Dic 082016
 

Ero in Teatro per l’attesa Madama Butterfly che ha aperto la stagione scaligera 2016-2017, proposta nella prima versione originale, del 17 febbraio 1904. Una Prima preceduta da dibattiti accesi sul fatto che fosse cosa buona (o, al contrario, aberrazione) proporre per il tradizionale appuntamento di Sant’Ambroeus una versione che Puccini modificò. Ma, come ci ricorda Kundera in uno dei suoi libri più significativi, non sempre tradire un testamento è una perversione gratuita. Se consideriamo imperfetta la Ur-Butterfly, non è forse anche perché ci siamo abituati a quella definitiva? E inoltre, le modifiche di Puccini furono tutte motivate da profonde convinzioni interiori, o anche da pressioni o fattori di circostanza? Studiosi doc di Puccini risponderanno con cognizione di causa a queste domande, ma credo che solo un’intervista con il compositore stesso, sotto forma di seduta spiritica, potrebbe chiarirci definitivamente le idee. Un fatto è certo: in questa prima versione, soprattutto nel primo Atto, il tenente americano Pinkerton riserva parole assai più razziste ai giapponesi, chiamandoli “musi” (vengono in mente i “musi gialli” della guerra del Vietnam). Sorge fin da subito una domanda: Puccini e i librettisti attuarono davvero una forma di denuncia dell’iniquo spirito di colonizzazione impersonato da Pinkerton? Gli elementi razzisti furono tolti perché rendevano troppo antipatico il personaggio o come forma di autocensura? Non è facile rispondere, ma è certo che la prima versione ci mette di fronte alla crudezza schietta con cui l’americano medio (Pinkerton appunto) affrontava un popolo sconosciuto. Fin dalla conferenza stampa, nei giorni precedenti la Prima, qualcuno non ha potuto fare a meno di riferirsi all’attualità: Carlos Álvarez, interprete di Sharpless, ha ironicamente affermato di “non essere molto contento di impersonare un console americano, dopo le recenti elezioni”. E, in effetti, alcuni tratti di Pinkerton, a partire da una certa xenofobia, potrebbero proprio richiamare il neoeletto Trump. Ma è anche vero che, soprattutto in questa prima versione, la duplicità del tenente americano, personaggio tutt’altro che univoco, viene accentuata: da un lato c’è la sicumera yankee, dall’altro la fragilità di chi, pur non volendolo ammettere, si infatua davvero della quindicenne Cio-Cio-San. Il colpo di fulmine è evidente e porta Pinkerton a intenerimenti che non ci aspetteremmo da un uomo tutto d’un pezzo (si pensi all’estatico duetto d’amore che chiude il primo atto, più esteso nella prima versione). Il tenente mostra una sorta di bipolarità, non meno patologica rispetto al masochismo di Butterfly: perciò, ho trovato insoddisfacente l’interpretazione di Bryan Hymel, che ha appiattito i conflitti interiori e le nevrosi del personaggio. Poco crudele nei momenti di cinismo, poco estatico in quelli di abbandono sentimentale. Chailly ha scelto un Pinkerton belcantista, liricheggiante, che però si è rivelato inadeguato soprattutto nel canto di conversazione, a causa di una dizione zoppicante (un poco imbarazzante, all’inizio, il confronto con l’ottimo Goro di Carlo Bosi). Molto più convincente è stata Maria José Siri nella parte di Butterfly: apparentemente priva del physique du rôle (ma quanto è difficile trovare una Cio-Cio-San che abbia davvero la fragilità di una quindicenne?), Siri ha saputo tratteggiare l’evoluzione psicologica del personaggio. Decisamente meno a suo agio nel primo atto, il soprano uruguayano ha convinto sempre più nel corso dello spettacolo. Se inizialmente ci saremmo aspettati una Butterfly più dolce ed eterea, sublimemente indifesa, Siri ha reso poi perfettamente l’idea della rapida  trasformazione della geisha-bambina in una madre sofferente ma anche in fondo sicura di sé. Folle ma a suo modo forte. Dopo l’applauso a scena aperta di Un bel dì vedremo, Siri è andata nettamente in crescendo, fino a emozionare nel rito del suicidio, in cui veniva restituita con intensità l’idea di una grandezza d’animo forgiatasi nel dolore. Il personaggio ha trovato una spalla perfetta in Suzuki, coscienza infelice dell’incosciente Butterfly: inquietante, quasi espressionista nell’interpretazione magistrale di Annalisa Stroppa. Álvarez ha convinto pienamente in Sharpless, nonostante la tendenza a rendere fin troppo scuri i suoni.

Riccardo Chailly svolge da decenni un lavoro di approfondimento su Puccini che non ha oggi paragoni. Come per la Turandot del 2015, il lavoro di concertazione e di cura dell’assieme, nonché degli equilibri timbrici e dinamici, è stato straordinario. Curando ogni fraseggio, facendo respirare ogni singola frase con forcelle dinamico-agogiche raffinatissime, Chailly si è potuto permettere anche di dilatare un poco i tempi senza far cadere la tensione espressiva. L’orchestra ha risposto magistralmente. Certo, la sua direzione è talmente calcolata da correre il rischio di apparire svuotata del pathos dell’istante: ma, pensando a Diderot (Paradoxe sur le comédien), Chailly è il tipo di musicista-artigiano che rimane lucido dall’inizio alla fine. È il pubblico a doversi emozionare. Così è stato? Nel primo atto, confesso che avrei voluto più contrasti espressivi, meno ammorbidimenti (sopratttutto per questa prima versione, più cruda) e un po’ più di impulsività. Ma progressivamente, entrati nell’ottica “al calor bianco” del direttore milanese, si è compreso come Chailly pensasse la musica attraverso l’interiorità di Butterfly. Solo in due o tre momenti cruciali questo mondo ovattato e ritualizzato esplode. E perciò, si è arrivati al finale con una tensione soggiacente molto forte, che mi ha provocato più di un brivido. Probabilmente, nelle parti più dichiaratamente sentimentali (pensiamo ai soli di violino nei momenti di estasi amorosa), si potrebbe osare di più: dato che si è ripristinata la versione del 1904, perché non ripristinare altre prassi, come quella dei portamenti? Troppo stucchevole? Non credo: è ciò che ad esempio ha fatto Krystian Zimerman con la Polish Orchestra nei Concerti di Chopin. Anche questa è una forma di filologia. A mio avviso occorrerebbe oggi non dare per scontata una certa asciuttezza modernistica affermatasi nella seconda metà del Novecento, e recuperare alcuni modi esecutivi troppo a lungo liquidati come zuccherosi o sentimentali. In fondo, Puccini spesso sentimentale lo è davvero.

Alvis Hermanis ha optato per una regia con pochi rischi: ne è uscito uno spettacolo esteticamente seducente (fino al rischio dell’estetizzazione), ma ben poco coraggioso. Ispirandosi al teatro del Kabuki e alla pittura classica giapponese, Hermanis è rimasto decisamente nel solco della tradizione, accontentando i melomani insofferenti al Regie Theater. Certo è che, in questo modo, si evitava a priori qualsiasi forma di contestazione. Detto ciò, il lavoro di artigianato fatto su scene, costumi e drammaturgia è stato degno di una Prima in grande stile.

A margine, ma non troppo, va detto che ormai le contestazioni, più che in Loggione, viaggiano sul web. Gli italiani, da arbitri, politologi, esperti di tutto e di più, per un giorno si sono trasformati in esperti d’opera. Da un lato, è positivo: meglio il fervore che l’indifferenza. Dall’altro, l’ondata di commenti critici e polemici confermava come il web ci faccia cadere in preda a un’isteria collettiva. Tema del giorno, la Prima della Scala: scateniamoci. Domani passeremo a qualcos’altro e magari poi staremo un anno senza ascoltare un’opera. L’importante è stare sul pezzo e dire qualcosa: possibilmente, di feroce. Fra gli aspetti più contestati, il fatto che la RAI alla fine abbia tagliato gli applausi (quattordici minuti) prima del trionfo di Chailly.  Ci sono poi le critiche sulla qualità audio: un problema del quale la RAI, in effetti, non sembra riuscire a venire a capo. Le critiche sulle voci, invece, si basano soprattutto sul confronto con un passato certo ingombrante, quello delle Callas, delle Scotto, delle Freni. Non un buon motivo per fare a pezzi chi ha dimostrato comunque di avere gli attributi per salire sul palcoscenico il 7 dicembre, di fronte a una platea (innanzitutto televisiva) pronta a spaccare il capello in quattro. Criticare è una cosa, distruggere è un altro. C’è in questo paese, o forse nel mondo in genere, un inquietante malanimo. La frustrazione ha sempre albergato nell’animo umano, ma il web la amplifica a dismisura. E allora “l’opera è morta”, “la democrazia è morta”, “siamo alla fine dei tempi” e via dicendo. Certo è che non si migliora il mondo riversando cattiverie e slogan trancianti da una tastiera.

Luca Ciammarughi

 

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Set 102016
 

Bolzano Festival Bozen, massima espressione della musica classica a Bolzano, riunisce l’eccellenza delle rassegne musicali della città.

La prevendita dei biglietti per tutti i concerti del Bolzano Festival Bozen è attiva presso le casse del Teatro Comunale di Bolzano dal 4 giugno 2016:

Martedì – venerdì > ore 11.00 – 14.00 | ore 17.00 – 19.00
Sabato > ore 11.00 – 14.00

Tel: +39 0471 053800

 

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Feb 272016
 

quartetto_di_milano_1864
LXp2Ri06DcIl Quartetto del 2000 è il frutto dell’evoluzione del Quartetto fondato nel 1864 da Arrigo Boito e Tito Ricordi per «Incoraggiare e diffondere il culto della buona musica con pubblici e privati concerti, particolarmente nel genere del Quartetto e della Sinfonia».

Di quei tempi il Quartetto conserva la sua tradizione di assoluta eccellenza degli ospiti: per limitarci ai pianisti, Brendel, Lupu, Perahia, Pollini, Schiff e Zimermann, tutti ospiti del Quartetto anche in questi primi anni del 2000, sono fra i pochi eredi dei mitici von Bülow, Rubinstein, Busoni, Paderewski, Rachmaninov, Schnabel, Horowitz, Backhaus, Cortot, Gieseking, Serkin e Lipatti, ospiti di molte stagioni del Quartetto.

L’evoluzione innovativa, iniziata sul finire del secolo scorso, consiste nella apertura del Quartetto alla città.

Apertura con le collaborazioni ad altri enti, e prima di tutto con il Comune di Milano, dal 1985 con i capolavori della musica sacra, dal 1992 con l’esecuzione integrale delle Cantate di Bach, che nel 1997 ha ricevuto il “Premio Abbiati”, e dal 1998 con “Musica e poesia a San Maurizio”.

I Concerti del Quartetto - Locandina del concerto dei Berliner Philharmoniker diretti da Claudio Abbado alla ScalaDal 1990 il Quartetto collabora con la Scala, ospitandovi le massime orchestre mondiali con i più prestigiosi direttori in attività: ricordiamo, per tutti, le due uniche presenze milanesi dei Berliner Philharmoniker, l’integrale dei quartetti e dei concerti per pianoforte di Beethoven, il ciclo dei “Grandi pianisti alla Scala”.

Apertura al pubblico: dal 2002 chiunque, anche non Socio, può accedere ai concerti del Quartetto, legittimando la definizione: “Quartetto: un privilegio per molti”.

Dal 2007, ad esprimere il dinamismo di un’attività che vuole ancora e sempre più contribuire alla crescita culturale della nostra città, è stato adottato un nuovo logotipo: “Quartetto per Milano”.

Società del Quartetto di Milano • via Durini 24 • 20122 Milano 
tel. 02.7600.5500 • fax 02.7601.4281 • info@quartettomilano.it 

http://www.quartettomilano.it/it/index.html

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Feb 222016
 

seratemusicali

 

La STAGIONE CONCERTISTICA “Serate Musicali” 2015/2016, la quarantesima pubblica dell’Associazione milanese, offrirà, come di consueto 40 concerti in abbonamento più alcuni straordinari, continuando a fornire una ricca panoramica dei più famosi interpreti di musica classica attualmente in attività, nello sforzo di continuare nell’obiettivo di detenere il primato della musica da camera nel nostro Paese costruito in oltre trent’anni di attività, sostenendo contemporaneamente quegli artisti, giovani o meno giovani, che consideriamo “talenti veri”, indipendentemente dal successo commerciale.  Come sapete, molti artisti, presentati per la prima volta in Italia da Serate Musicali, che ne ha fatto degli  “amici”, sono ora ospiti di alcune tra le più importanti Istituzioni del nostro Paese.
Continua anche l’ospitalità a compagini giovanili, fondamentale per la formazione dei musicisti,  e quest’anno sarà in residence l’Orchestra Vivaldi, guidata dal giovane agguerrito Lorenzo Passerini, che inaugurerà la stagione il 5 ottobre con la Nona di Beethoven e presenterà successivamente un programma tutto Liszt con il virtuoso Scipione Sangiovanni al pianoforte e un programma di musica contemporanea con brani di Silvia Colosanti e Pier Giorgio Ratti.
Ospiti anche orchestre più “rodate”, come quella del Voralberg con il pianista Till Fellner, il Gruppo da camera dell’Orchestra Nazionale della RAI con Andrea Bacchetti, l’Orchestra MAV di Budapest, la Kremerata Baltica. Ospiteremo per la seconda volta alcuni cantanti della prestigiosa Accademia di canto del Teatro Marinskij di San Pietroburgo in un programma di Arie russe.
Ritorno dell’Orchestra Accademia Teatro alla Scala, diretta da Luisi, impegnata nella Sinfonia n.5 di Mahler.

Tra i pianisti: Sir Andras Schiff, ritorna dopo il suo Sabbatico,  in tre appuntamenti dedicati  al Classicismo viennese di Haydn, Beethoven, Mozart e Schubert;  Alexander Lonquich continua il ciclo Beethoven, insieme all’Orchestra dei Pomeriggi Musicali; la grande Elisso Virsaladze,  Roberto Cappello, Freddy Kempf, Angela Hewitt, Louis Lortie e le  nostre giovani scoperte, come Eduard Kunz, Enrico Pompili, Yevgheny  Sudbin e le nuove scoperte: Jan Lisiecki e Herbert Schuch.
Grande ritorno di Martha Argerich con Misha Maisky.
A pochi mesi di distanza avremo l’onore di ospitare ancora un altro Sir, Antonio Pappano, questa volta in duo con il clarinettista Alessandro Carbonare. Altro clarinetto quello di Dimka Ashkenazy, in trio con il padre e la violista Ada Meinich.
Grande spazio agli archi, sopratutto al violoncello: con i violinisti Leonidas Kavakos, Gidon Kremer, Uto Ughi, Domenico Nordio e la nuova promessa norvegese Vilde Frange, con il gruppo cameristico di Lockenhaus e i cellisti Steven Isserlis  (Suites di Bach), Enrico Dindo (Beethoven Brahms), Giovanni Sollima e Monika Leskovar, in un programma di trascrizioni per 2 celli e 2 pianoforti di musiche del ‘900 storico, tra cui la Sagra della Primavera.
Novità il giovane Quartetto Anthos.
Alla stagione principale in Conservatorio e al Teatro Dal Verme, faranno da corollario concerti decentrati allo Spazio ScopriCoop di via Arona, allo Spazio Teatro89 di via Fratelli Zoia, al Teatro Edi al Barrio’s della Barona, oltre a incontri di musica, arte e letteratura.

8 appuntamenti orchestrali
15 solisti del futuro
oltre 20 solisti consolidati

Serate Musicali : Sala Verdi del Conservatorio
Via Conservatorio, 12 Milano

link al sito: http://www.seratemusicali.it/index.html

 

 
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Vieni alla nostra rassegna di lezioni-concerto a Milano alla Palazzina Liberty!