Si è cercato l'ultima sonata - ClassicaViva - il blog della musica classica

Giu 112009
 

L'ultima sonata di Franz Schubert

L’ultima Sonata

viaggio al centro della vita e della musica di Franz Peter Schubert

Annunciamo con piacere che ClassicaViva ha prodotto un nuovo spettacolo teatrale, davvero innovativo e piacevole (contattateci se siete interessati a mandarlo in scena nella vostra regione!).

Si tratta di “L’Ultima sonata”, opera teatrale originale, ideata e scritta da Ines Angelino, Fondatore e Direttore di ClassicaViva, e dal pianista e musicologo Luca Ciammarughi.

Lo spettacolo debutterà, in prima assoluta, a Milano,

 il 12 giugno 2009, alle
ore 21,

presso il Teatro SpazioTeatro 89,

in Via Fratelli Zoia, 89

http://www.spazioteatro89.org/program.asp?idEvent=364

biglietti in vendita presso il Teatro

al prezzo eccezionale di € 3

è consigliabile prenotare, telefonando al 348 22 50241
Ecco un video promozionale per l’evento, in cui è possibile ascoltare una parte del primo tempo de “L’ultima Sonata” di Franz Schubert, nell’interpretazione del pianista Luca Ciammarughi
L’ultima Sonata

Viaggio al centro della vita e delle opere di Franz Schubert

L'Ultima Sonata, una pièce di Ines Angelino e Luca Ciammarughi

Personaggi e interpreti:

Franz Schubert: Luca Ciammarughi

Therese Grob: Silvia Spruzzola

Karoline Esztherházy: Monika Lukács

 Johann Michael Vogl: Mirko Guadagnini

Franz Von Schober: Stefano Ligoratti

Regia e commento iconografico:
Ines Angelino

L'ultima Sonata di Fraz Schubert

Il pianista Luca Ciammarughi interpreta Franz Schubert il tenore Mirko Guadagnini interpreta Johanno Michael Vogl il soprano Silvia Spruzzola
il soprano Monika Lukács intepreta Karoline Eszterházy Il pianista Stefano Ligoratti interpreta Franz Schober

Lo spettacolo nasce da un’idea di Ines Angelino, immediatamente condivisa con slancio dal pianista Luca Ciammarughi,
raffinato e profondo interprete schubertiano.

E’ un appassionato omaggio a Franz Schubert, che viene, per la prima volta, rievocato in una messa in scena per il palcoscenico, in alcuni passaggi della sua vita, e fatto rivivere nelle sue vicende biografiche e nella sua musica, che viene interpretata, dal vivo, dal protagonista, (il pianista Luca Ciammarughi), e dagli altri personaggi, che cantano e suonano per noi alcuni dei suoi più noti
Lieder.

La vicenda viene rappresentata come davvero dovette svolgersi: dal primo amore con il soprano Therese Grob, al rapporto con il suo grande amico Franz Von Schober, alle prime schubertiadi, che vengono riprodotte in scena, con iLieder di Johann Michael Vogl, alle lezioni di musica alla Contessina Karoline Eszterházy, altro grande amore infelice di Schubert, fino ad arrivare alla fine, con il famoso concerto del 1828,  la composizione delle ultime opere (tra cui l’ultima sonata, la D 960, che dà il titolo alla pièce)… fino al tragico epilogo finale.

Questo lavoro è frutto di un lungo, accurato e quasi maniacale studio filologico sulla vita e sulle opere di Schubert, che tende a rappresentare tutto con la massima fedeltà storica possibile, ma anche con profonda e meditata aderenza psicologica all’anima di questo grandissimo compositore, senza fermarsi all’agiografia o alle tesi preconcette (come quella, oggi molto di moda, della sua presunta omosessualità). Ma è anche un lavoro che vuole avvicinare il grande pubblico, i giovani, gli studenti, alla figura di Schubert, e quindi fare opera divulgativa.

Da qui, la scelta di presentare, tra i tanti capolavori pianistici e liederistici che si ascolteranno, anche brani musicali molto noti, come l’“Ave Maria”, o la Sinfonia “Incompiuta”.

Su tutto, domina il fascino della musica dal vivo, di bravissimi musicisti che diventano anche attori, di uno spettacolo che non è un concerto, ma una vera e propria rivisitazione musicale e musicologica, con l’incanto che solo una messinscena teatrale può dare.

Dal nostro network di appassionati melomani, lo dedichiamo con umile e incontenibile entusiasmo alla memoria del grandissimo Schubert, e a tutti gli amanti della musica.

*************

ClassicaViva offre questo spettacolo “chiavi in mano”, come propria consuetudine, ad un costo davvero assolutamente accessibile a qualunque Teatro o Comune, anche piccolo.

Esigenze tecniche:

– Spazio nudo praticabile (meglio se vero e proprio palcoscenico con sipario)
– 1 Pianoforte a mezza coda
– Normale impianto audio e luci
– Fondale bianco per la proiezione delle diapositive che fanno da scenografia

 L'Ultima Sonata di Franz Schubert  

Classicaviva

 

Mar 252009
 

L'ultima sonata di Franz SchubertAnnunciamo con piacere che ClassicaViva ha prodotto un nuovo spettacolo teatrale, davvero innovativo ed originale (contattateci se siete interessati a mandarlo in scena nella vostra regione!).

Si tratta di L’Ultima sonata”, opera teatrale originale, ideata e scritta da Ines Angelino, con la collaborazione e la consulenza musicale e musicologica di Luca Ciammarughi.

L’ultima Sonata

Viaggio al centro della vita e delle opere di Franz Schubert

L'Ultima Sonata, una pièce di Ines Angelino e Luca Ciammarughi

L'ultima sonata di Franz Schubert

Personaggi e interpreti:

Franz Schubert: Luca Ciammarughi
Therese Gross, Karoline Estherazy: Monika Lucacs
Johann Michael Vogl: Mirko Guadagnini
Franz Schober: Stefano Ligoratti
Regia e commento iconografico: Ines Angelino

Il pianista Luca Ciammarughi interpreta Franz Schubert il soprano Monika Lukacs intepreta Karoline Estherazy il tenore Mirko Guadagnini interpreta Johanno Michael Vogl Il pianista Stefano Ligoratti interpreta Franz Schober

Lo spettacolo nasce da un’idea di Ines Angelino, il fondatore di ClassicaViva.

E’ un appassionato omaggio a Franz Schubert, che viene, per la prima volta, rievocato in una messa in scena per il palcoscenico, in alcuni passaggi della sua vita, e fatto rivivere nelle sue vicende biografiche e nella sua musica, che viene interpretata, dal vivo, dal protagonista, che è un noto pianista schubertiano, e dagli altri personaggi, che cantano per noi alcuni dei suoi più noti lieder.

La vicenda viene rappresentata come davvero dovette svolgersi: dal primo amore con la soprano Therese Gross, alle prime schubertiadi, che vengono riprodotte in scena, con i lieder di Johann Michael Vogl, alle lezioni di musica alla Contessina Karoline Estherazy, altro grande amore infelice di Schubert, fino ad arrivare alla fine, con il famoso concerto del 1828, le ultime opere (tra cui l’ultima sonata, la D 960, che dà il titolo alla pièce)… fino al tragico epilogo finale.

Questo lavoro è frutto di un lungo, accurato e quasi maniacale studio filologico sulla vita e sulle opere di Schubert, che tende a rappresentare tutto con la massima fedeltà storica possibile, ma anche con profonda e meditata aderenza psicologica all’anima di questo grandissimo compositore, senza fermarsi all’agiografia o alle tesi preconcette (come quella, oggi molto di moda, della sua presunta omosessualità). Ma è anche un lavoro che vuole avvicinare il grande pubblico, i giovani, gli studenti, alla figura di Schubert, e quindi fare opera divulgativa. Da qui, la scelta di presentare, tra i tanti capolavori che si ascolteranno, anche brani musicali molto noti, come l’“Ave Maria”,   o la Sinfonia “Incompiuta”.

Su tutto, domina il fascino della musica dal vivo, di musicisti che sono anche attori, di uno spettacolo che non è un concerto, ma una vera e propria rivisitazione musicale e musicologica, con l’incanto che solo una messinscena teatrale può dare. Dal nostro network di appassionati melomani, lo dedichiamo con umile e appassionato entusiasmo alla memoria del grandissimo Schubert, e a tutti gli amanti della musica.

ClassicaViva offre questo spettacolo “chiavi in mano”, come propria consuetudine, dal proprio catalogo online, ad un costo davvero incredibilmente accessibile a qualunque Teatro o Comune, anche piccolo.

Esigenze tecniche:

– Spazio nudo praticabile (meglio se vero e proprio palcoscenico con sipario)
– 1 Pianoforte a mezza coda
– Normale impianto audio e luci
– Fondale bianco per la proiezione delle diapositive che fanno da scenografia

Apr 102016
 

Memore delle ultime tre Sonate di Beethoven, ascoltate il 20 giugno del 2014, già immaginavo quale potesse essere la visione di Krystian Zimerman delle ultime sonate di Schubert, eseguite ieri per la Società del Quartetto di Milano nella Sala Verdi del Conservatorio. E infatti l’impostazione è stata piuttosto simile: pedali generosi, quasi a ricreare nell’asciutta Sala Verdi un utopistico salon ottocentesco; contrasti sonori non troppo accentuati; tempi molto scorrevoli, privilegiando l’orizzontalità; anti-sentimentalismo di fondo, forse alla ricerca di una bellezza depurata da alcunché di troppo viscerale; distillazione di sonorità sibaritiche ma anche assunzione di rischi evidenti, quasi con il brivido proibito di mandare a carte quarantotto quella perfezione assoluta che il pianista polacco ha sempre ricercato e continua a cercare (divertente la scivolata finale sull’ultimo si bemolle della D 960, dopo un’esecuzione immacolata).

Parlare di Zimerman significa, innanzitutto, parlare di un pianista che non ha nulla a che vedere con certe star dalla mano più agile del cervello: il suo virtuosismo, indiscutibile, si accompagna sempre a un’intelligenza acutissima e a una concezione sofisticata del suono. Ma a colpire è anche la particolare sincerità dell’artista: Zimerman non simula mai ispirazione, dunque quando è ispirato lo è sul serio, mentre quando non lo è si affida pur sempre all’incredibile paracadute di un pianismo raffinatissimo ed eccitante, forgiato nel corso di una vita. Era ispirato, ieri, lo Schubert di Zimerman? Non molto, a mio avviso, quello della Sonata D 959, che mi è parsa anaffettiva e affrettata; molto più quello della D 960. O forse il punto è un altro: lo Zimerman <<nuova maniera>> si oppone una volta per tutte a tutto quel sentimentalismo d’accatto fiorito sulla crisi del classicismo e dello strutturalismo, quasi a dirci: sapete che c’è? Voi fate smorfie e levate gli occhi al cielo; io invece mi siedo comme il faut e faccio come meglio non si può il mio lavoro di artigiano. In questa prospettiva, tanti dettagli tornano: lo Zimerman che si porta dietro il suo pianoforte su un camioncino, guidando egli stesso per l’Europa; lo Zimerman ascoltatore attento che conosce tutte le incisioni del brano che sta affrontando, per trarne la sua versione ideale; il perfezionista che cancella il concerto se sa che non potrà dare al suo pubblico quell’ideale – tutto suo- che si è forgiato. Sarebbe inutile però cercare di inserire questo “ideale” in una prospettiva propriamente storica: Zimerman, a differenza di pianisti come Schiff, non è veramente interessato a ricreare un’autenticità di stampo filologico (al contrario dell’ungherese, dubito che affronterà queste sonate su uno strumento storico). Ciò che sembra chiedersi Zimerman è piuttosto: cosa si può conservare dell’Ottocento in un mondo radicalmente mutato? Questo atteggiamento mi fa venire in mente un incontro con Ivo Pogorelich, che a una mia domanda sul romanticismo chopiniano, mi rispose, scocciato: “La parola romanticismo è abusata, va bene per quelle riviste che forse lei legge dal parrucchiere”. È evidente che questi pianisti sono cresciuti in un’era -la seconda metà del Novecento- che condannava gli atteggiamenti lacrimevoli o l’eccesso di pathos, andando a cercare piuttosto l’essenza della composizione in sé, al di fuori di ogni soggettivismo. Che il soggettivismo, poi, uscisse da un lato e rientrasse dall’altro è evidente: basti pensare all’incisione di Zimerman pianista-direttore nei Concerti di Chopin con la Polish Festival Orchestra, piena di portamenti orchestrali e di fraseggi sensuali. Ma quello era piuttosto un sentimentalismo al quadrato, la citazione postmoderna di un tempo che non esiste più -l’era dei Paderewski e dei Cortot. È ancora possibile quell’era? Zimerman sembra dirci di no. Pensare di poter imitare quei tempi significa autoingannarsi, perché l’autenticità può essere vissuta solo qui e ora, con le contraddizioni e le magagne di questi nostri tempi sconclusionati. Però il nucleo puro della bellezza rimane. Ma come ne esce Schubert da tutto ciò? A mio avviso peggio di Beethoven. Sappiamo che Beethoven odiava qualsiasi forma di sentimentalismo portato all’eccesso, considerando ridicoli gli ascoltatori che si commuovevano e versavano lacrime quando egli suonava. Ma per Schubert non era affatto così: basta leggere i suoi diarii per rendersi conto che sarebbe insensato negare la dimensione di confessione e di abbandono al puro sentimento. Perciò, io oggi ascolterei volentieri tutto Beethoven da Zimerman, mentre farei più fatica con Schubert. “Sense and sensibility”: sebbene né l’uno né l’altro difettino in Beethoven e Schubert, credo che nel compositore di Bonn tutto parta dal “sense” e in quello di Vienna dalla “sensibility”.

In base a queste premesse, è interessante notare come la Sonata D 959 sia forse oggi più difficile da cogliere, nella sua passionalità quasi in presa diretta, rispetto alla D 960: nell’ultima Sonata, infatti, una prospettiva quasi distaccata, in cui la bellezza viene osservata a distanza e celebrata ancora una volta con il fatalismo di chi va incontro alla morte (ovvero, in realtà, qualsiasi essere umano), è possibile e forse auspicabile; nella D 959 Schubert sembra ancora quasi totalmente immerso nella tempesta dell’esistenza. Pensiamo allo sviluppo del primo movimento (l’episodio in do minore!), alla sezione centrale dell’Andantino, ma anche all’episodio appassionato – schumanniano ante litteram- che sconquassa la serenità del Rondo finale. In questi momenti di fremito, Zimerman sembra avere un certo ritegno, quasi un pudore da Signore (quello stesso pudore che fa di lui, al contrario, uno chopiniano d’elezione). Ho citato Schumann non a caso: compositore che né Zimerman né Sokolov (al contrario di Radu Lupu) hanno eseguito molto -forse perché troppo estemporaneo e volutamente illogico nella sua creatività, poco incline appunto ad essere trattato in un modo nel quale il Sense prevalga sulla Sensibility. Nella D 960, invece, tutto potrebbe essere già finito, come se una vita intera venisse osservata ormai dall’alto: ed è lì che inizia il lavoro di Zimerman l’esteta.

Luca Ciammarughi

Editoriale 1

 

open doorsBenvenuti (o bentornati) nel nostro blog, completamente ridisegnato dopo un (troppo) lungo periodo di assenza!

Ho creato questo blog ben otto anni fa, alimentandolo con passione per lungo tempo. Un incredibile successo sul web e sui motori di ricerca premiò questa mia creatura. Poi lo stesso successo di ClassicaViva, il network di musica classica da me fondato, ha divorato man mano il mio tempo, portandomi purtroppo ad abbandonare il blog. Nel corso degli anni l’ho affidato a diverse persone, ma – per un motivo o l’altro – tutte hanno abbandonato l’incarico dopo un po’.

E, nonostante questo, le statistiche dicono che il blog è ancora in posizione dominante nei motori di ricerca, e anche molto frequentato, grazie al suo importante archivio di post pubblicati.

Non ho mai smesso di cercare la persona giusta per portarlo avanti. Ora l’ho trovata. Dal mese di gennaio il bravo musicista e musicologo Luca Ciammarughi è entrato a far parte del nostro staff aziendale, ed ha accettato di occuparsi del blog, con l’incarico di Direttore Editoriale del nostro Network ClassicaViva. Incarico che finora è stato il mio, e che gli cedo con grande piacere, passando al ruolo di Direttore Generale, più strategico e meno tecnico-pratico.

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Gen 082016
 

Benvenuti (o bentornati) nel nostro blog, completamente ridisegnato dopo un (troppo) lungo periodo di assenza!

Ho creato questo blog ben otto anni fa, alimentandolo con passione per lungo tempo. Un incredibile successo sul web e sui motori di ricerca premiò questa mia creatura. Poi lo stesso successo di ClassicaViva, il network di musica classica da me fondato, ha divorato man mano il mio tempo, portandomi purtroppo ad abbandonare il blog. Nel corso degli anni l’ho affidato a diverse persone, ma – per un motivo o l’altro – tutte hanno abbandonato l’incarico dopo un po’.

E, nonostante questo, le statistiche dicono che il blog è ancora in posizione dominante nei motori di ricerca, e anche molto frequentato, grazie al suo importante archivio di post pubblicati.

Non ho mai smesso di cercare la persona giusta per portarlo avanti. Ora l’ho trovata. Dal mese di gennaio il bravo musicista e musicologo Luca Ciammarughi è entrato a far parte del nostro staff aziendale, ed ha accettato di occuparsi del blog, con l’incarico di Direttore Editoriale del nostro Network ClassicaViva. Incarico che finora è stato il mio, e che gli cedo con grande piacere, passando al ruolo di Direttore Generale, più strategico e meno tecnico-pratico.

LucaCiammarughi2-239x300Luca è prima di tutto un grande amico, conosciuto anni fa e con il quale ho collaborato per anni fattivamente, partecipando ogni settimana alla sua bella trasmissione su Radio Classica “Ultimo grido”. Potete trovare diversi post su questo blog, con i podcast delle nostre trasmissioni. La nostra sintonia su moltissimi argomenti musicali – e anche culturali – è sempre stata istantanea e totale. La nostra collaborazione – e una comune incredibile passione per Franz Schubert – ha portato anche alla creazione di un paio di bellissimi CD dedicati a Schubert e alla messa in scena di una pièce teatrale, “L’ultima Sonata”, da noi scritta a quattro mani e interpretata da Luca nei panni di Schubert.

Da qui – finalmente – l’ingresso a pieno titolo di Luca in ClassicaViva, e alla conduzione di questo blog.

Mi aspetto quindi ora da lui un impulso decisivo nella promozione della grande musica e della politica culturale a suo sostegno. Un impegno per il quale ho creato ClassicaViva, e che ora rilancio con grande forza, grazie alla fertile e geniale mente di Luca e al suo titanico impegno di vita e di pensiero in questa direzione. Perché Luca è, semplicemente, MUSICA.

Ines Angelino

Ott 262012
 

Locandina Concerto Luca Ciammarughi 28 ottobre 2012, Milano, Politeatro, ore 17,00

Imperdibile concerto di Luca Ciammarughi a Milano, Domenica 28 ottobre 2012, Politeatro, Viale Lucania, 18

ClassicaViva e il Clavicembalo Verde presentano

“da Versailles a Vienna”

Concerto del pianista Luca Ciammarughi

Politeatro – Milano, Viale Lucania, 18

Domenica 28 ottobre 2012, ore 17,00

Programma

Jean-Philippe Rameau (1683-1764):

Dalle “Nouvelles Suites de pièces de clavecin”:

Allemande

Les trois mains

Sarabande

Gavotte et variations

Les Tricotets

L’indifferente

La poule

Les sauvages

Dai “Pièces de clavecin en concerts”: La Livri (Rondeau)

Franz Schubert (1797-1828):

Impromptu op. 142 n. 1 D 935 in fa minore

Impromptu op. 142 n. 2 D 935 in la bemolle maggiore

Klavierstück D 946 n. 1 in mi bemolle minore

Biglietti: € 5

Il pianista Luca CiammarughiRiconosciuto come uno dei più interessanti interpreti di Schubert della sua generazione, Luca Ciammarughi si dedica da molti anni allo scavo di questo autore, al quale lo lega una particolare affinità. Le sue interpretazioni schubertiane hanno ricevuto l’apprezzamento di musicisti e critici come Eric Heidsieck, Riccardo Risaliti (“lirismo, bellezza di suono, intimismo e tragicità, accostati in una narrazione coerente ed emotiva.”), Antonio Ballista, Luca Segalla (“Ciammarughi riesce a essere originale e coerente in un capolavoro dove la tentazione di imitare i grandi del passato è sempre dietro l’angolo. […] Il giovane Brendel, nel 1962, era molto più neutro”), Guido Salvetti e schubertiani di vaglia come Paolo Bordoni e Paul Badura-Skoda. Proprio con Paolo Bordoni, figura fondamentale sia dal punto di vista pianistico che musicale e umano, Luca Ciammarughi ha compiuto tutto l’iter dei suoi studi al Conservatorio G. Verdi di Milano, diplomandosi con il massimo dei voti e la lode.

L’interesse per la liederistica tedesca e la Mélodie francese l’ha portato a un intenso periodo di approfondimento del rapporto fra parola e suono, svoltosi sia al Conservatorio di Milano (nella classe di musica vocale da camera di Stelia Doz, dalla quale è uscito con un diploma accademico ottenuto con lode e menzione d’onore) sia all’Académie de Nice con Dalton Baldwin, che l’ha voluto come suo assistente in numerose masterclass. Questa fase è stata coronata dal premio di miglior duo, ottenuto insieme al soprano Sakiko Abe, in uno dei pochi concorsi storici di interpretazione liederistica, quello di Conegliano, presieduto da Regina Resnik. Come liederista ha collaborato con il tenore Mirko Guadagnini, il mezzosoprano Oksana Lazareva e i soprani Barbara Vignudelli e Monika Lukacs.
Si è esibito come solista e camerista (soprattutto in duo con il gemello violinista Jacopo e con il pianista e compositore Danilo Lorenzini) per prestigiose istituzioni e sale concertistiche italiane ed europee, fra le quali: Festival dei Due Mondi di Spoleto, Mito Settembre Musica, Taormina Arte, La Verdi, Compagnia Carlo Colla & figli, Società dei Concerti di Milano, Festival Liederiadi, Festival Amfiteatrof, Piano City-Milano, SpazioTeatro89, Teatro Dal Verme, Festival Guadalquivir in Spagna, European Union Youth Orchestra, Salle Cortot di Parigi e altre ancora. Come solista con orchestra ha interpretato con la Camerata dei Laghi diretta da Andrea Rizzi i Concerti BWV 1052 di Bach e K 491 di Mozart. Ha debuttato negli Usa allo Spoleto Festival di Charleston. Nel 2012 il pianista Maurizio Baglini lo ha invitato a tenere un recital nella Sala degli Arazzi del Palazzo Reale di Pisa. L’interesse per il repertorio inesplorato lo ha portato a divulgare autori come Reynaldo Hahn, di cui ha suonato recentemente le “Berceuses” a quattro mani, durante la trasmissione “Piazza Verdi” su Radio Tre Rai.
Appassionato di barocco, da anni ha fatto della musica tastieristica di Jean-Philippe Rameau un fulcro del suo repertorio.
Dal 2010 è direttore artistico del festival “Settimana in musica” di Clusone.
Musicista inusuale, affianca all’attività concertistica la conduzione di programmi su Radio Classica (migliaia di trasmissioni dal 2007 ad oggi, dedicate al pianoforte, alla recensione di novità discografiche, alla musica nel cinema e agli interpreti storici) e sul canale televisivo “Classica” di Sky. E’ critico musicale per la storica rivista “Musica” di Zecchini Editore e per il quotidiano “Milano Finanza”. Ha recitato come protagonista nella pièce teatrale “L’ultima Sonata”, scritta insieme a Ines Angelino e dedicata alla figura di Franz Schubert.

Note sul programma del concerto

Nel programma di questo concerto, Luca Ciammarughi esplora due mondi distanti fra loro: quello della corte barocca di Versailles, all’epoca di Luigi XV, e quello del salotto romantico viennese. Protagonista della prima parte sarà la musica di Jean-Philippe Rameau, uno dei maggiori compositori francesi di sempre e autore anche di un “Trattato di Armonia” che ancora oggi è considerato come testo fondamentale per lo studio dell’armonia moderna. Rameau fu un personaggio molto particolare: da giovane fece una vita ritirata nella Francia centrale, lavorando come organista in diverse chiese e occupandosi di studi teorici, filosofici e di fisica del suono; il successo per lui arrivò dopo i sessant’anni, quando divenne compositore ufficiale alla corte del re Luigi XV. Negli ultimi anni, i parigini impazzivano per la sua musica. La sua produzione non è molto vasta, ma caratterizzata da un’assoluta perfezione e da un’espressività intensa che ritroviamo sia nelle opere liriche che nella musica da camera e per clavicembalo. I brani che ascoltiamo oggi fanno parte delle “Nuove Suites per clavicembalo”, scritte nel 1728, quando ancora Rameau non si era trasferito a Parigi. Il compositore aveva comunque già 45 anni: si tratta degli ultimi brani che scrisse per strumento a tastiera prima di concentrarsi maggiormente sulle opere.

Al tempo, naturalmente, questa musica si eseguiva sul clavicembalo, ma oggi è possibile anche suonarla al pianoforte, strumento che permette di esaltare la cantabilità e la teatralità della scrittura di Rameau, ricca di contrasti e colpi di scena. La difficoltà, nello strumento moderno, sta nell’eseguire con leggerezza e agilità gli abbellimenti e le numerose ornamentazioni che Rameau aggiunge alla linea melodica per renderla più ricca e fastosa.

I brani scelti da Luca Ciammarughi, dalle Suites in la minore e in sol maggiore, alternano tempi di danza e pezzi di carattere. Così, accanto a movimenti tradizionali dell’epoca barocca come l’Allemanda, la Sarabanda e la Gavotta, troviamo titoli curiosi e sperimentali: “Le tre mani” è un brano caratterizzato dall’incrocio virtuosistico delle mani, che rende l’illusione che il pianista abbia una mano in più; “La gallina” imita il coccodé del volatile per poi svilupparsi in modo inaspettatamente drammatico; “I selvaggi” evoca le danze di due indiani d’America che Rameau aveva visto in una fiera parigina. La fantasia del compositore è straordinaria, e molte delle sue invenzioni armoniche risultano ancora oggi attuali e addirittura futuristiche. La prima parte del concerto è chiusa da un brano di languida e amorosa espressività, “La Livri”, che trae il titolo dal cognome della dedicataria: esso è estratto dai “Pezzi in concerto”, Suites di musica da camera scritte nel 1741 e successivamente trascritte per strumento solo.

Con la seconda parte, più breve, passiamo dalla corte reale al salotto romantico: siamo a Vienna, nell’epoca della Restaurazione. Dopo il Concilio di Vienna del 1815 i governanti avevano tolto molte delle libertà di epoca napoleonica. C’era un regime di censura, e gli artisti amavano riunirsi in case private, circoli e salotti, per potersi esprimere più liberamente. Franz Schubert fu al centro di serate che i suoi amici chiamarono “Schubertiadi”, nelle quali si mangiava, si danzava, ci si divertiva e si faceva naturalmente tanta musica. Oltre a composizioni vocali venivano eseguiti anche brani pianistici: danze leggere o brevi pezzi di carattere.

I due improvvisi che ascolteremo nacquero proprio in quegli ambienti. Schubert, però, va ben oltre le mode dell’epoca e produce una musica geniale e inaudita: una musica che rispecchia da un lato la dolcezza e la spensieratezza del suo carattere, dall’altro gli aspetti tragici di una vita segnata dalla povertà, dalla malattia e dalle delusioni sentimentali e professionali. I due brani che ascolteremo furono composti nell’ultimo anno di vita del genio austriaco, che morì a soli 31 anni, solo e quasi ignorato dai suoi contemporanei. Il Klavierstuck n. 1 alterna momenti di agitazione drammatica a oasi di lirismo, mentre l’Improvviso op. 142 n. 2 è un lungo canto che si distende sublime, richiamandoci la bellezza dei paesaggi austriaci attorno a Vienna e la bellezza profonda dell’animo di Schubert.

Mar 162012
 
Pisa: Terzo appuntamento con il ciclo di lezioni-concerto curato da Maurizio Baglini
DA VERSAILLES A VIENNA
IL PIANISTA LUCA CIAMMARUGHI RACCONTA I DUE MONDI DEL SALOTTO BAROCCO E ROMANTICO ATTRAVERSO LE MUSICHE DI RAMEAU E DI SCHUBERT
In programma domenica mattina 18 marzo 2012, alle ore 11, nella Sala degli Arazzi di Palazzo Reale.
Inviti in distribuzione giovedì mattina allo sportello ‘Informazioni’ del Teatro Verdi 
Il pianista Luca Ciammarughi Il concerto fa parte di un progetto finanziato dalla Fondazione Caripisa e dalla SAT-Aereoporto “G. Galilei” di Pisa e promosso dal Comune di Pisa, dalla Fondazione Teatro di Pisa e dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Artistici, Storici ed Etnoantropologici per le province di Pisa e Livorno.
Ricordiamo che l’ingresso è gratuito, a invito, e che gli inviti per domenica saranno in distribuzione nel numero di 90 (massimo 2 inviti a testa) allo sportello informazioni del Teatro Verdi, in via Palestro 40, giovedì 15 marzo a partire dalle ore 9.00 fino a esaurimento.

Già di per sé significativo il titolo dell’appuntamento di domenica: “Da Versailles a Vienna. La corte barocca e il salotto romantico”. A raccontarci questi due mondi sarà il pianista Luca Ciammarughi che interpreterà poi su un pianoforte Fazioli una selezione dalle Nouvelles Pièces de Clavecin di Jean-Philippe Rameau e due dei Klavierstuecke D 946 di Franz Schubert (il n. 1 in mi bemolle minore e il n. 2 in mi bemolle maggiore).

Musicista inusuale, Luca Ciammarughi è noto sia per l’intensa attività concertistica per le più prestigiose istituzioni e sale concertistiche italiane ed europee (senza dimenticare i suoi successi allo Spoleto Festival di Charleston, negli USA, e al Festival dei Due Mondi di Spoleto) che per i suoi programmi su Radio Classica (per la quale dal 2007 ad oggi ha condotto migliaia di trasmissioni) e sul canale Classica di Sky; dal 2010 è anche direttore artistico del festival “Settimana in musica” di Clusone.
Rameau e Schubert sono autori particolarmente congeniali a Luca Ciammarughi: in un’intervista dell’estate scorsa egli infatti ammise di sentire con entrambi una “immedesimazione totale”, le loro pagine spiccano nei suoi programmi concertistici e, per quanto concerne in particolare Schubert, va ricordato che Ciammarughi ha recitato e suonato come protagonista nella pièce teatrale L’ultima Sonata, dedicata proprio alla figura del compositore austriaco, e ha inciso recentemente il secondo cd dell’integrale delle Sonate di Schubert per l’etichetta ClassicaViva (a proposito del volume I, il critico e pianista Riccardo Risaliti ha parlato di “lirismo, bellezza di suono, intimismo e tragicità, accostati in una narrazione coerente ed emotiva.”) .
Significative le pagine scelte per la lezione-concerto di domenica mattina. Nella vasta produzione di Jean-Phillippe Rameau (il musicista e filosofo francese vissuto tra il 1683 e il 1764, nominato nel 1745 Compositeur de la Chambre du Roi da Luigi XV, autore fecondo di opere teatrali, cantate, mottetti, pezzi per clavicembalo e musica da camera, nonché tra i massimi teorici del suo tempo – e non solo, se si pensa che il suo celeberrimo Traité de l’harmonie segnò la nascita dell’armonia moderna, rimanendone a fondamento fino all’inizio del ‘900) Ciammarughi ha scelto una selezione di dieci brani dalle Nouvelles Pièces de Clavecin, l’ultima raccolta per clavicembalo solo pubblicata dall’autore nel 1728 e che, divisa in due gruppi, alterna tempi di danza a pezzi di carattere. Anche Franz Schubert scrisse una notevole quantità di musica, confrontandosi nel suo breve arco di vita (morì giovane, a soli trentunanni) con una altrettanto vasta gamma di generi e di orizzonti musicali, dal Lied alla musica sinfonica e cameristica, dalla musica per pianoforte, alla produzione sacra e all’opera). Scritti nel maggio del 1828, sei mesi prima della morte, i tre Klavierstücke D 946 furono pubblicati nel 1868 per volontà di Johannes Brahms, che diede anche il nome alla raccolta e ne curò la revisione. Forse concepiti per far parte di un ciclo di Improvvisi, i Klavierstücke sono esemplificativi di un periodo – la metà dell’800 – che vide la sonata pianistica non corrispondere più alle esigenze estetiche dei tempi nuovi. Ecco quindi queste pagine, dei veri e propri bozzetti caratteristici, capaci di esprimere singoli stato d’animo, immagini, impressioni, racconti.
Ancora un appuntamento imperdibile con gli “Incontri Musicali”, dunque.

Per informazioni Teatro di Pisa tel 050 941111.

Ott 172017
 

È notte fonda a Milano: difficile prendere sonno dopo il concerto che Daniil Trifonov ha tenuto stasera, nella Sala Verdi del Conservatorio, per la Società del Quartetto. Ne scrivo di getto, perché a rifletterci troppo il concerto sarebbe -per quanto mi riguarda- irrecensibile. Le sensazioni che Trifonov ha suscitato in me, e nei tanti che hanno tenuto il fiato sospeso in sala, rendono infatti limitata e quasi ridicola ogni parola: tanta è la visceralità del suo far musica. L’impaginato a prima vista sembrava bislacco: una sorta di “around Chopin” che univa lavori di ampie dimensioni come le Variazioni su un tema di Chopin di Mompou e di Rachmaninov e la Sonata n. 2 di Chopin a frammenti-hommages di Schumann (il solo Chopin dal Carnaval), Grieg, Barber e Čajkovskij. Trifonov ha aggiunto, in apertura della seconda parte, sempre di Chopin, le Variazioni op. 2 sul tema Là ci darem la mano. Ma il fil-rouge è soltanto l’elemento superficiale di un programma costruito genialmente come un unico grande climax, ma anche come una sorta di grande thriller in forma di recital pianistico. 

Trifonov ha aperto il concerto sottovoce, con lo charme d’altri tempi delle Variazioni su un tema di Chopin di Mompou, basate sul Preludio n. 7 dall’op. 28: con la nonchalance di un improvvisatore, il pianista iniziava a conquistare il pubblico sussurrando cose meravigliose in una luce calda, avvolgente. L’universo introspettivo di Mompou veniva restituito con una quantità impressionante di nuances e screziature fra il pianissimissimo e il mezzopiano, mai artificiosamente, dando l’impressione che le dita fossero sismografi sensibilissimi di un mondo interiore ricchissimo. Nell’ultima variazione, dopo le evocative reminiscenze della Cancion y Danza n. 6 e del tema centrale della Fantaisie-Impromptu (poi proposta come bis), al sussurro si sostituiva un eccitato ed eccitante crepitio: da morbido incantatore, Trifonov si faceva improvvisamente folletto nervoso e impertinente diavoletto. Solo un’anticipazione della scena-chiave del thriller. La calma tornava con i pochi secondi della maschera Chopin dal Carnaval op. 9 di Schumann: di nuovo morbido, lasciando emanare dai suoni un profumo antico, Trifonov ne coglieva il lato poetico-nostalgico più che quello appassionato. Nella ricercata alternanza degli stati emotivi, l’eccitazione febbrile ritornava, questa volta molto più esplicita, nell’Hommage à Chopin da Stimmungen op. 73 di Edvard Grieg, pagina piena di inquietudine. Gli indizi erano chiari: questo “around Chopin” sarebbe stato un percorso fra mania e melancholia, con Trifonov sacerdote implacabile nell’atterrare e suscitare. Spesso dolcissimo nella sonorità, ma sempre con l’autorità di chi porta il pubblico dove vuole: molti di noi erano evidentemente e completamente in sua balìa. Con il Notturno di Barber (Omaggio a John Field) sembrava tornare la calma, seppur venata dalle ambigue armonie del compositore americano, almeno fino al manifestarsi di un passionale climax: ancora un fuoco di paglia, perché faceva poi capolino la giocosa frivolezza di “Un poco Chopin” dai Morceaux op. 22 di Čajkovskij. Nel frattempo, Trifonov aveva tirato fuori dal suo cilindro una quantità di sonorità tale da far pensare già a molti pianisti in sala (me per primo) di appendere lo strumento al chiodo: si pensi solo al passaggio dall’ombrosa pastosità del Notturno alla nitidezza adamantina del Morceau

Ma è con le Variazioni su un tema di Chopin op. 22, alla fine della seconda parte, che la prima pugnalata di questo thriller veniva assestata. Chi mai, cedendo al luogo comune di un Rachmaninov tendente al sentimentalismo, avrebbe potuto pensare che Trifonov riuscisse a rendere tanto tremendamente doloroso un ciclo di Variazioni che nessuno ha mai preso così sul serio: con dedizione sovrumana, egli rendeva il pianoforte a volta a volta canto, coro, orchestra, con pedali imprevedibili e una varietà timbrica forse irrintracciabile in qualsiasi pianista odierno. La raffinata allusività lasciava spazio ora al “nudo vero” di un dolore guardato in faccia e quasi gridato in certi fortissimi.

Anche l’intervallo, in questo grande arco, sembra aver giocato un ruolo. O forse era solo la suggestione di noi poveretti completamente stregati da questo giovane condottiero, che sembra dichiarare guerra a ogni sterile oggettivismo e rivendicare definitivamente il diritto di parlare in prima persona, ovvero di esprimere una sensibilità immensa costi-quel-che-costi. Intervallo come suspense, dunque. Prima del colpo fatale, però, sopraggiungeva lo zuccherino delle Variazioni op. 2 su Là ci darem la mano, gioco Biedermeier all’interno del quale, però, già si manifestava ciò che Trifonov avrebbe poi reso palese nella Sonata: un demonismo di matrice paganiniano-lisztiana. In una delle Variazioni ciò si manifesta già apertamente nella scrittura, fatta di salti che mimano il balzato violinistico. Trifonov, partendo da questo spunto, esasperava uno Chopin giovanile in maniera certo discutibile (a partire dalle velocità talora folli), ma anche irresistibile. Chopin russo? Non so. A me il Trifonov di stasera ha suscitato sensazioni simili a quelle che deve aver provato Valérie Boissier di fronte a Liszt:

«Influisce su di voi direttamente, e la musica diventa sotto le sue dita un linguaggio eloquente, appassionato, superbo, commovente, che irrompe, emoziona e annienta».

Ma è Chopin stesso che ci dà la migliore delle testimonianze, dopo aver ascoltato i propri Studi eseguiti da Liszt:

«Liszt suona i miei Studi e mi trasporta fuori dalle mie oneste idee. Vorrei rubargli la maniera di eseguire i miei propri Studi».

Frase rivelatoria, che dice forse tutto ciò che si può dire dell’interpretazione: al diavolo le idées honnêtes! All’atto pratico, lo stesso Chopin voleva rubare i segreti dello stregone Liszt. Moscheles disse che Liszt aveva “completamente metamorfosato questi pezzi”. Non si fa. Eppure anche Moscheles fu rapito. Cosa fa oggi Trifonov? Mutatis mutandis, qualcosa di non molto differente da ciò che faceva Liszt: fa suoi i pezzi altrui mandandoci fuori dalle nostre “oneste idee”, sconvolgendoci completamente. Mi viene in mente anche Schubert che, ascoltando Paganini, affermava di aver sentito “la voce di un angelo”. Angelo o demone che sia, Trifonov sferra il colpo di grazia al povero ascoltatore (e soprattutto al pianista, che scivola sempre più in basso nella sua poltroncina) con la Sonata n. 2. Nel primo movimento il pianista sembra posseduto da una forza che lo trascende, piega il busto in avanti, dolorosamente e quasi rabbiosamente con la testa bassa sul pianoforte: tutta la prima area tematica è suonata in apnea, con un’intensità e un’urgenza indicibili, ma al contempo senza esasperare più di tanto dinamiche e velocità. Tutto si gioca, ancora una volta, nell’interiorità, trasferita sulla punta delle dita. Il sentimento è portato a un livello tale che il pianista stesso a un certo punto si emoziona e sbanda, ha un momento di esitazione, superato aumentando la posta in gioco invece che ripiegando nella prudenza. È davvero troppo: devo aggrapparmi alla sedia. Trifonov soffre davvero e fa soffrire: vicino a me, qualcuno piange. Ma questo coraggio di Trifonov è liberatorio e, ancora una volta, spazza via quei cerebralismi che rischiano di trasformare l’esecuzione musicale in un’operazione coi guanti bianchi: rassicurante, giusta, inoffensiva. Lo Scherzo ha portato all’estremo il contrasto fra mania (incendiarie le sezioni esterne) e una calma quasi catatonica nel Trio. Fra paura ed estasi, la Marche funèbre è stata, più che suonata, messa in scena con dinamiche a tratti re-inventate: ed eccolo, il colpo mortale, nel fortissimo del tutto arbitrario ma geniale che, nella ripresa, spezza impietosamente le illusioni paradisiache del Trio! Il fugace movimento finale, allora, diventa quasi soltanto una lucidissima “sigla” per i titoli di coda. 

Ma invece di storpiare i pezzi degli altri -diranno gli accademici- perché Trifonov non scrive pezzi suoi? E infatti lo fa, essendo anche compositore (recente è un suo Concerto per pianoforte e orchestra), e forse è anche per questo che riesce a mantenere questa vividezza, questa urgenza e questa autenticità. Di lui e della sua creativa follia abbiamo più che mai bisogno.

Luca Ciammarughi

 

Dic 122016
 

Il Requiem Kv 626 di Mozart mancava da moltissimo tempo alla Scala: fa piacere, quindi, che in occasione del 225° anno dalla morte del salisburghese il Teatro milanese abbia deciso di proporlo, accostato a quell’altra vetta che è la Sinfonia concertante Kv 364. In cartellone era previsto come direttore il tedesco di origini ungheresi Christoph von Dohnányi, che però, indisposto, è stato sostituito da un altro ungherese, Ádám Fischer, già ascoltato recentemente alla Scala (ma con l’Orchestra dell’Accademia) in una produzione non memorabile della Zauberflöte.

Perché, in fondo, è abbastanza raro ascoltare dal vivo alcune pagine mozartiane? La questione mi  è venuta in mente anche pochi giorni fa, durante il concerto di Maria João Pires: mozartiana doc, e che però nelle Sonate K 332 e K 333 ha avuto più problemi che nell’ultima Sonata di Schubert, teoricamente più complicata. Non c’è nulla da fare: Mozart, nella sua apparente semplicità, è traditore. La sua scrittura è scoperta, lascia spesso a nudo l’esecutore. <<Troppo facile per i bambini, troppo difficile per gli adulti>>, diceva Schnabel. Ma forse c’è anche un’altra componente: la nostra aspettativa di ascoltatori, di fronte alla perfezione mozartiana, crea spesso una sorta di disagio nell’esecutore. Soprattutto in pagine somme come il Requiem. Inoltre, per molto tempo l’universo musicale mozartiano è stato visto come una sorta di Paradiso Terrestre in musica, un regno di purezza apollinea da trattare in guanti bianchi. In questo senso, la rivoluzione filologica è stata assai benefica, restituendo umanità e dinamismo a fraseggi e sonorità che si erano andati cristallizzando. Ma si sa, a un accademismo ne segue un altro, e non basta certo seguire la prassi storicamente informata per restituire in modo vivido e ispirato la musica di Mozart.

La direzione di Fischer ha rappresentato una sorta di compromesso fra il modo passato di suonare Mozart e quello storicamente informato: la scelta dei tempi, tendenti a evitare eccessive lentezze, e la totale assenza di un pathos di stampo tardoromantico testimoniavano una coscienza stilistica, pur con l’uso di strumenti moderni. Il fatto che Fischer sia un direttore esperto e al contempo aggiornato non è sufficiente però ad illuminare in modo speciale pagine di cui abbiamo memoria in interpretazioni somme. Nella Sinfonia Concertante, la visione piuttosto asciutta e pragmatica dell’ungherese si è un poco scontrata con la cantabilità prettamente italiana dei due solisti (nonché prime parti scaligere), il violinista Francesco De Angelis e il violista Danilo Rossi. Essi, pur molto diversi fra loro, hanno cercato di rendere vivace il discorso con fraseggi estrosi (soprattutto nel caso di Rossi) e addirittura qualche portamento (De Angelis), quasi legando Mozart a un senso del canto che trascende ogni considerazione stilistica. Alcune imprecisioni mi sono sembrate però lo specchio del fatto che i solisti non fossero completamente a loro agio: è quello che succede normalmente quando fra direttore e solista non c’è una vera confidenza, una collaborazione di anni, ma soltanto poche prove per mettere in piedi un lavoro sublime (e quindi che richiede grandi responsabilità) come la Concertante. Ne è uscita un’esecuzione complessivamente molto piacevole, sia per la qualità di base dei solisti che per la sonorità dell’orchestra, ma che di rado scavava in profondità.

Fischer ha staccato l’Introitus del Requiem in maniera spiuttosto scorrevole, e con una naturalezza che mi ha ricordato la bellissima incisione di Philippe Herreweghe. L’incipit ha fatto ben sperare: spesso nel Requiem mozartiano si sottolinea fin troppo la pesantezza funebre. Trovo che sia una delle partiture più vitali che esistano: sembra banale dirlo, ma dalla prima nota all’ultima c’è una disperata voglia di vita. L’Introitus è stato impreziosito anche dalla voce di una mozartiana d’eccellenza come Genia Kühmeier, soprano dalla voce non potente ma purissima. Nel Kyrie, però, ci si sarebbe aspettati una lettura meno squadrata da parte di Fischer: troppo marcati nell’orchestra, e anche nel coro, gli accenti. Questo incedere volitivo e squadrato, con le varie entrate delle voci del fugato fortemente scolpite, ha un po’ smussato la dirompenza del successivo Dies Irae. Il Tuba mirum, funestato da un solo di trombone decisamente da dimenticare, è stato salvato dal quartetto vocale dei solisti, in cui spiccavano nobile e rotonda, la voce del tenore Mauro Peter e, possente, quella del basso Andreas Bauer. Marcato e squadrato, senza troppa duttilità e fantasia, è passato senza lasciare una grande traccia il Rex Tremendae, mentre hanno convinto molto di più la dolcezza del Recordare e la fremente agitazione del Confutatis. Proprio nelle pagine più febbrili e concitate Fischer dà il meglio di sé, grazie a un naturale dinamismo ed entusiasmo, che talvolta si trasforma però in coinvolgimento fisico fin troppo sportivo (il gesto dell’OK con il pollice, in un Requiem, non è forse particolarmente opportuno). Il Lacrimosa, che pure non amo eccessivamente lento, è passato via in un lampo, con scorrevolezza davvero eccessiva. Coinvolgente, invece, il dinamismo del Domine Jesu e la ricchezza di contrasti dinamico-espressivi nell’Hostias e nel conclusivo Lux Aeterna. Nel complesso, il coro è stato come sempre preparato in maniera inappuntabile da Bruno Casoni, e l’orchestra ha risposto bene alle sollecitazioni di Fischer. Dal punto di vista delle idee musicali, però, non ci si è allontanati da un’impressione di routine, seppur alta.

Luca Ciammarughi

Dic 032016
 

Maria João Pires è una pianista che suscita amori immensi o immensa indifferenza: conosco persone che la amano a priori, per il suono luminoso e soave, per la profondità umana e quindi musicale, per la tenacia con cui, così minuta, ancora a settantadue anni affronta i palcoscenici con la determinazione e la concentrazione di sempre; altri, invece, trovano che il suo intimismo talvolta appiani davvero troppo i contrasti espressivi, levigando anche le emozioni più aspre. Pur facendo decisamente parte del primo gruppo, non nascondo che spesso Pires suscita in me impressioni contrastanti. E così è stato nel recital solistico che lo scricciolo portoghese ha tenuto stasera al Teatro alla Scala, dove l’avevo già ascoltata poco più di un anno fa nel Quarto Concerto di Beethoven sotto la bacchetta di Riccardo Chailly. Nonostante Pires sia riconosciuta come una grande mozartiana, non sono riuscito ad amare fino in fondo la sua interpretazione delle Sonate K 332 e K 333; mentre mi ha conquistato nell’ultima Sonata di Schubert, D 960.

Il Mozart di Maria João Pires non è molto diverso da quello di trenta o quarant’anni fa: apollineo, levigato, classico fino al midollo nel culto delle proporzioni e nel rifiuto dell’eccesso. Se la dolcezza intrinseca al suono della pianista, soprattutto nei piano e nei pianissimo, desta sempre ammirazione, d’altro canto, come direbbero i francesi, restiamo un po’ sulla nostra fame (ovvero, insoddisfatti) quando questa levigatezza finisce per attutire le violente emozioni e la teatralità che percorrono il mondo sonatistico mozartiano. Così, se la Sonata in fa maggiore K 332 inizia meravigliosamente, con tenerezza e raffinate nuance, la modulazione a re minore (come non pensare a Don Giovanni!), e il relativo improvviso forte, vengono incomprensibilmente ammorbiditi: non tanto nella sonorità, quanto nell’idea. E anche nell’Adagio, olimpico, o in certi couplet del Rondo finale, nei momenti in cui Mozart fa cantare lo strumento con struggente drammaticità, la pianista si tiene alla larga da un vero e proprio sfogo emozionale. È una visione possibile, che Pires insegue con incredibile coerenza, ma che personalmente non amo molto: ho l’impressione che la cura degli aspetti estetici vada a discapito dell’irruzione di quelli, per così dire, esistenziali. Anche nei momenti brillanti, come nei finali delle due Sonate, Pires non sembra in preda a quella forma di eccitante e quasi folle divertimento che è proprio del Mozart buffo: procede agile e adamantina, ma un po’ preoccupata di tenere sotto controllo la situazione. Due fra le qualità maggiori della pianista sono il nitore sonoro e la concentrazione mentale (nemmeno un vuoto di memoria in tutto il concerto): eppure, qualche volta, queste superfici perfette, alla Thorvaldsen, ci fanno rimpiangere la fantasia sbrigliata e le volute disomogeneità di un Horowitz, ma anche di molti fortepianisti. Cosa c’entra Horowitz con il fortepiano? – penserete giustamente. In entrambi i casi, ci si allontana da quell’ideale di assoluta eguaglianza d’articolazione e di omogeneità che ha spadroneggiato, nell’interpretazione mozartiana, per gran parte del Novecento. Ancor oggi, in un Conservatorio o a un Concorso, ci si può sentir dire “Mozart non si suona così!”, quando si eccede in contrasti espressivi o ci si lascia andare a emozioni definite “romantiche”. Eppure in Mozart, come in Haydn o in Carl Philipp Emanuel Bach, si schiude proprio una nuova sensibilità, quell’Empfindsamkeit fatto di espressione immediata, urgente, a volte persino impudica, del sentimento. Più Canova che Thorvaldsen: sotto la superficie liscia, pulsano carne e sangue. D’altro canto, con la sua serietà e umiltà (fin dalla scelta dell’abito, di sobrietà quasi ascetica), Pires è comprensibilmente fedele a un’epoca in cui la musica non veniva riempita di effetti per evitare la noia. In questo, è l’anti-Lang o, se si preferisce, l’anti-Wang. Ma credo che in Mozart, senza tradire il testo né arrivare a una teatralità ostentata, si possa osare di più.

Con Schubert, è come se Pires fosse uscita dalla gabbia un poco stretta del classicismo aureo. Lo si è capito fin dalla prima pagina della Sonata D 960, in cui la pianista ha trovato quella libertà di fraseggio e quella plasticità espressiva che facevano un po’ difetto precedentemente. Ho ascoltato questa Sonata dal vivo da pianisti come Alfred Brendel, Lazar Berman, Krystian Zimerman, Menahem Pressler e molti altri, ma mai il tema iniziale mi è parso così bello e così dolce nella sonorità come con Maria João Pires. Semplicità, naturalezza, sotto le quali c’è però una cura maniacale del balance: il lavoro di una vita. L’esposizione del primo movimento è affrontata con una certa scorrevolezza: un Molto Moderato che a tratti si trasforma quasi in Allegro, con una spiccata flessibilità agogica da una sezione all’altra. Anche in Schubert, come in Mozart, Pires appiana un po’ alcune rugosità: il trillo al basso è quasi misurato, mormorio amico più che terremoto in sordina; i fortissimi  nella parte finale dell’esposizione, su modulazioni ardite, non creano vere e proprie fatture. Continuità è la parola d’ordine. All’interno di questa continuità, in cui la linea lunga viene privilegiata, la pianista trova però mille sfumature: memorabile la frase in do# minore che apre lo sviluppo, o il ppp sul ritorno a casa verso la tonalità di si bemolle maggiore. Il primo movimento è così pieno di bellezza che alla fine scatta l’applauso del numeroso pubblico: inopportuno, ma per me bellissimo, non trattandosi di un Sì vendetta, ma della più introspettiva fra le Sonate di Schubert. C’è speranza.

Il secondo movimento, giustamente Andante (sostenuto), come scrive Schubert, è stato forse il culmine della serata: complice un pedale raffinatissimo e coraggioso, stavolta Pires ha creato quella suspence che era mancata in Mozart. La semplice dolcezza veniva superata: finalmente la pianista diveniva o-scena, si metteva cioè spiritualmente a nudo, mettendo al contempo a nudo la musica di Schubert con una concezione del suono scarna, essenzialissima, ma mai esiziale. Ineffabile è stato poi il passaggio allo Scherzo: sempre nel nome della continuità, come se il salto da do# maggiore a si bemolle non fosse che una nuova modulazione, Pires ha attaccato il terzo movimento quasi senza soluzione di continuità, riprendendo l’impalpabile pianissimo con cui si chiudeva l’Andante. Quasi Presto, come lo eseguiva Richter, questo Allegro Vivace con la Pires si fa volante, ma rimane confinato quasi sempre, come d’altronde vuole il compositore, al sussurro. Nel Trio, Pires, fedele alla sua estetica, ammorbidisce un po’ gli sforzando con tocchi di pedale. Continuità è anche la parola d’ordine nel passaggio dal terzo al quarto movimento, e nelle scelte agogiche di quest’ultimo: grande scorrevolezza (forse eccessiva, dato che Schubert scrive Allegro ma non troppo) e senso della direzione che permette di restituire pienamente la logica musicale delle grandi arcate schubertiane (Schenker avrebbe senz’altro esultato ascoltando le lunghe linee del secondo gruppo tematico). Pires soffre un po’ più nel forte e nel fortissimo, nella tecnica di accordi e di ottave: eppure compensa con una tensione interiore costante, e con una tenacia che le permette di superare immediatamente ogni momentanea sbandata.

In armonia con il clima di dolcezza creato, la pianista esegue come bis, con ispirata semplicità, la Bagatella op. 126 n. 5 in sol maggiore di Beethoven. Bello, ancora una volta, vedere una standing ovation dopo un repertorio così poco spettacolare, da musicisti puri.

Luca Ciammarughi

 

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