di libertà se ne prende eccome, ma laddove non te le aspetti o quando la libertà non è comoda o funzionale ad accattivarsi furbescamente l’ascoltatore. La libertà ha per lui sempre un valore musicale e diventa quindi necessità: non la troveremo in corrispondenza di un salto pericoloso e nemmeno nell’enfatizzazione di un climax. La incontreremo spesso nei silenzi, nel modo imprevedibile di passare da un’armonia all’altra o di concatenare le varie parti di un polittico.

Lonquich ha illuminato il senso delle Bagatelle op. 126 di Beethoven come ciclo in cui, nonostante le evidenti fratture fra un brano e l’altro, tutto è interconnesso. Ai microfraseggi ricercatissimi, con un pedale estremamente parco per non mettere mai a rischio la percezione di ogni singola voce, faceva fronte una visione d’insieme fortemente umoristica: ma nel senso tedesco di Humor, concepito come rovesciamento del Sublime. Le pagine capricciose e bizzarre erano quindi volutamente prive di ammorbidimenti, facendo emergere per contrasto i momenti lirici. Il lirismo, a sua volta, come accadeva nella Quinta Bagatella, non diveniva mai intenerimento troppo umano, ma sembrava proiettarsi piuttosto in un Altrove, quello che Beethoven evoca ad esempio anche in pagine apparentemente sentimentali come An die ferne Geliebte (chte ich sein!).

Le ultime Sonate di Schubert potrebbero sembrare, per la loro struttura sostanzialmente classica, quadri epico-lirici più tradizionalisti rispetto alle ultime Sonate di Beethoven. Lonquich, giustamente, non sembra pensarla così. Lo si capisce anche solo ascoltando le prime due pagine della Sonata D 958: tutta la prima area tematica viene eseguita in un’unica arcata, con urgenza, ma dopo una significativa pausa il secondo tema, sospeso in un tempo-non tempo, sembra provenire da un mondo a parte, come accadrà spesso nelle Sinfonie di Mahler. Più che in Beethoven, la coerenza e l’unità vengono volutamente messe in discussione. Già Brendel aveva parlato, negli anni settanta, della natura sonnambolica della musica di Schubert. Lonquich la mette in atto completamente, evidenziando, in questo sonnambulismo, non solo la dolcezza onirica ma anche gli spigoli e gli incubi. Il fatto stupefacente è che, pur facendo emergere il carattere avveniristico di questa musica, il pianista riesce a conservarne la verosimiglianza storica sul moderno Steinway: penso alla calibratura del forte iniziale, che non dev’esssere certo un forte alla Bartók o alla Prokof’ev, nonostante il titanismo che lo pervade; o al pianissimissimo prima della ripresa, etereo e smaterializzato.

Aver paura di annoiare in Schubert significa quasi sicuramente annoiare l’ascoltatore. Lonquich non ha paura di annoiare, e suona l’Adagio veramente Adagio, come dev’essere: è questa un’indicazione piuttosto rara in Schubert, che solitamente nel secondo movimento predilige il fluire di un Andante, di un Andante con moto, di un Andantino, di un Andantino quasi Allegretto. E, come nelle Bagatelle, questa pagina immota ci proietta di nuovo in un Altrove che, presentandosi sotto le sembianze di un’ideale Heimat, si rivela in realtà più inquietante di quanto non appaia (un po’ come il tiglio del Viaggio d’inverno). Quest’ambiguità prosegue nel Menuetto, pagina enigmatica che di danzante ha ben poco: ancora una volta, eseguirla in maniera sbrigativa o giuliva sarebbe un peccato. Lonquich soppesa invece ogni singolo passo, come un esploratore di fronte all’ignoto (memorabile il silenzio prima del Trio). È solo nel finale che la verità si rivela appieno, ma è il leopardiano “orrido vero”, non una prospettiva illuministicamente progressista: siamo chiaramente di fronte a una Tarantella di morte, simile a quella che chiude il Quartetto “Der Tod und das Mädchen”. Tutto ciò è noto, ma come interpretare di fatto questo finale? In fondo è un Allegro, non un Presto, e darne una lettura vitalistica (che si confarrebbe più a quell’altra specie di Tarantella che è il finale della Sonata a Kreutzer di Beethoven) sarebbe forse errato. Lonquich stacca un tempo molto scorrevole, ma meno scorrevole di quanto potrebbe permettersi: sa bene che il segreto di questo movimento sta nella sua ineluttabilità, non nella velocità. Ciò gli permette anche di dominare quei tremendi passi con accordi staccati che salgono verso l’acuto, dove persino Richter, osando l’inosabile, vacilla. Si potrebbe pensare che in alcuni momenti la tragicità disperata potrebbe essere ancora maggiore per intensità emotiva. Ma quel minimo di distanza che il pianista conserva sembra farsi specchio di una rappresentazione sardonica, quasi come a far apparire un Totentanz medievale con il ghigno di Sua Nera Maestà a cavallo.

I Davidsbündlertänze, come le ultime Sonate di Schubert, fanno parte del repertorio di Lonquich da molti anni. Come per le Sonate, però, Lonquich rimette ogni volta in discussione la propria interpretazione. La matrice squisitamente mitteleuropea è inequivocabilmente nel dna del pianista, ma negli anni Lonquich sembra essersi voluto smarcare da un’etichetta limitativa (quella del pianista di area austro-tedesca, specialista di Mozart e Schubert). E bene ha fatto, perché nel suo Schumann odierno rientra tutta la musica che ha suonato in questi anni: è uno Schumann tutt’altro che teutonico, è un maestro dei “gusti riuniti”, in cui a volte sentiamo perfino echi dai salons parigini (Lonquich è del resto capace di un jeu perlé che non fa rimpiangere quello di leggendari pianisti francesi d’antan). Altri interpreti eseguono gli episodi florestaniani “selvaggi” con maggiore veemenza, ma non bisogna dimenticare che le Danze dei Fratelli della Lega di Davide sono pur sempre pagine giovanili, in cui la vertigine raramente si fa cieca furia. Domina ancora l’incanto: quello del valzerino conclusivo, che è una fine ma anche un nuovo inizio, con qualcosa di fanciullesco, quasi un’insicurezza ma anche la felicità di questa insicurezza.

Lonquich saluta il pubblico, che lo applaude rapito, con il movimento lento di una Sonata di Gideon Klein scritta nel campo di concentramento di Terezin. Vera e propria immersione in un abisso terribilmente reale, prima di accompagnarci di nuovo Altrove con lo stellare stillicidio del primo dei Fantasiestücke op. 12 di Schumann, Des Abends.

Luca Ciammarughi

Mar 072017
 

«L’essere emotivi si addice solo alle donne, nell’uomo la musica deve suscitare il fuoco dello spirito, non mi attendevo questo da voi…da voi non lo sopporterò mai…Se voi non mi riconoscete, se non mi stimate vostro eguale, chi allora lo potrà?»: così Beethoven aveva redarguito Goethe, colpevole di essersi commosso ascoltandolo suonare. È noto che il compositore, stando a quanto racconta Czerny, si mostrava insofferente, quasi irritato, di fronte a ogni manifestazione di sentimentalismo. Eppure, l’aneddotica rischia di portarci fuori strada: sappiamo benissimo che Beethoven non è soltanto il volitivo e corrucciato titano che ci è stato trasmesso da certa statuaria e iconografia; non è soltanto il possente compositore dell’incipit della Quinta Sinfonia, ma anche quello di moltissime pagine affettuose e delicatissime. 

«La personalità di Beethoven era rozza, energica, impressionabile, eccessivamente reattiva, disinibita e grossolana. […] Ma espressa attraverso questa personalità vi era una mente potente, una straordinaria immaginazione e una sensibilità elevatissima e delicata»: così scrive Barford, e quasi ci fa venire in mente che, in fondo, l’apparente “rozzezza” beethoveniana non fosse altro che un modo per esorcizzare la sua parte indifesa, fragile, delicata (“l’essere emotivi si addice alle donne”: eppure quanta ‘femminilità’, in senso metaforico, potremmo trovare fra le note di Beethoven!).

A tutto ciò ho pensato ieri sera durante il concerto della Filarmonica della Scala diretta da Riccardo Chailly, presso il Teatro alla Scala di Milano: in programma,  il Concerto n. 5 “Imperatore”, con Maurizio Pollini solista al pianoforte, e la Settima Sinfonia. Complici delle mie riflessioni sono state le illuminanti note di sala di Quirino Principe:

«Banale misconoscimento è il credere in un Beethoven sempre accigliato e aggrondato, se non addirittura cupo e minaccioso, come ha voluto una foltissima pseudo-ritrattistica. Basta percorrere ad occhi aperti il catalogo del corpus beethoveniano, e lampeggia subito un colore, quello dello scherzo, e soprattutto delle piccole graziose e commoventi provocazioni con cui il compositore intende prendersi gioco del suo pubblico».

Questi tratti extravaganti, estranei all’immagine monolitica che abbiamo di Beethoven, mi sono un po’ mancati, ieri sera. Se è vero che, adottando i metronomi originali, Chailly impedisce ad esempio che l’Allegretto della Settima divenga una pesante ed enfatica marcia funebre (pur sempre di Allegretto si tratta, giustamente), mi è parso anche che al dinamismo e all’energia del direttore milanese non corrispondesse sempre la varietà degli atteggiamenti emotivi: qualche volta vorrei che Chailly, in Beethoven, lasciasse un po’ da parte la serietà volitiva di chi ha tutto sotto controllo, per abbandonarsi un po’ di più al gioco, alla tenerezza, all’arguzia (in questo momento mi vengono in mente Bernstein e Prêtre). E se pensiamo al Witz (il motto umoristico, la gag, l’arguzia) che irrora di sé la Settima, come ancora suggerisce Principe, possiamo dare un nuovo senso alla definizione wagneriana di “apoteosi della danza”: una danza dello spirito, evidentemente, più che del corpo.

Vista dal punto di vista dell’anti-sentimentalismo beethoveniano, l’interpretazione di Chailly e Pollini è certo perfetta: ed è anche, lasciatemelo dire, un emblema di milanesità nel suo carattere sobrio e sostanziale, solidissimo eppur intenso, senza sbracamento alcuno. Il primo e il terzo movimento dell’Imperatore procedono con una compattezza e una chiarezza discorsiva esemplari, l’Adagio un poco mosso rifugge i rubati eccessivi e le sonorità dolciastre per farsi filosofica contemplazione di un mondo ideale, in cui certo la tenerezza non manca, ma è espressa con riserbo e pudore.

Sul piano tecnico, abbiamo trovato un’orchestra in grande spolvero (salvo qualche piccola distrazione: penso ad esempio alla nota finale del primo movimento del Concerto, tenuta troppo lunga da alcuni fiati): una Filarmonica davvero coinvolta in una musica che non smetterà mai di entusiasmare (osservavo, fra gli altri, la passione del primo contrabbasso, Francesco Siragusa). Confortato anche dalla saldezza di Chailly, Maurizio Pollini ha suonato con serenità, rivelando un pianismo ancora più che sano all’età di settantacinque anni: l’agilità delle scale può far invidia a molti giovani e la profondità di approccio alla tastiera, con una partecipazione armoniosa di tutta la muscolatura corporea, gli permette di riempire di suono l’intero Teatro. Qualche volta desidereremmo che gli ‘ubi consistam‘ lasciassero il posto a qualche volo onirico e a qualche evanescenza in più, come ad esempio in questo passaggio nella dinamica piano (con pedale) del primo movimento:

Ma è anche vero che non si può chiedere a Pollini di essere ciò che non è, come non lo si poteva chiedere a un Backhaus. La sua grandezza è tutta nella sua coerenza, la stessa coerenza che lo spinge a non indietreggiare rispetto agli stacchi di tempo della gioventù, prendendosi dei rischi e affrontandoli da grand’uomo qual è.

Luca Ciammarughi

(Foto di Silvia Lelli)

 

 

Gen 162017
 

È mezzanotte a Milano e due ore fa Maurizio Pollini ha terminato il suo recital solistico al Teatro alla Scala. Una serie di forti emozioni contrastanti mi pervadono e mi fanno pensare che Pollini riesce sempre e comunque a scuotere il pubblico. Perché? Per il suo estremo idealismo. Anche con un corpo e dei riflessi che non sono più quelli della gioventù, egli non rinuncia mai a inseguire l’Idea: piuttosto rischia, sporca, perde per qualche attimo la trebisonda (ma senza mai uscire davvero di strada), ma rimane fedele al suo pensiero musicale. È vero, ci sono stati pianisti che alla sua età (75 anni) erano più puliti e più sereni nell’incedere: ma spesso adottavano una sorta di prudenza, ad esempio nello stacco dei tempi. Pollini invece non ha nulla del vecchio saggio che racconta con serena nostalgia gli splendori del passato: al contrario, è inquieto, percorso quasi dall’ansia di vivere ancora e sempre di nuovo, come se fosse la prima volta, l’hic et nunc, con la stessa urgenza e quasi la fame di vita della gioventù. E anche per questo, certamente, sbaglia più di altri: il suo idealismo non ha freni inibitori, è assolutamente sordo a ogni forma di contraccezione musicale, quale può essere ad esempio un rallentando strategico in un punto pericoloso. Magari sbaglia, ma lo fa sempre con autentico pathos.

Pollini à rebours: ‘controcorrente’ non soltanto nel disinteressarsi di ogni forma di levigata (e spesso soporifera) correttezza, ma anche nella scelta del percorso, letteralmente a ritroso, da Schönberg a Beethoven. In un’intervista lessi che Pollini considerava Schönberg come un’estrema propaggine del romanticismo. Ma che tipo di romanticismo? L’op. 11, stasera, non aveva nulla di sentimentale: asciutta, petrosa, ossessivamente cupa nel secondo brano. Per Pollini, il romanticismo è chiaramente un movimento radicale, filosofico ancor prima che estetico, privo di quegli imbellettamenti melensi che usualmente si associano alla parola “romantico”. Lo zart del primo numero dell’op. 19 non ha nulla a che vedere, per il pianista milanese, con una dolcezza edonistica: è piuttosto un’indicazione di sonorità. Se lo Schönberg di Pollini, da un lato, conserva l’attitudine idealistica dei filosofi romantici, dall’altro è pienamente novecentesco nell’esprimere una nuova estetica del frammento, soprattutto nell’op. 19, i cui mille timbri (in pochi minuti) sono resi dal pianista milanese in modo incomparabile.

La Sonata “Pathétique” op. 13 di Beethoven è stata per Pollini il cimento più arduo della serata. Eppure, teoricamente sarebbe ben più semplice dell’Appassionata. Ma la Pathétique è Sonata ancora giovanile: Beethoven non ha fatto ancora la svolta che lo condurrà, a partire dalle Sonate dell’op. 31, a quella radicalità dionisiaca, o addirittura demoniaca, che finì per terrorizzare molti dei suoi contemporanei, Goethe compreso. Nella Pathétique, lo slancio rivoluzionario è ancora quello di un giovane virtuoso di belle speranze: non è ancora la disperazione visionaria del compositore sopravvissuto al Testamento di Heiligenstadt, ossia a se stesso. Pollini non ha più l’età per affrontare la Patetica con la brillante nitidezza del giovane virtuoso: la definizione delle agilità viene meno, il pedale abbonda, una certa rigidità muscolare impedisce la felina plasticità che ci aspetteremmo soprattutto nei movimenti esterni. Gli sbandamenti ci sono, eccome. C’è la preoccupazione. Ma c’è anche un impeto a cui il pianista non intende rinunciare.

Nell’intervallo intravedo nel foyer la poetessa Patrizia Valduga. Ricordo una sua frase, che cito a memoria, magari non proprio letteralmente: “a Milano so che posso passare sotto le finestre di Maurizio Pollini e sospirare quanto mi pare”. La prendo come un buon presagio per la seconda parte, dopo che la Pathétique mi aveva lasciato un po’ di amarezza, quasi l’impressione di un ‘vorrei ma non posso più’. E in effetti, con l’op. 78 la musica cambia. Nell’incipit c’è qualcosa di meravigliosamente fragile e indifeso, quasi schubertiano. Quando iniziano le agilità, ci accorgiamo anche che Pollini si è scaldato, e che le sue mani sono pur sempre quelle di uno dei più grandi virtuosi del secondo Novecento. Ma questo ha poca importanza. Ciò che conta è quanto egli sia oggi, forse ancor più che in passato, immerso nella musica: quando lo sentiamo cantare nel naso e mugugnare, ci rendiamo conto di quanto egli si lasci abitare dal suono. Non c’è un puro controllo dall’esterno: è un pianista tutt’altro che freddo. Oggi più che mai. L’op. 78 scorre tutta d’un fiato, in una temperie Sturm und Drang, senza le inibizioni che spesso ha chi si osserva suonare: Pollini ci è dentro fino al collo.

Nell’Appassionata op. 57, il pathos già emerso con la Sonata precedente aumenta. L’inizio è rivelatorio, con l’accentuazione del contrasto fra l’umbratile e quasi nebuloso motivo principale e i trilli elettrici, come scosse improvvise. Tutto il primo movimento è pieno di contrasti estremi, che però non si traducono mai in cambiamenti di tempo: la direzione è inesorabile, costi quel che costi, e nemmeno nel secondo tema c’è un vero e proprio addolcimento o riposo. Il secondo movimento è davvero “con moto”, come raramente lo si sente: solitamente, suona come un intermezzo placido fra due movimenti rivoluzionari. Con Pollini, una sottile tensione permane: e così, nelle variazioni, gli accompagnamenti, i bassi albertini, non hanno nulla di restaurazionistico, ma sono vestigia del passato utilizzate per volare verso l’ignoto. E l’ignoto è, giustamente, il finale: immer zu (sempre avanti!), sembra dirci Pollini. Viene in mente Rastlose Liebe di Schubert. In quel Lied, il viandante procede imperterrito, nonostante pioggia vento e neve, nella sua lotta per andare avanti. E nella lotta c’è il segreto della vita stessa. Per la pax aeterna c’è tempo. Pollini, nel finale dell’Appassionata, è commovente nell’incarnare questo fondamentale principio dei romantici. Piuttosto rischia di mandare tutto a carte quarantotto, ma non rinuncia alla sua idea potente di questo finale, che è una vera e propria corsa all’abisso.

Due brevi Bagatelle, sempre di Beethoven, meravigliosamente offerte come bis, sembrano quasi chiudere circolarmente il programma, richiamando le più aforistiche pagine schönberghiane. 

Luca Ciammarughi

Gen 082017
 

Questo pomeriggio, al bellissimo LAC di Lugano, si è tenuto uno dei due concerti che hanno segnato il ritorno all’attività dell’Orchestra Mozart nel suo organico completo (l’altro era a Bologna, il 6 gennaio). La compagine fondata da Claudio Abbado, e da lui diretta per dieci anni, aveva sospeso nel 2014 la sua attività. Questa ripresa ha un valore storico: per la prima volta, che io sappia, un’orchestra torna in vita dopo tre anni di morte confermata, e lo fa in modo economicamente indipendente, sostenuta direttamente dai cittadini e dagli artisti.

La “Mozart”, nei primi anni di vita, aveva affrontato con Abbado moltissimi lavori del genio salisburghese di cui porta il nome: spesso in maniera nuova per un’orchestra sinfonica, approfondendo la prassi storicamente informata, alleggerendo certe pesantezze di tradizione e lavorando sulla varietà dell’articolazione (anche grazie alla collaborazione con musicisti come Giuliano Carmignola, con cui ha inciso tutti i Concerti per violino di Mozart). Col tempo, però, il repertorio si era andato ampliando, estendendosi ben oltre il Settecento: si pensi alla Sinfonia n. 2 di Schumann, in cui Abbado, proprio alla guida di quest’orchestra, aveva attuato un processo di affinamento e ricerca inesausta. Parlando con i musicisti dell’orchestra, mi sono reso conto che la ricerca di Abbado non era mai volta alla definizione di un dogma stilistico: era anzi basata proprio sull’assenza di dogmi. Ogni serata era diversa. E a distanza di uno, due, cinque, dieci anni, una Sinfonia interpretata precedentemente poteva mutare radicalmente, come se “interpretare” significasse innanzitutto “mettersi in discussione”, non dare mai nulla per definitivo. In questo senso, il lavoro di Abbado poteva essere quasi maniacale: non, però, nel senso di un perfezionismo sterile, ma nel cercare di comprendere a fondo, e sempre di nuovo, le ragioni di una partitura.

Bernard Haitink, che ha diretto i due concerti della rentrée, è perfetto per traghettare la Mozart verso nuovi lidi e una nuova vita, che auspichiamo lunga e felice. Pensiamo al suo Beethoven con la Chamber Orchestra of Europe, spogliato di molte pesantezze e privo di toni troppo enfatici, in maniera simile a quanto fatto da Abbado con la Mozart. E, soprattutto, Haitink possiede una serenità e una calma interiore che gli permettono di lavorare con un’orchestra come la Mozart senza snaturarne le caratteristiche: l’impressione era quella di un organismo che ‘suonasse da sé’, semplicemente accompagnato magistralmente e affettuosamente nel suo percorso dal gesto chiaro ed essenziale del direttore. Così è avvenuto nell’Ouverture da Egmont op. 84 di Beethoven, in cui la Mozart ha dato prova di un mix irresistibile di slancio e precisione, ricchezza sonora e nitidezza, leggibilità delle linee interne e compattezza dell’insieme. I musicisti di questa orchestra sembrano davvero aver trovato la pietra filosofale: sono tutti solisti (senza un minimo accenno di svogliatezza, dal primo all’ultimo leggio), ma al contempo sono perfettamente fusi in un tutt’uno. La visione di Haitink, solenne e nobile, era lontana da qualsiasi ricerca di originalità forzata: sostanzialmente nel solco della tradizione (cosa che non è, di per sé, un difetto), colpiva soprattutto per la capacità di creare climax progressivi e per l’ampiezza dello spettro dinamico.

Haitink ha una confidenza pluridecennale con il Concerto per violino op. 61 di Beethoven: ricordiamo, a livello discografico, le due incisioni degli anni ’70 con l’Orchestra del Concertgebouw di Amsterdam (entrambe splendide, con i solisti Hermann Krebbers e Henryk Szeryng) e quella più recente, all’inizio del nuovo millennio, con Frank Peter Zimmermann e la Staatskapelle Dresden. Già ascoltando queste incisioni, ci si rende conto di qualche cambiamento nella visione complessiva: l’incisione con Zimmermann è sensibilmente più agile di quelle con Krebbers e Szeryng (a partire dal primo movimento, pensato quasi in due). L’immagine monolitica del Beethoven eroico cede il posto a una maggiore fluidità. Eppure, Haitink conserva sempre una propensione alla rotondità del suono, un profondo amore per il legato, senza eccessi di omogeneità: al punto che riesce a trascinare in questa sua ampia morbidezza anche un violinista di adamantina brillantezza come Zimmermann. A Lugano, come a Bologna, la solista è stata Isabelle Faust: scelta non casuale, dato il suo profondo rapporto artistico con Abbado. Haitink e Faust hanno trovato un accordo molto convincente, eppure qualche divergenza di sensibilità filtrava: la violinista, piuttosto intransigente nel suo vibrato parco, nell’assenza di qualsiasi accentuazione sentimentale, in un’asciuttezza che in qualche passaggio rischiava perfino di lasciarci a pane ed acqua (un pane e un’acqua di una qualità straordinaria, sia chiaro), appariva un poco algida rispetto alle meravigliose sonorità che l’orchestra le porgeva. Faust, nella sua perfezione sonora, è a un passo dall’apollineo, ma sembra mancarle uno scalino: quello della liquidità estatica, dello stato di grazia disarmato e disarmante. Più facile a dirsi che a farsi: e infatti io penso che questo Concerto, che tecnicamente non appare certo insormontabile, sia in realtà il più difficile del repertorio violinistico (a partire dalla prima frase, quasi utopistica, a meno che non si pensi a Christian Ferras). Faust ha al contempo eleganza e grinta: ma le sue ricercatezze sembrano a volte più basate sulla sensazione che sul sentimento. Filosoficamente, diremmo: più Hume che Schelling. Perciò, mi sembra interprete più settecentesca che ottocentesca. Mentre Haitink, con disarmante semplicità, fa respirare l’orchestra, concentrandosi più sul sentimento generale che sul singolo effetto. Ho l’impressione che la scelta di tempo del Larghetto, piuttosto mosso, sia legata a una volontà della violinista: l’idea è quella di un Beethoven anti-sacerdotale, il cui discorso fluisce con naturalezza. Eppure, riascoltando le passate incisioni di Haitink, ma anche altre interpretazioni, sono convinto che questo Larghetto debba essere davvero tale, ovvero un po’ più mosso di un Largo ma anche più calmo di un Adagio: per quanto si voglia togliere ogni stantio alone mistico, senza un certo senso di sublime stasi metafisica queste pagine rischiano di scorrere fin troppo facilmente (mi sovvengono le parole di Sinopoli che, in una prova con l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, sussurrava alla spalla: “Peppino, in otto”). Assai diverso il discorso per il terzo movimento: Isabelle Faust dà qui il meglio di sé, perché dall’apollineo si ritorna a una danza più umana, a cui la violinista dà il giusto carattere campestre senza però mai scadere nel volgare (cosa assai difficile, come lo è nel rustico finale del Concerto n. 2 per pianoforte). Nel Rondo, la solista e l’orchestra mostrano una possanza e al contempo una plasticità più uniche che rare: la musica vola, senza però dare mai l’impressione di fretta o superficialità. La violinista sottolinea con gusto gli aspetti giocosi e umoristici della partitura, che poi si proiettano nel godibile bis settecentesco (non a caso) di carattere folk: l’Amusement di Louis-Gabriel Guillemain.

Nella seconda parte, con la Sinfonia n. 3 “Renana” di Schumann, la Mozart ha confermato di essere fra le poche orchestre, oggi, ad attuare una sorta di impossibile quadratura del cerchio: passionalità e precisione estrema non si escludono a vicenda. Tutte le sezioni sono ai massimi livelli di nitore e perfezione sonora: eppure ciò non dà luogo a un’esecuzione di standardizzata esattezza. Sentiamo il pathos, il coinvolgimento vero. Haitink offre una lettura che, ancora una volta, concilia dinamismo (senza eccessi) e nobile solennità. Il primo movimento (Lebhaft) è affrontato con slancio ma anche con una certa duttilità agogica (più calmi i temi espressivi). Nello Scherzo la linea melodica prevale sull’ossessione ritmica: gli accenni alla Trivialmusik non sono mai, con Haitink, eccessivi. Ma, dopo la dolcezza del Nicht Schnell, ci aspetteremmo maggiore tensione e turbamento nel Feierlich: in questo caso, la serena signorilità di Haitink sembra impedirgli di esprimere quel lacerante inappagamento che è in fondo la Sehnsucht portata alle sue estreme conseguenze. Ritroviamo la centratura nel Lebhaft finale. Lungi dall’essere folle, quello del direttore di Amsterdam è uno Schumann che sembra ricercare anzi nella musica il baluardo contro la disgregazione psichica.

Al di là delle sottigliezze, non possiamo infine che sottolineare le mirabilia di questo concerto: una è incarnata da Haitink, che a quasi 88 anni è oggi il depositario di una sapienza impressionante. E pensare che, con umiltà rarissima, raccontò di essere convinto che la sua carriera non sarebbe stata la stessa  senza l’esclusione dei suoi compagni ebrei, che dovettero lasciare uno dopo l’altro il Conservatorio, durante l’occupazione nazista di Amsterdam, quand’era adolescente. “Perché io? Se si comincia a farsi questa domanda, la questione può farsi spaventosa”. Eppure, la domanda (Perché io?) sembra già contenere la risposta: la sensibilità e e l’autocritica sono prerogative essenziali per un artista. L’altra meraviglia è l’Orchestra Mozart: abbiamo in Italia un’orchestra che è più unica che rara. Facciamola vivere, a ogni costo.

Luca Ciammarughi

Ott 182016
 

Un evento straordinario, più unico che raro, molti grandi della grande musica ci si sono cimentati e questa sarà la volta del pianista Riccardo Schwartz che il 22 Ottobre aprirà il suo ciclo delle
32 Sonate per pianoforte di Beethoven. 
L’integrale si suddividerà in 8 concerti che si terranno nella stagione musicale 2016-17 con cadenza mensile per l’Associazione “Musica Aperta” alla Sala Convegni dei Musei
Provinciali di Gorizia e al Nuovo Teatro Ariberto di Milano.

Di seguito il calendario dei concerti:

Recital n.1

22, 27 ottobre 2016
Sonata op.2 n.1 – Sonata op.10 n.3
Sonata op.27 n.1 – Sonata op.109

Recital n.2

19, 24 novembre 2016
Sonata op. 31 n. 1 – Sonata op. 27 n. 2
Sonata op. 54 – Sonata op. 110

Recital n.3

17, 22 dicembre 2016
Sonata op. 10 n. 1 – Sonata op. 22
Sonata op. 49 n. 1 – Sonata op. 111

Recital n.4

21, 25 gennaio 2017
Sonata op. 10 n. 2 – Sonata op.2 n. 2
Sonata op. 78 – Sonata op. 53

Recital n.5

18, 23 febbraio 2017
Sonata op. 13 – Sonata op. 26
Sonata op. 79 – Sonata op. 57

Recital n.6

25, 30 marzo 2017
Sonata op. 90 – Sonata op. 31 n. 2
Sonata op. 2 n. 3 – sonata op. 81a

Recital n.7

22, 27 aprile 2017
Sonata op. 14 n. 1 – sonata op. 28
Sonata op. 49 n. 2 – Sonata op. 106

Recital n.8

20, 25 maggio 2017
Sonata op. 14 n. 2 – Sonata op. 7
Sonata op. 31 n. 3 – Sonata op. 101

 

 
Riccardo Schwartz è nato a Milano nel 1986. Ha studiato presso il Conservatorio di Milano con Riccardo Risaliti, Leonardo Leonardi e Annibale Rebaudengo. Si è diplomato con la menzione d’onore. Ha studiato presso l’Accademia Pianistica di Imola, dove ha conseguito il diploma. Ha seguito le lezioni di importanti pianisti quali Joaquin Soriano, Boris Petrushansky, Paul Badura-Skoda e Louis Lortie. Riccardo Schwartz ha suonato come solista con importanti direttori, tra i quali Gustav Kuhn e Yuri Temirkanov. Ha tenuto recital e concerti per pianoforte e orchestra in sale prestigiose quali la Sala Verdi di Milano, il Konzerthaus di Bolzano, il Tiroler Festspiele Erl, il Teatro La Fenice di Venezia, il Teatro Regio di Parma, la Salle Gaveau di Parigi. Invitato da Gustav Kuhn, è membro dell’Accademia di Montegral.
 
 
Ago 092016
 

Estate, tempo di letture, riletture, ma soprattutto di riflessioni. Nelle altre stagioni, spesso, ci si getta a capofitto nel lavoro, ma è d’estate (almeno, per me) che si ha più tempo per domandarsi il senso di ciò che si fa. Per il musicista classico che si rifiuti di cadere nella routine, le domande sono spesso inquietanti e imbarazzanti: perché eseguire ancora un repertorio che tutti i più grandi hanno eseguito? Quale messaggio, se non nuovo, perlomeno autentico, comunicare? Come viene percepito dagli ascoltatori questo messaggio? E altre ancora.

Ho riletto in questi giorni la bella biografia che Maynard Solomon scrisse nel 1977 su Beethoven. Solomon è un musicologo sui generis, una figura che mi ha sempre attratto per il suo eclettismo. È stato produttore di Joan Baez, marxista, studioso di psicoanalisi. I suoi scritti sui compositori (Mozart, Beethoven, Schubert) non hanno forse un grande interesse dal punto di vista tecnico-musicale, ma conducono un’analisi psicologica profondissima: talvolta magari anche eccessiva, ma sempre con qualche aspetto rivelatorio. Solomon non fa mistero di mettere in relazione biografia e creazione artistica: il suo Beethoven, ma anche il suo Mozart (1994) sono volumi decisamente anti-strutturalisti.

Nel libro su Beethoven, sono rimasto molto colpito dai capitoli sul periodo cosiddetto “eroico” e dall’approfondimento del bonapartismo beethoveniano. I due aspetti sono solitamente messi in relazione, soprattutto in ragione dell’iniziale dedica della Sinfonia n. 3 a Napoleone Bonaparte. La vulgata ci presenta perlopiù l’eroismo beethoveniano come slancio volitivo, richiamando l’immagine di tanti busti beethoveniani: un’immagine granitica di rivoluzionario, quasi di ‘conquistatore’ bellicoso e deciso. Sebbene qualsiasi luogo comune contenga una parte di verità, è chiaro che la figura di Beethoven, così come la sua musica, è molto più sfumata. Solomon ce lo fa capire conducendo un’analisi minuziosa e avvincente sulla questione della dedica della Sinfonia “Eroica” a Napoleone. Ora, sulla base della testimonianza di Ries, un tempo si pensava che Beethoven, appena saputo che Bonaparte si era auto-proclamato Imperatore, avesse stracciato la prima pagina della Sinfonia, l’avesse gettata per terra e riscritta con il nuovo titolo di Sinfonia “Eroica” (eliminando il riferimento a Napoleone). Il colorito racconto di Ries, però, semplifica troppo la realtà. Come osserva Solomon, Beethoven aveva iniziato ad essere meno entusiasta di Napoleone ben prima che si proclamasse Imperatore (quando Hoffmeister gli aveva proposto di scrivere una Sonata in onore di Napoleone, Beethoven si era rifiutato, essendo disgustato dal fatto che Bonaparte avesse siglato un concordato con il Papa); ma ciò che colpisce ancor più è il fatto che Beethoven abbia deciso ben presto di reintrodurre il nome di Bonaparte, dopo il presunto gesto plateale dello stracciare la dedica: in una lettera del 26 aprile 1804 all’editore Breitkopf, il compositore afferma che il titolo della Sinfonia è “Bonaparte”. Poi cambia nuovamente idea, optando definitivamente per “Sinfonia Eroica composta per festeggiare il sovvenire di un grand’uomo”. Quali le ragioni di questa indecisione? Probabilmente, ragioni molto meno idealistiche di quanto si pensi. Beethoven, suggerisce Solomon, aveva in progetto di trasferirsi a Parigi: la dedica a Napoleone gli avrebbe fatto comodo (così come quella a Rodolphe Kreutzer per la Sonata op. 47). D’altro canto, l’imminenza di una nuova guerra fra Austria e Francia avrebbe portato a far sì che, con la dedica a Bonaparte, Beethoven sarebbe stato considerato dai suoi connazionali come amico dei giacobini. Quando i progetti parigini scemano, anche l’interesse per Napoleone, verso cui Beethoven provava un misto di attrazione e repulsione, sembra diminuire.

Perché questa digressione storica? Per dimostrare che Beethoven era un opportunista? Non ce n’è bisogno: abituato a trattare con un aristocrazia che spesso detestava, e verso la quale aveva un buon potere contrattuale a causa della sua indiscutibile genialità artistica, Beethoven era avvezzo a questo genere di astuzie. Doveva per forza essere opportunista. L’excursus ci suggerisce qualcosa di più importante: ovvero che l’eroismo beethoveniano difficilmente è riconducibile al suo bonapartismo. Qual è la chiave per comprenderlo, dunque? Il testamento di Heiligenstadt. Più che slancio volitivo, l’eroismo beethoveniano è resistenza ai colpi del destino: e, innanzitutto, alla sordità che iniziò ad affliggerlo fin dalla giovane età di ventisei anni. Suicidarsi? Quasi: <<È solo la mia arte che mi ha trattenuto>>. La fertilità creativa di Beethoven dopo la grande crisi interiore dei primi anni dell’Ottocento è incredibile: il periodo “eroico”, quello che ha reso Beethoven il compositore forse più venerato di ogni altro, nasce indubbiamente dalla solitudine e dalla disperazione di chi deve ritirarsi da ogni mondanità per trovare scampo nella creazione. Non è un mito romantico. Beethoven stesso lo fa intendere:

<<Conduco una vita miserabile. Da circa due anni evito ogni contatto umano perché non posso dire alle persone che sono sordo. […] Ho spesso maledetto il Creatore e la mia esistenza. Plutarco mi ha condotto alla rassegnazione. Ma se è possibile, sfiderò il mio destino>>.

L’arte diviene la sfida al destino. <<Vivere unicamente nella tua arte>>, scriverà Beethoven in un appunto del 1816. L’eroismo è resistenza morale contro la sofferenza. Certo, lo sappiamo; Solomon non dice novità particolari, ma, nel suo discorso, riesce a illuminare gli aspetti più profondi del mondo beethoveniano con un’evidenza rara.

Ora, ci si potrebbe chiedere cosa c’entri tutto ciò con le domande da cui ero partito (perché eseguire ancora un repertorio che tutti i più grandi hanno eseguito? Quale messaggio, se non nuovo, perlomeno autentico, comunicare? Come viene percepito dagli ascoltatori questo messaggio?). Ciò che mi interessa mettere in rilievo è quanto (o quanto poco) ci si preoccupi oggi di considerare le motivazioni profonde che hanno dato origine a un’opera, nel momento in cui la eseguiamo, la ‘analizziamo’ o anche semplicemente la ascoltiamo. Ma ancor più: siamo davvero ancora in grado di attuare un’immedesimazione profonda nel messaggio sostanziale di questa musica? E in futuro, lo saremo?

Oggi, grazie alla filologia e alla quantità di informazioni di cui disponiamo riguardo a Beethoven, alle sue volontà, alla prassi dell’epoca, pensiamo di sapere molto di più su questo compositore (così come su Schubert, Schumann, Chopin o Brahms) di quanto se ne sapesse cento anni fa. È vero, abbiamo fatto per certi versi progressi indiscutibili: sappiamo moltissimo sul ‘lessico’ musicale, sulla ‘retorica’ beethoveniana (che trae spesso origine da quella barocca), sull’ ‘espressione parlante’, sull’articolazione, sulla sonorità dei pianoforti dell’epoca, sul modo corretto di eseguire i glissando della Waldstein o sui portamenti che un violinista potrebbe (o forse, dovrebbe) fare, come uso nell’Ottocento. Tutti questi aspetti sono cruciali per l’esecutore. Non considerarli affatto, oggi, sarebbe sbagliato. Eppure, ho l’impressione che un’enfasi eccessiva su questi problemi tenda a nascondere un problema molto più grande, come un elefante nell’armadio: ma noi, delle lacerazioni profonde e degli aspetti più abissali della spiritualità beethoveniana, capiamo ancora qualcosa?

Parlare di Beethoven non può significare soffermarsi soltanto su aspetti relativi al ‘linguaggio’ (se così si può dire) musicale. Significa anche prendere atto della profonda distanza che ci separa, come uomini del XXI secolo, da un modo di concepire l’esistenza che si riflette, irrimediabilmente, nell’opera d’arte. Se liquidassimo gli aspetti esistenziali e psicologici faremmo scadere l’arte musicale in una dimensione tecnocratica. Anche se eseguiamo un’opera sullo strumento giusto, con tutte le note a posto, con le articolazioni corrette, con la coscienza dei fraseggi da adottare, non dobbiamo mai dimenticarci di porci una domanda:

Bene, ora che tutto è perfetto e convincente, è possibile che io stia sbagliando tutto?

Non solo è possibile, ma è sempre più probabile. Paradossalmente, forse, ci è molto più facile avvicinarci al repertorio barocco che a quello romantico. Nei corsi e ricorsi della storia, il nostro stile di vita odierno e il modo in cui facciamo interiormente esperienza delle cose è sempre più lontano da quello ottocentesco. Certo, ci sono sentimenti universali (gioia, dolore, malinconia e altri ancora) che sembrano prescindere dalla distanza storica. Inoltre, alcuni di noi hanno ancora la convinzione di capire profondamente ciò che Beethoven o Schubert comunicano; ma il numero sembrerebbe sempre sempre più esiguo. Sappiamo molto di più su Beethoven, su come eseguirlo. Crediamo di aver fatto grandissimi progressi. Ma sulla questione fondamentale siamo regrediti. E, in questa direzione, penso  che capiremo sempre meno di Beethoven, anche se avremo tutte le informazioni per eseguirlo come dev’essere eseguito.

Non c’è da stracciarsi le vesti: non è che i romantici fossero meglio e noi siamo peggio. Semplicemente ci sono differenze. Le percepirono alcuni uomini sullo spartiacque fra le due epoche: penso a Thomas Mann, in cui spesso cogliamo la voglia di liberarsi da certe strettoie dello spiritualismo romantico tedesco (ho sempre trovato divertente l’immagine, raccontata da Menotti, dell’austero Mann che spia giovani afroamericani nelle spiagge nudiste della California).

L’inizio del processo che ci ha portato ad allontanarci sempre più dal modo romantico di esperire l’esistenza è fotografato da una frase che Friedrich Nietzsche scrive ne La gaia scienza:

<<L’inconsapevole travestimento di fisiologiche necessità sotto il mantello dell’obiettivo, dell’ideale, del puro-spirituale va tanto lontano da far rizzare i capelli -e abbastanza spesso mi sono chiesto se la flosofia […] non sia stata fino ad oggi principalmente soltanto un’interpretazione del corpo e un fraintendimento del corpo.>>

Terribile sospetto! Se tutta la storia della spiritualità occidentale non fosse altro che l’espressione di una corporeità ancora non liberata? La liberazione del corpo porterebbe quindi con sé la “morte dell’arte”, oltre che di Dio? Questioni troppo vaste, per un post estivo. Ma questioni cruciali per affrontare un compositore come Beethoven, in cui la tensione filosofica e spirituale (non, si badi bene, religiosa) è forse più forte che in qualsiasi altro compositore.

Forse, dopo aver capito sempre meno di Beethoven, arriverà un giorno in cui nuove svolte storiche ci riavvicineranno alla sostanza profonda del suo messaggio (così come ci siamo riavvicinati a un Bach o a un Vivaldi). Nel frattempo, credo che dovremmo eseguire la sua musica solo quando ci rendiamo conto di cosa significhi, interiormente, questo cimento. Lo studio e la coscienza stilistica rimangono condiciones sine quibus non. Ma se pensiamo di fare gli splendidi dimostrando che abbiamo capito perfettamente e dominiamo ogni dettaglio della sua musica, e magari ci vantiamo di istruire gli altri su <<come Beethoven va eseguito>>, di certo siamo fuori strada. Forse stiamo godendo della nostra bravura, ma difficilmente staremo soffrendo con Beethoven.

Luca Ciammarughi

Mar 092016
 

Sempre più mi accorgo quanto il “discorso critico” sia soggetto agli umori e alle trasformazioni interiori di chi lo enuncia. Ricordo un recital di Murray Perahia al Festival Enescu di Bucarest, era il 28 settembre 2013: forse una delle più intense esperienze d’ascolto della mia vita. Scrissi dell’imponente profondità sonora e del fuoco interiore che aveva animato l’Appassionata di Beethoven, della furia devastatrice della Coda del terzo movimento; di un Carnevale di Vienna schumanniano tutto slanci, fremiti e follia vertiginosa; di un Secondo Scherzo di Chopin pieno di dirompente urgenza espressiva. Qualcosa dovrà pur esser mutato in me, anche supposto che il pianista statunitense sia incappato in una serata meno felice, se ho trovato il suo recital di ieri alla Società del Quartetto di Milano quasi deprivato di quel calore che appena tre anni fa mi sembrava la cifra distintiva di questo eccelso musicista. E, ancora una volta, mi rendo conto di quanto la musica sia un’arte profondamente umanistica: anche nel senso che, in quanto esseri umani, l’ascoltatore e l’artista entrano in una relazione in cui le rispettive fragilità hanno un peso determinante.

Una premessa: Perahia, habitué del milanese “Quartetto”, vi ha suonato dal 1968 ad oggi un repertorio che va da Bach a Bartók. Se osserviamo tutti i programmi, ci rendiamo conto che il pianista ha solo e sempre eseguito compositori che il canone occidentale ha posto in una sorta di Olimpo: Bach, Händel, Scarlatti, Mozart, Beethoven, Schubert, Schumann,  Chopin, Brahms. Una volta sola propose Bartók (nel 1976) e Franck (2015): ma sempre scegliendo lavori consacrati come capolavori (All’aria aperta, Preludio Corale e Fuga); e quando si accostò a Busoni, lo fece con le rivisitazioni bachiane. Il Novecento è quasi assente, la contemporaneità scompare del tutto, ma scompaiono anche le rarità e le riscoperte del passato. La scelta di Perahia è sempre stata molto precisa: limitare il proprio repertorio ai lavori maggiori, aurei, illuminandone la bellezza quasi atemporale. In questo è stato ancora più radicale di Zimerman o Sokolov: i quali, con autori come Lutosławski o Byrd (per non citarne che due), hanno talvolta esplorato ambiti inusitati del repertorio.

Il recital di ieri ha preso le mosse da due lavori in la minore di Mozart: il Rondo K 511 e la Sonata K 310. È un Mozart che deve moltissimo a Carl Philip Emanuel Bach e all’Empfindsamer Styl (lo Stile Sensibile). Non a caso, pianisti pur diversissimi fra loro come Mikhail Pletnev e Alexander Lonquich, hanno probabilmente mutato il loro modo di suonare Mozart proprio passando da CPE Bach e da quell’Empfindsamkeit che ci spinge a interrogarci anche sul cosiddetto classicismo mozartiano. L’irrazionalismo che traspare dal figlio di Bach (una sorta di uccisione del padre?) è invece completamente estraneo al Mozart di Perahia, in cui ogni abbandono emotivo e ogni eccesso del sentimento viene quasi inibito dal costante richiamo al canone classicistico novecentesco. Il pianista ricerca l’identità più che la differenza: il suono mira all’omogeneità, i passi più rapidi sono sgranati in modo eguale e adamantino. Il canto si staglia con eloquente pienezza, levigato come una statua del Canova. Questa ricerca della bellezza va però, fin dal Rondo K 511, a detrimento delle variazioni di colore: cosa che stupisce un poco se si pensa che fra i mentori di Perahia ci sono stati Horowitz e Horszowski, il cui Mozart era ben più imprevedibile. Ma Perahia è inesorabilmente figlio dello strutturalismo novecentesco: un’epoca in cui il pianista doveva scomparire dietro l’opera d’arte. Come metodo di studio, infatti, egli ha più volte dichiarato di applicare l’analisi schenkeriana, basata sull’idea che la musica tonale è organizzata gerarchicamente come una stratificazione di livelli successivi a partire da una struttura fondamentale. Questa metodologia, fortemente basata sulla presa di coscienza delle distensioni e tensioni armoniche, porta Perahia a una logica ferrea e a un rifiuto dell’elemento di improvvisazione: nella Sonata K 310, tutto fluisce in maniera conseguente, con un senso della direzione che non dà adito ad alcun dubbio. Fin troppo: perché gli eccessi dell’emozione, salvo rari casi (l’episodio in minore del secondo movimento!), sono ricondotti dal pianista a una misura classica (ma ancora una volta: cos’è il classicismo?). Così, nel primo movimento, manca il senso della disperazione (sviluppo, coda), il pathos estremo di un lavoro che Mozart scrisse dopo aver perso la madre (non un mero dettaglio biografico, a mio avviso). Perahia, almeno in questa serata, pare molto più a suo agio nel secondo movimento, pieno di grazia settecentesca e splendido nel cantabile; mentre nel finale si torna all’atteggiamento iniziale: grande controllo, assoluto dominio della situazione e volontà di riassorbire le fratture e le discontinuità in un’omogenea continuità. Avendo ascoltato spesso, in questi giorni, il Mozart di Harnoncourt, sento la mancanza di quei momenti di turbamento e fragilità tanto ben descritti da Maynard Solomon nel capitolo Inquietanti simmetrie del suo volume su Mozart.

La prima parte del concerto prosegue con Johannes Brahms: curiosamente, invece di scegliere un intero ciclo, Perahia seleziona alcuni degli ultimi Intermezzi e Klavierstücke e li rielabora in una narrazione propria. Ciò mi ricorda Sviatoslav Richter, che tra l’altro Perahia certamente conobbe a Aldeburgh: il pianista russo sceglieva alcuni dei Préludes op. 28 di Chopin e li mischiava in un ordine diverso da quello originale. Se un’operazione del genere non ci stupisce in Richter (il quale, contrariamente al pianista del Bronx, una volta disse che “ogni volta che sento parlare di analisi mi prudono le mani”), in Perahia ci sorprende. In ogni caso, anche Brahms viene scrutato attraverso la lente di un senso atemporale della bellezza: nella Ballata op. 118 n. 3 il pathos non manca, ma è un po’ attutito dalla volontà di ricondurre la sonorità a un equilibrio, a un’educazione, a un Credo. Perahia ha una fede assoluta, ed è la Musica Classica, con le maiuscole del caso: mi verrebbe da dire che questo è il suo principale punto di forza e di debolezza al contempo. Nell’op. 119 n. 3 ci si para davanti un’armonia ritrovata: ci sentiamo bene, evadiamo completamente dai dilemmi della contemporaneità; e così anche nell’Intermezzo op. 118 n. 2: qui, basta un piccolo vuoto di memoria a farci saltare sulla sedia, tanta è la bellezza di suono e la meraviglia nella conduzione delle parti interne. L’universo sonoro di Perahia è così immacolato (pensiamo anche al pedale, molto parco) che i suoi errori saltano all’orecchio con molta più evidenza di quanto non accada con altri pianisti. Un altro aspetto, poi, viene in luce: per Perahia, la storia della musica occidentale è sostanzialmente una storia di canto: anche quando una voce interna emerge, la parte superiore si staglia sempre con singolare generosità. Molto raramente abbiamo evanescenze, sfocature o pianissimi veri e propri (e questo è forse anche il motivo per il quale Perahia si tiene lontano da Debussy). Tuttavia, rispetto a Mozart, la scrittura brahmsiana obbliga il pianista a uno sforzo che produce quasi automaticamente un pathos maggiore: lo sentiamo nel Capriccio dall’op. 116, in cui finalmente il fuoco che ricordavo dai giorni di Bucarest si riaccende.

L’inizio della Sonata Hammerklavier op. 106 di Beethoven, dopo l’intervallo, mi fa venire in mente un altro aspetto: quella sonorità così compatta e omogenea che Perahia applica a ognuno degli autori è in fondo la sonorità caratteristica dello Steinway. Anche in questo caso, è il canone del secondo Novecento a prevalere: lo Steinway come strumento principe, indiscutibile. Un canone che diversi altri pianisti (penso a Schiff) hanno messo in discussione. Come in Brahms, anche in Beethoven la sonorità di Perahia è sana, declamata, priva di ambiguità e sfocature. Tecnicamente, però, lo sentiamo più in affanno, soprattutto nell’impervio primo movimento. Poi, a partire dallo Scherzo, il pianista riprende le redini. E allora l’immagine di Perahia mi si para davanti come quella di un titano sui generis, che, con una tenacia e una volontà fortissime, resta avvinghiato a quell’Olimpo che si è conquistato. Non ha le mani di un Pollini, ma dall’Hammerklavier Perahia ne esce comunque vincitore. Nello Scherzo, quasi elettrico, il pianista ci fa sentire tutta l’originalità delle bizzarrie beethoveniane; nell’Adagio sostenuto, l’espressione parlante e il senso oratorio ci proiettano in una visione molto più sfaccettata rispetto alla K 310 di Mozart. Forse Perahia è più in difficoltà, ma finalmente sentiamo le fratture, le discontinuità, le intermittenze del cuore che avrei desiderato anche in Mozart. Chiuso titanicamente il tour de force dell’Allegro risoluto conclusivo, Perahia non concede bis, nonostante i calorosissimi applausi del pubblico.

Luca Ciammarughi

Feb 172016
 

Spesso si sente parlare di un “tempo antico” dell’interpretazione pianistica che non tornerà più: quello dei Kempff, dei Rubinstein e degli Horowitz o, ancor prima, dei Cortot o dei Paderewsky. Ogni volta che a un concerto mi emoziono (ebbene sì, uso questa espressione naif), mi sembra di intuire in modo palese l’ottica distorta dei laudatores temporis acti: non è che il problema di costoro, che peraltro molto di rado frequentano le sale da concerto, sta proprio nel far ormai fatica a emozionarsi con la musica, scaricando la colpa su interpreti che definiscono freddi e senz’anima? Oggi si grida tanto all’eccesso di tecnicismo, e spesso pour cause, ma a me pare che accuse di questo genere ci siano sempre state: pensiamo a Bartók che definì Backhaus “uno sconosciuto che strimpella le fughe di Bach a tempo di metronomo” (nella Satira contro i membri della giuria del premio Rubinstein, che l’ungherese scrisse nel 1905 dopo che il tedesco gli aveva soffiato il primo premio). Ma anche un pianista che oggi consideriamo appartenente al “buon tempo antico”, ossia Leopold Godowskij, veniva tacciato talvolta di un tecnicismo piuttosto arido e secco. La verità è che, dai tempi in cui Mozart definì Clementi un mero “mechanicus”, la dialettica fra “musicista profondo” e “musicista virtuoso” non ha mai smesso di esistere. Naturalmente, la biforcazione netta non esiste, e non si possono tacciare Clementi, Godowskij o Backhaus di mancanza di profondità e musicalità, così come non si può dire che Mozart, Rubinstein o Bartók non fossero a loro modo dei virtuosi. Però, negare una tendenza di fondo sarebbe ipocrita, come ho ricordato pochi giorni fa in occasione del concerto scaligero di Marc-André Hamelin, al cui Brahms mancava a mio avviso quel quid che non dipende né dalle dita, né dalla preparazione musicale e nemmeno dalla ricerca sul suono. Penso comunque che la dialettica musicalità-virtuosismo, anche se talvolta alimentata da invidie o rivalità, abbia in realtà sempre svolto un ruolo positivo, motivando magari i “tecnicisti” a maturare nel corso degli anni e i “profondi” a non limitarsi al campare di rendita in nome di un’ineffabile ispirazione.

Ma veniamo al dunque: il concerto che Maria João Pires ha tenuto ieri sera per la Società del Quartetto di Milano, dividendo il pianoforte (e il palco) con una sua giovane allieva armena, Lilit Grygorian. Dico il palco perché, oltre a suonare a quattro mani Schubert, ognuna delle due pianiste è rimasta sul palcoscenico anche mentre l’altra suonava da solista: così, la Pires, seduta a un tavolo, ha osservato suonare la Grygorian nella Sonata op. 101 di Beethoven, e viceversa è accaduto per la Sonata op. 111. Questa nuova formula, pensata in seno al “Partitura Project” della Queen Elizabeth Music Chapel, ha a mio avviso i suoi pro e contro: da un lato, è bello e generoso da parte di un pianista maturo dare a un giovane la possibilità di esibirsi in stagioni di grande rilievo; dall’altro, il confronto rischia di apparire schiacciante, finendo per sminuire la prova del debuttante. Sinceramente, quando ho visto la Pires seduta a un anonimo tavolo con la bottiglietta d’acqua, più che a un momento di condivisione ho pensato a una specie di prova iniziatica, in cui la povera Grygorian risultava sottoposta al fuoco incrociato (per quanto senz’altro benevolo) della sua insegnante (alle spalle) e del pubblico (di lato).

Ad aprire il concerto, il sublime (e non abbastanza spesso proposto) Allegro D 947 a quattro mani di Schubert, detto Lebenssturme: lavoro assai temibile, che Grygorian (alla parte superiore) e Pires (al basso) hanno risolto con mirabile fluidità. Pur staccando un tempo decisamente mosso, mai le due pianiste hanno dato un senso di fretta o di agitazione eccessiva, padroneggiando gli intricati passaggi di terzine con plasticità e bella qualità di suono. Fin da subito si è compreso che non si trattava di una lettura: fraseggio, voicing e piani sonori erano attentamente calibrati e sicuramente frutto di un lavoro approfondito (da manuale i ppp del secondo tema). Certo, lo Schubert della Pires, la quale evidentemente dettava la linea interpretativa, è uno Schubert apollineo, che, pur nei grandi contrasti dinamici, privilegia sempre la ricerca di un equilibrio. Se nei momenti estatici voliamo altissimo, nei momenti più veementi e visionarii non si spalanca l’abisso, poiché una sorta di ordine classico e di culto per la bellezza di suono impedisce alla Pires di fare un passo in più. Si sarebbe tentati di dire che il suo Schubert proviene più da Mozart che da Beethoven, se non fosse che il luogo comune di un Mozart “classicista” non tiene affatto conto degli aspetti dionisiaci presenti nella musica del salisburghese. E comunque, è importante anche ricordare che Schubert odiava qualsiasi approccio aggressivo allo strumento e deprecava quelle scuole in cui ci si avventava sui tasti del pianoforte “come uccelli da preda”, prediligendo invece un modo di suonare composto. In questo Pires-Grygorian si sono rivelate esemplari.

Nella Sonata op. 101 di Beethoven, Lilit Grygorian si è messa in luce con un pianismo plastico, ricco di contrasti ed estremamente naturale. Ciononostante, soprattutto in rapporto alla successiva op. 111 della sua insegnante, l’impressione è stata quella di una bravissima allieva, più che di un’artista in grado di scrutare a fondo l’universo beethoveniano. L’incipit era giustamente Etwas Lebhaft (un po’ mosso, e non troppo trascinato come viene eseguito talvolta), ma non abbastanza pervaso da quell’innigsten Empfindung (sentimento interiore) richiesto da Beethoven: troppo reale, non abbastanza onirico. Ho sentito inoltre la mancanza di quel senso di ri-creazione e di improvvisazione che in Beethoven mi pare cruciale. Probabilmente la Grygorian, anche a causa della presenza dei microfoni per la diretta radiofonica, era troppo preoccupata della correttezza. Questa preoccupazione l’ha portata, nel secondo movimento ma soprattutto nella complicata Fuga finale, a qualche corsetta e a un tocco talvolta superficiale –senza mai arrivare però a perdere il controllo. In una prestazione complessivamente molto buona, è però mancata a mio avviso quella concentrazione e quell’energia volitiva che dovevano caratterizzare Beethoven (pensiamo alla descrizione che ne diede Goethe); e ciò si è notato soprattutto nei momenti in cui, con l’addensarsi della scrittura, Grygorian tendeva ad aumentare la scorrevolezza invece che sorreggere tutto il peso dell’ethos beethoveniano.

Un altro mondo si è spalancato con l’opera 111 interpretata da Maria João Pires: e qui vorrei tornare al discorso iniziale, e in particolare al nome di Kempff, che forse non a caso è stato fra gli insegnanti della pianista portoghese. Come Kempff, la Pires ha il dono di una capacità d’introspezione, di ciò che si dice “entrare a fondo nella musica”, che esula da qualsiasi dato esteriore. Certo, potremmo dire che Pires, come Kempff o come la Haskil, ha una bellissima qualità di suono; ma ciò sarebbe troppo poco, e soprattutto troppo generico. Si tratta di interpreti che spesso non vengono messi molto in rilievo nelle storie del pianoforte, proprio perché apparentemente le loro esecuzioni risultano nel solco della tradizione: non sono particolarmente innovative, non sono mai alla ricerca dell’originalità, non colpiscono chi cerca qualcosa di visibilmente diverso dal solito. Ma la grandezza di queste figure sta proprio in questo: nel dimostrare che, anche suonando in maniera del tutto semplice e classicista, risultano comunque uniche. La parola tedesca Einfach (semplice appunto) rende l’idea: e non a caso è molto usata da Beethoven e Schumann (mi vengono immediatamente in mente le Waldszenen, delle quali sia Kempff, che la Haskil che la Pires sono interpreti sublimi). Una semplicità che richiede una marcia (interiore) in più.

Per quanto la corporatura minuta e le mani piccole della Pires non possano consentirle di raggiungere nel Maestoso le sonorità telluriche di un Sokolov, la passionalità non ha di certo fatto difetto; inoltre, i pianissimi della pianista di Lisbona sono così eterei da consentirle poi uno spettro dinamico decisamente ampio (un forte è sempre infatti in relazione a ciò che lo precede). Se già nel primo movimento la Pires ha incantato con le agilità adamantine, l’Arietta è stata il vero culmine della serata. L’incipit (Adagio molto semplice) è stato l’emblema di quella semplicità toccata dalla grazia che a pochi è forse dato cogliere appieno; ma, dopo le prodezze della variazione sincopata, è stato soprattutto a partire dalle terzine nel registro acuto che la Pires è sembrata entrare in una dimensione estatica: note come gemme si susseguivano, non però in un jeu perlé di superficie, ma sempre con un profondo coinvolgimento interiore che agli ascoltatori è risultato tangibile. Impareggiabili i trilli, piena di fuoco interiore tutta la parte finale, davvero animata da quel senso di Freude (Gioia) tutto beethoveniano.

Non banale si è rivelata la scelta di chiudere la serata con la Fantasia D 940 di Schubert: l’ultimo Schubert, in fondo, apre prospettive che vanno addirittura oltre l’ultimo Beethoven, invece di ripiegarsi su se stesso come si credeva in passato. Con la Pires, questa volta, alla parte superiore, la melodia iniziale risplendeva di una lucentezza abbagliante, quasi a suggerirci che la musica di Schubert, anche al culmine della tristezza, dice sempre la felicità dell’ispirazione creativa. Certo, non è uno Schubert nichilista, quello del duo Pires-Grygorian; la pianista portoghese è rimasta sostanzialmente fedele alla bella incisione di trent’anni fa, con Hüseyin Sermet ai bassi: visione apollinea, alla ricerca di compattezza e di equilibrio. A tratti si potrebbe desiderare più spirito viennese (perché non suonare il Trio dello Scherzo in maniera più placidamente edonistica, ammorbidendolo un po’ invece di sgranarlo inesorabilmente a tempo?) o un maggiore senso di quella disperazione che Schubert dovette provare –come testimoniano anche le sue lettere. All’interno della prospettiva adottata, però, difficilmente avremmo potuto desiderare di meglio.

Piccola nota a margine: il riscaldamento della Sala Verdi. Pur essendoci nel mondo problemi ben più gravi, la temperatura altissima di questa Sala meriterebbe una petizione su change.org, al fine di non soffrire tremendamente durante i concerti. Tolta la giacca, tolto il maglione, slacciata la camicia, ho rischiato di terminare l’ascolto in canottiera.

Luca Ciammarughi

Set 172014
 

Matilda Colliard e Stefano LigorattiContinua, con grandissimo successo, la rassegna concertistica di ClassicaViva al Castello sforzesco di Vigevano:  un viaggio attraverso la grande musica in uno scenario incantevole: grandi, giovani interpreti sono i protagonisti delle suggestive serate tra le colonne della splendida Scuderia Leonardesca. L’obiettivo – che è ormai una concreta realtà – è quello di avvicinare il pubblico alla musica classica attraverso l’interpretazione di capolavori di grandi compositori, tra i quali giganteggiano Ludwig Van Beethoven e Franz Schubert.

Concerto di domenica 21 settembre, alle ore 21,30

“Appassionatamente”

duo violoncello e pianoforte
Matilda Colliard e Stefano Ligoratti

  • Ludwig Van Beethoven, Sonata n. 3 op. 69 per Violoncello e Pianoforte in La magg.
  • Anton Rubinstein, Sonata n. 1 op. 18 per Violoncello e Pianoforte in Re magg.

Un concerto davvero interessante, in cui viene dato spazio, oltre a una grandissima sonata classica di Beethoven, all’originalità di un compositore come Anton Rubinstein, con la Sonata per Pianoforte e Violoncello n. 1, capostipite di un romanticismo al quale si ispirarono moltissimi celebri altri autori.

Gli interpreti

Concerto-Eroico-0069 matilda2
 Stefano Ligoratti  Matilda Colliard