Feb 282017
 

Metti una sera di pioggia a Milano. Sala Verdi del Conservatorio, il pubblico di Serate Musicali è folto, come spesso accade per i concerti di Sir András Schiff, a cui i milanesi sono affezionati. Programma-fiume interamente schubertiano: Sonata D 845, Impromptus D 935, Klavierstücke D 946, Sonata D 894. Circa tre ore di musica, più di quanta ce ne sarebbe con il trittico delle ultime Sonate, D 958-959-960. 

Dopo i primi due movimenti della Sonata D 845 in la minore, Schiff smette di suonare e sventola il fazzoletto bianco verso il pubblico, colpevole dei classici colpi di tosse fra un movimento e l’altro. Rimette le mani sul pianoforte, ma dopo un nuovo singolo colpo di tosse si alza improvvisamente e se ne va, visibilmente contrariato. Ritorna dopo cinque minuti, prende il microfono e dice, testualmente, che pochi ascoltatori «cattivi e ignoranti» vogliono rovinare il concerto. Rovinarlo non solo a lui, ma anche a tutto il resto del pubblico. Dice che è venuto da lontano per suonare «questa musica divina» e afferma di essere l’intermediario fra essa e il pubblico. «Siamo umani, non siamo automati [sic]» prosegue. E sottolinea di aver bisogno di concentrazione assoluta per la memoria. Un anziano, davanti a me, mormora:«E allora prenda lo spartito! Come faceva Richter». 

Non è la prima volta che Schiff si ferma ed esce: qualche anno fa avevamo assistito a una scena simile alla Società del Quartetto, sempre in Sala Verdi, in un recital beethoveniano. Durante la “Patetica”, dopo lo squillo di un telefonino e i soliti colpi di tosse, il pianista se ne era andato. Come quella volta, anche stavolta riprende a suonare. In realtà, appena prima di fermarsi aveva fatto cose stupende: penso proprio al Tema e Variazioni che costituisce il secondo movimento della Sonata D 845. In quel tema, Schiff è capace di una tenerezza immensa, che si traduce in un suono che ti fa sentire davvero a casa (nel senso tedesco del termine, Heimat: una casa interiore). Le Variazioni vengono cesellate una ad una con grazia e delicatezza celestiali. Ho una specie di intermittenza del cuore: mi vengono in mente alcune vacanze adolescenziali in Val Gardena, le casette perfette, il sorriso di una natura incantata, amica. Ma quando arriva la variazione in tonalità minore, mi accorgo che nel binomio schubertiano Lachen und Weinen (sorriso e pianto) il pianista esprime soprattutto il primo: nel sacrario di Schiff, nell’inviolabile spazio in cui conserva le reliquie del Santo Schubert, c’è poco spazio per una sofferenza acuta (Schmerz) che possa farsi dolore universale (Pein). Schiff arriva ad esprimere al massimo la Wehmut, ovvero una malinconia dolce che pare non contemplare la morsa angosciante della Morte, che assillava Schubert negli anni a cui risalgono queste composizioni. 

Me ne ero accorto già nel primo movimento della Sonata: controllo superlativo della sonorità, polifonia di una trasparenza inarrivabile, compattezza degli accordi senza mai un brutto suono, ma anche mancanza di qualsiasi moto di rivolta o di rabbia, come se Schubert fosse un anti-rivoluzionario. Eppure lo aveva già scritto Alfred Brendel negli anni settanta: chi crede che la musica di Schubert sia lo specchio dei «contorni morbidi e consolanti del paesaggio austriaco» forse ha dimenticato «gli aspetti bizzarri, maestosi e minacciosi della campagna austriaca». Ma, soprattutto, aggiungo io, ha dimenticato Vienna e le sue talora inquietanti periferie, dove crebbe Schubert. 

«Il corpo così forte [di Schubert] finì per essere travolto dal conflitto tra le sue -potrei dire- due anime, una lo spingeva verso il cielo e l’altra era immersa nel fango»: era un conoscente di Schubert, Josef Kenner, a scrivere così. Per quanto sia pericoloso associare vita e opere, è evidente che nella musica del compositore viennese percepiamo questa dialettica esistenziale: ed è proprio essa, con il continuo dialogo fra sicurezza e pericolo, che crea la tensione espressiva e quindi il sublime. A me sembra che Schiff si fermi troppo spesso al celestiale, e che dal suo sacrario inviolabile voglia eliminare non solo i colpi di tosse, ma anche tutto ciò che in Schubert è Unheimlich, Perturbante -per dirla con una parola-chiave di un altro viennese, Sigmund Freud. 

Schiff coglie perfettamente lo Schubert innamorato della natura, quello delle gite a Steyr, fra i monti della Stiria; lo Schubert che trova consolazione nel cerchio protettivo degli amici e in un buon bicchiere di vino (di cui Schiff stesso, nelle campagne fiorentine, è produttore!); e anche lo Schubert capace di guardare al divino come consolazione delle mestizie terrene. C’è un passo del diario di uno Schubert ancora giovanissimo, in cui egli si rivolge a Mozart come a colui che attraverso “celestiali armonie” ci fa intravedere un mondo migliore. Ma, come Maynard Solomon ci ha insegnato (“Inquietanti simmetrie”), anche in Mozart, come in Schubert, il Paradiso è turbato e messo costantemente in pericolo. Bellezza e tristezza sono inseparabili, e la prima non può esistere nel suo grado sublime senza la seconda: “il bello è sempre bizzarro” scriveva Baudelaire. E Victor Hugo, a proposito di bellezza e morte: «Due sorelle ugualmente terribili e feconde con lo stesso enigma e lo stesso segreto».

Schiff prosegue con gli Impromptus D 935: l’impostazione non cambia. Sonorità di meravigliosa morbidezza, assenza di spigoli e di suoni aspri, tempi fluenti in cui la musica scorre come un rosolio, voicing miracoloso. Qualche momento di nervosismo non manca: si era già percepito in qualche passaggio dello Scherzo della Sonata (le ultime battute prima del primo ritornello sono tremende: ricordo anche un Barenboim scaligero); lo si sente in alcuni salti del primo Impromptu in fa minore e nelle temibili doppie terze dell’ultimo, in cui lo spirito ungherese di Schiff lo porta a lasciare un attimo le briglie e a rischiare un po’ (e per fortuna). Ma nel terzo Impromptu i toni mi sembrano davvero troppo angelicati e il pensiero corre allo Schubert apocrifo della “Casa delle Tre Fanciulle”, un po’ sentimentale, seraficamente privo di ogni morbosità.

Che Schubert sia pianisticamente tutt’altro che una passeggiata, lo si comprende anche dal primo dei Klavierstücke D 946, con cui Schiff apre la seconda parte del suo lunghissimo recital. Il pianista lo attacca rapidamente e rimane incastrato in alcuni degli scomodi salti nelle ottave alla mano destra. Ma, più che le trascurabili imprecisioni, a non convincermi è l’andatura un poco garibaldina, in cui però non percepisco una vera e propria febbre emotiva (“questo dev’essere febbrile!” sentii dire una volta ad Aldo Ciccolini ad un allievo -e Ciccolini sapeva bene quel che diceva, pur non essendo un “interprete deputato” di Schubert). Ancora una volta, Schiff è pienamente a suo agio nella parte in cui Lachen domina su Weinen, ovvero nell’episodio centrale, in cui il sole sembra squarciare le tempestose nubi (bellissime le volatine che portano verso il registro sovracuto, dove ci regala suoni paradisiaci). 

Il refrain in mi bemolle maggiore del secondo dei Klavierstücke è uno dei momenti di grazia della serata: di nuovo sentiamo quel “sentirsi a casa”, il canto felice, quasi all’italiana, che «anche nel culmine della tristezza dice sempre la felicità del corpo unificato» (Roland Barthes). Schiff, rispetto alla prima parte, entra più profondamente nella musica, e il primo couplet riesce a mettere un po’ paura; ma nel secondo, ineffabile, non sembra soffrire più di tanto e ritorna al canto consolante, senza farci mai sentire viandanti smarriti o darci qualche pugnalata negli sforzando che sembrerebbero suggerire improvvisi moti di passione.

Curiosamente, un maggiore senso del dramma anima l’onirica Sonata D 894. Tempi mai troppo lenti, mobilità dell’agogica e delle dinamiche: Schiff è agli antipodi dalla famosa interpretazione di Richter e dal suo visionario e quasi catatonico viaggio. Ma il pianista ungherese è ormai dentro la musica e, da par suo, ci regala momenti meravigliosi: ad esempio, nelle trine di sedicesimi che costellano, nel registro acuto, l’esposizione del primo movimento; nel dialogo fra le due mani, con una sinistra “parlante” che non è mai un indifferente tappeto alla destra; nel carillon soffice, quasi di un altro pianeta, del Trio nel terzo movimento; nella varietà di colori del finale, i cui couplet sono perfettamente distinti l’uno dall’altro nel carattere. Ma è pur sempre epica, più che tragedia. Schiff descrive e narra mirabilmente. Ma quella parte nera e dolorosa continua a rimanergli fondamentalmente estranea.

A mezzanotte, il pubblico viene salutato con l’Impromptu op. 90 n. 2, a mio avviso il punto più alto della serata: tempo perfetto, né troppo presto né troppo prudente, fluente naturalezza, una mano sinistra capace di valorizzare quei ‘pedali’ di quinta che Schubert affida al pollice. Alla fine, i “bravo!” si fanno sentire e il matrimonio fra Schiff e il suo pubblico è salvo. Ma, ripensandoci, ha un po’ ragione l’amico pianista Francesco Libetta, quando, nel dibattito su facebook nato durante e dopo il concerto, afferma: «Io non rimprovererei MAI uno spettatore. Prima di farlo, considererei corretto uscire dal teatro e sgridare qualche passante che non è neanche entrato».

E aggiungo che, ora che la musica classica sta riconquistando un pubblico di giovani, l’immagine di un “sacrario inviolabile” fa tutt’altro che bene. Anche perché la bellezza è capace di conquistare l’attenzione senza che qualcuno ti dica “attento! Stai assistendo a qualcosa di divino! Non distrarti! Ma come, io ti porto nel regno celeste e tu tossisci?”. No: mi piace pensare a Schubert che faceva  ballare gli amici improvvisando qualche valzer, nel trambusto generale, e che poi a volte li commuoveva profondamente e addirittura li spaventava, in un silenzio meraviglioso e terribile, eseguendo per loro una Sonata o qualche Lied di Winterreise.

Luca Ciammarughi

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Feb 262017
 

 

Non avrei mai immaginato che Franz Schubert finisse in una pubblicità di McDonald’s. Ci ha pensato McDonald’s Germany, con uno spot in cui il panino al pesce fritto noto come filet-o-fish viene illustrato musicalmente da un Lied di Schubert, Die Forelle (“la trota”), cantato – male – da un coretto di giovani. Voilà:

Superato lo choc iniziale, lo spot può essere un buon punto di partenza per una serie di riflessioni. Ma perché uno ‘choc’, si chiederà chi non conosce il Lied schubertiano? Innanzitutto perché le note di Schubert vengono modificate (00’20); poi perché Die Forelle non è da cantarsi in coro -ma su questo si può sorvolare; e poi soprattutto perché alcune voci sono abbastanza stonate. Per un vero appassionato di musica, o ancor più per un musicista, il malumore è epidermico. Ma ancora più fastidioso, in una pubblicità che vorrebbe evidentemente lanciare un messaggio multietnico, è notare che le voci stonicchianti (che non corrispondono al labiale) sono associate ai ‘neri’, mentre i ‘bianchi’ cantano il loro Lied con molto più agio. La domanda è una sola: perché?

Tuttavia, qualcuno potrebbe dire: ma insomma, non formalizziamoci troppo. In fondo, che in uno spot di McDonald’s ci sia Schubert -seppur piuttosto storpiato- non è un brutto segnale. In Italia, certo, non sarebbe successo. Ma siamo proprio sicuri che in Germania Die Forelle faccia ancora parte di una cultura condivisa? Non ne sarei così sicuro.  E trovo comunque questa pubblicità alquanto ridicola. Certo, si dirà: in Italia avremmo messo Fedez. Meglio uno Schubert ridicolizzato (l’occhietto fisso della trota stramazzata grida vendetta perfino se non sei animalista) o un Fedez ben fatto?

Eppur qualcosa si muove, anche in Italia. I dati degli ultimi anni ci parlano di un pubblico di giovani in netta crescita, per la musica classica e soprattutto l’opera, anche grazie alle tante iniziative under30. Non credo siano dati del tutto illusori. Se una decina di anni fa dicevi “sono un pianista”, i tuoi coetanei ti guardavano spesso come un alieno, uno che vive in una realtà parallela. A me sembra invece che oggi la musica classica sia tornata, almeno un po’, di moda. Lo so, sembra brutto detto così. E so anche che molti associano alla classica un certo glamour pensando ai Teatri lirici, al mondo dell’opera, al fascino puramente esteriore di una certa eleganza che una persona ben vestita al pianoforte  può comunicare. Classico fa chic, anche se poi magari non sai distinguere Bach da Wagner. Eppure, capita anche di approcciarsi a qualcosa perché ‘fa figo’, per poi scoprire che invece quella cosa ti piace davvero, o addirittura non ne puoi fare a meno. Ho conosciuto giovani digiuni di musica classica a cui ho fatto ascoltare Schubert per la prima volta, e mi sono sentito dire: «Come ho fatto, finora, a vivere senza?». .

Credo che gli operatori del mondo della musica classica, che siano musicisti, discografici, editori, divulgatori o giornalisti, abbiano oggi la grande responsabilità di indirizzare questo trend positivo verso la creazione di passioni reali. Lo so, bisogna vendere. O, più spesso, sopravvivere. E so anche che qualcuno mi dirà che l’uscita della ‘musica classica’ dalle catacombe è anche legata a progetti crossover o a fenomeni (magari effimeri) che hanno tolto un po’ di pesante sacralità. C’è sempre meno l’idea di un Sacro Tempio dei Privilegiati da cui tenere fuori quella parte del pubblico (o meglio, del non-pubblico) abituata a dire «io sono troppo ignorante per la musica classica». Non la conosco, ergo non posso ascoltarla. Non la capisco perché non so come funziona.

Ora che qualcosa sembra essersi mosso, però, credo che non sia il caso di continuare a trattare il pubblico come se fosse deficiente. Soprattutto i giovani, che sono i più reattivi emozionalmente. E che oggi hanno hanno molte più possibilità di appassionarsi alla classica o all’opera, anche senza prima aver fatto solfeggio. O forse proprio perché non fanno più solfeggio nel modo orrido in cui spesso veniva fatto.

Un auspicio: che questo ruggente ritorno della classica, semmai sia reale, non si trasformi in un pretesto per trasformarla in ciò che non è, snaturandola. Se Bach, Wagner, Ravel, Puccini e moltissimi altri compositori sono sopravvissuti al tempo è perché ci innalzano, ci esaltano, ci comunicano emozioni indicibili -senza che a questa elevazione dobbiamo per forza dare connotati morali o di superiorità spirituale. Anzi, essendo coscienti che essa avviene sempre all’interno dell’uomo: che non è una potenzialità aliena o di chissà quale corpo astrale, ma che è del tutto umana.

Luca Ciammarughi

 

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Gen 162017
 

È mezzanotte a Milano e due ore fa Maurizio Pollini ha terminato il suo recital solistico al Teatro alla Scala. Una serie di forti emozioni contrastanti mi pervadono e mi fanno pensare che Pollini riesce sempre e comunque a scuotere il pubblico. Perché? Per il suo estremo idealismo. Anche con un corpo e dei riflessi che non sono più quelli della gioventù, egli non rinuncia mai a inseguire l’Idea: piuttosto rischia, sporca, perde per qualche attimo la trebisonda (ma senza mai uscire davvero di strada), ma rimane fedele al suo pensiero musicale. È vero, ci sono stati pianisti che alla sua età (75 anni) erano più puliti e più sereni nell’incedere: ma spesso adottavano una sorta di prudenza, ad esempio nello stacco dei tempi. Pollini invece non ha nulla del vecchio saggio che racconta con serena nostalgia gli splendori del passato: al contrario, è inquieto, percorso quasi dall’ansia di vivere ancora e sempre di nuovo, come se fosse la prima volta, l’hic et nunc, con la stessa urgenza e quasi la fame di vita della gioventù. E anche per questo, certamente, sbaglia più di altri: il suo idealismo non ha freni inibitori, è assolutamente sordo a ogni forma di contraccezione musicale, quale può essere ad esempio un rallentando strategico in un punto pericoloso. Magari sbaglia, ma lo fa sempre con autentico pathos.

Pollini à rebours: ‘controcorrente’ non soltanto nel disinteressarsi di ogni forma di levigata (e spesso soporifera) correttezza, ma anche nella scelta del percorso, letteralmente a ritroso, da Schönberg a Beethoven. In un’intervista lessi che Pollini considerava Schönberg come un’estrema propaggine del romanticismo. Ma che tipo di romanticismo? L’op. 11, stasera, non aveva nulla di sentimentale: asciutta, petrosa, ossessivamente cupa nel secondo brano. Per Pollini, il romanticismo è chiaramente un movimento radicale, filosofico ancor prima che estetico, privo di quegli imbellettamenti melensi che usualmente si associano alla parola “romantico”. Lo zart del primo numero dell’op. 19 non ha nulla a che vedere, per il pianista milanese, con una dolcezza edonistica: è piuttosto un’indicazione di sonorità. Se lo Schönberg di Pollini, da un lato, conserva l’attitudine idealistica dei filosofi romantici, dall’altro è pienamente novecentesco nell’esprimere una nuova estetica del frammento, soprattutto nell’op. 19, i cui mille timbri (in pochi minuti) sono resi dal pianista milanese in modo incomparabile.

La Sonata “Pathétique” op. 13 di Beethoven è stata per Pollini il cimento più arduo della serata. Eppure, teoricamente sarebbe ben più semplice dell’Appassionata. Ma la Pathétique è Sonata ancora giovanile: Beethoven non ha fatto ancora la svolta che lo condurrà, a partire dalle Sonate dell’op. 31, a quella radicalità dionisiaca, o addirittura demoniaca, che finì per terrorizzare molti dei suoi contemporanei, Goethe compreso. Nella Pathétique, lo slancio rivoluzionario è ancora quello di un giovane virtuoso di belle speranze: non è ancora la disperazione visionaria del compositore sopravvissuto al Testamento di Heiligenstadt, ossia a se stesso. Pollini non ha più l’età per affrontare la Patetica con la brillante nitidezza del giovane virtuoso: la definizione delle agilità viene meno, il pedale abbonda, una certa rigidità muscolare impedisce la felina plasticità che ci aspetteremmo soprattutto nei movimenti esterni. Gli sbandamenti ci sono, eccome. C’è la preoccupazione. Ma c’è anche un impeto a cui il pianista non intende rinunciare.

Nell’intervallo intravedo nel foyer la poetessa Patrizia Valduga. Ricordo una sua frase, che cito a memoria, magari non proprio letteralmente: “a Milano so che posso passare sotto le finestre di Maurizio Pollini e sospirare quanto mi pare”. La prendo come un buon presagio per la seconda parte, dopo che la Pathétique mi aveva lasciato un po’ di amarezza, quasi l’impressione di un ‘vorrei ma non posso più’. E in effetti, con l’op. 78 la musica cambia. Nell’incipit c’è qualcosa di meravigliosamente fragile e indifeso, quasi schubertiano. Quando iniziano le agilità, ci accorgiamo anche che Pollini si è scaldato, e che le sue mani sono pur sempre quelle di uno dei più grandi virtuosi del secondo Novecento. Ma questo ha poca importanza. Ciò che conta è quanto egli sia oggi, forse ancor più che in passato, immerso nella musica: quando lo sentiamo cantare nel naso e mugugnare, ci rendiamo conto di quanto egli si lasci abitare dal suono. Non c’è un puro controllo dall’esterno: è un pianista tutt’altro che freddo. Oggi più che mai. L’op. 78 scorre tutta d’un fiato, in una temperie Sturm und Drang, senza le inibizioni che spesso ha chi si osserva suonare: Pollini ci è dentro fino al collo.

Nell’Appassionata op. 57, il pathos già emerso con la Sonata precedente aumenta. L’inizio è rivelatorio, con l’accentuazione del contrasto fra l’umbratile e quasi nebuloso motivo principale e i trilli elettrici, come scosse improvvise. Tutto il primo movimento è pieno di contrasti estremi, che però non si traducono mai in cambiamenti di tempo: la direzione è inesorabile, costi quel che costi, e nemmeno nel secondo tema c’è un vero e proprio addolcimento o riposo. Il secondo movimento è davvero “con moto”, come raramente lo si sente: solitamente, suona come un intermezzo placido fra due movimenti rivoluzionari. Con Pollini, una sottile tensione permane: e così, nelle variazioni, gli accompagnamenti, i bassi albertini, non hanno nulla di restaurazionistico, ma sono vestigia del passato utilizzate per volare verso l’ignoto. E l’ignoto è, giustamente, il finale: immer zu (sempre avanti!), sembra dirci Pollini. Viene in mente Rastlose Liebe di Schubert. In quel Lied, il viandante procede imperterrito, nonostante pioggia vento e neve, nella sua lotta per andare avanti. E nella lotta c’è il segreto della vita stessa. Per la pax aeterna c’è tempo. Pollini, nel finale dell’Appassionata, è commovente nell’incarnare questo fondamentale principio dei romantici. Piuttosto rischia di mandare tutto a carte quarantotto, ma non rinuncia alla sua idea potente di questo finale, che è una vera e propria corsa all’abisso.

Due brevi Bagatelle, sempre di Beethoven, meravigliosamente offerte come bis, sembrano quasi chiudere circolarmente il programma, richiamando le più aforistiche pagine schönberghiane. 

Luca Ciammarughi

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Dic 182016
 

Yuja WangIl tema non è nuovo, ma ultimamente sempre più presente nei dibattiti: è giusto che un musicista o una musicista classici mostrino il loro corpo? Perché lo fanno? Cosa significa? Vorrei provare ad andare oltre alle due posizoni estreme, ovvero quella biecamente moralistica (spesso accompagnata da maschilismo, invidia o malcelato voyeurismo) e quella superficialmente libertaria. A voler andare a fondo, la questione è tutt’altro che superficiale e riguarda lo stato dell’arte in rapporto alla civiltà occidentale.

La più discussa, a pari merito con Katia Buniatishvili, è Yuja Wang, i cui spacchi vertiginosi sembrano fatti apposta per gettare nel panico l’ala più conservatrice degli ascoltatori. Provocazione o semplice volersi sentire a proprio agio? Difficile a dirsi, ma non escludo che si tratti della seconda ipotesi. La Wang è giovane, ha un sorriso malizioso, un corpo tonico e felino: perché nasconderlo? Accanto ai censori, qualche utente di youtube apprezza decisamente, perfino con eccessi di sincerità:

«This video pleases my ears, eyes and penis».

Mi riferisco all’esecuzione della Sonata op. 106 di Beethoven, un live alla Carnegie Hall. Perché questo video colpisce e provoca più di altri, fino a raggiungere quasi un milione di visualizzazioni? Perché la pianista cinese affronta in abiti succinti uno dei sancta sanctorum della letteratura pianistica occidentale. Ingresso in scena deciso nonostante il tacco altissimo, inchino dinoccolato da diva sbarazzina e poi giù a capofitto nel pathos beethoveniano. Un pathos che però, almeno alle mie orecchie, suona più fisico che mentale. Nel Beethoven della Wang c’è un coinvolgimento carnale fatto di scossoni, eccitazione nervosa, energia fibrillante. Il virtuosismo non si discute, l’incredibile concentrazione nemmeno. Eppure non sarei sincero se dicessi che questo Beethoven mi convince. Indipendentemente dall’abito. Non voglio usare termini altisonanti quali “tensione spirituale” o, ancor peggio, “etica”, eppure non si può negare che il fulcro dell’interpretazione beethoveniana stia proprio in una dialettica interiore, in una lotta psichica di cui la Wang sembra darci solo il risultato finale, senza farci sentire il tormentato processo.

Per quanto riguarda le ampie nudità, non mi scandalizzo. Non trovo nulla di scandaloso nemmeno nel nudo integrale. Bisogna però che l’immagine, per non essere gratuita, abbia un senso ben preciso. E qui veniamo al punto.

Il punto è da ricercarsi in un’epoca che rimise l’uomo al centro: il Rinascimento. Uno dei principi fondamentali dell’arte rinascimentale è il principio di “convenienza”, ovvero la corrispondenza dell’opera d’arte al suo scopo. Con la Controriforma, questo principio diviene osservanza della morale, del pudore. “È sconveniente!”, dicono ancora oggi i moralisti. Ma, lasciando perdere le censure controriformistiche, il Rinascimento riprende un concetto che si delinea in realtà già nella Poetica di Aristotele: l’idea di una convenienza estetica intesa come coerenza e proporzione. Non è solo una questione di classicismo: se si adotta un punto di partenza iper-barocco e delirante, come in un film di Greenaway, sarà coerente proseguire su quella linea. Sulla base di questo concetto, che non ha nulla di moralistico, perché semplicemente si riferisce a una sfera estetica, e non morale, trovo che se Yuja Wang interpretasse con quegli abiti Souvenir de Porto Rico di Gottschalk o I got rhythm di Gershwin, il risultato sarebbe molto più esteticamente “conveniente” di quanto non avvenga con l’op. 106 di Beethoven. Non che Gottschalk o Gershwin non siano profondi o spiritualmente raffinati: ma il tipo di carica dionisiaca della loro musica è molto diversa da quella di Beethoven. O anche da quella di Bach, Schubert o Wagner: se mi dicessero di suonare l’ultima Sonata di Schubert in costume da bagno mi sentirei ridicolo, perché in essa è imprescindibilmente presente un mondo di tormenti e di tensioni di cui difficilmente si può fare astrazione. Non è solo un bel pezzo, ma è un pezzo che ha un significato ben preciso. Ed è un significato diverso da quello di un brano di Sylvano Bussotti in cui al pianista viene proprio chiesto di suonare in costume da bagno. Certo, potrei suonare l’ultima Sonata di Schubert in bermuda a fini di parodia, di umorismo: ma temo che il risultato non sarebbe molto divertente.

Tutto sta nell’intenzione del compositore, ma anche nel luogo e nell’occasione. Non è sconveniente, ad esempio, che il violinista Dylan Naylor, che come spalla d’orchestra indossa l’abito scuro, suoni in una discoteca a petto nudo:

Il Novecento è il secolo della liberazione dei corpi. Nulla è forse più importante, nel secolo scorso, dei movimenti che hanno portato a una svolta che si attendeva da tempo immemore: la possibilità dell’essere umano di gestire il proprio corpo, spazzando via millenni di repressione e frustrazione. Non possiamo però far finta di non sapere che, quando interpretiamo un brano di Beethoven o Schubert, entriamo in un’epoca in cui quella repressione ancora esisteva. Ed è forse questo uno dei motivi per i quali la musica classica viene oggi rifiutata dalle masse: essa appartiene, dal punto di vista spirituale, a un mondo di cui ci sono rimasti solo gli echi. Se ancora captiamo quegli echi, è perché nessuna liberazione potrà mai portare a sciogliere definitivamente quelle tensioni emotive e quelle sacrosante scissioni interiori senza le quali non saremmo esseri umani. Ciò ovviamente non vale solo per la musica. Mi viene in mente un passaggio di un romanzo di Peter Cameron (Il weekend) in cui un personaggio afferma: 

«Be’, i grandi romanzi ruotavano intorno a poche cose: come fallisce un matrimonio o come sublimare l’omosessualità».

Al di là dell’esagerazione ironica, questa frase riprende l’idea che nell’arte occidentale il meccanismo della sublimazione svolga un ruolo fondamentale. Ma in una società in cui tutto è liberato, l’arte diviene quindi inutile? Forse no: dopo che abbiamo ripreso possesso del nostro corpo, siamo stati sottoposti a una tale abbuffata di corporeità da rendere la tanto desiata immagine del corpo quasi neutra.  Se apriamo instagram, i corpi nudi sono più di quelli vestiti: non dico che li guardiamo con indifferenza, ma nemmeno con quello sconvolgimento con cui guardavamo un corpo nudo vent’anni fa. Nell’epoca del virtuale, di osceno (nel senso di fuori-scena) è rimasto solo il contatto fisico reale fra due corpi. Sensazione per il momento non tecnologicamente riproducibile, così come non è lo è il soffio del vento sulla pelle. E, paradossalmente, ora che la liberazione è avvenuta, osceni sono divenuti i sentimenti. Oscena, nel senso più elevato del termine, è la 106 di Beethoven, forse molto più dello spacco di Yuja Wang. Scandalosa, nel senso greco della parola ‘scandalo’, ossia ‘ostacolo’, ‘inciampo’: ecco, sto camminando nel mio bel mondo liberato, quando improvvisamente inciampo nella 106 e si risvegliano in me una serie di questioni che pensavo sopite. E questo farci inciampare, paradossalmente, è la garanzia della durevolezza nel tempo di ciò che chiamiamo ‘musica classica’.

Non voglio pontificare. Più di una volta ho postato sui social immagini seminudo. C’è chi mi ha detto: ma ti immagini Horowitz o Michelangeli che posano a petto nudo? Non pensi che sia disdicevole, sconveniente? Perché lo fai? Lo faccio per ragioni che non hanno nulla a che fare col mio essere musicista. Mi piacerebbe poter dire che lo faccio perché, come dice la musicologa femminista Susan McClary, “musica e sesso sono psichicamente vicini di casa”. Ma le ragioni sono molto meno filosofiche. Lo faccio perché il mio corpo è una parte di me con cui mi sento bene, perché fra dieci o vent’anni non sarà più quello di adesso, ma anche per puro e semplice narcisismo. Il moralista che, dall’alto della propria sapiente sobrietà, trova disdicevole la foto di un corpo nudo, non sta forse ammettendo anche il proprio narcisismo? Quello di chi magari, non avendo più un corpo decente da mostrare, sposta tutta l’attenzione sul lato intellettualistico, come se tutto ciò che è mentale fosse superiore a ciò che è corporeo. “I veri valori sono altri”. “Ciò che conta è come sei dentro”. Belle frasi che però La Rochefoucauld classificherebbe inesorabilmente come un incosciente, e quindi ancor più forte, narcisismo. L’uomo cerca disperatamente, fino alla fine della vita, di inseguire i propri obiettivi. Di stare a galla. Di “tener botta”. Qualche volta sì, anche di rimorchiare.

La conclusione? Musicisti e musiciste, spogliatevi senza problemi. Anche il nudo integrale va bene (anzi no, perché poi è troppo uno sbattimento essere sospesi da facebook). Ma spogliatevi in modo “conveniente”. E a volte rivestitevi di tutto punto, per dare scandalo.

Luca Ciammarughi

 

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Ott 252016
 

L’edizione de Appunti e riflessioni di Aleksandr Skrjabin, edita nel 1992 da Studio Tesi, è da tempo introvabile in Italia. Questa comprende scritti e poesie del grande musicista russo, dal 1900 in poi. L’edizione è intelligentemente strutturata, poiché per ogni “foglietto” skrjabiniano vi è associata l’opera musicale – o le opere – ad esso contemporanee. Questi appunti che, come ci confessa la figlia (curatrice dell’edizione russa) erano riservati solo all’autore stesso, sono uno scorcio nel suo afflato che altrimenti sarebbe troppo facile da classificare. Un decadente? Un rigurgito di Chopin (Busoni)? Niente di tutto ciò.

Prenderò le parole più mirabili, tra questi fogli,  proprio perché in nessun compositore come in Skrjabin – o forse solo in Wagner, da cui il nostro prende moltissimo –  la visione musicale è così strettamente legata alle parole, alla descrizione del creato e delle forze moventi il cosmo.

Quaderno II (1904-1905)

<<Io inizio la mia storia, la storia del mondo, la storia dell’universo. Io sono, e nulla al di fuori di me. Io non sono nulla, io sono tutto, io sono l’unico e in lui la molteplicità uniforme. Io voglio vivere. Io sono il fremito della vita, il desiderio, sono il sogno. O mio universo radioso, mio gioco, mia espansione (mia scomparsa), flusso capriccioso di sentimenti sconosciuti. Ancora, sempre ancora, in tutt’altro, del nuovo, più forte, più tenero, nuove delizie, nuove torture, nuovo gioco. Finché sarò scomparso, finché non mi sarò consumato. Io sono incendio, io sono il caos.

                                               […]

O vita, o slancio creatore,

volere che tutto crei.

Tu sei tutto. Sei la beatitudine del dolore (sofferenza), come sei la beatitudine della gioria e io vi amo ugualmente. Tu sei l’oceano delle passioni, ora tumultuoso, ora calmo. Amo i tuoi gemiti, amo la tua gioia (è solo la disperazione che non amo). Io sono libero. Io non sono nulla. Io voglio vivere!

Voglio il nuovo, l’inesplorato. Voglio creare liberamente. Voglio creare coscientemente. Voglio essere all’apice. Voglio incantare con la mia creazione, con la mia meravigliosa bellezza. Voglio essere la luce più brillante, il più grande (unico) sole, voglio rischiarare (l’universo) con la mia luce, voglio assorbire ogni cosa, includere (tutto) nella mia individualità. Voglio dare (al mondo) la voluttà, voglio possedere (il mondo come una donna). Ho bisogno del mondo. Sono interamente i sentimenti che vivo, e con questi sentimenti creo il mondo, creo te, passato infinito, crescita della mia coscienza, ricerca di me stesso, e futuro infinito, acquietamento in me, tristezza e gioia per me stesso. E come muta il mio sentimento cangiante come un sogno, come un capriccio, così tutto muta, il passato e l’avvenire. – Voi non siete, esiste solo il gioco della mia fantasia, libera e unica, che Vi ha creato e Vi osserva. Per ogni curva della mia fantasia c’è bisogno di un altro apssato, come di un altro avvenire. Voi giocate e mutate come gioca e muta il mio desiderio, il mio sogno libero e unico. Io non sono nulla, sono soltanto ciò che voglio. Io sono Dio. L’universo è il mio gioco, il gioco dei raggi del mio sogno.

                                                                     […]

Voi mi siete necessarie, ombre profonde del passato. Per la mia infinita elevatezza, ho bisogno dello sviluppo infinito, l’infinito accrescimento del passato. Per la mia beatitudine bisogna che il mondo sia gravato di sofferenza. Io dovevo svegliarmi per un’infinità di secoli per potermi svegliare così. Bisognava conoscere in passato la ferocia e la volgarità per vivere ora con una tale raffinatezza. Avevo bisogno della lotta nel passato

                                                                     […]

Attraverso la sensazione che provo ogni minuto, io governo l’universo.

                                                                     […]

Un Dio che ha bisogno di adorazione non è Dio.

                                                                      […]

Ascolta!

La mia gioia è così grande che miriadi di universi potrebbero inghiottirla, senza turbarne la superficie. Mio universo, saziati della mia libertà e della mia beatitudine. Prendi e non temere. Non sono una Divinità terribile, ma solo amante. Non adorarmi, ma prendi solamente. Strappo dal tuo cuore doloroso la paura delle pene eterne. Ti tolgo il giogo del dubbio e del dovere e ti reco la piena espansione. Tu sei libero e, se ne sei capace, sei libero come me. Se osi ciò, sii uguale a me. Sei la possibilità di tutto ciò che vuoi e la tua attività è realizzazione. Nel tuo cuore non ci sarà pi né male né invidia. Al posto della voluttà di un attimo di peccato e dell’orrore delle sofferenze eterne, ti dono l’eterna felicità dell’azione, la fonte inesauribile della gioia, della vita.

                                                             […]

Io agisco – sono nello spazio e nel tempo.

Se qualcosa (semplice o complessa) fosse unico oppure sempre identico, non sarebbe nulla, proprio come un certo complesso di fenomeni in un certo rapporto [con altro] esiste solo perché esiste un altro complesso di fenomeni, in un altro rapporto.

                                                             […]

Come auguro a tutto e a tutti quelli che mi circondano una completa pienezza, così abbiate anche voi lo stesso desiderio. Poiché tutto è Vostra creazione, poiché tutto è mia creazione, e voi siete me. – Voi siete Dei. L’odio e la morte saranno sconfitti e vi sarà gioia infinita e universale. Un flusso di vita risplendente.

                                                             […]

Io sono venuto a salvare il mondo dai tiranni-zar e dal popolo-tiranno. Ho portato la libertà illimitata e la giustizia, ho portato la piena espansione, la gioia divina della creazione. Il mondo ha sempre sete di libertà, ma l’ha sempre temuta, perché aveva al tempo stesso sete di verità e di un sostegno. Ingenuo! Ma la verità non esclude la libertà, e la libertà esclude la verità. Non temere questo vuoto senza fondamento! Tu dirai: se la verità non esiste, allora perché vivere, dove andare, come vivere? Come è possibile che tutto il dolore, tutte le gioia, tutto ciò che è grande ed elevato, è possibile che tutto questo non sia che menzogna, solo fantasia? Non temere, sto per c onsolarti. Tutto questo esiste, tutto quello che tu vuoi, tutto questo è, e solamente perché tu lo vuoi, perché tu hai creato tutto ciò con la forza della tua volontà. Sparirà forse tutto, se prendi coscienza della tua potenza, della tua volontà? Tu vuoi rubare? Ruba, come e dove vuoi, intorno a te c’è il vuoto

                                                                       […]

Se potessi essere cosciente di tutto, in questo stesso modo distruggerei la mia individualità, che esiste solo in quanto isolata, in quanto in relazione con tutto il resto.

                                                                       […]

Se l’assenza di talento ti tortura e ti schiaccia è il segno di un germe di talento; fallo crescere e non disperare. L’invidia e la disperazione sono la morte. Cerca d’essere simile a me e guarda la vita, in generale come alla tua vita personale. Rallegrati della creazione degli altri uomini, perché questa è una tua creazione. Comprendere vuol dire creare. Sforzati di essere sempre semplice e sincero, cioè di non temere di desiderare e di fare sempre ciò che vuoi. Altrimenti non temere la libertà. Sottoponiti alle leggi del tempo e dello spazio poiché sono le tue proprie leggi…

                                                                       […]

Non bisogna dimenticare che l’uomo porta la sua individualità, come pure il suo corpo (Abbigliamento). Taluni filosofi confondono individualità e spirito. Studiando l’individualità, cioè per esempio la facoltà di agire così o altrimenti in determinate circostanze, pensano di studiare facoltà delle anime, che sono differenti nella loro essenza. Essi dimenticano che l’individualità è la relazione con altre individualità; essa è un colore, la manifestazione di un solo e medesimo spirito nella forma del tempo e dello spazio. L’essenza dello spirito, la volontà, della vita in tutti e in tutto è incontestabilmente l’una e la stessa, poiché il diverso è sempre un fenomeno, mentre lo spirito è incontestabilmente qualcosa fuori dal tempo e dallo spazio. Questa essenza è creatrice, è il desiderio di azione e di riposo, dell’eterno cambiamento, che produce equilibrio, armonia, giustizia. L’essere è la relazione al non-essere, suo opposto.

                                                               […]

L’autentico centro dell’universo è la coscienza che l’abbraccia. Non è che in questa coscienza che abita tutto il passato, il quale ha coscienza di se stesso, e tutto il futuro. Il passato e il futuro emanano per così dire da esso, come l’infinito dallo spazio, e non esistono che in esso (in quanto forme della sua creazione).

L’universo è identico alla sua volontà – è la sua creazione.

 

Quaderno III

Voglio conoscere la verità. È per me un fatto irrecusabile, che non richiede prove. Ma prima ancora di questo, voglio vivere, anche di questo son sicuro. Ancora: possiedo il fatto della mia coscienza, ove risiede il mondo, in quanto moltitudine dei suoi stati, in essi unificati. Conoscere significa identificarsi con il conosciuto. Io conosco il mondo come una serie di stati della mia coscienza, dalla cui sfera non posso uscire. Voglio conoscere la verità. È la figura centrale della mia coscienza. Di ciò sono convinto, lo vivo, in ciò mi identifico. Più di ogni altra cosa in questo momento io sono – il desiderio di conoscere la verità, cioè il desiderio di diventare la verità, di identificarmi in essa. Attorno a questa figura centrale si è disposto tutto il resto. Dell’innumerevole quantità di stati di coscienza alcuni circondano direttamente il nucleo centrale, altri sono disposti più lontano. Il vissuto centrale sembra irradiare l’universo nelle forme del tempo e dello spazio, rappresentando lui stesso il centro del presente istante. Se la mia attività cessasse, mi addormenterei o morirei. Con la fine dell’attività della mia coscienza per me tutto scompare. Così il mondo è l’attività della mia coscienza. Questa deduzione è il risultato dell’osservazione e dell’esperienza. La mia coscienza al di fuori dei suoi stati è possibilità (Attività pura) e in senso temporale e spaziale, assolutamente nulla. Il problema dello studio dell’universo si riduce al problema dello studio della natura dell’attività della coscienza…

                                                                […]

L’universo è unità, relazione di processi esistenti in esso. Nella sua unità, è libero. Esiste in sé e attraverso di sé. È (possiede in sé) la possibilità di tutto e il tutto. La possibilità di tutto è il nulla, dal punto di vista del tempo e dello spazio essa è potenza creatrice, libera attività, volontà di vivere.

                                                                 […]

Conosco il mondo in quanto serie di stati della mia coscienza, al di là della cui sfera non mi è possibile uscire. Affermo l’esistenza della mia coscienza ed anche della mia attività, con la cessazione della quale tutto scompare per me. Elaboro una classificazione degli stati della mia coscienza. Divido il mondo in natura, i regni vegetale ed animale, l’umanità e l’io, un uomo. Attraverso gli altri imparo che essi pensano e sentono qualcosa, che io non penso né sento, ma anche che nella loro coscienza vi sono molti stati (di coscienza), simili a quelli che esistono nella mia coscienza. Essi contemplano lo stesso mondo. Neppure loro possono uscire dalla sfera della loro coscienza. Così da una parte posso constatare una certa chiusura delle sfere nelle coscienze individuali e d’altra parte la loro relazione in quanto portatrici di stati comuni, chiamati universo. Noi tutti, uomini, contempliamo lo stesso universo. Affronto l’analisi della mia coscienza. Che cosa rappresenta in sé, in quanto PORTATRICE di certi stati? Ad ogni minuto, io vedo qualche cosa. Ho coscienza che sono io che vedo tutto questo,  cioè che i fatti della mia esperienza quotidiana li lego in un tutto che chiamo la mia vita personale. Mi presento in quanto portatore di una vita personale che in quanto tale è il LEGAME dei fatti della mia esperienza quotidiana e null’altro e la mia coscienza in quanto portatrice è solamente attività che elabora questo legame e null’altro. Così la mia coscienza personale è un’attività che produce molto, cioè che analizza e lega molte cose in un tutto, cioè che sintetizza. Cosa fa la mia coscienza personale? Tra i numerosi stati di coscienza da lei vissuti, alcuni si trovano sempre assieme e accompagnano tutti li altri nel corso della vita. Al numero di tali stati di coscienza che ci accompagnano sempre, appartengono in primo luogo questo composto di stati di coscienza che chiamiamo il nostro corpo e il legame con la nostra vita animale personale, la coscienza di questa vita e i desideri legati a questa vita animale (passioni e atti istintivi). L’uomo animale rappresenta l’insieme di questi soli principi inferiori. Ma accade raramente di poter incontrare un uomo presso il quale non alberghi, anche in misura solo embrionale, un principio più elevato. In più, nella mia coscienza esistono dei pensieri e dei desideri che non hanno rapporto diretto con il mio corpo e con i principi inferiori ad esso legati. Per esempio il desiderio di conoscere la verità, l’amore per la bellezza, la sete di potenza spirituale. Questi stati di coscienza pur non avendo rapporto diretto con la mia coscienza personale, sono tuttavia sempre presenti in essa e la colorano in una certa tinta determinata dalla mia individualità. Per esprimersi in modo diverso, la mia coscienza personale appare come portatrice di una certa coscienza individuale, che trova la sua espressione nella mia vita personale.

 

A cura di Artin Bassiri Tabrizi

 

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Ott 032016
 

Elettra: Non dovevo berlo, quel caffè shakerato! Stanotte di sicuro non dormirò.

Florent: Ma non lo bevi mai il caffé. Dovevi venire a Monza per berlo?

Elettra: Lo sai che quando vado in un posto in cui non sono mai stata devo sempre fare qualcosa di inusuale.

Florent: Io invece non dormirò per quel Concerto di Schumann. Mi ha decisamente elettrizzato, e anche un po’ turbato…

Elettra: Anche a me. Non riesco più a capire se sono più agitata per la caffeina o per Schumann.

Federico: Che dilemmi.

Florent: Ecco, arriva lui a riportarci con i piedi per terra. Scommetto che ha preferito il Beethoven del russo. Come si chiama?

Sara: Panfilov, Alexander Panfilov.

Florent: Ecco. Le cose che non mi piacciono, le rimuovo.

Federico: In realtà sì. Mi è sembrato il più solido, e quello con il suono più luminoso. Non dico che fosse sublime, ma era una lettura più che onesta dell’Imperatore, con un controllo e una serenità impressionanti.

Elettra: Controllo! Serenità! Non stiamo parlando di contabili!

Federico: L’artista si vede col tempo.

Florent: Non sono d’accordo. Professionisti forse si diventa. Ma artisti un po’ si nasce.

Elettra: Giusto. Lo Schumann di Federico Nicoletta non era soltanto musicale. Aveva qualcosa di onirico. Forse c’è chi avrà trovato il suono del russo più a fuoco, più luminoso e reale, ma quello di Nicoletta era perfetto per Schumann: un po’ velato nel secondo movimento, come in una visione onirica, in un sogno; e pieno di chiaroscuri. L’ombra, in Schumann, è ancora più importante della luce.

Florent: E poi quel fraseggio mobilissimo. Dalla prima battuta all’ultima, il fraseggio rendeva ragione del carattere mutevole, capriccioso, inquieto, e addirittura a tratti nervoso, del discorso schumanniano.

Federico: La solita vostra fissazione per il transeunte e il caduco. Ah, i bohémien…

Sara: Ma stavolta, Federico, sono d’accordo con Florent e Sara. Nicoletta ha dato prova di ispirazione e di capacità di cogliere l’attimo, ma ha dimostrato anche di saper dare una forma organica alle proprie emozioni. L’inquietudine e il pathos che esprimeva non erano anarchici! Si vede che ragiona da musicista più che da mero pianista: del resto, la sua attività di camerista è già assidua. Ha fatto benissimo a scegliere Schumann: a differenza di un qualsiasi bravo pianista, si percepiva che la sua visione del Concerto aveva alle spalle tutta una conoscenza della musica da camera ottocentesca. E si può forse suonare il repertorio romantico prescindendo dalla musica da camera?

Florent: Non si può. E lo dimostrano tanti pianisti del secolo scorso. Pensate a Sviatoslav Richter, a Rudolf Serkin, a Wilhelm Kempff, ma anche a misantropi come Glenn Gould o Vladimir Horowitz, che non si negarono le collaborazioni con i cantanti.

Elettra: Infatti. Da cantante, noto che oggi c’è un certo snobismo dei giovani solisti verso la voce. Se Sokolov o Zimerman non suonano con i cantanti, non significa che farlo sia da sfigati. Pensate ai Lieder di Wolf con Richter e Fischer-Dieskau, ai Vier Letzte Lieder con Glenn Gould e Lois Marshall, a Dichterliebe con Horowitz e, ancora una volta, Dieskau.

Florent: Appunto. E il bello è che Nicoletta, forte delle sue esperienze cameristiche, non ha bisogno di costruire artificialmente un’amalgama sonoro. Spontaneamente è portato all’ascolto, ad integrarsi con l’orchestra e anche a trascinarla, quando è il caso.

Federico: Lo ammetto, questo in Schumann è fondamentale. Ma se avesse fatto Beethoven o Čajkovskij?

Florent: La Storia non si fa con i “se”. E poi credo che anche di Beethoven saprebbe dare una lettura sorprendente, autenticamente personale, com’è stato per Schumann.

Federico: Personale, ma fin troppo, no? Alla lunga quel far emergere voci secondarie, soprattutto al basso, può risultare artificioso. Mi viene in mente ciò che diceva quel pianista e didatta italiano, a proposito di quelli che vogliono a tutti i costi far emergere qualche controcanto in Chopin. Chi è che era?

Sara: Guido Agosti, nella sua revisione delle Mazurche. Sì, ma in questo caso trovo che l’importanza data ai bassi non avesse nulla di artificioso. Veniva invece da una convinzione: cioè che la musica parte, o meglio deve partire, sempre dai bassi.

Florent: Ce l’ha insegnato Jean-Philippe Rameau, mica Nino d’Angelo eh.

Federico: Figuriamoci se non citava un francese…

Sara: Però guarda che ha ragione. A volte il suono di un pianista può sembrare più luminoso semplicemente perché il balance è tutto spostato verso il mignolo della destra, cioè i suoni acuti. La scuola russa fa molto leva su questo aspetto. Infatti quasi tutti i russi hanno un mignolo fortissimo, a forza di appoggiarlo vigorosamente. Ma c’è un’altra visione possibile. Prendi l’inizio dell’op. 110 di Beethoven. Lo si può suonare enfatizzando il do acuto, con il mignolo; oppure dare un peso simile alle quattro dita, come a ricreare la sonorità di un quartetto d’archi. E in fondo la seconda opzione è più convincente.

Federico: A patto di non esagerare.

Elettra: E della ragazza, cosa mi dite?

Sara: Maddalena Giacopuzzi? Ha una meravigliosa agilità e un amore innato per il bel suono. All’inizio era un po’ nervosa, e non si può dire che l’esecuzione strascicata dell’orchestra l’abbia aiutata. Il tempo staccato, nel primo movimento, era troppo lento. E poi ha privilegiato il lirismo, l’intimismo, perdendo a volte un po’ di fuoco e teatralità.

Florent: C’è da dire però che le famose ottave del finale erano davvero notevoli! Si è presa qualche rischio. Più del russo, che ha suonato il primo movimento dell’Imperatore molto comodamente, accentando per giunta spesso il tempo forte. Troppo quadrato per i miei gusti.

Federico: Quello che non capisco di voi è questo continuo screditare dei musicisti capaci di trovare il giusto controllo, l’equilibrio, la saldezza, restituendo una partitura con umiltà e devozione. E poi ora non facciamo della retorica al rovescio: non sbagliare note non sarà mica un difetto!

Florent: Non lo è. Comunque anche Federico Nicoletta è stato pulito. Posso concederti il fatto che si sia preso qualche libertà di troppo, per esempio nel primo tema, che è pur sempre in tempo Allegro, seppur affettuoso. Ma la cosa più importante rimane la trasmissione del messaggio emotivo nel complesso.

Federico: Ma quella è soggettiva. Mentre note e tempi sono oggettivi.

Florent: Non è del tutto soggettiva. Se neghiamo che in Schumann sia necessaria un’inquietudine e un’intensità emozionale che arriva fino alla disperazione, senza peraltro negare momenti di candore celestiale, allora è meglio non parlare più di nulla. E Beethoven? Ricordi la frase di Beethoven a Schuppanzigh, il violinista: <<Cosa mi interessa del suo violino, quando sto parlando con il mio Dio?>>. I più grandi compositori, nel dare espressioni a tutta la sfera emozionale umana, arrivano spesso all’eccesso, alla sproporzione. E cos’è il Sublime romantico, se non una sproporzione rispetto a una banale quotidianità? Ma vale anche per il Novecento. Per me, l’espressione di questa intensità è ciò che noi definiamo oltreumano, o metafisico: non c’entra la religione, quanto la capacità di trascendere la routine delle abitudini. Che siano abitudini esistenziali o estetiche. Per questo si dice spesso che i genii abbiano qualcosa di folle. Beethoven di Schumann sicuramente lo avevano. Ma anche Čajkovskij. E non è solo una cosa del romanticismo: in fondo anche Rameau, Vivaldi o Bach, secondo me, avevano un grain de folie. Per non parlare di Mozart. Non parlo di follia come patologia, ma di rifiuto di una certa “medietà”.

Federico: E come fate a valutare questi aspetti in un concorso?

Sara: Effettivamente è difficile. Ma ho notato questo: che Nicoletta è stato, fra i tre, l’unico ad essere completamente immerso nel flusso musicale, come se non fosse a un concorso. Superato l’impatto dei primi trenta secondi, ovvero quel confine fra la realtà “normale” e il mondo dei suoni, ha poi suonato come se non fosse a un concorso. Era completamente dentro la musica. Non si osservava suonare dall’esterno.

Federico: Non sempre “osservarsi suonare dall’esterno” è un male. L’interprete per me dev’essere lucido, non eccessivamente coinvolto.

Florent: Ho capito, siamo proprio su due binari differenti. Se la metti così, diventa inutile discutere! Ma dubito che Schumann o Beethoven non fossero coinvolti, quando suonavano. Non dico di essere coinvolti quanto e come il compositore. Ma almeno di provarci. E poi penso che Nicoletta avesse dalla sua anche un certo senso dell’humor, nel significato tedesco del termine: la sua ispirazione aveva anche momenti di ironia e leggerezza, come nel danzante terzo movimento, che senza ironia diventa una noiosa ed esibizionistica sequela di note sgranate.

Federico: Mi arrendo, siete tre contro uno. Ma allora perché ha vinto il russo?

Sara: Era rassicurante. E poi mi hanno detto che nelle prove precedenti ha fatto un Albéniz impressionante!

Florent: ma impressionante non è necessariamente emozionante.

Elettra: Florent, ora non esagerare. In fondo, le altre prove non le abbiamo sentite!

Florent: Vero, vero. Comunque ricordiamoci quanti illustri piazzati hanno poi fatto molta più strada, artisticamente parlando, del vincitore.

Federico: Vedremo…

Florent: Ehi Elettra, passata l’agitazione?

Elettra: Peggiorata, vorrai dire! Al caffè e a Schumann ora si è aggiunto il nervoso che mi ha fatto venire Fede.

Federico: Ma amore…

Florent: Gli opposti si attraggono. con la benedizione del nostro caro Robert.

 

 

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Set 262016
 

Sfiniti dalla corsa per non perdere l’ultimo treno, Sara e Florent osservavano dal finestrino il profilo delle industrie di Mestre. Stavolta il luogo dei dibattiti non era il tram, ma un più confortevole Frecciarossa, che dalla stazione di Venezia Santa Lucia li avrebbe portati in due ore e mezza a quella di Milano Centrale. Con la luce del tramonto, i mostruosi impianti chimici e siderurgici acquisivano qualcosa di sublime.

Sara: Se non sapessimo che sono industrie, ci sembrerebbero strane cattedrali. Ravel avrebbe amato questo paesaggio.

Florent: Dici?

Sara: Lo dice lui. Una volta fece un viaggio su un fiume tedesco. Mi pare fosse il Reno, ma non ha importanza. Dall’imbarcazione vedeva i profili delle industrie tedesche, e questo paesaggio gli sembrò il più bello del mondo, molto più bello di qualsiasi meraviglia della natura.

Florent: In questo non credi che Saint-Saëns assomigli un po’ a Ravel?

Sara: Infatti. Gli assomiglia e, in un certo senso, lo anticipa. Entrambi sembravano misantropi, ma in realtà credevano nelle opere dell’uomo, nel progresso. Debussy è molto più affascinato dal mistero della natura, per esempio. E, anche se si professa anti-romantico e anti-wagneriano, Debussy è in qualche modo in continuità con la visione che i romantici hanno della Natura, con la N maiuscola, quasi una divinità. Se invece pensiamo agli animali rappresentati musicalmente da Saint-Saëns nel Carnaval dex animaux o da Ravel nelle Histoires naturelles, ma anche ne L’Enfant et les sortilèges, ci accorgiamo che non sono più ammantati di alcun residuo di romanticismo. La natura diventa allora bella in sé, non come riflesso mistico di un mondo trascendente.

Florent: Non sempre però. A volte Saint-Saëns guarda indietro, subisce la nostalgia del mondo romantico in cui è cresciuto, quello di Chopin, Schumann, Liszt, e poi di Wagner. Nel Carnaval des Animaux, l’Aquarium o le Coucou au fond des bois spezzano il realismo e il cinismo ironico e reintroducono il mistero…

Sara: …e questo è il motivo per cui Saint-Saëns è così difficile da inquadrare. È evidentemente combattuto fra due mondi.

Florent: In questo lo trovo più attuale che mai. Lui che alla fine fu considerato un inattuale. Oggi in fondo non abbiamo lo stesso problema, ma rovesciato? Ci è stato consegnato dal Novecento un mondo in cui ogni illusione e ogni idealismo è crollato, eppure sentiamo il bisogno di qualcosa che ci riempia di nuovo l’anima…

Sara: Ma facciamo fatica. Così come in fondo Saint-Saëns faceva fatica ad adattarsi alla nuova mentalità scientifica, pur essendo a suo modo uno scienziato. Quando era ragazzo, gli Dei non avevano ancora lasciato il cielo. Ehi, mi ascolti o no?

Florent: Sì, stavo…

Sara: …chattando su grindr, ti ho visto. No so come tu faccia al contempo a parlare di anima e a cercare sesso fast-food.

Florent: Chi te lo dice che sia sempre fast-food? E comunque, anche Saint-Saëns faceva così. Le biografie ufficiali non te lo diranno mai, ma nei suoi viaggi in Algeria, alle Canarie o in Oriente, dopo aver piantato in asso la moglie, Saint-Saëns andava alla ricerca di avventure erotiche di ogni tipo.

Sara: Ah, non lo sapevo. Questo spiega molte cose. È strano come la “storia ufficiale” si perda per strada alcuni aspetti tutt’altro che irrilevanti della vita degli artisti. Per esempio: che rapporto aveva Saint-Saëns con i suoi amanti? Si innamorava ancora, o era passato a una semplice consumazione fisica, al piacere dato dalle pure sensazioni? Nessun epistolario potrà darci risposte.

Florent: Però qualche indizio ci arriva proprio dalla sua musica. Per esempio, non ti sei accorta che i testi delle mélodies del concerto di apertura ruotavano spesso intorno all’ossessione di non riuscire più ad amare?

Sara: Sì, e infatti ho trovato centratissimo il titolo “Amori di altri tempi e di altri luoghi”. Per esempio, nell’ultima mélodie del ciclo La cendre rouge, il poeta invoca Amore e gli chiede <<Perché mi hai lasciato? Perché?>>. E poi dice <<Soffro di non soffrire più>>, <<Mio bel carnefice, torna da me: anelo ai tuoi strali dolorosi!>> e infine <<Ritorna, e fammi ancora male!>>.

Florent: ma ancor di più nella prima delle Mélodies Persanes. Com’era? Ah sì, Splenseur vide. Splendore vuoto. Viene evocato un mondo di raffinatezze sibaritiche, alla Des Esseintes o alla D’Annunzio. Ma questo edonismo alla fine si rivela vacuo, vuoto, quando manca “l’amore soave e crudele”. E vogliamo parlare di Désir d’amour? Aspetto, prendo il testo, ecco: <<Nell’anima mia c’è un vuoto strano e ferale, immensa nostalgia, sete d’essere amato…>>

Sara: È proprio vero che la scelta dei testi poetici rivela le ossessioni dei musicisti. Nel caso di Saint-Saëns, il sentirsi scisso fra materialismo e idealismo. Anzi, materialismo e spiritualismo. Nei suoi scritti filosofici, ce n’è uno che si intitola proprio così: Materialisme et spiritualisme. L’avevo trovato in un mercatino d’antiquariato a Nizza. Saint-Saëns si professa contrario alla religione, ma al contempo non riesce fino in fondo ad adottare la prospettiva materialistica e positivista, che riduce l’anima al cervello. E alla fine la sua conclusione è questa: <<Non c’è né spirito, né materia; c’è un’altra cosa che noi non conosciamo…>>

Florent: ahah, sì! Mi ricordo che mi avevi già raccontato qualcosa. Non lo trovi un po’ comico, però? C’era un punto in cui tirava in ballo un tale professorone di Lyon, che aveva dato un nome a questo non-so-che. Com’è che era?

Sara: il Protéon. Né materia, né spirito. Come filosofo, in effetti, Saint-Saëns fa ridere. Ma, come Koechlin con l’astronomia, forse trovava in queste ricerche un modo per credere ancora nell’uomo, per essere progressista in un momento in cui ogni cosa intorno a lui aveva un sentore di decadentismo. È per questo che, a differenza di Debussy, Saint-Saëns non mette in musica testi di Verlaine…

Florent: Quindi Debussy è più reazionario di Saint-Saëns?

Sara: Reazionario no. Ma decadente sì. Almeno credo. In fondo Saint-Saëns era un ottimista: è quasi commovente quel suo passaggio del trattatello Problèmes et Mystères in cui dice <<lavoriamo affinché coloro che ci seguiranno siano più felici di noi. Ci accorgeremo che la vita è bella e, al giusto momento, ci addormenteremo con la calma e la soddisfazione dell’operaio che ha terminato il suo compito e ben impiegato la sua giornata>>

Florent: Ma tutto ciò secondo te ha veramente a che vedere, alla fine, con la musica di Saint-Saëns?

Sara: Sì. A volte questo suo ottimismo lo limita. È come se fingesse di essere felice. E poi il suo essere diviso fra due mondi lo rende talmente eclettico da perdere talvolta una sua individualità.

Florent: Per me no. A me piace più di Debussy. Preferisco il Samson et Dalila al Pélleas et Melisande.

Sara: Ma sei pazzo!

Florent: Forse. E probabilmente anche Saint-Saëns lo era. Era squilibrato secondo me. Scriveva tante cose belle sul progresso e poi piantava la moglie distrutta dal dolore per la morte dei figli e se ne andava alle Canarie a farsi ragazzi a caso. Sì, era chiaramente fuori di testa. Ma non sarebbe certo il primo artista ad esserlo!

Sara: Forse nella vita lo era, ma nell’arte lo trovo fin troppo prudente. Nonostante gli sforzi di Tassis Christoyannis, solo alcune delle mélodies decollavano.

Florent: Per me, La Splendeur vide e Extase sono capolavori, tanto per citarne due. Il pianista, Jeff Cohen, mi è piaciuto da matti. Era perfetto per Saint-Saëns. Era perfettamente composto, quasi impassibile. Precisissimo nei movimenti, con tutte le dinamiche e i piani sonori accuratamente dosati. Eppure, dietro questa acribia e questo pudore apparente, si sentivano i sommovimenti dell’anima.

Sara: Su questo hai ragione, e torniamo a Ravel. Una freddezza solo apparente. E il gusto di indossare maschere per non rivelare i propri veri sentimenti.

Florent: Certo. Di Saint-Saëns si diceva che fosse un pianista impeccabile ma freddo, inespressivo, incapace di commuovere. Io non ci credo. Forse era freddo per molti, ma io sono quasi sicuro che ascoltandolo mi sarei commosso.

Sara: Comunque, ora che ci penso, qualcosa in comune con Debussy in fondo c’è. Pensa a Jour de pluie, sempre da La cendre rouge. Mentre il testo parla dell’incupirsi lugubre e gelido del giorno, Saint-Saëns evita un eccesso di enfasi sentimentale legata allo spleen parigino e si concentra sul ticchettio della pioggia, evocato in maniera quasi distante dagli staccati del pianoforte. Debussy fa qualcosa di simile con Il pleut dans mon cœur, su testo di Verlaine. Anche in quel caso, stranamente, non è il poeta, ma è il musicista a prendere le distanze da ogni sentimentalismo.

Florent: Appunto, e qui torniamo al fondamentale anti-romanticismo di Saint-Saëns. L’hanno chiamato neoclassicismo, ma questa è solo un’etichetta che si riferisce ai mezzi che l’artista usa. In realtà è semplicemente una nuova fiducia nei sensi: è la coscienza che nel romanticismo ci sono anche tante menzogne, e che per ritrovare un vero sentimento bisogna prima superare queste menzogne, riscoprire la nudità delle cose.

Sara: Siamo già a Padova. Io ora mi metto a leggere questo nuovo libro di Giuseppe Clericetti, è il primo in italiano su Saint-Saëns. Ho scoperto che il personaggio mi appassiona ancor più della sua musica. Tu ti rimetti su grindr?

Florent: Spiritosa! Non faccio pesca a strascico sul Frecciarossa. Dormirò un po’, sono stanchissimo. Svegliami quando arriviamo.

 

 

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Ago 092016
 

Estate, tempo di letture, riletture, ma soprattutto di riflessioni. Nelle altre stagioni, spesso, ci si getta a capofitto nel lavoro, ma è d’estate (almeno, per me) che si ha più tempo per domandarsi il senso di ciò che si fa. Per il musicista classico che si rifiuti di cadere nella routine, le domande sono spesso inquietanti e imbarazzanti: perché eseguire ancora un repertorio che tutti i più grandi hanno eseguito? Quale messaggio, se non nuovo, perlomeno autentico, comunicare? Come viene percepito dagli ascoltatori questo messaggio? E altre ancora.

Ho riletto in questi giorni la bella biografia che Maynard Solomon scrisse nel 1977 su Beethoven. Solomon è un musicologo sui generis, una figura che mi ha sempre attratto per il suo eclettismo. È stato produttore di Joan Baez, marxista, studioso di psicoanalisi. I suoi scritti sui compositori (Mozart, Beethoven, Schubert) non hanno forse un grande interesse dal punto di vista tecnico-musicale, ma conducono un’analisi psicologica profondissima: talvolta magari anche eccessiva, ma sempre con qualche aspetto rivelatorio. Solomon non fa mistero di mettere in relazione biografia e creazione artistica: il suo Beethoven, ma anche il suo Mozart (1994) sono volumi decisamente anti-strutturalisti.

Nel libro su Beethoven, sono rimasto molto colpito dai capitoli sul periodo cosiddetto “eroico” e dall’approfondimento del bonapartismo beethoveniano. I due aspetti sono solitamente messi in relazione, soprattutto in ragione dell’iniziale dedica della Sinfonia n. 3 a Napoleone Bonaparte. La vulgata ci presenta perlopiù l’eroismo beethoveniano come slancio volitivo, richiamando l’immagine di tanti busti beethoveniani: un’immagine granitica di rivoluzionario, quasi di ‘conquistatore’ bellicoso e deciso. Sebbene qualsiasi luogo comune contenga una parte di verità, è chiaro che la figura di Beethoven, così come la sua musica, è molto più sfumata. Solomon ce lo fa capire conducendo un’analisi minuziosa e avvincente sulla questione della dedica della Sinfonia “Eroica” a Napoleone. Ora, sulla base della testimonianza di Ries, un tempo si pensava che Beethoven, appena saputo che Bonaparte si era auto-proclamato Imperatore, avesse stracciato la prima pagina della Sinfonia, l’avesse gettata per terra e riscritta con il nuovo titolo di Sinfonia “Eroica” (eliminando il riferimento a Napoleone). Il colorito racconto di Ries, però, semplifica troppo la realtà. Come osserva Solomon, Beethoven aveva iniziato ad essere meno entusiasta di Napoleone ben prima che si proclamasse Imperatore (quando Hoffmeister gli aveva proposto di scrivere una Sonata in onore di Napoleone, Beethoven si era rifiutato, essendo disgustato dal fatto che Bonaparte avesse siglato un concordato con il Papa); ma ciò che colpisce ancor più è il fatto che Beethoven abbia deciso ben presto di reintrodurre il nome di Bonaparte, dopo il presunto gesto plateale dello stracciare la dedica: in una lettera del 26 aprile 1804 all’editore Breitkopf, il compositore afferma che il titolo della Sinfonia è “Bonaparte”. Poi cambia nuovamente idea, optando definitivamente per “Sinfonia Eroica composta per festeggiare il sovvenire di un grand’uomo”. Quali le ragioni di questa indecisione? Probabilmente, ragioni molto meno idealistiche di quanto si pensi. Beethoven, suggerisce Solomon, aveva in progetto di trasferirsi a Parigi: la dedica a Napoleone gli avrebbe fatto comodo (così come quella a Rodolphe Kreutzer per la Sonata op. 47). D’altro canto, l’imminenza di una nuova guerra fra Austria e Francia avrebbe portato a far sì che, con la dedica a Bonaparte, Beethoven sarebbe stato considerato dai suoi connazionali come amico dei giacobini. Quando i progetti parigini scemano, anche l’interesse per Napoleone, verso cui Beethoven provava un misto di attrazione e repulsione, sembra diminuire.

Perché questa digressione storica? Per dimostrare che Beethoven era un opportunista? Non ce n’è bisogno: abituato a trattare con un aristocrazia che spesso detestava, e verso la quale aveva un buon potere contrattuale a causa della sua indiscutibile genialità artistica, Beethoven era avvezzo a questo genere di astuzie. Doveva per forza essere opportunista. L’excursus ci suggerisce qualcosa di più importante: ovvero che l’eroismo beethoveniano difficilmente è riconducibile al suo bonapartismo. Qual è la chiave per comprenderlo, dunque? Il testamento di Heiligenstadt. Più che slancio volitivo, l’eroismo beethoveniano è resistenza ai colpi del destino: e, innanzitutto, alla sordità che iniziò ad affliggerlo fin dalla giovane età di ventisei anni. Suicidarsi? Quasi: <<È solo la mia arte che mi ha trattenuto>>. La fertilità creativa di Beethoven dopo la grande crisi interiore dei primi anni dell’Ottocento è incredibile: il periodo “eroico”, quello che ha reso Beethoven il compositore forse più venerato di ogni altro, nasce indubbiamente dalla solitudine e dalla disperazione di chi deve ritirarsi da ogni mondanità per trovare scampo nella creazione. Non è un mito romantico. Beethoven stesso lo fa intendere:

<<Conduco una vita miserabile. Da circa due anni evito ogni contatto umano perché non posso dire alle persone che sono sordo. […] Ho spesso maledetto il Creatore e la mia esistenza. Plutarco mi ha condotto alla rassegnazione. Ma se è possibile, sfiderò il mio destino>>.

L’arte diviene la sfida al destino. <<Vivere unicamente nella tua arte>>, scriverà Beethoven in un appunto del 1816. L’eroismo è resistenza morale contro la sofferenza. Certo, lo sappiamo; Solomon non dice novità particolari, ma, nel suo discorso, riesce a illuminare gli aspetti più profondi del mondo beethoveniano con un’evidenza rara.

Ora, ci si potrebbe chiedere cosa c’entri tutto ciò con le domande da cui ero partito (perché eseguire ancora un repertorio che tutti i più grandi hanno eseguito? Quale messaggio, se non nuovo, perlomeno autentico, comunicare? Come viene percepito dagli ascoltatori questo messaggio?). Ciò che mi interessa mettere in rilievo è quanto (o quanto poco) ci si preoccupi oggi di considerare le motivazioni profonde che hanno dato origine a un’opera, nel momento in cui la eseguiamo, la ‘analizziamo’ o anche semplicemente la ascoltiamo. Ma ancor più: siamo davvero ancora in grado di attuare un’immedesimazione profonda nel messaggio sostanziale di questa musica? E in futuro, lo saremo?

Oggi, grazie alla filologia e alla quantità di informazioni di cui disponiamo riguardo a Beethoven, alle sue volontà, alla prassi dell’epoca, pensiamo di sapere molto di più su questo compositore (così come su Schubert, Schumann, Chopin o Brahms) di quanto se ne sapesse cento anni fa. È vero, abbiamo fatto per certi versi progressi indiscutibili: sappiamo moltissimo sul ‘lessico’ musicale, sulla ‘retorica’ beethoveniana (che trae spesso origine da quella barocca), sull’ ‘espressione parlante’, sull’articolazione, sulla sonorità dei pianoforti dell’epoca, sul modo corretto di eseguire i glissando della Waldstein o sui portamenti che un violinista potrebbe (o forse, dovrebbe) fare, come uso nell’Ottocento. Tutti questi aspetti sono cruciali per l’esecutore. Non considerarli affatto, oggi, sarebbe sbagliato. Eppure, ho l’impressione che un’enfasi eccessiva su questi problemi tenda a nascondere un problema molto più grande, come un elefante nell’armadio: ma noi, delle lacerazioni profonde e degli aspetti più abissali della spiritualità beethoveniana, capiamo ancora qualcosa?

Parlare di Beethoven non può significare soffermarsi soltanto su aspetti relativi al ‘linguaggio’ (se così si può dire) musicale. Significa anche prendere atto della profonda distanza che ci separa, come uomini del XXI secolo, da un modo di concepire l’esistenza che si riflette, irrimediabilmente, nell’opera d’arte. Se liquidassimo gli aspetti esistenziali e psicologici faremmo scadere l’arte musicale in una dimensione tecnocratica. Anche se eseguiamo un’opera sullo strumento giusto, con tutte le note a posto, con le articolazioni corrette, con la coscienza dei fraseggi da adottare, non dobbiamo mai dimenticarci di porci una domanda:

Bene, ora che tutto è perfetto e convincente, è possibile che io stia sbagliando tutto?

Non solo è possibile, ma è sempre più probabile. Paradossalmente, forse, ci è molto più facile avvicinarci al repertorio barocco che a quello romantico. Nei corsi e ricorsi della storia, il nostro stile di vita odierno e il modo in cui facciamo interiormente esperienza delle cose è sempre più lontano da quello ottocentesco. Certo, ci sono sentimenti universali (gioia, dolore, malinconia e altri ancora) che sembrano prescindere dalla distanza storica. Inoltre, alcuni di noi hanno ancora la convinzione di capire profondamente ciò che Beethoven o Schubert comunicano; ma il numero sembrerebbe sempre sempre più esiguo. Sappiamo molto di più su Beethoven, su come eseguirlo. Crediamo di aver fatto grandissimi progressi. Ma sulla questione fondamentale siamo regrediti. E, in questa direzione, penso  che capiremo sempre meno di Beethoven, anche se avremo tutte le informazioni per eseguirlo come dev’essere eseguito.

Non c’è da stracciarsi le vesti: non è che i romantici fossero meglio e noi siamo peggio. Semplicemente ci sono differenze. Le percepirono alcuni uomini sullo spartiacque fra le due epoche: penso a Thomas Mann, in cui spesso cogliamo la voglia di liberarsi da certe strettoie dello spiritualismo romantico tedesco (ho sempre trovato divertente l’immagine, raccontata da Menotti, dell’austero Mann che spia giovani afroamericani nelle spiagge nudiste della California).

L’inizio del processo che ci ha portato ad allontanarci sempre più dal modo romantico di esperire l’esistenza è fotografato da una frase che Friedrich Nietzsche scrive ne La gaia scienza:

<<L’inconsapevole travestimento di fisiologiche necessità sotto il mantello dell’obiettivo, dell’ideale, del puro-spirituale va tanto lontano da far rizzare i capelli -e abbastanza spesso mi sono chiesto se la flosofia […] non sia stata fino ad oggi principalmente soltanto un’interpretazione del corpo e un fraintendimento del corpo.>>

Terribile sospetto! Se tutta la storia della spiritualità occidentale non fosse altro che l’espressione di una corporeità ancora non liberata? La liberazione del corpo porterebbe quindi con sé la “morte dell’arte”, oltre che di Dio? Questioni troppo vaste, per un post estivo. Ma questioni cruciali per affrontare un compositore come Beethoven, in cui la tensione filosofica e spirituale (non, si badi bene, religiosa) è forse più forte che in qualsiasi altro compositore.

Forse, dopo aver capito sempre meno di Beethoven, arriverà un giorno in cui nuove svolte storiche ci riavvicineranno alla sostanza profonda del suo messaggio (così come ci siamo riavvicinati a un Bach o a un Vivaldi). Nel frattempo, credo che dovremmo eseguire la sua musica solo quando ci rendiamo conto di cosa significhi, interiormente, questo cimento. Lo studio e la coscienza stilistica rimangono condiciones sine quibus non. Ma se pensiamo di fare gli splendidi dimostrando che abbiamo capito perfettamente e dominiamo ogni dettaglio della sua musica, e magari ci vantiamo di istruire gli altri su <<come Beethoven va eseguito>>, di certo siamo fuori strada. Forse stiamo godendo della nostra bravura, ma difficilmente staremo soffrendo con Beethoven.

Luca Ciammarughi

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Mag 262016
 

Sfogliando le pagine del trattatello settecentesco L’art de toucher le clavecin (L’arte di suonare il clavicembalo) di François Couperin, troviamo la seguente affermazione:

<<Per raggiungere un certo grado di perfezione, gli uomini non dovrebbero mai fare alcun lavoro faticoso con le loro mani. Quelle femminili, per la ragione opposta, sono, in generale, migliori. Ho già detto che una buona tecnica si basa molto più sulla morbidezza dei nervi che sulla forza; prova ne sia l’evidente differenza tra le mani femminili e quelle maschili; inoltre, la mano sinistra degli uomini, di cui essi fanno minor uso nelle loro attività, è, in generale, la più morbida al clavicembalo>>

L’eleganza, la morbidezza, la souplesse erano per Couperin le doti che permettevano a un tastierista di raggiungere esiti artistici elevati, al punto che l’obiettivo sommo del cembalista è per il francese “acquisire una grande delicatezza alla tastiera”. Tre secoli sono passati e i valori si sono quasi completamente invertiti. Il pianista di caratura è quello che suona “con bravura”, in maniera nerboruta e robusta. In due parole: forte e veloce. Certo, si dirà, un moderno Steinway non è un clavicembalo; e un’immensa sala da concerto non è un salon di Versailles. Ma siamo sicuri di non confondere la causa con l’effetto? È forse più plausibile che la grande sala e il gran coda siano nati per coronare nuove tendenze del far musica e un’evidente propensione a un’ostentata spettacolarizzazione, piuttosto che viceversa. Di fatto, si è arrivati a un punto piuttosto chiaro: ciò che è vigoroso, “virile” (chiarirò poi il senso delle virgolette) e magari un po’ sfacciato fa certamente più presa di ciò che è delicato. Chiunque di noi, anche solo postando un breve video su un social come facebook o instagram, si sarà accorto che quando facciamo correre veloci le dita sui tasti l’indice di gradimento aumenta (se poi si fa un po’ di baccano, meglio ancora). Ci sarà sicuramente quel gruppetto di estimatori di un modo di approcciarsi allo strumento più elegante e morbido, ma costituirà comunque una minoranza. 

L’umanista Coluccio Salutati scrisse di un auspicabile equilibrio fra “vita attiva” e “vita contemplativa”. Nella musica, come in altri aspetti della società, la smania di “attività” si è intensificata nel corso dell’Ottocento e del Novecento. Più ci agitiamo, meglio è. Così, anche il musicista classico deve presentarsi ben pompato, ovvero suonare (come ho sentito dire da un pianista assai pestone) “a cazzo duro”. E qui torniamo al discorso sulla “virilità”, che è, in realtà, un ipervirilismo. Considero l’ipervirilismo (ossia l’ostentazione di virilità) di chi suona aggredendo lo strumento come una sorta di impotenza musicale simile a quella di certi culturisti che cercano di creare masse spettacolari per compensare magari più ascose mancanze. Al di là di questo, è anche evidente che una società in cui il consumo della musica è fondato principalmente sul bombardamento acustico è una società musicalmente in debacle.

Ma soffermiamoci sui concetti di “virilità” e “femminilità”. Nell’arte, il maschile e il femminile non sono necessariamente legati agli stretti generi sessuali. Esistono pianisti che suonano in modo più femminile (non necessariamente perché sono gay) o pianiste che suonano in modo più maschile (non necessariamente perché sono lesbiche). D’altro canto, è senz’altro vero che il corpo maschile e il corpo femminile, in linea di massima e con le dovute eccezioni, hanno caratteristiche diverse. E qui torniamo all’osservazione di Couperin: il francese, conscio della maggiore flessibilità e morbidezza del corpo femminile (in generale), ne deduce che una ragazza riuscirà a suonare più facilmente con delicatezza (e, quindi, meglio). Nel mondo musicale novecentesco e in quello odierno, per potersi emancipare, le donne hanno invece dovuto dimostrare di saper suonare “come un uomo”: quante volte mi è capitato di sentir dire “Martha Argerich sì che è una pianista, suona come un uomo” (il soggetto potrebbe anche essere Annie Fischer). Fischer e Argerich sono due favolose pianiste capaci di sonorità maschili o femminili a seconda della necessità musicale, ma non è questo il punto: il nodo sta nel fatto che quella che appare come un’emancipazione femminile altro non è, molto spesso, che un’applicazione generalizzata di un ipervirilismo che è arrivato a trascendere i generi. Che tu sia uomo o donna etero, gay, trans o bisessuale, poco importa: un atteggiamento testosteronico e una tendenziale arroganza risulteranno sicuramente più efficaci. Vorrei che arrivasse il giorno in cui non solo quattro gatti affermino che “Brigitte Engerer era una pianista meravigliosa, suonava in modo così femminile!”.

Qual è l’altro lato della medaglia di questo ipervirilismo? La smanceria. Il sentimentalismo manieristico e l’ostentazione di “sensibilità” non hanno infatti nulla a che vedere con la delicatezza di cui parla Couperin, né con la femminilità che potremmo trovare in un’opera di Mozart o Strauss: le quali hanno in sé una sorta di pudore espressivo, un non-so-che di non detto, che in realtà aumenta l’eros musicale. Se non si è muscolari e sfrontati, bisogna allora coprire di una buona dose di melassa il “prodotto musicale” che si sta offrendo: altro sintomo di una diminuita sensibilità per la nuance, di un analfabetismo musicale in cui si ha orecchie solo per ciò che viene dichiarato in maniera estrema. In definitiva, è come condire con salse o spezie eclatanti una materia prima di qualità un po’ scarsa.

Ammetto che quello di Couperin è un caso estremo: probabilmente, un Bach o un Händel avevano un modo di suonare, pur all’interno dell’estetica settecentesca, più robusto.  Così come non tutti, oggi, suonano in modo iperviriloide. Alcune tendenze, però, sono indiscutibili. La tendenza generale di quelle che consideriamo come età auree nei diversi ambiti artistici è di creare un dialogo fra il Maschile e il Femminile, intesi come categorie che trascendono il genere. Quando la bilancia pende eccessivamente dall’una o dall’altra parte, l’incanto rischia di rompersi. La grazia, poi, non è certo una prerogativa del Settecento francese o di quello che potremmo considerare un affettato rococò. Vengono in mente tanti passi delle lettere di Mozart, in cui il salisburghese reclama un gusto e un’eleganza che non si possono che trovare in una delicatissima coincidentia oppositorum. E così avviene per Schubert, quando depreca “i pianisti che si avventano sui tasti come uccelli da preda”.  Tornerà, prima o poi, il tempo dello charme?

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Apr 272016
 

“A volte si deve estrarre un’espressione dal linguaggio, farla pulire, – e poi si può rimetterla in circolazione.”

Così scriveva Wittgenstein, e noi vogliamo seguire questa esortazione per un’espressione che pullula nelle nostre esistenze, ma che non sembra essere mai stata troppo meritevole di una degna attenzione : che cosa significa “insegnare”? In maniera analoga s’intitola un ben riuscito saggio di Eleonora de Conciliis, uscito nel 2014, che sarà la guida in questo nostro interrogarci. Sin dalle prime pagine, l’autrice nota come una tale ricerca possa avere ancora più senso in un paese come l’Italia, dove “sia l’insegnamento come pratica professionale, sia la stessa figura dell’insegnante […] mostrano un’enorme insensatezza.”

Insegnare è imprimere un segno. Quest’atto e la sua violenza intrinseca ci spingono a chiederci quale sia il potere di chi lo compia, e quale significato abbia una pratica di questo tipo.

Noi crediamo, nell’insegnare, di e-ducare il bambino, di tirare fuori qualcosa da lui. Eppure, non vediamo come al contempo il bambino sia plasmato da noi e dalla pratica : il mito della maieutica e della sua funzionalità è dunque da abbattere. In effetti, è impossibile insegnare in maniera “pura”, ovvero non contaminata da influenze che noi stessi non riconosciamo. Il bambino viene visto come un “uomo in miniatura”, ed è proprio questo aspetto che dovrebbe allarmarci : l’insegnante è il disciplinatore, colui che livella e prepara l’uomo in fieri al suo ruolo nella società capitalistica.

Come si esprime chiaramente l’autrice :

“…l’insegnante non diventa soltanto l’agente principale della produzione di individui sfruttabili perché conformi alle esigenze della nuova economia, ma si trova a sua volta in una condizione di dipendenza e di scissione perché obbligato a svolgere la sua attività in modalità, spazi e tempi predeterminati […] e infine la sua azione pedagogica non è né libera né creativa, ma obbedisce a finalità estranee ed a sedicenti superiori, mentre il prodotto del suo lavoro, l’allievo, è un piccolo selvaggio che al termine del processo educativo deve risultare […] trasformato in cittadino.”

Ecco l’origine di questa insensatezza dell’insegnare. Ad ogni individuo deve venire dato un ordine, un posto, e l’insegnante è colui che, consapevolmente o meno, è il principale complice di questo assoggettamento collettivo. L’analogia scuola-carcere, genialmente coniata da Michel Foucault, non deve farci storcere il muso. Lo spazio scolastico è un “dispositivo per apprendere”.

Come nell’esercito, il rango di ciascun allievo è mobile, e ognuno mira alla promozione. Attraverso la ricompensa – il merito – ogni alunno è assoggettato al potere dell’insegnante : si automatizza, prendendo parte del meccanismo obbedienzaricompensa. L’insegnante è l’unico che può governare gli allievi “perché è stato a sua volta governato: è un ex alunno che crede nella religione scolastica.” L’esito massimo di questa pratica di oggettivazione è l’esame, il giudizio, che permette ad ogni individuo di “diventare un caso analizzabile e comparabile ad altri nel tempo e nello spazio.” L’esame deve poi molto, come tutta la pratica scolastica, alla tradizione cristiana: le interrogazioni alla cattedra servono in realtà a scavare nell’interiorità dell’individuo, ed è proprio in tale ottica che l’insegnante incita l’alunno a parlare, a “confessarsi” per giunta di fronte ai suoi altri compagni. Questa umiliazione non è che la consacrazione dell’intero processo educativo, che viene premiata o meno a seconda del giudizio – che diviene morale – dell’insegnante. Chi non supera questo processo è un reietto, un soggetto da “non imitare”. L’esame non misura effettivamente cosa un individuo sappia, ma quantifica il suo grado di normalità.

“I bambini e gli adolescenti appaiono come oggetto di scienza esclusivamente nella loro funzione di ‘futuro’ su cui investire: essi debbono essere resi adulti, capaci di azione sociale nell’interesse della società.” Da ciò capiamo che l’operato degli insegnanti serve anche per segnalare e rilevare le attitudini di ogni allievo per “indicarne l’utilizzazione futura”.

Quello che abbiamo descritto brevemente è ciò che ha significato insegnare, fino ad oggi. Non è possibile, forse, un’alternativa? La de Conciliis cerca, nelle ultime pagine del suo bel saggio, di definire questa possibilità:  se per Nietzsche, come per Foucault, la filosofia e l’insegnamento non sono pratiche compatibili, per la de Conciliis tutt’altro:

“Perché non approfittare di questa gigantesca macchina pedagogica, di questo scheletro ormai invecchiato, di questo fossile socioculturale, per invertire a tendenza alla produzione inerziale di habitus conformisti?”

L’insegnante è l’unico individuo pagato per produrre soggettività; ma è possibile soggettivare senza assoggettare? È possibile insegnare senza insegnare ad obbedire? In primo luogo, “l’insegnante non deve far credere ai suoi alunni di essere il fondamento della sua stessa autorità […] né indossare l’aura del professore o soggiacere all’incantamento verbale da lui stesso esercitato.” Egli deve piuttosto avere quello che Foucault, nell’ultimo periodo d’insegnamento al Collège de France, chiamava il “coraggio della verità”: egli deve far intravedere ai suoi alunni la storicità del suo potere, e quella di tutti i poteri in generale. Bisognerebbe rendere coscienti gli alunni della storicità – e quindi della non verità – dei metodi di valutazione, del sistema dei crediti, della tirannia dei voti. Si dovrebbe innescare un processo comunitario volto alla produzione di responsabilità singola. L’unico modo di creare soggettività è tentare di far sì che l’individuo in fieri possa produrla da solo, senza condizionamenti. Non si tratta di una possibilità utopica: il compito di chi insegna è, e deve essere, quello di rendere visibile ciò che non lo è, ciò che agisce segretamente – quello che Foucault chiamava l’ordine del discorso – e che segretamente ci conduce ad un assoggettamento, ad una macchinazione totale.      

Artin Bassiri Tabrizi                                                  

 

 

 

 

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