Set 262016
 

Sfiniti dalla corsa per non perdere l’ultimo treno, Sara e Florent osservavano dal finestrino il profilo delle industrie di Mestre. Stavolta il luogo dei dibattiti non era il tram, ma un più confortevole Frecciarossa, che dalla stazione di Venezia Santa Lucia li avrebbe portati in due ore e mezza a quella di Milano Centrale. Con la luce del tramonto, i mostruosi impianti chimici e siderurgici acquisivano qualcosa di sublime.

Sara: Se non sapessimo che sono industrie, ci sembrerebbero strane cattedrali. Ravel avrebbe amato questo paesaggio.

Florent: Dici?

Sara: Lo dice lui. Una volta fece un viaggio su un fiume tedesco. Mi pare fosse il Reno, ma non ha importanza. Dall’imbarcazione vedeva i profili delle industrie tedesche, e questo paesaggio gli sembrò il più bello del mondo, molto più bello di qualsiasi meraviglia della natura.

Florent: In questo non credi che Saint-Saëns assomigli un po’ a Ravel?

Sara: Infatti. Gli assomiglia e, in un certo senso, lo anticipa. Entrambi sembravano misantropi, ma in realtà credevano nelle opere dell’uomo, nel progresso. Debussy è molto più affascinato dal mistero della natura, per esempio. E, anche se si professa anti-romantico e anti-wagneriano, Debussy è in qualche modo in continuità con la visione che i romantici hanno della Natura, con la N maiuscola, quasi una divinità. Se invece pensiamo agli animali rappresentati musicalmente da Saint-Saëns nel Carnaval dex animaux o da Ravel nelle Histoires naturelles, ma anche ne L’Enfant et les sortilèges, ci accorgiamo che non sono più ammantati di alcun residuo di romanticismo. La natura diventa allora bella in sé, non come riflesso mistico di un mondo trascendente.

Florent: Non sempre però. A volte Saint-Saëns guarda indietro, subisce la nostalgia del mondo romantico in cui è cresciuto, quello di Chopin, Schumann, Liszt, e poi di Wagner. Nel Carnaval des Animaux, l’Aquarium o le Coucou au fond des bois spezzano il realismo e il cinismo ironico e reintroducono il mistero…

Sara: …e questo è il motivo per cui Saint-Saëns è così difficile da inquadrare. È evidentemente combattuto fra due mondi.

Florent: In questo lo trovo più attuale che mai. Lui che alla fine fu considerato un inattuale. Oggi in fondo non abbiamo lo stesso problema, ma rovesciato? Ci è stato consegnato dal Novecento un mondo in cui ogni illusione e ogni idealismo è crollato, eppure sentiamo il bisogno di qualcosa che ci riempia di nuovo l’anima…

Sara: Ma facciamo fatica. Così come in fondo Saint-Saëns faceva fatica ad adattarsi alla nuova mentalità scientifica, pur essendo a suo modo uno scienziato. Quando era ragazzo, gli Dei non avevano ancora lasciato il cielo. Ehi, mi ascolti o no?

Florent: Sì, stavo…

Sara: …chattando su grindr, ti ho visto. No so come tu faccia al contempo a parlare di anima e a cercare sesso fast-food.

Florent: Chi te lo dice che sia sempre fast-food? E comunque, anche Saint-Saëns faceva così. Le biografie ufficiali non te lo diranno mai, ma nei suoi viaggi in Algeria, alle Canarie o in Oriente, dopo aver piantato in asso la moglie, Saint-Saëns andava alla ricerca di avventure erotiche di ogni tipo.

Sara: Ah, non lo sapevo. Questo spiega molte cose. È strano come la “storia ufficiale” si perda per strada alcuni aspetti tutt’altro che irrilevanti della vita degli artisti. Per esempio: che rapporto aveva Saint-Saëns con i suoi amanti? Si innamorava ancora, o era passato a una semplice consumazione fisica, al piacere dato dalle pure sensazioni? Nessun epistolario potrà darci risposte.

Florent: Però qualche indizio ci arriva proprio dalla sua musica. Per esempio, non ti sei accorta che i testi delle mélodies del concerto di apertura ruotavano spesso intorno all’ossessione di non riuscire più ad amare?

Sara: Sì, e infatti ho trovato centratissimo il titolo “Amori di altri tempi e di altri luoghi”. Per esempio, nell’ultima mélodie del ciclo La cendre rouge, il poeta invoca Amore e gli chiede <<Perché mi hai lasciato? Perché?>>. E poi dice <<Soffro di non soffrire più>>, <<Mio bel carnefice, torna da me: anelo ai tuoi strali dolorosi!>> e infine <<Ritorna, e fammi ancora male!>>.

Florent: ma ancor di più nella prima delle Mélodies Persanes. Com’era? Ah sì, Splenseur vide. Splendore vuoto. Viene evocato un mondo di raffinatezze sibaritiche, alla Des Esseintes o alla D’Annunzio. Ma questo edonismo alla fine si rivela vacuo, vuoto, quando manca “l’amore soave e crudele”. E vogliamo parlare di Désir d’amour? Aspetto, prendo il testo, ecco: <<Nell’anima mia c’è un vuoto strano e ferale, immensa nostalgia, sete d’essere amato…>>

Sara: È proprio vero che la scelta dei testi poetici rivela le ossessioni dei musicisti. Nel caso di Saint-Saëns, il sentirsi scisso fra materialismo e idealismo. Anzi, materialismo e spiritualismo. Nei suoi scritti filosofici, ce n’è uno che si intitola proprio così: Materialisme et spiritualisme. L’avevo trovato in un mercatino d’antiquariato a Nizza. Saint-Saëns si professa contrario alla religione, ma al contempo non riesce fino in fondo ad adottare la prospettiva materialistica e positivista, che riduce l’anima al cervello. E alla fine la sua conclusione è questa: <<Non c’è né spirito, né materia; c’è un’altra cosa che noi non conosciamo…>>

Florent: ahah, sì! Mi ricordo che mi avevi già raccontato qualcosa. Non lo trovi un po’ comico, però? C’era un punto in cui tirava in ballo un tale professorone di Lyon, che aveva dato un nome a questo non-so-che. Com’è che era?

Sara: il Protéon. Né materia, né spirito. Come filosofo, in effetti, Saint-Saëns fa ridere. Ma, come Koechlin con l’astronomia, forse trovava in queste ricerche un modo per credere ancora nell’uomo, per essere progressista in un momento in cui ogni cosa intorno a lui aveva un sentore di decadentismo. È per questo che, a differenza di Debussy, Saint-Saëns non mette in musica testi di Verlaine…

Florent: Quindi Debussy è più reazionario di Saint-Saëns?

Sara: Reazionario no. Ma decadente sì. Almeno credo. In fondo Saint-Saëns era un ottimista: è quasi commovente quel suo passaggio del trattatello Problèmes et Mystères in cui dice <<lavoriamo affinché coloro che ci seguiranno siano più felici di noi. Ci accorgeremo che la vita è bella e, al giusto momento, ci addormenteremo con la calma e la soddisfazione dell’operaio che ha terminato il suo compito e ben impiegato la sua giornata>>

Florent: Ma tutto ciò secondo te ha veramente a che vedere, alla fine, con la musica di Saint-Saëns?

Sara: Sì. A volte questo suo ottimismo lo limita. È come se fingesse di essere felice. E poi il suo essere diviso fra due mondi lo rende talmente eclettico da perdere talvolta una sua individualità.

Florent: Per me no. A me piace più di Debussy. Preferisco il Samson et Dalila al Pélleas et Melisande.

Sara: Ma sei pazzo!

Florent: Forse. E probabilmente anche Saint-Saëns lo era. Era squilibrato secondo me. Scriveva tante cose belle sul progresso e poi piantava la moglie distrutta dal dolore per la morte dei figli e se ne andava alle Canarie a farsi ragazzi a caso. Sì, era chiaramente fuori di testa. Ma non sarebbe certo il primo artista ad esserlo!

Sara: Forse nella vita lo era, ma nell’arte lo trovo fin troppo prudente. Nonostante gli sforzi di Tassis Christoyannis, solo alcune delle mélodies decollavano.

Florent: Per me, La Splendeur vide e Extase sono capolavori, tanto per citarne due. Il pianista, Jeff Cohen, mi è piaciuto da matti. Era perfetto per Saint-Saëns. Era perfettamente composto, quasi impassibile. Precisissimo nei movimenti, con tutte le dinamiche e i piani sonori accuratamente dosati. Eppure, dietro questa acribia e questo pudore apparente, si sentivano i sommovimenti dell’anima.

Sara: Su questo hai ragione, e torniamo a Ravel. Una freddezza solo apparente. E il gusto di indossare maschere per non rivelare i propri veri sentimenti.

Florent: Certo. Di Saint-Saëns si diceva che fosse un pianista impeccabile ma freddo, inespressivo, incapace di commuovere. Io non ci credo. Forse era freddo per molti, ma io sono quasi sicuro che ascoltandolo mi sarei commosso.

Sara: Comunque, ora che ci penso, qualcosa in comune con Debussy in fondo c’è. Pensa a Jour de pluie, sempre da La cendre rouge. Mentre il testo parla dell’incupirsi lugubre e gelido del giorno, Saint-Saëns evita un eccesso di enfasi sentimentale legata allo spleen parigino e si concentra sul ticchettio della pioggia, evocato in maniera quasi distante dagli staccati del pianoforte. Debussy fa qualcosa di simile con Il pleut dans mon cœur, su testo di Verlaine. Anche in quel caso, stranamente, non è il poeta, ma è il musicista a prendere le distanze da ogni sentimentalismo.

Florent: Appunto, e qui torniamo al fondamentale anti-romanticismo di Saint-Saëns. L’hanno chiamato neoclassicismo, ma questa è solo un’etichetta che si riferisce ai mezzi che l’artista usa. In realtà è semplicemente una nuova fiducia nei sensi: è la coscienza che nel romanticismo ci sono anche tante menzogne, e che per ritrovare un vero sentimento bisogna prima superare queste menzogne, riscoprire la nudità delle cose.

Sara: Siamo già a Padova. Io ora mi metto a leggere questo nuovo libro di Giuseppe Clericetti, è il primo in italiano su Saint-Saëns. Ho scoperto che il personaggio mi appassiona ancor più della sua musica. Tu ti rimetti su grindr?

Florent: Spiritosa! Non faccio pesca a strascico sul Frecciarossa. Dormirò un po’, sono stanchissimo. Svegliami quando arriviamo.

 

 

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Mar 282016
 

Le vacanze sono spesso l’occasione per immergersi in letture troppo a lungo procrastinate: durante questa Pasqua 2016, mi sono concentrato sul volume “Scritti e conversazioni”, di Sviatoslav Richter, a cura di Bruno Monsaingeon, uscito in Italia nel 2015 per i tipi del Saggiatore. Esso contiene i diciotto fittissimi taccuini (una sorta di diario musicale) che Richter riempì nel corso di un quarto di secolo, dal 1970 al 1995. Si tratta di impressioni di opere e concerti, sensazioni mosse dall’ascolto di un disco o delle proprie incisioni. In queste annotazioni, Richter si rivela critico severissimo e lunatico, con gli altri musicisti e ancor più con se stesso. Anche gli amici più stretti non vengono risparmiati: anzi, sembra che Richter esiga proprio da loro una devozione totale all’arte. Stroncando in maniera spesso impietosa alcuni grandi nomi del concertismo (che magari in altre serate, anche a seconda dell’umore di chi scrive, vengono invece incensati), Richter ci invita a diffidare della divinizzazione del grande nome, anche fosse un Karajan o un Benedetti Michelangeli. Le sue osservazioni non suonano come giudizi assoluti e incontrovertibili, ma fanno piuttosto riflettere sul fatto che anche un grandissimo musicista, nel tal giorno o nella tal condizione, può risultare deludente o addirittura insignificante; così come un  nome mai preso in considerazione può invece esaltare. Lo sforzo di Richter è quello di essere scevro da pregiudizi, da abitudini, da considerazioni interessate. Se una costante c’è, è quella della delusione nel riascolto dei propri dischi, quasi sempre considerati insoddisfacenti, se non addirittura catastrofici. Forse l’unica artista a cui rivolge con costanza lodi incondizionate è Maria Callas.

Ho raccolto qui in ordine alfabetico (per cognome) alcune delle stroncature di Richter, che naturalmente in altri casi parla anche molto bene di questi stessi artisti. Consiglio di iniziare dalla lettera R di Richter, tornando poi alla A: si capirà meglio lo spirito. Le date non si riferiscono ai dischi o concerti recensiti, ma al momento in cui Richter ne scrive nel suo diario.

ABBADO, Claudio (“Il viaggio a Reims”, 1988, Cappuccilli, Caballé ecc): “I cantanti fanno spesso roulades a ogni pié sospinto e, spesso, non capisco il testo (musicale) delle loro roulades. Deve essere colpa del direttore d’orchestra, che prende tempi troppo rapidi, e della tradizione italiana che consiste nel cantare tutto veloce con temperamento meridionale”.

ARGERICH, Martha (con Gidon Kremer, 1990, Sonate di Prokofiev): “Non mi è assolutamente piaciuto! E del resto ciò non deve affatto stupire, poiché c’è gente che suona direttamente in scena, senza aver provato: cosa possono sperare di buono? È a dir poco scandaloso (soprattutto il violino). Comportarsi in questa maniera verso l’arte mi è totalmente incomprensibile. E grazie a tutto ciò…successo delirante.”

ASHKENAZY, Vladimir (1989, Brahms): “Completa delusione…Espressione=zero. Niente accade. E si tratta di Volodja Ashkenazy! Proviene da un altro pianeta?”.

BARENBOIM, Daniel (“Parsifal”, 1992): “Barenboim ha evidentemente un talento diabolico e, scherzi a parte, col Parsifal ne esce molto onorevolmente. Ma ha talmente voglia di apparire riflessivo e profondo che diventa quasi fastidioso.”

BASHMET, Yuri (1989, Hoffmeister): “Yuri Bashmet suona alla sua maniera abituale, ma la sua interpretazione non mi convince affatto. Fa troppi contrasti tra forte e pianissimo, il che scatena immancabilmente l’entusiasmo del pubblico, ma non mi fa neanche drizzare le orecchie”.

BRUSON, Renato (1983, Verdi): “Bruson è un Rigoletto ordinario, come ne ho visti a centinaia”.

DEMUS, Joerg (1983, Haydn): “Come lo suona veloce (esattamente al doppio del suo tempo). Non trovo che la musica ci guadagni. Oh…quest’interpretazione professorale e questa routine di Conservatorio. Puah!”

ENTREMONT, Philippe (1993, Gershwin): Ohi! Ohi! Ohi! Si può davvero suonare così questo Concerto??? Veloce, veloce, confuso, senza ritmo…Sono stupefatto e deluso, non soltanto dal pianista (entrecôte…), ma anche da Ormandy. Questo mi ha guastato l’umore”.

FISCHER-DIESKAU, Dietrich (1972, Brahms): “L’insistenza di Dieter su ciascuna vocale e ciascuna consonante era spesso un ostacolo al libero fluire della musica, e non riuscivo ad accettarlo”.

GAVRILOV, Andreij (e KOCSIS, Zoltan) – (1991, Bach): “Non capisco cosa potessi essermi infilato nelle orecchie quando ho ascoltato Kocsis qualche anno fa in queste stesse opere. È semplicemente atroce. Un tempo così rapido (sembra di ascoltare Gmomenreigen) è inammissibile in Bach; e nei movimenti (esageratamente) lenti è inammissibile un simile narcisismo. Stessa cosa con Gavrilov. Corrono come se si trattasse di una competizione sportiva e nei secondi movimenti sonnecchiano”.

GERGIEV, Valery (1993, Ciaikovskij): “Il direttore d’orchestra, che tutti incensano, e la cui celebrità si libra letteralmente nell’aria dell’universo musicale russo, assolutamente non mi piace. Sotto la sua direzione, l’orchestra suona impeccabilmente (alla perfezione), ma senza la minima espressione. Nessun sentimento; nessun amore verso l’opera…Desolante!”

GERSHWIN, George (1993, Gershwin): “Difficile dire qualcosa contro, dato che al pianoforte c’è l’autore, ma questo arrangiamento non mi piace troppo (cioè a dire, non mi piace affatto). Inoltre il tempo è spaventosamente rapido; non nego il virtuosismo, però è un po’ pacchiano”.

GOULD, Glenn (1973, Bach): “…la musica di Bach esige a mio parere più profondità e severità, mentre in Gould tutto è un pochino troppo brillante ed esteriore. Ma soprattutto, non fa tutte le riprese, e questo non posso perdonarglielo”. (1985, Hindemith): “Ho ascoltato solo i primi tre movimenti e non mi sono piaciuti. È troppo ricercato e c’è un eccesso di tempi lenti. A dire il vero, trovo tutto ciò pretenzioso”.

GUTMAN, Natalia (1992, Britten). “Mi sembra che nel passaggio (canto) ripetuto tre volte, il tempo sia troppo rapido, e che non ci sia abbastanza severità e astrazione (astrazione che è perfettamente al proprio posto in quest’opera, ma che Natalia fa di tutto per evitare)”.

HAITINK, Bernard (1975, Stravinsky): “Infine c’è l’opera sotto la direzione di Haitink, che non è fatto assolutamente per Stravinsky, per cui lo spirito dell’opera sparisce”. (1987, Shostakovich): “L’Ottava di Shostakovich nell’interpretazione di Haitink non mi va affatto, ben oliata, bel suono, ma che farcene qui?”

HOROWITZ, Vladimir (1987): “…Fenomenale e ributtante. […] Un simile talento! E uno spirito talmente triviale…Un uomo talmente simpatico, talmente artista e talmente ottuso (ascoltate le sue risatine e guardatelo). E che gigantesca influenza sui gusti dei giovani pianisti (non dei musicisti)”. (1983, Rachmaninov): “Il suo modo di suonare è insopportabilmente manierato, sporco, superficiale, pasticciato e banale; non riesco a sopportarlo”

KANAWA, Kiri Te (1992, Verdi): “Kiri Te Kanawa è bella, ma non è Desdemona; è piuttosto una specie di Catherine Deneuve”.

KARAJAN, Herbert Von (1971, Verdi): “La lussuosa rappresentazione <<a schermo panoramico>> d’Otello sotto la direzione di Karajan […] mi lascia totalmente freddo. […] Il direttore non si è dato la pena di alzarsi al livello in cui avrebbe dovuto trovarsi. Freddezza e indifferenza…”. (1977, Mahler): “L’esecuzione era assolutamente sprovvista del minimo sentimento tragico. Freddezza, freddezza e ancora freddezza…L’orchestra suonava impeccabilmente, impossibile far meglio; e tuttavia niente…”. (1982, Richard Strauss): “Non sono assolutamente certo che cosa volesse qui Strauss, ma per me una simile interpretazione di una delle mie opere preferite è semplicemente inammissibile. <<Domestica>> suggerisce una certa atmosfera da camera, una specie di calore simpatico e discreto. Cosa c’entrano, quindi, questi fortissimo iperbolici e questa fallace monumentalità?”.

KISSIN, Evgenij (Liszt): “È istruito, suona bene, ma non si getta a corpo morto nel mare. Non si getterà mai, forse?”

KLEIBER, Carlos (1977, Dvorak, con Richter solista): “No, non è quello che avrebbe dovuto essere! Carlos spaccava i capelli in quattro e io ero teso. Da qui l’assenza di quell’incanto e semplicità così tipici in Dvorak”.

JUDINA, Marija (1972): “Marija Veniamidovna Judina si è molto affezionata alle opere di Hindemith. Che le si addicono assai, contrariamente a Chopin, Rachmaninov, Scriabin e altri <<compositori del sentimento>>”.

LUPU, Radu (1976, Bartok, Brahms, Schubert): “In questo pianista tutto è calcolato, pesato, niente di inatteso, nessuna sorpresa. Il pasto è servito come su un grande vassoio, ma ne conoscete in anticipo la composizione esatta. Così è stato della Sonata in Sol maggiore di Schubert -impeccabile e ponderata. Una simile interpretazione non sorprende in alcun modo, tutto è perfettamente al proprio posto. Ma è anche al tempo stesso interessante? O no! È privata di ogni fremito e l’ascoltatore (io, in ogni caso) resta freddo”.

MICHELANGELI, Arturo Benedetti (1975): “Come sempre, impeccabile. Il testo esatto. Totale perfezione della tecnica. Tutto il resto glaciale. Beethoven: il Trio della Marcia Funebre è così formale e secco che lo si direbbe un numero comico […]. Debussy: Nessuna obiezione. Nessuna impressione. […] Uno splendido concerto. Non vi si sente però l’amore per la musica”. (1979, Debussy): “Ed ecco di nuovo questa totale perfezione, ma sprovvista d’atmosfera, oltre che (a mio parere) dell’incanto assolutamente indispensabile a questi Préludes. […] Trovo […] che questo fanatismo e quest’urgenza di perfezione sullo strumento impediscano il volo della fantasia e l’espressione di un vero amore dell’opera che esegue con una tale perfezione. È l'<<ispirazione>> che manca. Che sia un concetto bandito dal lessico contemporaneo? Sarebbe un gran peccato”. (1981, Brahms-Paganini): “Tutto si è rivelato un po’ affettato e superficiale, molto nel genere étude. Capisco che è difficile liberarsi totalmente dall’aspetto tecnico di questa musica, ma ci farebbe però piacere qualcosa di più elevato”.

NIKOLAJEVA, Tatiana (1988, Beethoven): “Non comprende affatto quello che suona. Tempi simili sono nocivi alla salute; il resto è noioso e prosaico…”

OZAWA, Seiji (1972, Stravinsky): “Non sono mai del tutto soddisfatto da Seiji Ozawa in quest’opera così evidentemente russa. Certo è molto dotato, ma il suo dono è piuttosto un dono d’imitazione, e manca un po’ di sostanza per questo genere di musica”. (1979, Ravel, Stravinsky): “Tutto qui è contraddittorio e in fin dei conti superficiale. E questo non mi è piaciuto. Ozawa possiede tutto quel che serve per brillare, ma ne abusa”.

PERAHIA, Murray (1986, Chopin): “Che cosa è successo? Paura del palcoscenico, mancanza di fiducia in se stesso o circostanze esterne di cui si ignora la natura (dicono che un’interprete-accompagnatrice imbecille l’abbia messo in ansia); resta il fatto che questo pianista celebre abbia suonato male quasi tutto e che il suo Chopin non mi abbia affatto sedotto”.

POGORELICH, Ivo (1981, Prokofiev): “Sulla copertina del disco si vede la sua foto, un musetto carino, giovane e ricciuto. La <<dama>> è la sua maestra; racconta anche che lei è la pronipote di Liszt. Somiglia piuttosto a una fruttivendola. Ho ascoltato il disco e cosa c’è…ancora una totale incomprensione di Prokofiev. Un temperamento da esibizionista e un’impropria utilizzazione del pedale”. (1988, Scraibin, Chopin): “Si ha l’impressione che non capisca quel che suona. […] Curioso squilibrio tra la mano destra e la sinistra, che a volte è appena udibile. […] Del primo movimento della Sonata di Chopin fa una specie di studio di alta acrobazia pianistica, con un secondo tema dichiaratamente forte. […] Che strano soggetto!”.

POLLINI, Maurizio (1976, Chopin): “Tutto ciò è verosimilmente suonato su uno di quegli Steinway potenti e metallici. Per questa ragione, niente a che vedere, a mio avviso, con un suono veramente chopiniano. Lo stile è vigoroso e, senza dubbio, anche <<eroico>>, perfettamente esatto e virtuoso, ma sprovvisto di qualsivoglia incanto, come vuole espressamente la moda contemporanea. <<Chopin fuso nel metallo>> -ma gli si adatta poi? Questo disco mi ha fatto, ahimé, un’impressione negativa: un’interpretazione gelida, superba e sicura di sé”. (1977, Schubert): “Pollini suona le opere di Schubert come se a scriverle fosse stato Prokofiev o un altro compositore del XX secolo”.  (1986, Chopin): “Questo Chopin ha bicipiti ben sviluppati. In primo luogo, tutto è <<forte>>, in secondo luogo, nessuna poesia, nessuna delicatezza (anche se tutto è impeccabilmente esatto) e neanche il minimo sentimento di improvvisazione”.

RACHMANINOV, Sergeij (1983, Liszt, Polonaise): “L’interpretazione di Rachmaninov non mi piace, e ho tutt’altra concezione dell’opera”

RICHTER, Sviatoslav (1980, Chopin): “Quanto alle Ballate, non riesco a decidermi…Sono certo brutte, come la maggior parte delle mie registrazioni. Basta ascoltarle per essere di cattivo umore”. (1982, Liszt): “…il Liszt resta una catstrofe. Vi ho passato in effetti ogni limite ed è tutto uno sbaglio”. (Haendel, 1987): “Da quando ho cominciato ad ascoltare, Gavrilov mi è apparso infinitamente più interessante (malgrado un certo carattere irreprensibile nel modo di suonare di Richter). Tutto in lui ha qualcosa di più fresco, di più vivo, di più libero…Non c’è niente di artificioso”. (1988, Liszt): “…i pasticci, le esagerazioni, l’assenza di vera concentrazione e quel qualcosa che sembra inerente al mio modo di suonare – quella sorta di pesantezza superflua- tutto ciò provoca in me tristi pensieri (o peggio). Mi piacerebbe suonare meglio”. (1988, Liszt): “Dopo una simile registrazione, si possono lasciare cadere le braccia e perdere ogni fiducia in se stessi. A parte Nuages gris, è totalmente penosa”. (1990, Schumann, Toccata): “No, è un vero orrore questo tempo; mi sembra, in primo luogo, che a una tale velocità sia impossibile suonare quest’opera. Ho veramente suonato così?”. (1990, Liszt): “Il secondo Mephisto-Walzer non è tortuoso e, malgrado tutto, non riesco a suonarlo con bastante sentimento. Zero, zero, zero…”. (1992, Bach): “Sembra una lettura a prima vista. Che fare?” – “Qui suono come un allievo…con applicazione, senza arte. È un saggio per suonare nello stile di Bach. Ma sì, sono un allievo. Credo che debba essere così. Forse l’allievo suonerà bene un giorno”.

ROSTROPOVICH, Mstislav (Prokofiev, 1971): “…è manifestatamente felicissimo di dirigere e adora visibilmente questa musica, ma quel che fa non ha niente a che vedere con la musica di Prokofiev. Dal punto di vista musicale, quindi, tutto è proprio brutto”. (Brahms, con lo stesso Richter al pianoforte): “Disco esecrabile”.

SCHNABEL, Artur (1974, Beethoven): “No, non bisogna mai fidarsi delle indicazioni metronomiche. Ne sia prova, la registrazione di Schnabel della Hammerklavier, del tutto inascoltabile, inaccettabile”.

SOLTI, Georg (1972, Beethoven): “In Beethoven, Solti si è rivelato terribilmente limitato e non sono stato affatto impressionato dalla sua esecuzione”.

SVETLANOV, Evgenij (1988, Scriabin): “Prometeo non è proprio catastrofico, ma la disgrazia con Svetlanov è il suo stile <<russo>> d’interpretazione che non mi si adatta affatto (questa insistenza sulla monumentalità). In Scriabin è come se si fossero installate sulla cattedrale di Chartres le cupole del monastero Donskoj”.

TEMIRKANOV, Yurij (1990, Ciaikovskij): “Il valzer dello Schiaccianoci. Non c’è da cavillare, ma non ci trovo né poesia, né quel carattere misterioso che si dovrebbe percepire quando il tema appare nei corni. Temirkanov è un uomo cattivo”.

VIRSALADZE, Elisso (1983, Mozart): “Tutto è perfettamente ben fatto, tutto suona, ma vi sento una certa mancanza di spontaneità, uno stile un pochino manierato”.

WEISSENBERG, Alexis (1984, Bach): “Se solo le sue dita non si mettessero talvolta ad affrettare alla fine delle variazioni rapide; ciò rovina sostanzialmente la musica di Bach”. ((1984, Debussy): “Trovo che questa interpretazione della Suite Bergamasque sia comune a molti pianisti (se non a tutti). Buona esecuzione, molto pianistica, ma…non ci si sente Debussy. […] Neanche la minima traccia di impressionismo…”.

(A cura di Luca Ciammarughi)

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Feb 202016
 

umberto-eco-4Scrivere qualcosa su Umberto Eco nel giorno della sua morte è di per sé non solo difficile, ma anche pretenzioso e un po’ paradossale. Il paradosso nasce da una delle più recenti affermazioni pubbliche di Eco, quella secondo cui il web avrebbe dato diritto di parola a legioni di imbecilli: e anche chi, come me, ha in parte criticato l’affermazione del Professore si ritrova oggi a scrivere un coccodrillo. Eppure, credo che il valore di Umberto Eco risiedesse proprio nel fatto che il suo pensiero, che traeva sostanza da innumerevoli letture e riflessioni, riuscisse sempre a scatenare una reazione, generando quindi nuovo pensiero, pur non sempre qualitativamente eccelso come il suo.
Non credo che, oggi, Eco sarebbe contento di un’agiografia o di una santificazione: perché, in fondo, pur essendo un intellettuale-modello, di quelli che nella loro carriera non hanno sbagliato un colpo, aveva una propensione per l’anticonformismo. Ce ne accorgiamo riguardando questo strepitoso momento televisivo del 1970, in cui, insieme a Paolo Poli, Eco rivaluta la figura dell’enfant-terrible Franti in un’analisi fulminante del libro Cuore di De Amicis:

Continua a leggere…

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Apr 082011
 

“L’acqua se il buio”, di Alessandro Rossi, il nuovo libro pubblicato da ClassicavivaClassicaViva presenta  con orgoglio la sua ultima iniziativa editoriale: “L’acqua se il buio” (parole in lotta per diventare me stesso), una raccolta di poesie del poeta e cantautore Alessandro Rossi.

Il libro (stampato su carta in una edizione molto curata e raffinata, e prossimamente anche in versione e-book) è accompagnato da un CD, in cui l’autore interpreta le proprie poesie, accompagnato dalla chitarra, secondo la formula dell’audio-libro, coniugando così la pagina letteraria con l’ascolto.

Fortemente voluto da Ines Angelino, Direttore Editoriale di ClassicaViva, il nuovo lavoro di Alessandro Rossi  offre con affascinante immediatezza al lettore – ascoltatore le diverse atmosfere del suo materiale letterario.

Cliccando su questo link, su questo stesso blog, tanto per approfondire l’argomento, è possibile trovare  molti materiali su questo poeta, compreso un podcast audio (di alcune sue poesie già incise un paio d’anni fa, che ora, per questo libro, sono state registrate ex novo, e sono ovviamente diverse da quelle contenute nel prodotto editoriale nuovo fiammante).

Ed ecco anche  un video con un concreto esempio di come si esprime questo poeta:

Pubblichiamo qui, integralmente, anche la prefazione del libro a cura di Ines Angelino:

Prefazione dell’Editore

Perché questo libro? Un libro insolito, poesie scritte e poesie lette dall’autore, con accompagnamento musicale, su CD.

Il libro nasce da un incontro, avvenuto un paio d’anni fa, tra me e Alessandro Rossi, durante un Festival musicale. Insolito per me, che non amo la musica leggera, partecipare a un evento del genere. Ma si vede che era destino: Alessandro si esibiva come cantautore. Ascoltai dunque un paio di canzoni e una poesia accompagnata dalla sua chitarra. Al termine, lo avvicinai e gli dissi a bruciapelo: “lo sai, tu sei un grande poeta. Sono un piccolo editore, mi piacerebbe leggere qualcosa d’altro di tuo. Hai altre poesie?”.Continua a leggere…

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Set 112009
 

Oggi è l’11 settembre. L’anniversario di una orribile strage. Ho ritrovato una mia poesia, scritta circa sei mesi dopo quel tragico 11 settembre 2001, pensando a questi terribili avvenimenti, poco dopo l’invasione dell’Afganistan (“il paese che ha proibito la musica…”).

Ve la dedico.

Per non dimenticare, per continuare a sperare nella pace.

Venti di guerra, suoni di pace

bimbo iracheno

Immoto
il mondo girava
addobbato di merci
senza troppe domande
senza troppi perché
avvolto nell’ignoranza
– si sa, ma è meglio non sapere –
non vedere i nuovi olocausti
si chiamino
AIDS e bambini africani
sterminio per fame
o embargo in Iraq
si chiamino
fondamentalismo islamico
o globalizzazione.

Ignaro
il mondo girava
sfavillante di luci
e calore.
Qualcuno cercava
di capire
o protestare
magari nel modo sbagliato
e morendo nel modo sbagliato
ma tutto
continuava a correre
ingiusto
veloce
disuguale.

l'attentato alle due torri: 11 settembre 2001

E poi
una bella mattina di settembre
un perfetto
felice
cielo blu
da cartolina
si tinge di fuoco
ed il mondo si ammanta
del fumo nero
della distruzione annunciata
risvegliato di colpo
nel suo cieco avanzare
precipitato in un incubo
in cui tutti sono uguali
nella morte
e nella fuga
– né bianchi, né neri –

l'esodo tutti uguali: 11 settembre 2001

macerie raggelate
pensieri spezzati
bandiere ferite

le bandiere ferite: 11 settembre 2001

illusioni incenerite
nel fuoco dell’odio
l’implacabile odio
degli uomini vinti.

Ora l’orgoglio ferito
soffia sui venti di guerra
la parola è alle bombe
sul paese
che ha proibito la musica.
La morte
ha gli occhi della vendetta
– occhio per occhio –
e il mondo diventa cieco.

Le bombe piovono
sul deserto
sulla fame
delle donne velate
dei bimbi senza infanzia
e senza futuro
mentre la parola “pace”
svapora nell’incendio
di un mondo cieco
prima ancora che muto.

Afganistan: bimbe e soldato

Il mondo impazzito
gira
sempre più ignaro
perduta ogni ragione
– nessuno lo può fermare –
solo irragionevole amore
intrecciato con la parola
dolore
ma vivo
combattente
consapevole
amore umano.

Rompiamo il silenzio della ragione
con la pazzia
dell’amore del bello
detta arte
col frastuono delle parole
d’amore
e l’irrompere della musica
di Bach
– la prova certa dell’esistenza di Dio.

Che Dio stesso
risvegliato da Bach
e dalle nostre
irragionevoli preghiere
unite
bianche nere gialle rosse
Dio stesso
che si chiami
Javeh
Allah
o compassione di Buddha
o umana pietà nel nome di Cristo
o musica
ci salvi
toccandoci il cuore
con le sue dita di note
parlando a tutti
la stessa lingua umana
fatta di carne e dolore.

Sogniamo tutti insieme
un lucido sogno di pace
immaginiamo un mondo diverso
reimpariamo ad amare
a capire
a perdonare
aiutando le umane mani
che si tendono pietose
incuranti di bombe
e fatica
fermiano la follia
perché esista ancora
un mondo da vivere.

bimbo afgano

Ines Angelino

marzo 2002

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Mar 012009
 

Piano Solo, di Perri KnizeQuesta non è la semplice recensione di un libro. E’ la storia di un innamoramento. Anzi, di molti innamoramenti. Quello, innanzitutto,  dell’autrice di questo testo – definito “un memoir” – per il suo pianoforte, che lei ha subito battezzato “Marlene” (perché le ricorda il fascino della voce di Marlene Dietrich); ma anche l’innamoramento per un’accordatura “alla Schubert”, che, si scoprirà, è quella che dona al pianoforte (il vero protagonista di questa storia) la sua voce incantevole ed incantata, unica e indimenticabile.

C’è poi l’innamoramento per la struttura interna del pianoforte, che porta la scrittrice ad inoltrarsi (e a svelarci con passione) nei più reposti meandri e segreti della meccanica dello strumento, della sua tavola armonica, delle tecniche di accordatura e, soprattutto, di intonazione. Tutte cose in parte note, ma, credo, abbastanza sconosciute, nella loro inesauribile profondità e complessità, alla maggioranza delle persone, e addirittura, credo, anche alla maggioranza dei pianisti.

Questo post parla anche di un altro innamoramento: il mio, per questo libro. Approdato sulla mia scrivania come regalo di compleanno per mio figlio, pianista, e subito da me divorato. Vedete, a fianco, la copertina. Allora ecco subito i dati completi: il libro si intitola “Piano solo – una storia d’amore e musica”, di Perri Knize, ed è uscito nel novembre 2008 per le Edizioni Elliot. Se non lo trovate in libreria, ecco il link alla scheda del libro, che è in vendita direttamente dal sito dell’Editore.

Bello il titolo in inglese, che la dice lunga sul contenuto di questo testo:“Grand Obsession. A Piano Odyssey”. L’autrice è una giornalista americana, che parla di sé, e delle sue aspirazioni di pianista mancata. Alle quali ha rimediato, “nell’autunno dei miei quarantatré anni”, ci racconta, decidendo di riprendere a studiare pianoforte, per suo puro e semplice piacere personale. Stupenda la parte iniziale, quando ci racconta di come un giorno, appunto, riascoltando un vecchio nastro con una registrazione di Chopin eseguita da Rubinstein, rimane nuovamente folgorata dal suono del pianoforte, e una voce interiore le dice: “Questo è tutto ciò che voglio fare nella vita”.

Una folgorazione anche per me. Ho trovato una sorella spirituale. E’, questo, un dato del tutto evidente, per chi conosce ClassicaViva, e, attraverso questa mia creatura, un poco anche me. Leggete questo libro, se volete vivere anche voi qualche ora meravigliosa, un poco della felicità senza tempo, incorrotta, che possono regalare la musica e la buona letteratura. E il pianoforte, naturalmente.

(Non è un caso se la prima collana discografica delle nostre Edizioni si intitola “Magie al pianoforte”…)

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Lug 282008
 

E’ un’estate strana, che già declina, con il suo passo un po’ sfatto, verso l’autunno. E ancora non è finita, ma annuncia già, implacabilmente, l’autunno.

Ho trovato una musica perfetta per il mio stato d’animo di questi giorni, e la condivido con voi…

E’ un leggendario Wilhelm Furtwangler che dirige i Berlin Philharmoniker, il brano è il “Poco Allegretto” dalla 3^ Sinfonia di Brahms, che fece da colonna sonora al film “Aimez-Vous Brahms?” (in inglese “Goodbye again“, in  italiano “Le piace Brahms?”) del 1961, interpretato magistralmente da Ingrid Bergman, Yves Montand e un meraviglioso Anthony Perkins. Un film, in bianco e nero –  ça va sans dire – diretto da Anatole Litvak.  Un film sull’autunno e sulla primavera, tratto dall’omonimo romanzo di Françoise Sagan, che fece scandalo (e furore)  nei primi anni Sessanta del secolo scorso.

E il video, oh il video (quanti artisti ci sono su youtube, e ci regalano la loro arte, e quanto dobbiamo essergli riconoscenti…) ecco, il video è stato montato da un gentile quanto sconosciuto utente inglese, di cui vi linko il profilo, http://youtube.com/user/Mimameior. Alla musica ha sovrapposto immagini autunnali, e che immagini… davvero perfette per questa musica.

Da guardare da soli, se siete tristi, se siete di umore autunnale, se siete innamorati… Se volete farvi un poco di male – ma dolcemente – con la nostalgia… dedicato, soprattutto, ai giovani, che queste gemme musicali e cinematografiche poco conoscono…

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=1trE3ms3AGo&feature=plcp&context=C42ddf15VDvjVQa1PpcFOka0-CDIoROYAeVlLh54azvVyXIkebUss%3D[/youtube]

Aggiungo anche, quindi, un breve video del film, che non presenta qui questo famoso tema (il film prende il titolo proprio dall’invito ad un concerto di Brahms, in cui viene eseguita questa Sinfonia), ma che dà l’idea del fascino della Bergman e di Perkins… indimenticabili. Notate il tema di Brahms, che viene eseguito in sottofondo, in forma jazzata, al pianoforte, al ricevimento… che tocco di classe. Quando la musica, da sola, dice tutto ed evoca tutto.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=Dn8xAMHistk[/youtube]

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Feb 292008
 

Annunciamo con piacere ed orgoglio la pubblicazione del primo della nostra collana di audiolibri letterari. Si tratta della celebre novella “Pallino e Mimì”, di Luigi Pirandello. La tenera e triste storia di due cagnolini, una amara parafrasi di molte storie umane…

Trovate tutti i particolari nella scheda sul nostro catalogo on-line, all’indirizzo http://lnx.classicaviva.com/catalog/product_info.php?cPath=54&products_id=246

La novità del nostro audiolibro consiste nel fatto che, alla raffinata e piacevolissima interpretazione dell’attore Paolo Spennato, abbiamo accostato dei commenti musicali tutti originali, appositamente creati per quest’opera, a cura di Stefano Ligoratti, che ha realizzato delle improvvisazioni al pianoforte dopo un accurato studio di ogni novella, inventando per noi una splendida musica descrittiva, composta “ad hoc” per creare l’atmosfera adatta alle varie situazioni narrative: un commento sonoro, completamente originale ed inedito, ideato con la stessa logica utilizzata per il cinema.

Consigliamo l’ascolto dei nostri audiolibri a chiunque voglia approfondire la propria cultura in modo semplice e simpatico, sfruttando magari i tempi morti di un viaggio in automobile: una valida alternativa all’ascolto delle radio… Il file che potrete acquistare e scaricare on-line è un normale file in formato MP3.

Oltre alla consueta anteprima, ecco un video che abbiamo creato per YouTube, che contiene i primi 7 minuti dell’audiolibro, montati su immagini…

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