Dic 182016
 

Yuja WangIl tema non è nuovo, ma ultimamente sempre più presente nei dibattiti: è giusto che un musicista o una musicista classici mostrino il loro corpo? Perché lo fanno? Cosa significa? Vorrei provare ad andare oltre alle due posizoni estreme, ovvero quella biecamente moralistica (spesso accompagnata da maschilismo, invidia o malcelato voyeurismo) e quella superficialmente libertaria. A voler andare a fondo, la questione è tutt’altro che superficiale e riguarda lo stato dell’arte in rapporto alla civiltà occidentale.

La più discussa, a pari merito con Katia Buniatishvili, è Yuja Wang, i cui spacchi vertiginosi sembrano fatti apposta per gettare nel panico l’ala più conservatrice degli ascoltatori. Provocazione o semplice volersi sentire a proprio agio? Difficile a dirsi, ma non escludo che si tratti della seconda ipotesi. La Wang è giovane, ha un sorriso malizioso, un corpo tonico e felino: perché nasconderlo? Accanto ai censori, qualche utente di youtube apprezza decisamente, perfino con eccessi di sincerità:

«This video pleases my ears, eyes and penis».

Mi riferisco all’esecuzione della Sonata op. 106 di Beethoven, un live alla Carnegie Hall. Perché questo video colpisce e provoca più di altri, fino a raggiungere quasi un milione di visualizzazioni? Perché la pianista cinese affronta in abiti succinti uno dei sancta sanctorum della letteratura pianistica occidentale. Ingresso in scena deciso nonostante il tacco altissimo, inchino dinoccolato da diva sbarazzina e poi giù a capofitto nel pathos beethoveniano. Un pathos che però, almeno alle mie orecchie, suona più fisico che mentale. Nel Beethoven della Wang c’è un coinvolgimento carnale fatto di scossoni, eccitazione nervosa, energia fibrillante. Il virtuosismo non si discute, l’incredibile concentrazione nemmeno. Eppure non sarei sincero se dicessi che questo Beethoven mi convince. Indipendentemente dall’abito. Non voglio usare termini altisonanti quali “tensione spirituale” o, ancor peggio, “etica”, eppure non si può negare che il fulcro dell’interpretazione beethoveniana stia proprio in una dialettica interiore, in una lotta psichica di cui la Wang sembra darci solo il risultato finale, senza farci sentire il tormentato processo.

Per quanto riguarda le ampie nudità, non mi scandalizzo. Non trovo nulla di scandaloso nemmeno nel nudo integrale. Bisogna però che l’immagine, per non essere gratuita, abbia un senso ben preciso. E qui veniamo al punto.

Il punto è da ricercarsi in un’epoca che rimise l’uomo al centro: il Rinascimento. Uno dei principi fondamentali dell’arte rinascimentale è il principio di “convenienza”, ovvero la corrispondenza dell’opera d’arte al suo scopo. Con la Controriforma, questo principio diviene osservanza della morale, del pudore. “È sconveniente!”, dicono ancora oggi i moralisti. Ma, lasciando perdere le censure controriformistiche, il Rinascimento riprende un concetto che si delinea in realtà già nella Poetica di Aristotele: l’idea di una convenienza estetica intesa come coerenza e proporzione. Non è solo una questione di classicismo: se si adotta un punto di partenza iper-barocco e delirante, come in un film di Greenaway, sarà coerente proseguire su quella linea. Sulla base di questo concetto, che non ha nulla di moralistico, perché semplicemente si riferisce a una sfera estetica, e non morale, trovo che se Yuja Wang interpretasse con quegli abiti Souvenir de Porto Rico di Gottschalk o I got rhythm di Gershwin, il risultato sarebbe molto più esteticamente “conveniente” di quanto non avvenga con l’op. 106 di Beethoven. Non che Gottschalk o Gershwin non siano profondi o spiritualmente raffinati: ma il tipo di carica dionisiaca della loro musica è molto diversa da quella di Beethoven. O anche da quella di Bach, Schubert o Wagner: se mi dicessero di suonare l’ultima Sonata di Schubert in costume da bagno mi sentirei ridicolo, perché in essa è imprescindibilmente presente un mondo di tormenti e di tensioni di cui difficilmente si può fare astrazione. Non è solo un bel pezzo, ma è un pezzo che ha un significato ben preciso. Ed è un significato diverso da quello di un brano di Sylvano Bussotti in cui al pianista viene proprio chiesto di suonare in costume da bagno. Certo, potrei suonare l’ultima Sonata di Schubert in bermuda a fini di parodia, di umorismo: ma temo che il risultato non sarebbe molto divertente.

Tutto sta nell’intenzione del compositore, ma anche nel luogo e nell’occasione. Non è sconveniente, ad esempio, che il violinista Dylan Naylor, che come spalla d’orchestra indossa l’abito scuro, suoni in una discoteca a petto nudo:

Il Novecento è il secolo della liberazione dei corpi. Nulla è forse più importante, nel secolo scorso, dei movimenti che hanno portato a una svolta che si attendeva da tempo immemore: la possibilità dell’essere umano di gestire il proprio corpo, spazzando via millenni di repressione e frustrazione. Non possiamo però far finta di non sapere che, quando interpretiamo un brano di Beethoven o Schubert, entriamo in un’epoca in cui quella repressione ancora esisteva. Ed è forse questo uno dei motivi per i quali la musica classica viene oggi rifiutata dalle masse: essa appartiene, dal punto di vista spirituale, a un mondo di cui ci sono rimasti solo gli echi. Se ancora captiamo quegli echi, è perché nessuna liberazione potrà mai portare a sciogliere definitivamente quelle tensioni emotive e quelle sacrosante scissioni interiori senza le quali non saremmo esseri umani. Ciò ovviamente non vale solo per la musica. Mi viene in mente un passaggio di un romanzo di Peter Cameron (Il weekend) in cui un personaggio afferma: 

«Be’, i grandi romanzi ruotavano intorno a poche cose: come fallisce un matrimonio o come sublimare l’omosessualità».

Al di là dell’esagerazione ironica, questa frase riprende l’idea che nell’arte occidentale il meccanismo della sublimazione svolga un ruolo fondamentale. Ma in una società in cui tutto è liberato, l’arte diviene quindi inutile? Forse no: dopo che abbiamo ripreso possesso del nostro corpo, siamo stati sottoposti a una tale abbuffata di corporeità da rendere la tanto desiata immagine del corpo quasi neutra.  Se apriamo instagram, i corpi nudi sono più di quelli vestiti: non dico che li guardiamo con indifferenza, ma nemmeno con quello sconvolgimento con cui guardavamo un corpo nudo vent’anni fa. Nell’epoca del virtuale, di osceno (nel senso di fuori-scena) è rimasto solo il contatto fisico reale fra due corpi. Sensazione per il momento non tecnologicamente riproducibile, così come non è lo è il soffio del vento sulla pelle. E, paradossalmente, ora che la liberazione è avvenuta, osceni sono divenuti i sentimenti. Oscena, nel senso più elevato del termine, è la 106 di Beethoven, forse molto più dello spacco di Yuja Wang. Scandalosa, nel senso greco della parola ‘scandalo’, ossia ‘ostacolo’, ‘inciampo’: ecco, sto camminando nel mio bel mondo liberato, quando improvvisamente inciampo nella 106 e si risvegliano in me una serie di questioni che pensavo sopite. E questo farci inciampare, paradossalmente, è la garanzia della durevolezza nel tempo di ciò che chiamiamo ‘musica classica’.

Non voglio pontificare. Più di una volta ho postato sui social immagini seminudo. C’è chi mi ha detto: ma ti immagini Horowitz o Michelangeli che posano a petto nudo? Non pensi che sia disdicevole, sconveniente? Perché lo fai? Lo faccio per ragioni che non hanno nulla a che fare col mio essere musicista. Mi piacerebbe poter dire che lo faccio perché, come dice la musicologa femminista Susan McClary, “musica e sesso sono psichicamente vicini di casa”. Ma le ragioni sono molto meno filosofiche. Lo faccio perché il mio corpo è una parte di me con cui mi sento bene, perché fra dieci o vent’anni non sarà più quello di adesso, ma anche per puro e semplice narcisismo. Il moralista che, dall’alto della propria sapiente sobrietà, trova disdicevole la foto di un corpo nudo, non sta forse ammettendo anche il proprio narcisismo? Quello di chi magari, non avendo più un corpo decente da mostrare, sposta tutta l’attenzione sul lato intellettualistico, come se tutto ciò che è mentale fosse superiore a ciò che è corporeo. “I veri valori sono altri”. “Ciò che conta è come sei dentro”. Belle frasi che però La Rochefoucauld classificherebbe inesorabilmente come un incosciente, e quindi ancor più forte, narcisismo. L’uomo cerca disperatamente, fino alla fine della vita, di inseguire i propri obiettivi. Di stare a galla. Di “tener botta”. Qualche volta sì, anche di rimorchiare.

La conclusione? Musicisti e musiciste, spogliatevi senza problemi. Anche il nudo integrale va bene (anzi no, perché poi è troppo uno sbattimento essere sospesi da facebook). Ma spogliatevi in modo “conveniente”. E a volte rivestitevi di tutto punto, per dare scandalo.

Luca Ciammarughi

 

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Nov 252016
 

Mi sono sempre chiesto se fosse possibile una fenomenologia della sala da concerto, un catalogo dei diversi tipi di spettatori: perché, in fin dei conti, ci sono veri e propri animali metafisici nei nostri teatri.

1) L’UOMO CON GLI SPARTITI

Solitamente si apposta in zone luminose, o al contrario del tutto buie – portandosi strategici occhiali con raggi led. Lo si vede ogni volta con immense moli di spartiti sottobraccio. Quelle rare volte in cui non ha nulla con sé ha forti giramenti di testa e perdite dell’orientamento, e stranamente il concerto non lo riesce ad apprezzare fino in fondo. Ci si augura sempre che non gli capitino due sinfonie di Mahler.

2) L’ACCHIAPPACREDITI

Da anni la “lodevole” iniziativa delle scuole superiori di assegnare crediti extra-scolastici per chi assiste a concerti classici ha recato i suoi frutti: sì, le piccionaie dei teatri sono piene di bisbigli e rumorosi ritardi, e molto spesso all’intervallo – una volta firmato nel registro presenze, si vedono queste presenze dimezzarsi, se non addirittura volatilizzarsi del tutto. Ed ecco lo studente annoiato, con la classica accidia domenicale, che trascina i piedi fino al suo remoto posto, in attesa del supplizio – sia mai che gli venisse mai in mente di aprire le orecchie brufolose per vivere – spesso, non sempre – qualcosa di unico!

3) L’AMATEUR

Categoria tra le più affascinanti, l’amateur si aggira tra i teatri con la scusa di “non essere un esperto”, la quale, effettivamente, gli consente di essere uno spettatore più onesto di molti altri. Se non fosse che questa, da scusa, diventa un vero e proprio habitus mentale, che spesso non riesce quindi a rendergli chiara la differenza tra un giocoliere e un Musicista – per carità, categorie ultimamente molto labili per tutti noi.

4) L’ESPERTO

Al contrario dell’amateur, l’esperto è sempre consapevole, cosa assolutamente invidiabile, di qualsiasi cosa stia succedendo sul palco. Cosa che si traduce, poi, in una leggera smorfia sul viso prima di pronunciare frasi come “sì, anche se io piuttosto in quella battuta avrei usato un mezzopedale” o ancora “ma perché ha eseguito un ff invece che un fff ?!”. Momento tipico è, per esempio, l’intervallo, in cui tre o quattro esemplari di Esperti si riuniscono e cominciano a sparlottare – “Adesso vediamo come se la cava con le doppie terze della coda, nella Quarta Ballata!” o, peggio ancora, “l’avete sentita la terza variazione? Ma è uno scandalo che a questi livelli si facciano tutti questi errori!” Devo ammettere, con tanta vergogna nel farne parte, che molti esemplari di Esperti sono pianisti – di certo la peggiore classe di musicista, sotto questo aspetto. A questi individui porrei solo due questioni: a) ma tutta questa voglia di comunicare, chi ve la dà? b) lo studio “matto e disperatissimo” non vi ha indotto a riflettere sulla vostra infinita piccolezza, nei confronti della Musica?

5) IL MALATO 

Ebbene sì, come potevate ben immaginare, in lizza c’è pure il Malato – quello, per intenderci, che ha una bronchite cronica, una tosse d’oltretomba per 366 giorni l’anno (sì, 366). C’è poco da dire, se uno sta male sta male. Delle volte, lo ammetto, mi viene il sospetto che sia un tentativo di lascito nelle incisioni. Magari queste persone potranno un dì dire al nipote “l’hai sentita quella? Subito prima del secondo movimento? Beh quella era la tua nonnina!” Ma alla fine, cosa potremmo mai fare se nelle sale ci fosse un silenzio completo? Cosa faremmo senza questi rintocchi così familiari ormai?

6) L’ENTUSIASTA

Forse tra le bestie più notevoli, c’è – da qualche parte – pure l’Entusiasta. C’è ancora chi muove testa, corpo, mani, occhi e respiro durante una Sinfonia di Beethoven – vogliate crederci o no. C’è chi, dopo la Patetica, ha le lacrime agli occhi, e il suo ritorno a casa avviene tra aloni di misticismo e piccoli slanci speranzosi nei confronti della vita. C’è chi va a teatro in silenzio, in punta di piedi, quasi a chiedere scusa della sua presenza, del fatto che stia lì a “rubare” suoni per riportarseli a casa, nell’animo. C’è chi, tra scricchiolii, bisbigli, starnuti e gorgheggi di rumori inutili, si piazza sul filo diretto verso l’assoluto, imprudentemente, ingenuamente, sì, ma con tutto se stesso. Se costui esiste davvero, beh, per dirla con Borges, sta salvando il mondo – e non lo sa.

Artin Bassiri Tabrizi

 

L’immagine è stratta dall’Album di caricature di Melchiorre De Filippis Delfi (1860).

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Gen 302016
 

Fuori piove e, in uno di quei sabato mattina in cui non sei abbastanza sveglio per fare qualcosa né di serio né di davvero divertente, ho deciso di fare una sorta di ricerca su Instagram, il più celebre dei social network specificamente legato alle foto, per cercare di capire qualcosa di più sul rapporto fra musica classica e nuove generazioni. È noto che gli utenti di Instagram sono ben più giovani di quelli di un social come Facebook; tendono inoltre a venire a contatto con la realtà in maniera più sintetica e immediata (attraverso un’immagine) che in maniera analitica (attraverso un post scritto, più o meno lungo); rappresentano il trionfo dell’homo videns, che privilegia la vista su tutti gli altri sensi. Tutto ciò sembrerebbe portare il più lontano possibile da una musica, come quella detta “classica”, che parrebbe richiedere ascolto, concentrazione, capacità di astrazione. E invece, senz’altro per quel magnetismo che la bellezza musicale esercita al di là di qualsiasi moda, le immagini che tirano in ballo Mozart, Beethoven o Stravinsky sono ben più di quante mi sarei aspettato. Non solo: poiché Instagram offre la possibilità di inserire video di 15 secondi, molti musicisti hanno anche iniziato a postare frammenti di esecuzioni o prove. Il purista vedrà ovviamente in una tale frammentazione qualcosa di assolutamente satanico: ma non possiamo tornare indietro all’era in cui si pretendeva di ascoltare fin da subito un’intera Sinfonia di Mahler o di Bruckner per una sorta di dovere morale. Sarebbe giusto, ma ad oggi è impossibile. La polverizzazione della fruizione odierna dell’arte non sempre, d’altronde, è un abominio: spesso, bastano pochi secondi per far scattare un colpo di fulmine, che darà poi magari luogo a un approfondimento. Allora, può anche darsi che social apparentemente superficiali come Instagram, fruiti più volte al giorno da un ventenne di oggi, possano far nascere passioni tutt’altro che superficiali.

Nella mia breve e un po’ improvvisata indagine, ho cercato comunque di attenermi a una qualche scientificità, applicando il metodo statistico, basandomi sul numero di hashtag (#). Innanzitutto, mi sono accorto che l’hashtag #classicalmusic è molto più utilizzato di quanto pensassi:

rockmusic: 421071  – popmusic: 387450 – classicalmusic:210474 –  jazzmusic: 76316 – discomusic: 19664

La musica classica è nominata circa la metà delle volte del rock e più del doppio delle volte del jazz. Non si vuole certo qui istituire una graduatoria fra generi (ammesso che l’espressione “genere musicale” abbia oggi un qualche senso), ma solo evidenziare che la musica di Mozart e Debussy non è certo una nicchia per dinosauri. E dirò di più: oggi lo è forse meno di quanto lo fosse qualche anno fa, anche grazie a tecnologie che permettono ai più giovani di ascoltare di tutto senza dover pagare un costosissimo biglietto o comprare a scatola chiusa un cd a 20 euro. Se l’interesse sboccia, l’approfondimento ci sarà poi: magari anche iniziando a suonare uno strumento e divenendo quindi soggetti attivi -senza necessariamente dover fare il musicista di professione.

Ho proseguito l’indagine cercando di capire quale fosse il peso degli utenti italiani. Con una certa sorpresa, ho scoperto che l’hashtag #musicaclassica è quasi cinque volte più utilizzato del francese #musiqueclassique e quasi il doppio dello spagnolo #musicaclasica. Il tedesco klassischemusik? Quasi non pervenuto.

musicaclassica: 15390 – musicaclasica: 8886 – musiqueclassique: 3872 – klassischemusik: 1547

Ora, o gli italiani sono dei cazzari nullafacenti che passano le loro giornate sui social (il che è in parte vero), mentre francesi o tedeschi si occupano di cose serie, oppure la musica classica in Italia ha un pubblico potenziale di giovani più ampio di quanto non si pensi. E poi, anche se il dato fosse uno specchio del nostro oziare? Staremmo pur sempre oziando con Bach, Verdi o Shostakovich, il che non mi sembra affatto una trista prospettiva.

Giunto a questo punto, mi è venuta l’insana idea di vedere quali compositori fossero più citati. Qui però è insorto un problema non da poco: inserendo solo il cognome del compositore, venivano fuori cose che ben poco hanno a che vedere (almeno direttamente) con la musica. Così, #beethoven rimandava al cane del famoso film, #mozart al cioccolato (le famose ‘palle di Mozart’ salisburghesi), #verdi all’ecologismo, mentre nomi come #berlioz o #chopin sembravano essere associati, più che alla Sinfonica fantastica o ai Notturni, a un’infinità di gatti (sulla base dei nomi di mici di film come “Gli aristogatti”): 

 

Nella marea di citazioni presenti su Instagram, non è poi infrequente trovare massime (più o meno sagge) di musicisti. Divertente questa di Erik Satie: “Coloro che blaterano alle mie spalle, / il mio culo li contempla”

                                                                 

Nonostante possa apparire irriverente, anche la parodia (che riguarda perlopiù Johann Sebastian Bach, forse per l’aura di protestantesimo e di serietà che lo avvolge agli occhi dei più) può diventare un modo per ricordarci che questi grandi compositori sono ancora fra noi, più vivi di certi vivi:

E così, ci viene anche ricordato che Mendelssohn “likava” (e, perché no, lovvava) Bach ben prima che fosse di moda.

Ma torniamo ai compositori più citati. Poiché, come dicevo, con Berlioz vengono fuori gattini e con Mozart le mozartkugeln (l’indice glicemico è più o meno paritetico), ho iniziato mettendo nell’hashtag anche il nome del compositore. Ecco i risultati, dal più popolare in giù:

  1. GiuseppeVerdi: 11982
  2. Ludwig van Beethoven: 10718
  3. PhilipGlass: 10561
  4. WolfgangAmadeusMozart: 5966
  5. JohannSebastianBach: 5485
  6. ErikSatie: 4750
  7. FrédéricChopin: 4689
  8. RichardWagner: 4666
  9. ClaudeDebussy: 4341
  10. GiacomoPuccini: 4034
  11. FranzLiszt: 3679
  12. Steve Reich: 3520
  13. JohannStrauss: 3258
  14. LeonardBernstein: 3077
  15. GeorgeGershwin: 2951
  16. EdvardGrieg: 2587
  17. BenjaminBritten: 2492
  18. AntonioVivaldi: 2467
  19. GustavMahler: 2370
  20. RichardStrauss: 2366
  21. JeanSibelius: 2218
  22. FranzSchubert: 2018
  23. IgorStravinsky: 1890
  24. JohannesBrahms: 1560
  25. MauriceRavel: 1523
  26. GeorgesBizet: 1218
  27. RobertSchumann: 1131
  28. VincenzoBellini: 1118
  29. CarlNielsen: 1098
  30. PierreBoulez: 1012
  31. BelaBartok: 1005
  32. GabrielFauré(+Faure)= 838
  33. GaetanoDonizetti: 737
  34. FelixMendelssohn(+Bartholdy): 671
  35. EdwardElgar: 628
  36. AlbanBerg: 612
  37. DmitriShostakovich: 606
  38. HectorBerlioz: 605
  39. SergeiRachmaninov(+Rachmaninoff): 580
  40. GioacchinoRossini: 561
  41. IsaacAlbeniz: 538
  42. SergeiProkofiev: 522
  43. MaxBruch: 372
  44. AntonBruckner: 344
  45. FrancisPoulenc: 280
  46. BenedettoMarcello: 217
  47. GyorgyLigeti: 211
  48. HugoWolf: 203
  49. LuigiNono: 179
  50. LucianoBerio: 170
  51. ClaudioMonteverdi: 168
  52. FranzJosephHaydn: 143
  53. MaxReger: 126
  54. TomasoAlbinoni: 118
  55. AntonWebern: 100
  56. Jean-PhilippeRameau: 89
  57. ElliottCarter: 86
  58. FrançoisCouperin: 78
  59. CarlPhilippEmanuelBach: 66
  60. LuigiCherubini: 61
  61. FerruccioBusoni: 49
  62. GeorgFriedrichHaendel: 29
  63. HenriDuparc: 22
  64. LuigiDallapiccola: 7

Le classifiche sono sempre stupide, ma questo non è certo un sondaggio qualitativo. Nella sua superficialità, ci dice semplicemente quali sono i compositori che più richiamano l’attenzione delle ultime generazioni. Sorprende la leadership di Verdi, così come il fatto di trovare Britten davanti a Vivaldi o Stravinsky davanti a Brahms. Il Novecento, in generale, è piuttosto presente, ma anche un nome come Boulez (forse anche per la recente morte) si piazza davanti a un Donizetti. Compositori come Berio, Rameau, Couperin, Carter, Dallapiccola, Duparc, Busoni o Dallapiccola, ma anche Haydn, sembrano riservati a una minoranza, mentre spopolano quei nomi spesso legati a una colonna sonora, a jingle pubblicitarii, a riferimenti dell’immaginario collettivo o a primati nazionali (come Nielsen, gloria danese): Satie, Chopin, Liszt (ben 11256 volte ricorre #lisztomania, il film di Ken Russell), Grieg e via dicendo. Ci sono poi casi di compositori il cui nome è troppo complicato da scoprire: come Georg Friedrich, nel caso di Haendel. Le sorprese sono moltissime e ognuno le leggerà a modo suo. Non mi sarei mai aspettato #Bartok davanti a Shostakovich o Sibelius davanti a Schubert, oppure Prokofiev dietro ad Albeniz. Certo, i numeri non sono paragonabili a quelli delle star del pop: a fronte dei quasi 12000 hashtag di GiuseppeVerdi, troviamo JustinBieber con più di 22 milioni di tag, Lana Del Rey con quasi 3 milioni e mezzo, i Beatles con più di un milione e i Rolling Stones con più di mezzo milione. Ma poco importa.

Per completezza, ecco anche la Top Ten che risulta inserendo solo il nome, ad esempio #bach (che significa anche ruscello, in tedesco) #mozart (sempre tenendo conto delle famose palle), #beethoven (cane compreso) o #verdi (politici compresi). Il risultato è un po’ diverso. Mozart passa ad esempio dal bronzo all’oro, forse perché viene semplicemente meno la scocciatura di scrivere WolfgangAmadeus (assai più complicato di Giuseppe):

  1. Mozart: 304424
  2. Beethoven: 221118
  3. Bach: 20879
  4. Verdi: 151195
  5. Chopin: 129314
  6. Wagner: 70423
  7. Vivaldi: 54956
  8. Puccini: 36707
  9. Rossini:32201
  10. Ravel: 30780
  11. Brahms: 27.370
  12. Debussy: 26802
  13. Handel (senza dieresi): 25690
  14. Schubert: 25668
  15. Berlioz: 19426
  16. etc

La classifica lascia certo il tempo che trova: pensiamo solo al fatto che #antonindvorak (con nome e cognome) arriva a 779 soltanto, mentre il semplice #dvorak ne conta 13214. Ma anche Haydn, senza il complicato FranzJoseph, tocca quota 15527. Comunque, troviamo anche nomi insospettabili, ad esempio Alkan, con ben 7007 tag (più di Albinoni, Bruckner o Elgar).

E veniamo infine agli interpreti. Qui ci si accorge, osservando ad esempio i pianisti e i violinisti, che c’è una leadership incontrastata, quasi un monopolio di un singolo nome. Dietro, il vuoto o quasi. Fra i pianisti domina Lang Lang, con 13493 hashtag, fra i violinisti David Garrett, con 26.170. Ho preso solo alcuni esempi:

  1. Lang Lang: 13493
  2. Yuja Wang: 1767
  3. Daniel Barenboim: 1574
  4. Valentina Lisitsa: 1448
  5. Yundi Li: 825
  6. Katia Buniatishvili: 475
  7. Andras Schiff: 347
  8. Krystian Zimerman: 308
  9. Ramin Bahrami: 261
  10. Grigory Sokolov: 251
  11. Mikahil Pletnev: 125
  12. Radu Lupu: 123
  13. Volodos: 87

Violinisti:

  1. David Garrett: 26170
  2. Ithzak Perlman: 2921
  3. Vanessa Mae: 2212
  4. Hilary Hahn: 1669
  5. Charlie Siem: 1003
  6. Ray Chen: 831
  7. Janine Jansen: 827
  8. Nigel Kennedy: 742

Infine, qualche dato su alcuni direttori: quotato Riccardo Muti, forse per i suoi successi in America, dove Instagram è molto diffuso:

  1. Riccardo Muti: 1197
  2. Simon Rattle: 965
  3. Valery Gergiev: 824
  4. Mariss Jansons: 534
  5. Riccardo Chailly: 372
  6. Daniel Harding: 348
  7. Ivan Fischer: 187
  8. Bernard Haitink: 138
  9. Yuri Temirkanov: 115
  10. Kirill Petrenko: 93

Questi sono solo alcuni esempi. La presenza nelle retrovie dei musicisti forse più raffinati, come Lupu o Temirkanov, è anche indice del fatto che i cultori di questi artisti tendono a snobbare tutto ciò che è immagine, marketing o “visibilità”. E, ovviamente, proprio sul culto dell’immagine è basato instagram. 

Non bisogna tuttavia stigmatizzare un nuovo atteggiamento di avvicinarsi alla classica, a volte apparentemente superficiale ma non sempre avulso da un vero affetto o, molto spesso, da un vero e proprio stato di esaltazione. Concludo con alcune foto che parlano da sé: c’è chi trova sexy suonare il pianoforte, chi per rilassarsi nella vasca da bagno ascolta Schubert (“I’m in heaven, with my favorite composer“), chi ricorda David Bowie violoncellista sul set del film “Miriam si sveglia a Mezzanotte” (ancora una volta, sul leggio abbiamo Schubert), chi inventa una collezione di teeshirts ispirate ai compositori, chi celebra Verdi fotografando i graffiti a lui dedicati presso le Colonne di San Lorenzo, nel centro di Milano. Insomma, come recita il nome del nostro network, la classica (è) viva!

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Feb 202012
 

Il “Concorso Paganini” del 2012 si farà nel 2013. Diverse le scuole di pensiero sulle motivazioni della sospensione del prestigioso premio, che da molti anni incorona i migliori violinisti del mondo.

Da un lato si dice che annullare questa edizione sia un’occasione per ripensare lo stesso evento, arricchendolo di nuove iniziative paganiniane, fino a pensare anche ad un Centro Studi che valorizzi la figura del violinista genovese, per farla diventare una risorsa e un patrimonio cittadino, così come è stato in altre città grazie ai loro illustri nati. Dall’altro pare che la sospensione sia dovuta alla cronica carenza di fondi che colpisce l’arte – e la vita – in maniera ormai indiscriminata. E proprio da questa seconda spiegazione nasce la polemica, dato che, a quanto pare, l’unica spesa stanziata che sarà erogata nonostante la sospensione è l’ingaggio del maestro Allevi, pianista e compositore dai folti riccioli, che dovrà fornire una propria nuova composizione, appunto, in stile paganiniano, che farà parte dei pezzi d’obbligo per le selezioni della prima prova del prestigioso concorso, se e quando si terrà.

È triste dover segnalare ogni giorno la chiusura di un teatro, la cessazione di un evento al quale eravamo abituati, la scomparsa di un concorso o di un festival che servirebbero almeno a ricordare che in passato, quando il talento era talento, e la maestria un valore aggiunto, anche noi in Italia eravamo capaci di vivere di arte e di musica.

Ci è rimasto Sanremo, l’unico Festival che non piange per la miseria, l’unico Festival della musica italiana. L’unico Festival che fa rumore.

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Nov 162011
 

Per uno sciopero indetto dalle Rsa Cgil, Cisl, Uil e Fials del Coro del Teatro alla Scala di Milano, il primo dei tre concerti diretti da Daniel Barenboim per la stagione sinfonica, mercoledì 16 novembre, non potrà aver luogo. Lo comunica il Teatro alla Scala di Milano.

Le modalità di rimborso, informa il teatro, sono le seguenti. Acquisti allo sportello, tramite Internet, prenotazione telefonica: i biglietti dovranno essere spediti o restituiti dal cliente, entro il giorno 24 novembre 2011, alla Biglietteria Centrale (Galleria del Sagrato), Piazza Duomo – 20121 Milano, aperta dalle ore 12 alle ore 18 tutti i giorni.

In caso di consegna il rimborso e’ contestuale, in caso di spedizione il rimborso avverrà esclusivamente mediante invio di assegno circolare all’indirizzo indicato dal cliente. Abbonati stagione sinfonica 2011- 2012 – turno A: il rimborso della quota relativa allo spettacolo avverrà tramite assegno circolare inviato all’indirizzo comunicato al momento della sottoscrizione dell’abbonamento.

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Feb 072011
 

Giovanni Allevi e le celebrazioni per l'Unità d'ItaliaQuesto blog si è già occupato in passato delle polemiche suscitate da Giovanni Allevi (trovate a questo link il mio articolo con tutta la polemica scatenata da Uto Ughi). Ma dopo le recenti contestazioni, che sono sfociate addirittura in una petizione di protesta con raccolta di firme online contro Allevi, cui è stata affidata la direzione dell’Inno di Mameli per le imminenti celebrazioni dell’unità d’Italia, pubblico con grande interesse un bell’articolo del pianista,  giornalista e musicologo Luca Ciammarughi, del quale sono regolarmente ospite nella trasmissione di Radio Classica, da lui giornalmente condotta, “Ultimo grido”.

I.A.

Il pianista, musicologo e giornalista Luca CiammarughiNel 2007, quando ancora il dibattito sulla figura di Giovanni Allevi non imperversava, trasmisi da Radio Classica (fino a quel momento vicina al pianista-compositore, negli spazi jazz ed extra-classici non miei) l’inizio della canzone “Panic” (dall’album Joy, 2006). Poi mi misi al piano e suonai agli ascoltatori l’inizio del canto di Natale “Notte di luce, colma è l’attesa”, che i cattolici praticanti italiani – e anche i non più praticanti – conoscono a memoria. Quindi ritrasmisi l’inizio di “Panic”. Non solo il giro armonico dei due brani era lo stesso, ma anche il profilo armonico era sostanzialmente identico.

Ciò che mi interessava non era tanto il fatto che Allevi avesse consciamente o inconsciamente copiato quell’inno, ma il fatto che quella musica riproducesse nel melodismo accessibile e a tratti ingenuo un fideismo-buonismo di fondo dell’italiano medio, di cui prendere semplicemente atto: una mancanza assoluta di qualsivoglia tensione tragica, una generica aura di Speranza, una rilassatezza da “volémose bbène”. In un certo senso il fenomeno-Allevi, che era agli albori, mi interessava sociologicamente, mi permetteva di riflettere su come la ricezione della musica fosse condizionata da processi estrinseci alla musica stessa, social-collettivi o psicologico-individuali.

In realtà il mio primo contatto con la musica di Allevi era stato l’anno precedente. Influenzato a letto, avevo lasciato la radio accesa per compagnia: senza nessuna voglia di alzarmi per cambiare stazione, mi sorbii alcuni suoi brani come si manda giù uno sciroppo edulcorato per la tosse: poteva anche andarmi bene, con i suoi collegamenti armonici rassicuranti e privi di tensioni. Ben presto mi resi conto però che Allevi contraddiceva ciò che io essenzialmente cercavo nella musica: Sensucht, sottile sensualità, sublimazione. O ancora: complessità in senso psicologico prima ancora che formale, allusività e poli-semanticità, ambiguità. Tutti valori, peraltro, piuttosto latitanti nella patria di “O Sole mio” e dell’inno di Mameli. Ero arrivato a una mia conclusione personale, che riguardava esclusivamente me: disinteressarmi di una musica che non poteva toccare le mie corde.

Negli anni successivi e fino ad oggi, ho osservato con perplessità – senza intervenire con convinzione – le periodiche accuse mosse ad Allevi dall’élite musicale colta, a partire da quelle di Uto Ughi dopo il Concerto del 2008 al Senato, fino a quelle recentissime riguardanti la sua esecuzione dell’Inno di Mameli con l’Orchestra Rai di Torino.

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Gen 192011
 

il pianista Stefano LigorattiSono giorni importanti per ClassicaViva, giorni in cui si lavora alacremente per la promozione del nuovo CD, “Violin in Blue” che sarà presentato a Milano il prossimo 31 Gennaio. Esaurito il battage nei canali più consoni e da “addetti ai lavori”, se ne continua a parlare quando capita, forse perché non abbiamo in questo momento cose migliori da dire, o perché su quel lavoro siamo tutti molto concentrati. Poi, al dire il vero, tutti noi e ognuno a suo modo, restiamo fermamente convinti che sia necessario un ritorno alla cultura; ci crediamo davvero, e quindi non ci viene difficile parlarne.

Ma quante sorprese! Per esempio, si scopre che parlare di musica classica fuori da un circolo esclusivo, o dalla nicchia nella quale sembrano essere nascosti gli appassionati, è come narrare storie di cappa e spada, dove gli uomini hanno il mantello e le donne il seno racchiuso in scomodissimi corpetti, o le vesti lunghe e fruscianti. “Roba per vecchi” mi son sentita dire, sorridendo appena per l’obiezione che concludeva con un discorso quasi convincente sull’egemonia dei soliti noti, in mano alle major che monopolizzano tutto il mondo della musica. Le voci cambiano, e si fanno incredule quando racconti che il Maestro Ligoratti ha solo 24 anni, o descrivi la gentilezza del viso della violinista Yulia Berinskaya, ma diventa tutto assai più difficile, quando le giovani appassionate di musica, che su Internet tengono rubriche o Siti tematici, stupite ti rispondono: “Ah, ma è pure bello” (e non proprio testuale).

La musica però non cambia. Probabilmente ci sarebbe da fermarsi un momento e riprendere le fila di un discorso interrotto troppo tempo fa, tornando ad accordarsi su cosa sia cultura e cosa non lo sia. Chiedersi anche se sia l’educazione ad avvicinarci alla cultura, o se essa possa educarci. Guardando al Venezuela, dove ogni anno nonostante i gravi problemi economici comuni in tutto il mondo, lo stato continua a stanziare 29 milioni di dollari per finanziare le orchestre infantili, propenderei per la seconda ipotesi. È da molti anni ormai che in quel paese dell’America Latina la musica classica salva la vita dei bambini, due milioni di bambini da quando gli strumenti musicali sono arrivati in ogni angolo di paese, in ogni campagna a ripulire un po’ della polvere che circondava queste vite.

Stando in Italia è impossibile sperare che a breve si possa importare lo stesso modello, ed educare alle arti e aprire le menti alla cultura. Per togliersi la polvere di dosso, al massimo si continuerà a pensare che è necessario arrivare col proprio libro su cui sta scritto nulla, con la voce pronta a strillare fingendo d’essere un po’ negra o con la chitarra fracassona in uno studio della tivù.

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Set 122009
 

Il Ministro Brunetta a VeneziaNei mesi scorsi abbiamo avuto molte volte modo di parlare dei famigerati tagli al FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo), operati dal governo, e delle relative e vibranti proteste da parte degli operatori del mondo dello spettacolo.

Alla Mostra del Cinema di Venezia, che è in corso di svolgimento, si sono rinnovate dichiarazioni e prese di posizione molto nette di tutta la gente del cinema contro questi tagli.

Ed ecco che ci ha pensato il Ministro Brunetta a gettare olio sul fuoco: a poche ore dalla fine della Mostra internazionale del Cinema di Venezia, il Mini­stro della Pubblica amministra­zione e dell’Innovazione – ieri,  nel suo inter­vento alla scuola di formazione del Pdl a Gubbio – ha dato dei “saggi” consigli al suo collega San­dro Bondi, responsabile dei Be­ni culturali, presente in sala.

Ecco i video integrali del suo intervento (quello con i passaggi di cui parliamo qui è il secondo – i video li ho trovati su YouTube, i commenti non sono miei, ma di chi li ha pubblicati, se li visualizzate direttamente con Youtube potete leggere tutto), seguito dal riassunto di  alcune sue testuali dichiarazioni, nelle quali ha sparato ad alzo zero contro il cinema italiano. I tagli al Fondo Unico dello Spettacolo, per lui, sono giusti.

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Esiste in Italia un culturame parassitario vissuto di risorse pubbliche che sputa sentenze contro il proprio Pae­se, ed è quello che si vede in que­sti giorni alla Mostra del Cine­ma di Venezia.

Bene fai Sandro a chiudere quel rubinetto del Fus”.
Il Ministro ha proseguito parlando diregisti che hanno ricevuto 30/40 milioni di euro di finanziamenti incassando in tutta la loro vita 3-4 mila euro. Questi stessi autori nobili, con l’aria sofferente, ti spiegano che questa Italia fa schifo…Solo che loro non hanno mai lavorato per avere un’Italia migliore”.

E’ toccato poi aiparassiti dei teatri lirici: i finti cantanti, scenografi che non si sono mai confrontati con il mercato, tan­to Pantalone pagava. A lavora­re…”.

E ancora: “Ci sono orchestrali che mettono insieme orchestre che suonano poco per avere sussidi statali e poi si fanno il complessino loro“. (!)

E infine:Questo è un pezzo di Italia molto rappresen­tata, molto ‘placida’ e questa Italia è leggermente schifosa.”

La scelta dell’aggettivo “placida“‘ non era evidentemente affatto casuale dopo che Michele Placido, a Venezia con il suo film sul ’68, Il grande sogno, si è reso protagonista di una polemica che dalla casa di produzione Medusa si era este­sa a Berlusconi (aveva dichiarato di non averlo mai votato, anche se aveva prodotto il suo film con la Casa Medusa, di proprietà, per l’appunto, del nostro Presidente del Consiglio). Il riferimento di Brunetta era ovviamente diretto a Michele Placido e Citto Maselli, che hanno toccato con i loro film “temi” che ovviamente non sono fra i più graditi a chi governa l’Italia.

A sottolineare la trasformazione del Ministro Brunetta, in peggio, in un facsimile del suo Presidente del Consiglio,  ci ha pensato l’ex Presidente di RAI Cinema, Giuliano Montaldo, secondo il quale l’idea di spettacolo dell’esponente politico sarebbe coincidente con la presenza, a Venezia, di Noemi Letizia.

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Mar 052009
 

Alessio Boni interpreta Giacomo PucciniScusate, ma non resisto alla tentazione di commentare lo sceneggiato RAI andato in onda nei giorni scorsi, dedicato alla vita di Giacomo Puccini.

Errori e luoghi comuni: la fiction su Puccini fa infuriare i melomani” – titola un articolo del Corriere della Sera.

Va beh, si sapeva, era uno sceneggiato nazional popolare. Ma ben venga, se può avvicinare la gente alla figura di Puccini. E alla sua musica… già, la sua musica! Ma dov’era la sua musica, diamine? Confinata a poche, troppo poche scene (ineliminabili, ovviamente), sulla messa in scena di alcune sue opere… e a qualche passaggio al pianoforte, per mostrarne il travaglio creativo. E poi, orrore, a fastidioso commento di tutto lo sceneggiato,  musiche non sue, di tal Padre Frisina, che, poveraccio, ha anche tentato di fare del suo meglio, ma gli era stata affidata, davvero, una “mission impossible”!

Un compito da fare tremare le vene nei polsi: mostrare Puccini che cerca la sua Turandot, con altro commento musicale! Ma che cosa è venuto in mente agli sceneggiatori? La lezione di Visconti, ahimè, è lontana, troppo lontana.

Non è che siamo melomani incontentabili. E’ che quando si parla di musica, e della vita di un genio che compone musica (e che musica…), proprio non si può, e non è davvero immaginabile, inserire il commento musicale di un altro autore. Neanche se questo autore, to’, si chiamasse Schubert, o Beethoven. E’ proprio che – direbbe Di Pietro – che c’azzecca?

Tu vedi Puccini camminare malato per strada, arrovellarsi disperato perché non trova la musica per la sua Turandot e sa che sta per morire… e gli metti in sottofondo la musica di Frisina? Che, oltretutto, cerca di adattarsi al personaggio che deve commentare, orecchiandone e scopiazzandone spunti musicali e clima armonico? Bah.  Mi piacerebbe moltissimo chiedere ai geni che hanno fatto questa pensata cosa avevano in mente, e perché hanno fatto questa scelta. Secondo loro, quando un musicista sta componendo un’opera, e ne è ossessionato, va in giro a pensare compulsivamente il tema di un altro compositore?

Misteri RAI. Certo si è persa una magnifica occasione di ascoltare più musica di Puccini. E anche di evitare alcuni errori storici (come la falsa storia con Doria), che da poco è stata completamente rivista e corretta dal regista Paolo Benvenuti (ricordate i nostri post sul suo bel film “La fanciulla del lago?”). Benvenuti parla apertamente e duramente di “ignoranza e disprezzo del pubblico”.

E poi, poveri Illica e Giacosa, ridotti a macchiette. Per non parlare di Toscanini, che sembrava imbalsamato. Una roba da museo delle cere…

Unica nota positiva: a me il protagonista è piaciuto: Alessio Boni ha dato verità al suo personaggio, spessore umano, tenerezza, passione e slancio. Pur ingabbiato in una sceneggiatura infarcita di luoghi comuni e flash back (aiuto, non ne possiamo più dei flash back!)  questo attore bello, affascinante e davvero bravissimo è riuscito a commuovere, a essere ironico, irresistibilmente simpatico e seduttivo, a incarnarsi quasi nel grande Giacomo, al quale è riuscito anche a somigliare molto, e a far quasi dimenticare, a tratti, tutto il resto. Persino la musica di Frisina… E scusate se è poco. Bravo. Ricorderemo, almeno, il suo eroico tentativo di salvare lo sceneggiato.

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Feb 252009
 

Alessandro Baricco, molto amato in questo momento...Cari amici, dopo l’articolo di ieri di Alessandro Baricco su “La Repubblica”, erano inevitabili strascichi e polemiche. Le dichiarazioni di Baricco sono piombate come una bomba sul già allarmatissimo mondo dello spettacolo, già messo a dura prova dai tagli al FUS e dalla clamorosa discesa in campo dell’AGIS (vedi nostro post precedente).

Ne abbiamo parlato ieri diffusamente anche ieri a Radio Classica, nella trasmissione “Ultimo Grido” delle 16, condotta da Luca Ciammarughi, della quale sono ospite fissa ogni martedì.

Citiamo, per tutti, solo alcuni commentiLuca Barbareschi, attore e deputato del PDL: “Ma proprio Baricco che ha fatto teatro a botte di sovvenzioni? Il sistema dello spettacolo in Italia non va rotto come dice lui, va risistemato come in Francia, Germania, Inghilterra, ora perfino America: l’intervento dello Stato ci vuole. Chi deve andar via è la politica che ha egemonizzato poltrone, denari, tutto”. E incalza il premio Nobel Dario Fo: “Ci vogliono regole trasparenti”, dice Fo, “per rispetto anche del pubblico. Ma sul finanziamento non si discute: anzi in Italia la percentuale del Pil alla cultura è dieci volte inferiore alla media europea”. La proposta di Baricco di finanziare la tv è la più spinosa da digerire. E il musicista premiato con l’Oscar, Nicola Piovani: “Una sciocchezza così non l’avevo mai sentita. A Roma si dice “Levateje er vino“”.

Ma, per saperne di più ed entrare davvero nel vivo del dibattito, ecco, per voi, il video che abbiamo registrato dalla diretta della bellissima trasmissione di Repubblica TV, un vero esempio di TV intelligente, di informazione puntuale e sempre attualissima, un dibattito ben condotto e moderato dai bravissimi Paolo Garimberti e Edoardo Buffoni. Questa è la vera TV, questo è il futuro dell’informazione: grazie, Repubblica!

Riportiamo il video per chi non avesse potuto seguire la diretta, andata in onda al mattino, in pieno orario lavorativo. Trovate comunque tutti i video di Repubblica nel sito http://tv.repubblica.it . Sono intervenuti in studio a Roma Vincenzo Cerami, e in studio a Milano Massimiliano Finazzer Flory, assessore alla Cultura del Comune di Milano. In collegamento telefonico Francesco Ernani, Sovrintendente teatro dell’Opera di Roma, Carlo Fuortes, di “Ad fondazione musica per Roma”, oltre a Ottavia Piccolo, attrice di teatro, e a Elio De Capitani, attore.

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