Mar 062016
 

Nel giorno della morte di Nikolaus Harnoncourt, musicista eccelso ma anche grande uomo di pensiero, abbiamo pensato di proporre ai nostri lettori il capitolo introduttivo del suo fondamentale volume “Il discorso musicale – Per una nuova concezione della musica”, pubblicato nel 1982 per Residenz Verlag (Salzburg und Wien). In esso, si esplica una visione della musica che va oltre il bello per come ce lo impone il canone classicistico cristallizzatosi negli ultimi due secoli, spingendoci a rigettare ogni visione accademica e museale in nome di una rinnovata disposizione a vivere la musica come fatto esistenziale totalizzante: ossia anche e soprattutto come turbamento e sconvolgimento. Purtroppo questo testo cruciale è fuori catalogo nella traduzione italiana. La traduzione qui sottostante è stata fatta a partire dall’edizione francese del 1984 (Gallimard).

La musica nella nostra vita

di Nikolaus Harnoncourt

Dal Medioevo fino alla Rivoluzione francese, la musica è sempre stata uno dei pilastri della nostra cultura e della nostra vita. Comprenderla faceva parte della cultura generale. Oggi, la musica è divenuta un semplice ornamento, che permette di riempire serate vuote andando a un concerto o all’opera, di organizzare delle festività pubbliche o, a casa propria, attraverso la radio, di scacciare o di riempire il silenzio causato dalla solitudine. Da ciò deriva un paradosso: oggi ascoltiamo molta più musica di un tempo –quasi senza interruzione-, ma essa non ha praticamente più alcun senso per la nostra vita: non è altro che un piccolo grazioso ornamento.

Non sono più i valori rispettati dagli uomini dei secoli precedenti ad apparirci importanti. Essi consacravano tutte le loro forze, le loro fatiche e il loro amore a costruire templi e cattedrali, invece di dedicarsi alle macchine e al comfort. L’uomo del nostro tempo accorda maggior valore a un’automobile o a un aeroplano che a un violino, più importanza allo schema di un apparecchio elettronico che a una sinfonia. Paghiamo davvero troppo caro ciò che ci appariva comodo e indispensabile; senza riflettere, rigettiamo l’intensità della nostra vita per la seduzione fittizia del comfort –e ciò che noi abbiamo un giorno veramente perduto, non lo ritroveremo mai.

Questo mutamento radicale della significazione della musica si è svolto nel corso degli ultimi due secoli con rapidità crescente. E si è accompagnato con un cambiamento d’attitudine verso la musica contemporanea – e d’altronde verso l’arte in generale: poiché, fin quando la musica faceva essenzialmente parte della vita, essa non poteva che nascere dal presente. La musica era il linguaggio vivente dell’indicibile, e solo i contemporanei potevano comprenderla. La musica trasformava l’uomo – l’uditore, ma anche il musicista. Essa doveva essere sempre creata nuovamente, allo stesso modo in cui gli uomini dovevano sempre costruirsi nuove case –corrispondendo a un nuovo modo d’esistenza, a una nuova vita spirituale. Non si era chiamati a comprendere né a utilizzare la musica antica, quella delle generazioni passate; ci si accontentava di ammirarne occasionalmente la perfezione artistica.

Da quando la musica non è più al centro della nostra vita, le cose vanno in altro modo; come ornamento, la musica deve in primo luogo essere “bella”. Essa non deve in nessun caso spiazzare, spaventarci. La musica d’oggi non può soddisfare tale esigenza, perché –come ogni arte- è il riflesso della vita spirituale del proprio tempo, dunque del presente. Un confronto onesto e impietoso con la nostra condizione spirituale può essere tuttavia inquietante. Da cui il paradosso che ha voluto che ci si discosti dall’arte di oggi perché essa spiazza, e forse addirittura deve spiazzare. Non si voleva più lo scontro, non si cercava altro che la bellezza che potesse distrarre dal grigiore quotidiano. Così l’arte –e la musica in particolare- è divenuta un semplice ornamento; e ci si rivolse verso l’arte storica, la musica del passato: poiché è là che si trovano la bellezza e l’armonia tanto desiderate.

Secondo me, questo ritorno alla musica antica –e intendo con ciò tutta la musica che non è stata composta dalle generazioni che vivono attualmente- non ha potuto prodursi che grazie a una serie di evidenti malintesi. Non usufruiamo ormai d’altro che di una “bella” musica, che il presente non può manifestatamente offrirci. Ora, una tale musica, unicamente “bella”, non è mai esistita. Se la bellezza è una componente di ogni musica, non possiamo farne un criterio determinante se non a condizione di trascurare e ignorare tutte le altre componenti. Ma da quando non possiamo più comprendere, o forse non vogliamo più comprendere la musica come un tutto, ci è possibile soltanto ridurla alla sua bellezza, livellarla in un certo senso. Da quando non è che una piacevole guarnitura della nostra vita quotidiana, non riusciamo nemmeno a comprendere la musica antica – quella che noi nominiamo veramente musica- nella sua totalità, perché comprenderla appieno significherebbe non ridurla più a mera estetica.

Ci troviamo dunque oggi in una situazione praticamente senza via d’uscita, in cui noi crediamo sempre alla potenza e alla forza trasformatrice della musica, ma in cui siamo costretti a constatare che la situazione intellettuale della nostra epoca, in maniera complessiva, l’ha spinta dalla sua posizione centrale verso il bordo –era emozionante, è diventata graziosa. Ma non ci si può fermare qui; devo ammettere che se questa fosse la situazione irreversibile della nostra arte, cesserei immediatamente di far musica.

Credo dunque, con una speranza sempre crescente, che ci accorgeremo presto di non poter rinunciare alla musica –e la riduzione assurda di cui ho parlato è davvero una rinuncia- e che possiamo fidarci della forza della musica di un Monteverdi, di un Bach, di un Mozart, e di ciò che essa dice. Più ci sforzeremo di comprendre e di cogliere il senso di questa musica, più vedremo come essa va ben al di là della bellezza, come essa ci turba e ci inquieta attraverso la diversità del suo linguaggio. Dovremo in fin dei conti, per poter comprendere la musica di Monteverdi, Bach e Mozart, ritornare alla musica del nostro tempo, quella che parla la nostra lingua, che costituisce la nostra cultura e la prolunga. Molti degli aspetti che rendono la nostra epoca così disarmonica e terrificante non dipendono forse dal fatto che l’arte non interviene più nelle nostre vite? Non ci accontentiamo forse, con una vergognosa mancanza d’immaginazione, del linguaggio del “dicibile”?

Cosa avrebbe pensato Einstein, cosa avrebbe trovato se non avesse suonato il violino? Le ipotesi audaci e creative non sono forse il frutto di un unico spirito immaginativo –prima di poter essere successivamente dimostrate dal pensiero logico?

Non è un azzardo se la riduzione della musica al bello e, innanzitutto, a ciò che intellegibile a tutti, sia avvenuta all’epoca della Rivoluzione francese. Nella storia, ci sono sempre stati dei periodi in cui si è tentato di semplificare il contenuto emozionale della musica al punto che potesse essere compreso da tutti. Ognuno di questi tentativi ha fallito, conducendo a una diversità e a una complessità nuove. La musica non può essere messa alla portata di tutti se non in due modi: o venendo ridotta a linguaggio primitivo o venendone davvero appreso il linguaggio da parte di tutti.

Il tentativo più fruttuoso per semplificare la musica e renderla comprensibile a tutti ebbe dunque luogo dopo la Rivoluzione francese. Si cercò allora, per la prima volta nel quadro di una nazione importante, di mettere la musica al servizio di nuove idee politiche –il programma che ci si è ingegnati ad applicare al Conservatorio ha costituito la prima uniformizzazione della nostra storia della musica. Ancora oggi, è a partire da questi metodi che i musicisti vengono educati alla musica europea nel mondo intero, e si spiega agli ascoltatori –seguendo questi stessi principi- che non è necessario apprendere la musica per comprenderla; che è sufficiente ormai trovarla bella. Ognuno si sente dunque in diritto e in capacità di giudicare del valore e dell’esecuzione della musica – punto di vista che vale forse per la musica post-rivoluzionaria, ma in nessun caso per la musica delle epoche anteriori.

Sono intimamente persuaso che è d’importanza decisiva, per la sopravvivenza della spiritualità europea, il vivere con la nostra cultura. Ciò suppone, per ciò che concerne la musica, due attività.

In primo luogo: bisogna formare i musicisti seguendo nuovi metodi –o seguendo metodi che prevalevano due secoli fa. Nelle nostre scuole non si apprende la musica come una lingua, ma si apprendono unicamente la tecnica e la pratica musicale; lo scheletro tecnocratico, senza vita.

In secondo luogo: la formazione musicale generale dev’essere ripensata da capo e ricevere lo spazio che merita. Così potremo rileggere sotto un’angolatura nuova le grandi opere del passato, in quella diversità che ci sconvolge e ci trasforma. E si sarà di nuovo pronti per il nuovo.

Tutti noi abbiamo bisogno della musica; senza di lei non possiamo vivere.

(traduzione a cura di Luca Ciammarughi)

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Mar 022012
 

Il sottosegretario Roberto Cecchi, rispondendo unitariamente alle interrogazioni delle onorevoli Manuela Ghizzoni del Pd e di Gabriella Carlucci dell’Udc sulla crisi delle fondazioni liriche, sottolinea che è necessario inquadrare il tema sottoposto all’attenzione del Governo nel contesto più ampio della acutissima crisi che vivono le Fondazioni lirico-sinfoniche. Le quattordici Fondazioni, con poche eccezioni, soffrono da lustri di una crisi patrimoniale ed economico-finanziaria che la riforma del 1996 non ha risolto: patrimoni il cui valore è inferiore allo stesso valore d’uso delle sedi, centinaia di milioni di euro di debiti, costante ricorso ad oneroso credito bancario nonostante i contributi dello Stato, conti economici che, esercizio dopo esercizio, espongono perdite di milioni di euro.

In questo quadro, il costo del personale rappresenta la parte maggiore del problema, in quanto ha raggiunto il valore di ben 314 milioni di euro all’anno, a fronte di un FUS di settore che non supera i 300 milioni. Sono queste, in estrema sintesi, le pecche del settore cui il Ministro Bondi ha inteso porre rimedio, sia disponendo commissariamenti, sia promuovendo la legge di che trattasi. In questo contesto, osserva che un punto fondamentale del decreto-legge n. 64 del 2010, convertito nella legge n. 100 del 2010, è costituito dalla previsione della stipula del nuovo contratto collettivo nazionale del settore, poiché, con i contratti integrativi aziendali tuttora in vigore, la situazione resta ingestibile e i costi, soprattutto di gestione del personale, sono del tutto insostenibili. Oggetto principale di intervento della legge del 2010 è stata, pertanto, la materia del trattamento giuridico- economico del personale dipendente. Continua a leggere…

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Feb 032012
 

È entrata in vigore a partire dal 1° gennaio 2012 la legge del 29 giugno 2010 n. 100 voluta dall’allora ministro Sandro Bondi, che all’art. 3, comma 1 “riafferma il rapporto di esclusività della prestazione lavorativa fondamentale ed esclude pertanto anche le prestazioni gratuitamente rese al di fuori del servizio“.

Questa norma sta suscitando molto malumore tra gli addetti ai lavori, preoccupati per l’ennesima difficoltà di carriera e di lavoro, in questo periodo indiscutibilmente catastrofico. La norma, vieta infatti ai dipendenti delle fondazioni lirico sinfoniche le prestazioni di lavoro autonomo, a causa della mancata sottoscrizione del contratto collettivo. Fanno eccezione “le prestazioni di lavoro autonomo rese dai dipendenti a favore del corpo artistico del proprio Teatro in regola con gli impegni di cui all’articolo 23 comma 2”.

Questa norma vieta in pratica ai musicisti di prestare la propria opera anche per registrazioni discografiche. I musicisti dell’accademia nazionale di Santa Cecilia hanno scritto un lettera al ministro per i Beni e le Attività culturali Lorenzo Ornaghi per chiedere la revoca del comma della nuova legge che vieta l’attività concertistica e cameristica al di fuori delle Istituzioni di appartenenza.

Ne riportiamo il testo integralmente:

Illustre Signor ministro, noi musicisti dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia, Le rivolgiamo un caloroso appello affinché Lei possa ridare voce a tutti i musicisti italiani revocando il comma 1 dell’Art. 3 della Legge n. 100 del 29 giugno 2010, che nega loro l’espressione musicale al di fuori delle Istituzioni di appartenenza. Le attività di lavoro autonomo, già regolate dal Contratto collettivo nazionale di lavoro, venivano consentite solo previa autorizzazione della propria Istituzione e per prestazioni di alto valore artistico e professionale, fatti salvi, comunque, il principio del non aggravio economico e delle esigenze produttive delle Fondazioni liriche e sinfoniche.

La Legge 100, che viene recepita dal mondo della musica – artisti, interpreti, appassionati, professori e studenti di Conservatorio – come una punizione non meritata, vieta solo a noi musicisti italiani l’attività concertistica e cameristica mentre nel resto d’Europa e nel Mondo i nostri Colleghi, dipendenti come noi di Istituzioni musicali, continuano ad esibirsi con le loro performances in tutti i contesti musicali, compresi i teatri italiani.

La libertà di essere artisti anche al di fuori dalle istituzioni di appartenenza è nel mondo riconosciuta come elemento indispensabile di motivazione e accrescimento professionale, caratteristiche che, riportate all’interno dei Complessi artistici, donano nuova linfa e vigore per ottenere sempre più brillanti successi e riconoscimenti internazionali. Senza dimenticare che, in questo momento difficile per tutti, queste attività andrebbero maggiormente valorizzate e sostenute, non solo per il loro alto contenuto culturale ma anche perché spesso permettono alla musica classica di raggiungere territori e ceti sociali che altrimenti ne verrebbero esclusi.

Signor Ministro, sicuri della condivisione dei nostri obiettivi artistici, culturali e sociali rimaniamo in attesa di una Sua positiva risposta.

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Ott 312011
 

Normal 0 14 false false false IT X-NONE X-NONE MicrosoftInternetExplorer4 < ![endif]--> < ![endif]--> < ![endif]-->Il Ministro Giancarlo GalanEra il 14 ottobre scorso, quando il ministro Galan, soddisfatto, rassicurava tutti noi, che di cultura ci ostiniamo a vivere: “Nessun taglio è previsto per il settore.” Per fortuna siamo ironici, infatti molti di noi si chiesero: “E di grazia, cos’altro avreste potuto tagliare?”

Solo che a volte l’ironia non basta e al peggio – lo sappiamo- non c’è mai fine.

Il decreto sviluppo nasconde, nelle sue pieghe difficilmente intellegibili, la nuova e sconvolgente novità: “Spariscono dai contratti i permessi artistici per gli insegnanti dei conservatori.” È lo strano modo che questo governo ha di tagliare “i privilegi” altrui, per mantenere, se non accrescere, i propri. Sì, perché gli insegnanti dei conservatori italiani, con i loro permessi artistici, potrebbero apparire privilegiati agli occhi degli altri insegnanti della scuola italiana, che insegnano sei ore di più settimanalmente e godono di soli tre giorni di permesso retribuito all’anno.

Forse si fa peccato a pensare che l’unico intento reale sia quello di devastare ulteriormente – laddove possibile – la cultura italiana? Quale allievo musicista non vorrebbe tra i suoi insegnanti un esimio concertista, anche pagando il prezzo di saperlo talvolta assente perché impegnato a svolgere il suo ruolo di concertista, musicista, persona di cultura?

Un docente di musica che non mantenga viva e aggiornata “sul campo” la sua esperienza di musicista, mettendosi costantemente alla prova nelle sale da concerto,  cosa potrebbe offrire di davvero prezioso ai propri allievi? La cultura e soprattutto l’arte non si possono misurare “a cottimo”, come il lavoro in fabbrica: non è la quantità che fa la qualità. Altrimenti non si capisce a cosa servirebbero le cosiddette “master class” tenute dai grandi concertisti, che durano generalmente pochi giorni: a certi livelli di eccellenza, l’insegnamento è davvero utile solo se chi lo impartisce ha davvero modo di continuare a studiare e sperimentare, a diretto contatto con il pubblico, quello che trasmette agli studenti.

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Giu 112011
 
Io vado a votare Ci siamo. Domani si vota. Tutti i cittadini italiani sono chiamati alle urne, per esprimersi sui referendum abrogativi. Questo è anche l’appello degli artisti italiani, che in moltissimi si stanno mobilitando per il raggiungimento del quorum e per il SI’ a tutti e quattro i referendum proposti (vedi il primo video).

Manifestazione del 10 giugno a Roma, Piazza del Popolo

ClassicaViva aderisce con entusiasmo e convinzione a questo appello, e invita tutti a recarsi alle urne e a far valere il proprio voto. Il secondo video spiega nei dettagli come si vota. Ecco le cifre ufficiali degli elettori: 47.118.874 residenti in Italia, 3.299.905 residenti all’estero per un totale di 50.418.779, il che significa che il quorum si raggiunge a 25.209.391 votanti. Forza, ce la possiamo fare!

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Mar 152011
 

Pubblichiamo di seguito il testo di una lettera appello, che questo pomeriggio sarà recapitata al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per chiedere che il 17 marzo prossimo, in occasione della rappresentazione del Nabucco diretta dal Maestro Muti, per i festeggiamenti del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, prenda posizione contro l’assassinio della Cultura Italiana.
Chi volesse aderire all’ultima disperata iniziativa, può farlo inviando il testo sotto riportato con la propria firma (nome, cognome, qualifica) a c.pappalardo@federazionecemat.it entro le ore 12 di oggi.
(con preghiera di adesione e massima diffusione)
Signor Presidente,

Ci rivolgiamo a Lei in quanto massimo rappresentante istituzionale del nostro Paese per cercare un sostegno riguardo la situazione in cui versa il mondo della cultura in Italia. Siamo i lavoratori del mondo dello spettacolo e siamo presenti in tutto il meccanismo che permette alle arti rappresentate di svilupparsi e di offrire un servizio culturale che tante volte ci viene invidiato. Facciamo questo lavoro perché crediamo nella cultura e  perché la cultura è fatta dalle persone per le persone. Ci sentiamo oggi senza futuro e non possiamo fare progetti. Lavoriamo tutti i giorni, spesso senza orari o festività e nella precarietà più assoluta. Per noi non esistono garanzie o ammortizzatori sociali. Non “sprechiamo”, non siamo “fannulloni” e non “rubiamo lo stipendio”. Siamo presenti in tutte le fasi della formazione degli artisti e del pubblico. Siamo presenti quando l’immagine Italia va all’estero. Con la cultura ci mangiamo ma non ci lucriamo. E vogliamo continuare a viverci. Ci rendiamo conto che il modello culturale che da tempo impera in Italia non ci rappresenta più, non rappresenta la maggior parte di noi, impegnati nel mondo dello spettacolo, donne, uomini, giovani e meno giovani. Durante le mobilitazioni degli scorsi mesi abbiamo cercato insieme, tra di noi, di porre al centro della discussione del Paese il tema del sapere e della cultura. Oggi in Italia il sapere, il bene comune e la cultura vengono continuamente mortificati. Ogni giorno assistiamo allo scempio di tagli e di annullamenti di finanziamenti per questo settore.
Il Paese si è accorto di quello sta succedendo? La preghiamo Presidente di ascoltare la nostra voce e di valutare attentamente i fatti degli ultimi giorni, nessuno ci ascolta e confidiamo in Lei per avere risposte, per il nostro presente e per quello che non potremmo più dare ai nostri figli. Sappiamo che il 17 marzo 2011, in occasione del 150° Anniversario dell’Unità d’Italia, Lei sarà presente alla rappresentazione del Nabucco al Teatro dell’Opera di Roma. Non possiamo pensare  che per festeggiare si scelga proprio un grande momento musicale, un’opera, ancora avvalendosi del lavoro di noi tutti, e non ci si renda conto che con questi tagli potrebbe essere l’ultimo spettacolo. Data la drammaticità della situazione, auspichiamo fortemente che in questa occasione Lei possa far sentire la Sua voce e continuare ad esprimere la Sua solidarietà agli addetti ai lavori e agli artisti, sollecitando il Governo ad intervenire attraverso politiche culturali di diverso segno, a partire dal reintegro del FUS o trovando adeguate compensazioni. Siamo certi che Lei comprende il nostro stato d’animo, le nostre preoccupazioni e la nostra delusione di vita; confidiamo in Lei, in quanto esemplare uomo di Stato e sostenitore dell’arte e della cultura.
La ringraziamo moltissimo per la Sua attenzione.

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Mar 102011
 

L’economia di uno stato non può essere governata come fosse un gioco d’azzardo, perché il banco vince sempre, ed è disonesto.

Spariscono altri 27 milioni di euro dai fondi FUS, quelli promessi dal ministro (?) Bondi e che avrebbero dovuto essere reperiti con la vendita delle frequenze del digitale terrestre alle compagnie telefoniche. Congelati, si dice, anche qualora la vendita vada a buon fine, almeno fino alla fine dell’anno.

Facile ormai parlare di tragedia, e anche dal ministero per i Beni Culturali, arrivano note di incredulità e sbalordimento, per quanto assai poco credibili.

In effetti non si capisce bene nemmeno quale sia la situazione dello stesso ministero, dopo le annunciate dimissioni del Ministro; non si sa se queste siano state accettate e chi verrà nominato al suo posto. Inutile dire che l’argomento risulta essere, evidentemente, assai poco interessante in questo momento storico vissuto dall’intero paese.

La preoccupazione è stata espressa anche dalle opposizioni che hanno chiesto, sarcasticamente, al ministro Tremonti di assumersi l’interim del ministero e la conseguente responsabilità della catastrofe culturale italiana.

Ed è di queste ore la notizia, secondo cui rischia di saltare “l’asta frequenze” da cui il governo contava di ricavare 2,4 miliardi di euro, non solo da destinare ai FUS ma per coprire l’attuale legge di stabilità.

La Cultura sarà quindi in ottima compagnia.

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Feb 112011
 

Parere favore dalle commissioni Bilancio e Affari costituzionali del Senato all’emendamento che destina 15 milioni in più al Fus (Fondo unico per lo spettacolo), a fronte dei 150 richiesti.

Per finanziare la copertura fiscale degli sgravi per le produzioni cinematografiche, il governo ha proposto inoltre di reintrodurre la tassa di un euro per i biglietti del cinema, denominata in maniera più cortese ed elegante «contributo speciale a carico dello spettatore»,  escludendo dal provvedimento tutte le comunità ecclesiali e religiose.

Nel decreto mille proroghe, ormai noto come “assalto alla diligenza”, pare ormai certo che soltanto due teatri italiani riceveranno un contributi ciascuno di 3 milioni di euro: L’Arena di Verona e la Scala di Milano.

Secondo quanto denunciato dal deputato PD Giovanni Legnini, il relatore del decreto Lucio Malan ha presentato un emendamento, che crea uno scudo di irresponsabilità contabile per gli amministratori della Rai.

“E’ un atto gravissimo – spiega Legnini – perché si vuole così eliminare la possibilità di controllo della Corte dei Conti sull’operato dei vertici Rai e dei suoi dirigenti. Perché? Chi si vuole coprire? Cosa sta avvenendo o è già successo nell’azienda pubblica per cui è necessario sollevare i responsabili dalla conseguenza delle loro decisioni?”

Siamo sicuri che prima o poi lo scopriremo, quando nuovamente si riaccenderà la protesta del mondo della cultura italiana, che si spera non taccia mai.

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Gen 312011
 

Lo spettacolo è finito?“Sette giorni di mobilitazione per salvare l’informazione, lo spettacolo, la scuola, l’università e la ricerca”, nell’ultima settimana del gennaio 2011, per convincere il Parlamento “a fermare la devastazione che si sta compiendo ai danni dell’intero comparto culturale italiano”.

E’ venuto da Roma l’annuncio di una battaglia durissima, sottoscritto da oltre cinquanta sigle del mondo dello Spettacolo, della Cultura e dell’informazione (dall’Agis, all’Anec, all’Ass. naz. autori cinematografici, a MovEm09, al Movimento emergenza Cultura-Spettacolo-Lavoro, al CEMAT…) che si aggiunge a proteste e iniziative (scioperi alla Scala, al Massimo di Palermo…) organizzate in tutta Italia contro il Ministro Bondi che “non ha tutelato il suo ministero – dicono i lavoratori – e contro il Governo, che ha tagliato fondi alla Cultura”.

Riuniti a Roma il 19 gennaio in un’affollatissima assemblea-conferenza stampa, promossa dal “Comitato per la libertà e il diritto all’informazione”, rappresentanti di tutti i settori della Cultura, dello Spettacolo e dell’Informazione hanno denunciato con forza il proprio disagio e annunciato una serie di iniziative pubbliche. Registi, attori, musicisti, giornalisti, studenti, ricercatori e professori hanno dato la loro adesione all’incontro, convocato per denunciare il disagio del settore. Tra loro Ennio Morricone, Zubin Metha, Citto Maselli e Carlo Lizzani. ”La scure dei tagli colpisce anche noi – ha spiegato il presidente della FNSI, Roberto Natale. Chiediamo da anni la riforma dell’editoria e siamo convinti che se tagliassero i fondi agli editori furbi, si troverebbero le risorse”.

Ma qual è la radice del problema? Ne abbiamo parlato più volte, anche su questa testata. Si tratta della politica culturale del governo, che ha avuto la sua punta di diamante nei tagli al FUS, il Fondo Unico per lo Spettacolo, che hanno colpito duramente soprattutto gli Enti lirici, mettendone in diversi casi addirittura a rischio la sopravvivenza stessa.

Tabella dei fondi FUS per la musica negli anni 2005-2009

Negli ultii due anni il FUS ha infatti ridimensionato progressivamente i suoi finanziamenti, passando dai 447,8 milioni di Euro erogati nel 2009, ai 402 milioni del 2010, per arrivare ai 258 previsti per 2011: si tratta di un taglio del 36,6% in meno, rispetto al 2010 (e ricordiamo che i fondi, nel 2007, erano pari a 550 milioni!). Lo spettacolo, in Italia, dà lavoro a 250mila persone. E’ purtroppo evidente che questa drammatica falcidia si tradurrà quasi automaticamente in un’equivalente perdita di posti di lavoro.

I 125 milioni ora destinati alle 14 fondazioni liriche sono quasi la metà dei 229 milioni del 2009: la stessa somma che la Francia dedica all’Opéra di Parigi. Per questa ragione i tredici sindaci presidenti di Fondazioni liriche, su iniziativa di Marta Vincenzi, Sindaco di Genova (il Teatro Carlo Felice è da mesi in gravissimo stato di crisi e di agitazione permanente dei lavoratori), hanno denunciato congiuntamente il rischio di chiusura di tutti i Teatri se il FUS non verrà riportato almeno alla quota del 2009.

Negli scorsi mesi, fronteggiando le proteste, il Sottosegretario Gianni Letta e il Ministro Bondi avevano promesso di intervenire per ripristinare i fondi tagliati, utilizzando il decreto Milleproroghe“. Ma il 22 dicembre 2010 il Governo ha approvato questo decreto, senza fare alcun cenno al Fondo unico per lo spettacolo. Niente reintegro per il 2010, e nemmeno revisione per i contributi statali previsti per il 2011: un ennesimo nulla di fatto, che ha frustrato le speranze del mondo della cultura. Compreso il teatro alla Scala, che dovrà far fronte a una riduzione di 22 milioni in due anni. “Senza denaro in cassa sarà difficile superare il 2011”, ha ammonito il sovrintendente Stéphane Lissner qualche giorno fa.

Ora il Milleproroghe dovrà effettuare i passaggi di rito in Parlamento per la conversione in legge: si spera che in quella sede qualcosa cambi, perché, anziché restituire risorse, colpisce ulteriormente proprio quei settori, già in grave difficoltà, che la Costituzione protegge con enfasi. Siamo convinti che anche il comparto culturale debba concorrere al processo di risanamento dell’economia nazionale ma è necessario tener presente che esso rappresenta l’identità e il futuro del paese e che per questa ragione va promosso e sostenuto.

“Ma che non sia il solito contentino – ha dichiarato Fiorenzo Grassi, numero uno lombardo dell’Agis, l’organo di rappresentanza delle imprese di spettacolo. Con questi tagli, molti teatri rischiano di non arrivare nemmeno al giugno del 2011″. E il tempo stringe: molti contratti per la prossima stagione sono già stati sottoscritti, in scena bisogna andarci anche senza soldi. “In queste condizioni, tutti rischiamo di chiudere”.

Il Ministro Bondi è stato duramente attaccato anche in Parlamento per queste e altre vicende che riguardano la gestione del suo Ministero, fino ad arrivare alla recentissima mozione di sfiducia, respinta a maggioranza, ma che ha lasciato grande amarezza nel Ministro stesso e nel paese.

Tabella dei fondi erogati al FUS dal 1995 al 2009
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Gen 202011
 

Il mondo della cultura ccntro il governoI rappresentanti di oltre 50 sigle appartenenti al mondo dell’informazione, dello spettacolo, dell’istruzione e della ricerca che si sono riuniti stamattina a Roma in un’affollata conferenza stampa nella sede dell’Fnsi (come abbiamo annunciato nel nostro post di ieri), hanno indetto una settimana di mobilitazione, dal 24 al 29 gennaio.

L’obiettivo è convincere il Parlamento a fermare la devastazione che si sta compiendo ai danni del comparto culturale italiano. Si chiede di reintegrare, attraverso il decreto Milleproroghe, in discussione al Senato, il Fondo unico dello spettacolo almeno ai livelli del 2008, il Fondo per l’editoria come previsto dalla Legge di Stabilità, il tax credit e il tax shelter con durata triennale, estendendoli a tutto lo spettacolo dal vivo.

“Cultura, spettacolo, informazione, scuola, università, ricerca: precario il lavoro, precaria la libertà, precaria la democrazia”. Questo lo slogan che ha riunito nell’affollata assemblea tutto il mondo della cultura (dall’Agis, gli esercenti cinematografici,  al movimento “tutti a casa”, passando per decine di associazione e sindacati e con i rappresentanti di oltre 50 sigle appartenenti al mondo dell’informazione, dello spettacolo, dell’istruzione e della ricerca) nel voler rispondere alle politiche dei tagli ed all’emergenza culturale del nostro paese.

Registi, attori, musicisti, giornalisti, studenti, ricercatori e professori hanno dato la loro adesione all’incontro, convocato per denunciare il disagio del settore. Tra loro Ennio Morricone, Zubin Meta, Citto Maselli e Carlo Lizzani. Hanno partecipato anche le associazioni che hanno organizzato i blitz al festival di Roma e al  cinema Metropolitan di Roma, gioiello architettonico venduto dal gruppo Fininvest e comprato da Benetton per   farne un negozio… Con le mani alzate e dipinte di rosso con la scritta ‘giù le mani dalla cultura’, il movimento  ha annunciato nuove iniziative per la prossima settimana anche in occasione della mozione di sfiducia al ministro Sandro Bondi.

«A rischio, oltre al diritto dei cittadini ad accedere alla cultura e alla conoscenza garantito dalla Costituzione, ci sono centinaia di migliaia di lavoratori, spesso nemmeno riconosciuti, che vedono negata la propria professionalità e il diritto alla sopravvivenza» fa sapere il “Comitato per la libertà, il diritto all’informazione, alla cultura e allo spettacolo”. «E’ uno smantellamento che prosegue quello già operato durante questa legislatura nei confronti dell’università, della ricerca e della scuola pubblica. Dobbiamo rimettere al centro delle politiche governative un comparto che produce annualmente valore per circa 40 miliardi di euro e che incide per il 2,6% sul Pil».
Il Comitato ha annunciato inoltre la ferma determinazione a organizzare, al di là della settimana programmata, mobilitazioni diversificate e sempre più incisive finché non si otterranno risultati concreti e impegni precisi da parte del governo per un radicale cambio di rotta nelle politiche per la cultura.

Per ulteriori informazioni, consultare http://www.fnsi.it/Esterne/Pag_vedinews.asp?AKey=12741
e:  http://www.articolo21.org/2438/notizia/il-mondo-della-cultura-contro-il-governo.html

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