Gen 222020
 

QUEGLI INUTILI CRITICI MUSICALI

In questa foto di stamattina, si vede il mio pianoforte verticale, nonché il pavimento sottostante, sommerso di cd. A me fa piacere che continuino a mandarmene, perché dopo anni e anni di radio non ho perso l’entusiasmo dell’ascolto. Però faccio sempre una premessa: “Tu mandamelo. Ma considera che potrebbe finire in un’altra dimensione spazio-temporale” (cioè risucchiato in misteriosi anfratti. Ma da qualche parte questi cd devono pur essere: come avrebbe detto Emanuele Severino, in quanto enti non possono far altro che esistere, anche se non li vediamo).


Qualcuno direbbe: ma dare una sistematina, no eh? Certo, saltuariamente, ma l’unico che può farlo sono io, se poi voglio ritrovarli. E il tempo non c’è. Perché poi bisogna vivere, ovvero lavorare per vivere, e la critica musicale – fatta in modo serio e capillare – non è (più) un lavoro, poiché è remunerato poco e male (quando lo è).
Fare critica significa ascoltare da capo a fondo i cd, possibilmente più volte e magari seguendo con la partitura. Interrogarsi, fare confronti, e poi scriverne o parlarne in modo possibilmente personale e coinvolgente ma anche intellettualmente onesto.
Spesso capita di leggere frasi sprezzanti verso i critici musicali o in generale verso il parlare di musica, che sarebbe il rifugio di chi “non fa, ma pontifica”, dei frustrati, dei musicisti mancati e via dicendo. Il mio caso è un po’ strano perché non ho mai smesso di suonare (fatto che va a complicare la questione “tempo libero”, ma che è l’ultima cosa a cui rinuncerei). Ma spezzo in generale una lancia in favore di chi chi fa ancora critica musicale in modo serio e capillare. Non è affatto un esercizio inutile. Anzi, si potrebbe dire che oggi, con il trionfo del mainstream e la pervasività del marketing, la critica sarebbe quanto mai importante nello smascherare certe montature e nel mettere in rilievo artisti nascosti ai più (il discorso è simile per la critica letteraria). Dico “sarebbe” perché oggi dedicare molto tempo all’attività di critico è una fatica di Sisifo. I discorsi articolati non sono di moda, meglio uno slogan o una boutade (io stesso ogni tanto ne sparo una e mi rendo conto di quanto successo abbia rispetto a un testo dalle argomentazioni complesse).
Taluni citano spesso la frase di Frank Zappa: “Parlare di musica è come ballare di architettura”. Sì, certo, e si potrebbe aggiungere con Jankélévitch che la musica ha a che fare con l’ineffabile. Ma su questo concetto Jankélévitch scrive pagine e pagine (meravigliose). E Zappa, se non fossero esistiti critici musicali o esperti che discutevano della sua musica, sarebbe divenuto davvero Zappa? Avrebbe attirato l’attenzione di Pierre Boulez? Non saprei. Certo è che, lasciata in mano ai gusti delle masse e all’azione dei media, la musica prende sempre una strada discutibile. Ci sarebbe da scrivere un libro sulle dinamiche del mainstream nella musica classica (anzi, nella musica in generale), ma lo si potrebbe scrivere solo da vecchi, per ovvi motivi.

Postilla: ovviamente, quando un critico scrive positivamente di te, diventa improvvisamente prezioso. Mannaggia, mannaggia. Non sparate sui critici!

Luca Ciammarughi

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