Set 042019
 

Mi perdoni il lettore se inizio questa recensione con una nota personale: quando due anni fa scrissi un libro sui grandi pianisti dell’era recente, inizialmente pensai al titolo Da Benedetti Michelangeli a Sokolov; per poi cambiare la seconda parte, sostituendo Sokolov con Argerich. Non perché consideri la seconda tout court superiore al primo (le graduatorie mi hanno sempre fatto orrore), ma perché mi sembrava che la pianista argentina cogliesse meglio il trapasso da un’epoca strutturalista a una sorta di ritrovata libertà – una libertà che sottende beninteso una maestria e una disciplina inimmaginabili. Ci ripensavo ieri, ascoltando la Diva Martha impegnata nel Secondo Concerto di Beethoven al Teatro alla Scala in occasione dell’inaugurazione di MiTo SettembreMusica, con Zubin Mehta sul podio della Israel Philarmonic Orchestra. Pensavo in particolare a tutti coloro (critici musicali, docenti di pianoforte, musicisti e musicofili) che spesso guardano con sufficienza ai fan più accaniti della Argerich, mettendosi in cattedra e pretendendo di spiegare che ‘sì, la Argerich ha dita fenomenali e un temperamento focoso, però spesso questo suo modo di suonare ormonale [per non dire: uterino] la fa cadere nella superficialità’. Eterna adolescente, anarchica, insofferente ai progetti di ampio respiro (putacaso, una vera seria integrale beethoveniana), capricciosa o addirittura “cavalla” che attraversa al galoppo il campo di battaglia. Idiozie: perché, a 78 anni appena compiuti, Martha Argerich suona come nessun altro della sua generazione suona a quell’età. Tecnicamente è impressionante: non solo il tempo per lei non sembra essere passato (il suono è “sano” come quello di un virtuoso ventenne), ma con gli anni la sua perfetta “macchina pianistica” sembra essersi ancor più affinata. Quasi tutti i grandi pianisti, con l’età, sfoderano nuovi colori, tinte più screziate; ma spesso questo processo si accompagna anche a un modo di suonare meno infuocato, che rivela una certa senescenza (nei casi più felici, ammantata di serena malinconia). La Argerich è unica: arrivare alle soglie degli 80 anni con questo fuoco e al contempo questa capacità di affinamento musicale è quasi come trovare la pietra filosofale.

Gli scettici diranno: sì, ma la Argerich suona Beethoven o suona Argerich? Puntualmente, vengono tirati fuori i nomi di riferimento: Schnabel, Backhaus, Kempff, Serkin, Pollini. Indubbiamente grandissimi, diversi fra loro, ma accomunati nell’immaginario collettivo dal fatto di essere ormai monumenti. Dall’idolatrare dei monumenti al pensare che Beethoven vada eseguito in modo serio e monumentale, il passo è breve. E se Beethoven, per assumere un senso pieno ancora oggi, avesse bisogno dell’esatto contrario, ovvero di apparire anti-monumentale? Questa è proprio la strada scelta dalla Argerich, che ieri sera ha suonato un Secondo Concerto praticamente perfetto e solidissimo dal punto di vista strumentale, ma musicalmente mobilissimo, inquieto, dionisiaco. La pianista è priva di pose intellettuali, eppure con quale scavo interiore riesce a unire in una sorta di ideale androginia alchemico-musicale il maschile e il femminile! Così ci immaginiamo – anche per come traspare da lettere e documenti – il Beethoven improvvisatore: talora brusco, volitivo, quasi ai confini della violenza; talaltra dolce, capace di tenerezze fino a qualche attimo prima inimmaginabili. E, del resto, questa dualità è individuabile già dalle indicazioni in partitura. Monumentale? Al contrario, probabilmente nessun compositore è sfuggente e imprendibile come Beethoven: ed è proprio per questo che, di fronte a coloro che lo accusavano di perversione, demonismo, incoerenze, bizzarrie ed eccessi dionisiaci, lo si è dovuto difendere insistendo sull’unità e la compattezza della sua forma. Ma non sempre Beethoven è logico e consequenziale. Martha Argerich non smussa le discontinuità, ma le accentua, passando dal tragico all’umoristico, dal corrucciato all’amabile, senza però dar mai l’impressione di riprodurre emozioni in maniera caricaturale. Fa impressione il fatto che, nonostante questo Concerto sia stato suonato e risuonato dalla pianista, nelle migliori serate (come quella di ieri) l’ispirazione appaia ancora sorgiva. L’incanto del secondo movimento, in particolare, faceva pensare quasi a una stupita scoperta – non certo all’ennesima ripetizione di un repertorio trito e ritrito.

Sotto il profilo strumentale, il concerto è stato una vera festa per le orecchie (ma anche per gli occhi) di pianisti e pianofili: stupefacente, in particolare, l’uso del pedale, con cambi rapidissimi perfino sulle scale cromatiche, tocchi appena accennati per creare riverberazioni oniriche senza mai intaccare la chiarezza (come è avvenuto anche nel consueto bis scarlattiano). Tutte accortezze che hanno permesso alla pianista di mantenere in un’acustica difficilissima come quella scaligera un mix indimenticabile di sensualità sonora e di adamantina nitidezza.

In confronto al Concerto di Beethoven, in cui di fatto è stata la Argerich a imporre vividezza al discorso musicale, la Symphonie Fantastique di Berlioz è stata eseguita in modo più routinier. Zubin Mehta, da par suo, ha diretto con chiarezza ed eleganza, ricercando sempre la più grande trasparenza. Il suo modo estremamente posato e lucido di affrontare la partitura, però, è sembrato eccessivamente prudente, quasi a rinunciare a priori a quel ‘grano di follia’ che invece aveva reso elettrico il Beethoven precedente. Senza un certo ardore rivestito di charme rivoluzionario, la Fantastique rischia davvero di farci precipitare nella noia: nascendo come musica a programma, essa ha bisogno di un surplus interpretativo che enfatizzi le differenze fra i vari episodi, rendendo i colori e i ritmi ancor più arditi di ciò che già in partitura sono. Al contrario, Mehta ha dato una lettura piuttosto geometrica, a tratti persino un po’ svogliata: al punto che, in alcuni momenti di under-conducting, qualche inaspettato problema d’insieme c’è stato. Ad assicurare godimento per il pubblico, un’orchestra comunque sontuosa, con una sezione di fiati particolarmente felice, anche se talvolta tendente a sovrastare gli archi.

La serata si è conclusa festosamente con un’applauditissima Polka di Strauss.

Luca Ciammarughi

 

 

Print Friendly, PDF & Email
Loading Comments…

Please Registrati or to leave Comments

Vieni alla nostra rassegna di lezioni-concerto a Milano alla Palazzina Liberty!