Set 032019
 

Dopo la breve pausa estiva, la rentrée scaligera è sotto il segno – come ormai da qualche anno – dell’Accademia del Teatro alla Scala: l’anno scorso, i giovani strumentisti e cantanti avevano affrontato il raro Ali Babà di Cherubini, mentre quest’anno si sono confrontati con un titolo ben più popolare, Rigoletto di Verdi. Scelta comprensibile da parte del Teatro, considerando il flop al botteghino del titolo cherubiniano. E infatti ieri sera, in occasione della Prima, la Scala era stracolma – e lo sarà certamente per tutte le altre rappresentazioni. Cerchiobottismo alla Pereira: per poter fare le cose raffinate, ogni tanto bisogna pur fare sold out. Il sovrintendente austriaco ormai è a Firenze, ma questo Rigoletto incarna appieno alcune caratteristiche della sua gestione: da un lato, la volontà di rendere protagonisti i valenti giovani dell’Accademia, permettendo loro di farsi ascoltare nella stagione principale, affiancati da decani di inossidabile esperienza (scrivere nel curriculum di aver cantato alla Scala con Nucci non è poca cosa); dall’altro, la tentazione di far prevalere lo show sulla ricerca artistica. Non è un caso che nell’era-Pereira sia stato bissato per la prima volta alla Scala (2016) il duetto Rigoletto-Gilda “Sì vendetta, tremenda vendetta”, come è avvenuto anche ieri sera: uno dei momenti francamente più triviali dell’opera viene isolato dallo svolgimento drammatico e ripetuto a sipario chiuso, come se fossimo a un gala. Per carità, potrebbe anche andare bene: ma il fatto è che, a ripetere questo siparietto strappa-applausi, è sempre Leo Nucci, che alla Scala “è” Rigoletto dal 2001. Nulla da obiettare sul suo perfetto dominio di un personaggio ormai rodatissimo: ma l’impressione è che Nucci possa “essere” Rigoletto soltanto per chi lo vede per la prima volta; chi è andato a Teatro negli anni (o meglio, decenni) scorsi, ha l’impressione che Nucci “faccia” Rigoletto, anzi, faccia sé stesso interprete di Rigoletto. Modi di camminare, gag, gesti sono ormai un déja-vu. A ciò contribuisce il fatto che la regia è, dal 1994, sempre quella di Gilbert Deflo: uno spettacolo dichiaratamente ostile a qualsiasi sperimentazione visuale, nato per valorizzare attraverso la recitazione “il vero” e per contrastare l’idea che il regista è “un creatore assoluto”. Senonché, quando un regista permette di bissare la vendetta”, dal “vero” esce inesorabilmente. Ma Verdi è rispettato – diranno i tradizionalisti. Forse si dimenticano che Rigoletto (e già il Triboulet di Hugo) nacque come personaggio dirompente e sottoposto a censura da parte degli austriaci. Ha senso, oggi, far diventare Rigoletto uno spettacolo inoffensivo, un’opera di alto intrattenimento in cui il pubblico rimane a bocca aperta per gli ori, per le vetrate, per qualche collaudata gag o acuto, invece che rimanere scosso dalla rappresentazione? Questo Rigoletto aveva forse un senso nel 1994, quando l’opera mancava dalla Scala da oltre vent’anni: l’idea di riascoltarla con una regia priva di eccessive sovrapposizioni personalistiche non era allora peregrina. Riproporlo oggi è una scelta di comodo, dettata soltanto da esigenze pratiche.

Fra le esigenze pratiche, evidente è quella di non mettere in difficoltà i giovani cantanti con una regia che chieda loro “cose strane”. La regia di Deflo è chiara, lineare. Ma siamo sicuri che per un giovane questa semplicità sia effettivamente tale? Direi di no. A volte, una certa eccentrica complessità può essere perfino un buon paracadute. Ieri, alcuni di questi giovani sembravano nudi di fronte alla platea scaligera, come se fossero gli ottimi allievi di un saggio. È il caso di Sparafucile, un Toni Nežić ingessato e bonario, l’esatto opposto del cinico sicario. Chuan Wang, evidentemente più abituato al palcoscenico (l’avevamo già ascoltato in Gianni Schicchi a luglio), si muoveva con maggior agio: ma il suo Duca di Mantova, nonostante un buon equilibrio fra il cantare “di forza” e “di grazia”, non è riuscito a sedurre fino in fondo il pubblico, e si è beccato anche qualche buuu dal loggione. Molto più convincente la Gilda di Enkeleda Kamani, che ha conquistato soprattutto per qualità vocale e autenticità espressiva. Anche lei, però, nel primo atto è sembrata vittima di una (comprensibile) ansia da palcoscenico, che ne ha inizialmente un po’ bloccato le potenzialità. Al momento degli applausi, sopraffatta dall’emozione, ha preso alla lettera le parole del padre giullare: “Piangi, figlia”. Una voce, la sua, da tenere comunque in seria considerazione, come quella di Caterina Piva, seducente Maddalena. 

Sul podio, Daniel Oren ha assicurato fortunatamente un certo pathos: meglio di certi direttori-metronomi ascoltati in altre occasioni. I contrasti dinamici non sono mancati, anche se spesso l’enfasi del gesto (soprattutto laddove portava a un crescendo o a un accelerando) andava a discapito delle nuances. Inutile dire che il pubblico è andato in visibilio quando, alla fine del bis della “vendetta”, Oren ha iniziato a far roteare vorticosamente il braccio destro per portare l’orchestra a un’allucinante stretta conclusiva. Vouz voulez de la m….? La voilà.

Qualche anno fa, intervistando Leo Nucci, il grande baritono mi faceva notare che, nel teatro d’opera, la recitazione è forse più importante che la voce “in sé”. Verissimo: lo diceva anche Verdi. Ma anche la recitazione cambia negli anni, così come il modo di concepire il teatro in generale. Altrimenti è solo parodia di una recitazione e di un teatro che fu.

Luca Ciammarughi

 

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