Feb 082016
 

 

“La sala da concerto è morta stecchita”. L’affermazione è certamente radicale, ma, aldilà della sua essenza provocatrice, vi è racchiusa in nuce tutta una costruzione estetica che, infine, ha portato Gould a ritirarsi dalle scene a soli 32 anni.

Non vogliamo nemmeno considerare l’ipotesi che Gould “fosse la sua malattia” – alcuni gli annoverano, tra le tante qualità, anche quella dell’Asperger ; questo riduzionismo brutale non fa parte – o meglio, non dovrebbe – di una possibile discussione su temi prettamente estetici. Poiché, in effetti, di questo trattiamo sempre quando ci approcciamo a Gould. La sua esistenza fu una perfetta coincidenza tra queste due dimensioni : può certamente essere vista, nella sua unità, come un’opera d’arte. Per di più, un’esistenza completamente votata all’opera d’arte. Questa coincidenza è senza dubbio ciò che, in aggiunta dei comportamenti istrionici, del repertorio desueto, delle scelte musicali bizzarre, rappresenta l’ineguagliabile di Gould, l’inarrivabile e, soprattutto, l’irripetibile.

Parlare di Gould è parlare, secondo Deleuze, di una molteplicità di punti che diventano linee. Un disegno compiuto, riconoscibile a distanza, un Seurat della musica forse. Come punti, tutte le scelte di Gould corrispondono ad un’idea precisa di musica, di pubblico, di progetto sonoro. Come linee, per noi che ne siamo gli eredi, le molteplicità delle scelte gouldiane ne tracciano il pensiero, complesso e radiale.

Esempio cogente di queste “radiazioni” è il dialogo, l’intervista. Gould ne intrattenne numerose, e ognuna di queste serba piccoli germi di verità, su se stesso. E ciò che colpisce, ai nostri occhi, è anche questa apparente sincerità, talvolta brutale : Gould non è riuscito a ingannar-si, a tramortirsi con il frastuono del pubblico, perciò intraprese quella scelta, insensata per molti, di abbandonare le sale da concerto.

(A questo punto non possiamo risparmiarvi una delle sue affermazioni disarmanti, a tal proposito :

“Nessun pubblico mi ha mai dato il minimo stimolo. Gli applausi di un certo tipo di pubblico possono essere maggiori di quelli di un altro a livello di decibel, ma, dato che provengo da una città conservatrice come Toronto, ho imparato che il rumore non equivale necessariamente ad un apprezzamento sincero.” )

Nemmeno nella scelta del repertorio Gould riuscì ad ingannar-si, troppo precise erano le sue esigenze estetiche. Non è forse, per l’appunto, l’irripetibile che egli ha perseguito con ossessione? L’irrepetibile dell’esecuzione dal vivo non è una scelta personale : si tratta di un’arena, di una battaglia, dove l’idea regina è quella del concertista che “ha un’unica chance” :

“Per me [l’idea che l’artista abbia un’unica chance] è una cosa crudele, feroce, idiota. È esattamente questo che spinge i selvaggi come quegli abitanti dell’America Latina che vanno a vedere le corride.”       

L’irripetibile, l’esautorazione di ogni possibilità, è possibile sono tramite una ricerca privata, solitaria, maniacale. Questo è il significato dell’incisione, per Gould : la libertà dell’artista, libertà di agire all’oscuro del pubblico e dei media – sebbene, ad oggi questo tipo di libertà sia, anch’essa, irripetibile.

 Il sogno di Gould era che ogni ascoltatore potesse adattare ai suoi gusti personali qualsiasi incisione, e ciò a discapito del nome dell’artista, che deve sparire lentamente e dissolversi.  Questa tesi, che somiglia terribilmente alla tesi foucoultiana della “morte dell’autore”, non è che l’esaltazione dell’univocità estetica, ed è in netto contrasto con l’esperienza concertistica, così profondamente antidemocratica, ineguale e, infine, immorale.

Già, è proprio questo l’ultimo pregnante passaggio del pensiero di Gould che più deve colpirci, questo intimo legame tra arte e moralità. Come può essere morale, d’altronde, pretendere che tutti i 5000 spettatori  della Royal Albert Hall possano ascoltarmi con la stessa attenzione, che possano sentire tutti, da quello più lontano a quello più vicino, nella medesima intensità? Come può essere morale esaltare questo rapporto di superiorità dato dall’artista, che sovrasta in tutto e per tutto il suo pubblico?

L’arte di Glenn Gould è forse l’emblema di un’opera d’arte che non è riproducibile, nell’epoca in cui la riproduzione è il modus operandi di qualsiasi attività umana. L’irripetibile, però, non va confuso con il sacro. Anzi, Gould è stato umano, più umano di molti altri artisti esprimendo la sua personalità nei brani prediletti, fornendoci un esempio di simbiosi così totalizzante da essere spaventoso, per molti. Questa immensa fragilità – perché l’irripetibile è talmente sensibile che in una ripetizione si distrugge – potrebbe essere una meta per ogni musicista, come potrebbe esserlo la dedizione completa e la completa umiltà, che non si separano tuttavia dalla provocazione, dal voler uscire da sé e dall’altro da sé, nel voler raggiungere l’impersonale, l’aldilà delle categorie. O, per dirla con le parole di Gould, “superare lo strumento”.

Anche in ciò, Gould sarà sempre un esempio : la contraddizione esiste solo nei termini di una coerenza logica, lineare. L’elemento radiale non è però composto solo di linee, ma di imprevisti e bruschi traballamenti. Ed eccola, l’esistenza umana, che non fu mai traiettoria prestabilita, ma infinito brancolamento di punti.

 

Artin Bassiri Tabrizi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Gen 212016
 

Registrare musica oggi: e se davvero la smettessimo di cercare la (presunta) perfezione?
liveIl dibattito non è certo una novità: da diversi anni, l’idea che un’incisione debba a tutti i costi essere senza sbavature è entrata in crisi. Eppure, per chi è cresciuto negli anni Ottanta e Novanta, in cui l’onda lunga dello strutturalismo e dell’oggettivismo faceva sentire ancora tutta la sua forza, l’idea di un cd in cui ci sia una nota sbagliata o una qualche imperfezione potrebbe sembrare una sorta di mostruosità. Hai voglia a cercare di auto-convincerci che la spontaneità è meglio di un maniacale controllo: quando sentiamo qualcosa che oggettivamente è errato, la maestrina dalla penna rossa che è in noi inizia ad agitarsi e a reclamare. Eppure, è forse arrivato il momento di capire una volta per tutte che no, non è l’errorino o la lieve perdita di controllo a determinare la felice riuscita di un’esecuzione: non solo in concerto, ma anche in registrazione. 

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Gen 162016
 

Spring For Music - Alan Gilbert conducts the New York Philharmonic, Carnegie Hall 5/5/14.

Ed eccomi ancora una volta a scrivere di ciò di cui sembrerebbe difficile, o a volte persino sbagliato, parlare: la musica. Qualsiasi musicista, o qualsiasi appassionato, sa bene che la musica attiene alla sfera dell’ineffabile: non può essere detta completamente a parole, sfugge a ogni definizione univoca, contiene sempre un quid (Jankélévitch lo chiamava je-ne-sais-quoi, non-so-che) che non si lascia afferrare.

Perché, allora, ci ostiniamo a parlarne? Che senso hanno i dibattiti, a volte addirittura i litigi o (horribile dictu) le guerre, intorno all’arte dei suoni? Forse è proprio l’inafferrabilità della musica a stimolare il confronto e lo scontro verbale: sappiamo in partenza che il viaggio in cui saremo condotti non ha un punto conclusivo. Il percorso, diceva Kavafis in Itaca, è più importante della mèta: parafrasandolo, potremmo dire che la musica ci “ha dato il bel viaggio” e senza di lei mai ci saremmo messi in cammino: cos’altro ci aspettiamo?

La musica è, in questo senso, un alter ego (e forse il più potente) del Desiderio, di quell’eros che è vita: e, sillogisticamente, potremmo dire che la musica è vita. Ma c’è qualcos’altro: ne parla Lawrence Kramer in un volumetto che da qualche anno porto regolarmente con me, Perché la musica classica? (pubblicato in Italia da EDT nel 2011). Si tratta del legame fra la musica – e in particolare quella musica che definiamo “classica” (torneremo un’altra volta su questo termine) – e l’esperienza del Sé interiore. La musica ci dà piacere, certo; a volte addirittura esaltazione. Oppure lenisce e consola. Ma non si limita affatto a questo. L’ascolto musicale, per come si è formato nell’Ottocento e Novecento, non ci porta soltanto a trarre conclusioni che riguardano la musica, il brano eseguito o l’interpretazione: esso ci conduce a sondare le verità fondamentali (benché assolutamente misteriose e sfuggenti) dell’esistenza soggettiva. In parole più semplici, percepiamo con una chiarezza assoluta, benché difficile da mettere nero su bianco, che la musica ha a che fare con la nostra vita. La musica è uno specchio della nostra identità, ci aiuta a capire chi siamo, stimola in noi un dialogo interiore: e l’identità, come la musica stessa, è naturalmente in continua trasformazione, in movimento come la musica stessa. È per questo che la musica mal sopporta i dogmi e le eccessive cristallizzazioni. Ed è anche per questo che sarebbe importante parlare di musiche, piuttosto che di un’unica monolitica Musica.

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Dic 032014
 

Doriano ZurloIl compositore Doriano Zurlo ha affidato la sua musica alle esperte mani del nostro pianista e Direttore artistico Stefano Ligoratti.Stefano-Ligoratti-in-concerto1

Dalla loro collaborazione è nato l’album Simple che ha riscontrato un notevole successo. Di rilievo è stato, in particolare, l’apprezzamento da parte di Andrew Keeling, musicista inglese che lavora con Robert Fripp dei King Crimson: “Doriano Zurlo mi ha inviato il suo album Simple: si tratta di un album di miniature per pianoforte e sebbene non ci sia da aspettarsi la musica di Chopin, si percepisce il romanticismo nell’aria. E’ eseguito da Stefano Ligoratti in maniera squisita. L’ “onestà musicale” è un prodotto ormai raro ai giorni nostri con un mercato di musica ormai saturo e Doriano Zurlo la possiede.”

Album Simple

 Link al commento per intero

Ecco un’intervista a Doriano Zurlo postata lo scorso 16 ottobre sul sito Ondadarte.

Onda D’Arte – Doriano Zurlo, copywriter o musicista?

Doriano Zurlo – Mi imbarazza un po’ essere definito musicista, sono solo un dilettante, nel senso più profondo della parola: mi diletto

ODA – Abbiamo scoperto Doriano Zurlo girovagando per Youtube, dove ci sono alcuni suoi lavori musicali per spot pubblicitari e un paio di video con brani dal suo disco per pianoforte solo, un disco che si intitola “Simple”. Perché “Simple”?

DZ – Innanzitutto devo vergognarmi di avergli dato un titolo in inglese. I miei figli me l’hanno giustamente rimproverato. Ma se l’avessi chiamato “Semplice”, sarebbe stato uguale a una canzone di Gianni Togni degli anni ’70! Poi, nel nome c’è il tentativo di dichiarare cos’è questo lavoro: composizioni per pianoforte semplici. Che poi in realtà non sono tutte semplicissime, però lo sono se paragonate ai lavori di quelli che per me sono i “veri” musicisti. Per dire: Bach, Liszt, o Thelonious Monk

ODA – Quindi tu che hai composto musica stenti a definirti “musicista”?

DZ – Vuoi dire che basta mettere insieme due note per potersi definire così? Non mi riferisco a me stesso, ora, che di note ne ho messe insieme ben più di due, ma a molta musica che c’è in giro. Va detto. E vanno fatte le dovute differenze, per non ingannare l’ascoltatore. Oggigiorno c’è chi scrive canzoncine pop per pianoforte ed è convinto di essere la reincarnazione di Mozart. E ha anche molto successo perché chi lo ascolta è convinto di ascoltare musica elevata, da intenditori

ODA – Quindi come ti definiresti?

DZ – Io sono un copywriter, cioè un pubblicitario, uno che scrive sceneggiature per spot per la TV o internet, campagne stampa, manifesti e robe simili. Musicalmente sono un autodidatta, suono la chitarra, il contrabbasso elettrico e il pianoforte, ma sarebbe meglio dire che li strimpello, non ho grandi doti tecniche, non mi ci sono mai applicato. È che mi piace comporre, e quello è un lavoro che si fa più con la testa che con le mani. Certo, se sapessi anche suonare meglio, probabilmente farei composizioni diverse e migliori

ODA – Infatti “Simple” non è suonato da te.

DZ – No, ho affidato le partiture di Simple a un giovane talento della musica classica italiana, Stefano Ligoratti. È un pianista bravissimo, con un tocco sulla tastiera che rende ogni nota più espressiva di quanto avrei potuto fare io!

ODA – Oltre a scrivere per la pubblicità, fai anche musiche per la pubblicità.

DZ – Sì, ho fatto qualcosa. È un’attività che spero di sviluppare

ODA – I video di “Uranus” e “Rainy June, III” sono molto belli.

DZ – Li ha girati Riccardo Torri, un amico art director e regista, capace di far miracoli con immagini prese qui e là per il mondo, e montate ad arte. Sono davvero molto belli. E tra poco ne faremo uno nuovo per il Valzer dei Trapezisti

ODA – Programmi futuri?

DZ- Sto scrivendo una cosa che spero vedrà la luce entro fine anno… ma non so. È un disco con sei strumenti: batteria, chitarra, contrabbasso elettrico, violino, violoncello e pianoforte, forse qualche inserto di elettronica

ODA – Speriamo di ascoltarlo presto!

DZ – Devo dire ancora una cosa. “Uranus”, il brano di apertura si “Simple”, è stato molto apprezzato Andrew Keeling, un musicista inglese che lavora con Robert Fripp, sì quello dei King Crimson. Insomma, ho avuto l’apprezzamento di un musicista vero

ODA – Beh, per un “non musicista” è sicuramente un ottimo inizio! Per adesso quindi ti ringraziamo ma restiamo in ascolto!

Link al sito

Il video del Valzer dei trapezisti

Canale Youtube di Doriano Zurlo

 

 

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Mar 212012
 

Locandina di presentazione del CD ClassicaViva presenta con orgoglio il proprio nuovo CD, “Violin in White”, inciso da Yulia Berinskaya e Stefano Ligoratti e dedicato alla musica russa.

L’evento-concerto si terrà
lunedì 26 marzo 2012, alle ore 21,
a Milano
presso il Teatro Politeatro
in Viale Lucania, 18

ingresso libero

nel corso della serata verranno presentati ed eseguiti dal vivo alcuni dei brani presenti nel CD.

Questo “Violin in White” fa parte di una serie di altre incisioni, che formano una collana, in cui ogni stile musicale viene associato ad un colore, da un’idea della violinista Yulia Berinskaya.

Ecco, nei dettagli,  il programma del disco:

Violin in White

Maksym Berezovsky (1745-1777)
Sonata per violino e pianoforte in Do Maggiore

 1

Allegro

4:06

2

Grave

4:15

3

Minuetto

3:30

Pyotr Ilyich Tchaikovsky (1840-1893)

4

Melodia Op. 42 n. 3

3:30

5

Valse-Scherzo Op. 34

6:11

Sergey Prokofiev (1891-1953)
Sonata per violino e pianoforte op. 94a in Re maggiore

6

Moderato

7:35

7

Presto

4:55

8

Andante

3:23

9

Allegro con brio

7:00

Sergey Prokofiev (1891-1953)
Tre scene dal balletto Romeo e Giulietta – trascriz. di D.J. Grunes

10

Montecchi e Capuleti

3:38

11

Danza delle fanciulle delle Antille

2:01

12

Maschere

2:03

Sergey Berinsky (1946-1998)
“Reminiscence” Sonata for violin and piano (1979)

13

Allegro

6:04

14

Adagietto

4:35

15

Allegretto

5:56

68:42

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Giu 072011
 

L’11 giugno 2011, alle ore 21,  presso lo SpazioTeatro89in Via Fratelli Zoia, 89, a Milano, si terrà il concerto di presentazione del CD “I Lieder di Schubert” di Joo Cho e Marino Nahon, edito da ClassicaViva.

Il programma del concerto prevede:

  • Breve introduzione e presentazione del CD, a cura dell’Editore e degli interpreti
  • Lieder di Franz Schubert dal vivo:

An Silvia
Suleika
Seligkeit
Die Junge Nonne
Dass sie hier gewesen
Erlkönig
Nachtstück
Kolmas Klage
Der Zwerg
Du bist die Ruh
Wilkommen und Abschied

Link alla nostra pagina web con i curricula dei due artisti: http://www.classicaviva.com/Duo-JooCho-MarinoNahon.htm

Il CD:

Franz Schubert (1797-1828): Lieder

1. Schäfers Klagelied – D 121 (1814) – 03:29

2. Seligkeit – D 433 (1816) – 01:45

3. Kolmas Klage – D 217 (1815) – 07:15

4. Suleika – D 720 (1821) – 04:57

5. Dass sie hier gewesen – D 775 (1823?) – 03:05

6. An Silvia – D 891 (1826) – 02:37

7. Der Zwerg – D 771 (1822-1823) – 05:13

8. Du bist die Ruh – D 776 (1823) – 04:39

9. Heidenröslein – D 257 (1815) – 01:45

10. Ganymed – D 544 (1817) – 04:10

11. Die Junge Nonne – D 828 (1825) – 04:48

12. Nachtstück – D 672 (1819) – 04:50

13. Erlkönig  – D 328 (1815) – 04:23

14. Gesänge des Harfners I – D 478 (1816) – 04:15

15. Gesänge des Harfners II – D 480 (1816) – 04:51

16. Gesänge des Harfners III – D 479 (1816) – 02:03

17. Willkommen und Abschied – D 767 (1822) – 03:41

Durata totale – 68:29

La prefazione, a cura di Quirino Principe:

Quando una voce e dieci dita, in un luogo qualsiasi della terra e in una fra le molte ore del giorno, offrono a un pubblico una sequenza di Lieder, si ripete ogni volta un rito che culmina in un miracolo. Dire “miracolo” non è un’iperbole, poiché in ogni Lied si compie qualcosa di simile alla transustanziazione: come un frammento di cialda e qualche goccia di vino si trasformano in corpo e sangue, così nel nodo che stringe insieme pochi versi di Goethe o di Rückert o di Eichendorff o di Heine e 30 o 40 misure di musica può avvenire che un canto di breve durata divenga un suono cosmico, destinato a riempire in eterno l’universo e la nostra memoria, e che il pianoforte assuma la dimensione di onnipotente creatore di un immenso e architettonico spazio.

Chi abbia udito, anche una sola volta, Joo Cho trasmetterci con il suo stile interpretativo l’ispirazione e l’invenzione creativa di Franz Schubert (e di Robert Schumann, e di Wolfgang Amadeus Mozart, e di Johannes Brahms, e di Richard Strauss…), e Marino Nahon anticiparla e seguirla e prevedere, nella sua postazione di combattimento alla tastiera, ogni microscopico sobbalzo di originalità e di emotività, sa che il miracolo avviene: sa che i due artisti, provenienti da mondi tra loro lontani, raggiungono esiti così alti poiché rispondono entrambi a due obblighi imposti dall’arte, ossia il coinvolgimento totale nel rito dionisiaco della poesia e della musica, e l’attenta fedeltà alle indicazioni degli autori interpretati. Sembrano due esigenze in contrasto, ma in realtà sono due poli estremi di una dialettica in cui ogni artista, se vuole davvero essere tale, si deve immergere.

In questo CD, Joo Cho e Marino Nahon ci guidano attraverso il mondo schubertiano: una sfera che rispetto al mondo cosiddetto “reale” è già trasfigurata, sin dalle prime parole del primo verso, sin da un accordo iniziale o dalla linea melodica di un motivo fragile e indistruttibile.

Si muovono i primi passi dal crepuscolo della pre-romantica e pastorale solitudine, che Goethe colora di “Empfindsamkeit”, si percorrono i sentieri dell’idillio come lo vivono i “semplici” nei versi di Hölty, si sfiora l’incantevole immagine della shakespeariana Silvia in versi tradotti in tedesco da Bauernfeld, e a conclusione si ritorna a Goethe e a una malinconica ma virile cerimonia di addio, non senza avere visitato con emozione la giovane monaca di Craigher, il tragico e fiabesco nano di Collin, il sacrario rückertiano dell’amore coniugale, l’infernale cavalcata goethiana del padre che ha con sé il figlio febbricitante, morto nell’istante in cui il cavallo varca finalmente il cancello di casa.

Quirino Principe

 

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Apr 082011
 

“L’acqua se il buio”, di Alessandro Rossi, il nuovo libro pubblicato da ClassicavivaClassicaViva presenta  con orgoglio la sua ultima iniziativa editoriale: “L’acqua se il buio” (parole in lotta per diventare me stesso), una raccolta di poesie del poeta e cantautore Alessandro Rossi.

Il libro (stampato su carta in una edizione molto curata e raffinata, e prossimamente anche in versione e-book) è accompagnato da un CD, in cui l’autore interpreta le proprie poesie, accompagnato dalla chitarra, secondo la formula dell’audio-libro, coniugando così la pagina letteraria con l’ascolto.

Fortemente voluto da Ines Angelino, Direttore Editoriale di ClassicaViva, il nuovo lavoro di Alessandro Rossi  offre con affascinante immediatezza al lettore – ascoltatore le diverse atmosfere del suo materiale letterario.

Cliccando su questo link, su questo stesso blog, tanto per approfondire l’argomento, è possibile trovare  molti materiali su questo poeta, compreso un podcast audio (di alcune sue poesie già incise un paio d’anni fa, che ora, per questo libro, sono state registrate ex novo, e sono ovviamente diverse da quelle contenute nel prodotto editoriale nuovo fiammante).

Ed ecco anche  un video con un concreto esempio di come si esprime questo poeta:

Pubblichiamo qui, integralmente, anche la prefazione del libro a cura di Ines Angelino:

Prefazione dell’Editore

Perché questo libro? Un libro insolito, poesie scritte e poesie lette dall’autore, con accompagnamento musicale, su CD.

Il libro nasce da un incontro, avvenuto un paio d’anni fa, tra me e Alessandro Rossi, durante un Festival musicale. Insolito per me, che non amo la musica leggera, partecipare a un evento del genere. Ma si vede che era destino: Alessandro si esibiva come cantautore. Ascoltai dunque un paio di canzoni e una poesia accompagnata dalla sua chitarra. Al termine, lo avvicinai e gli dissi a bruciapelo: “lo sai, tu sei un grande poeta. Sono un piccolo editore, mi piacerebbe leggere qualcosa d’altro di tuo. Hai altre poesie?”.Continua a leggere…

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Feb 022011
 

Yulia Berinskaya e Stefano LigorattiL’altra sera, 31 gennaio 2011, al Teatro Politeatro di Milano è stato presentato l’ultimo disco prodotto ed inciso dalla Casa Editrice musicale “ClassicaViva“, con la lezione-concerto “Violin in Blue”.

ClassicaViva è specializzata nella ricerca e nella promozione di nuovi talenti nell’ambito della musica classica. Fin dalla sua nascita si impegna in prima linea nella valorizzazione di musicisti che, pur avendo raggiunto un livello di eccellenza in ambito strumentistico musicale, sono esclusi dalla popolarità riservata a pochissimi, a causa del sempre maggior peso dato al marketing dalle case discografiche blasonate e allo scarsissimo peso dato invece alla competenza e all’arte in senso stretto.

In questa circostanza la presentazione riguardava l’uscita di “Violin in Blue”, una raccolta scelta di brani dedicati alla musica francese, con lo sguardo rivolto ad alcuni suoi vertici compositivi: la “Sonata per violino e pianoforte in la maggiore” di César Franck, la “Méditation de Thaïs” di Jules Massenet, la “Sonata per violino e pianoforte  di Claude Debussy, la trascrizione per violino e pianoforte di Grigoraş Dinicu sul “Clair de Lune”  sempre di Debussy, e infine la “Fantasia sulla Carmen di Bizet” trascritta e adattata per violino e pianoforte ad opera di Pablo de Sarasade, virtuoso del violino di fine ‘800.

Un programma caratterizzato sia dal virtuosismo richiesto agli interpreti, sia dalla necessità di porsi in modo personale e possibilmente originale dinnanzi a brani che segnano l’apogeo della composizione francese a cavallo tra ‘800 e ‘900. Un compito affrontato e sapientemente risolto dalla coppia di interpeti, Stefano Ligoratti al pianoforte e Yulia Berinskaya al violino.

Dopo uno studio minuzioso della pagina i due musicisti si sono cimentati in un’incisione di altissima qualità, alla ricerca di un equilibrio tra approcci interpretativi anche molto lontani tra di loro. Il risultato è evidentemente forte di questo scambio, in cui si possono apprezzare i contrasti tra una concertazione interna del  pianoforte da una parte – che tende a far risaltare i piani contrappuntistici e la complessità armonica in relazione alla linea melodica “ciclica” tipica dei compositori francesi dell’epoca – e dall’altra una veemenza esecutiva al violino che cerca di staccare con decisione il volo da quel pavimento avvolgente e orchestrale che il pianoforte significa e persino impone.

Yulia Berinskaya e Stefano LigorattiLa tecnica della Berinskaya impressiona, pur non sovrastando mai la musica e l’effetto sinfonico del tutto. Anzi ciò che raramente si ascolta e che qui prepondera è l’audacia di un suono che muta timbricamente, passando dalla rarefazione assoluta, impressionistica, di poche note tirate sul pianissimo come galleggiassero per aria, fino a giungere alla ruvidezza di un violino zigano che spinge al limite le sue possibilità espressive, piegando lo strumento al servizio di un’intensità spasmodica che evoca più le tinte forti dei villaggi russi di Chagall che non le vedute parigine di Monet. La Berinskaya è delicata e accorta negli abbellimenti di passaggio tra la fine di una frase e l’inizio di un’altra e fondendoli insieme alla linea principale gli conferisce piena musicalità senza che siano inutilmente esornativi. Quando lo spartito reclama attacchi incisivi o salti di tono o brusche variazioni ritmiche e dinamiche la Berinskaya non si tira indietro e oltre che fendere con irruenza lo spazio acustico pare portare lo strumento sul ciglio di un precipizio, cadendo dal quale si frantumerebbe tutto. Lì rimane invece, e ci porta con sè su quel crinale davanti al vuoto, col fiato sospeso. Il volto del pubblico era un racconto mimico chiarissimo di queste frustate improvvise, delle fughe in avanti, delle  frenate impossibili, dei cambi di direzione nel giro di poche battute. Tuttavia questo accade come un processo naturale, in pieno controllo e in pieno abbandono emotivo, simultaneamente, e la sola cosa che ci rassicura nell’ascoltarla è vedere la saldezza che ha sulla scena mentre brandisce il violino, poi lo coccola, poi lo ama; ci placa l’ accettare che nonostante tutto non cadrà e non ci trascinerà con sè cadendo. Ma che brividi. Che brividi.

Il lavoro pianistico, direi orchestrale, di Ligoratti è spiazzante per maturità se raffrontato alla sua giovane età. E’ vero che il programma di sala e la presentazione di Ines Angelino, Direttore Editoriale di ClassicaViva,  preparano a questa anomalia tra anagrafe e spessore artistico, ma l’effetto di sorpresa nell’ascolto non è mitigato dalla messa in guardia. Ligoratti non a caso è anche organista, clavicembalista, direttore d’orchestra e compositore, e soprattutto eseguendo la sonata di Franck – il quale si rese noto inizialmente come eccelso organista – emerge in tutta chiarezza la cognizione della partitura e lo scavo nei minimi anfratti armonici.

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Gen 272011
 

La locandina del concerto Il 31 gennaio 2011, alle ore 21,  presso il Teatro Politeatro, in Viale Lucania 18, a Milano, si terrà il concerto di presentazione del CD “Violin in Blue” di Yulia Berinskaya e Stefano Ligoratti, edito da ClassicaViva.

Il programma del concerto, organizzato in collaborazione con l’Associazione Culturale “Il Clavicembalo Verde”, prevede:
César Franck (1822-1890): Sonata per violino e pianoforte in la maggiore
Maurice Ravel (1875 – 1937):
Tzigane;  e brani di Claude Debussy e Jules Massenet, eseguiti da Yulia Berinskaya (violino) e Stefano Ligoratti (pianoforte).

“Violin in Blue” segue di poco il precedente lavoro della straordinaria violinista Yulia Berinskaya, “Violin in Red”. La musica francese, oggetto di questo CD, è qui associata al blu, che evoca la profondità e la sofferenza, il colore più rappresentativo delle emozioni scaturite dal travolgente suono del violino di Yulia.
Ma si tratta in ogni caso di un disco di musica da camera, in cui il pianoforte è coprotagonista, affidato al giovane, ma già esperto concertista Stefano Ligoratti, un esecutore rigoroso e raffinato, ma anche pieno di vigore e passione.

Trovate qui il link internet dove visionare online il booklet completo:

E qui un podcast integrale della trasmissione di Radio Classica del 21 dicembre 2010, in cui, con la conduzione di Luca Ciammarughi, è andata in onda integralmente la Sonata di Franck, e la “Fantasia sulla Carmen” di Sarasate-Bizet, con interviste agli interpreti.

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Gen 192011
 

il pianista Stefano LigorattiSono giorni importanti per ClassicaViva, giorni in cui si lavora alacremente per la promozione del nuovo CD, “Violin in Blue” che sarà presentato a Milano il prossimo 31 Gennaio. Esaurito il battage nei canali più consoni e da “addetti ai lavori”, se ne continua a parlare quando capita, forse perché non abbiamo in questo momento cose migliori da dire, o perché su quel lavoro siamo tutti molto concentrati. Poi, al dire il vero, tutti noi e ognuno a suo modo, restiamo fermamente convinti che sia necessario un ritorno alla cultura; ci crediamo davvero, e quindi non ci viene difficile parlarne.

Ma quante sorprese! Per esempio, si scopre che parlare di musica classica fuori da un circolo esclusivo, o dalla nicchia nella quale sembrano essere nascosti gli appassionati, è come narrare storie di cappa e spada, dove gli uomini hanno il mantello e le donne il seno racchiuso in scomodissimi corpetti, o le vesti lunghe e fruscianti. “Roba per vecchi” mi son sentita dire, sorridendo appena per l’obiezione che concludeva con un discorso quasi convincente sull’egemonia dei soliti noti, in mano alle major che monopolizzano tutto il mondo della musica. Le voci cambiano, e si fanno incredule quando racconti che il Maestro Ligoratti ha solo 24 anni, o descrivi la gentilezza del viso della violinista Yulia Berinskaya, ma diventa tutto assai più difficile, quando le giovani appassionate di musica, che su Internet tengono rubriche o Siti tematici, stupite ti rispondono: “Ah, ma è pure bello” (e non proprio testuale).

La musica però non cambia. Probabilmente ci sarebbe da fermarsi un momento e riprendere le fila di un discorso interrotto troppo tempo fa, tornando ad accordarsi su cosa sia cultura e cosa non lo sia. Chiedersi anche se sia l’educazione ad avvicinarci alla cultura, o se essa possa educarci. Guardando al Venezuela, dove ogni anno nonostante i gravi problemi economici comuni in tutto il mondo, lo stato continua a stanziare 29 milioni di dollari per finanziare le orchestre infantili, propenderei per la seconda ipotesi. È da molti anni ormai che in quel paese dell’America Latina la musica classica salva la vita dei bambini, due milioni di bambini da quando gli strumenti musicali sono arrivati in ogni angolo di paese, in ogni campagna a ripulire un po’ della polvere che circondava queste vite.

Stando in Italia è impossibile sperare che a breve si possa importare lo stesso modello, ed educare alle arti e aprire le menti alla cultura. Per togliersi la polvere di dosso, al massimo si continuerà a pensare che è necessario arrivare col proprio libro su cui sta scritto nulla, con la voce pronta a strillare fingendo d’essere un po’ negra o con la chitarra fracassona in uno studio della tivù.

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