Mar 192019
 

«Vivi felice»: così Domenico Scarlatti concludeva l’avvertimento al lettore nei suoi Essercizi per gravicembalo. Le due parole mi sono venute in mente ascoltando Lucas Debargue ieri sera nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano, mentre, nel suo recital per Serate Musicali, snocciolava con estrosa grazia ben undici sonate del compositore napoletano. «Non aspettarti, o dilettante o professore che tu sia, in questi componimenti, il profondo intendimento, ma lo scherzo ingegnoso dell’arte»: così scriveva Scarlatti e così suonava Debargue, perfettamente cosciente che ogni appesantimento dell’invenzione scarlattiana risulterebbe fuori luogo. L’ingegno, il capriccio, la lieve nostalgia ma anche lo sberleffo: tutto ciò era nelle dita e nella mente di Debargue fin dalla prima Sonata del programma, la K 6, affrontata con inusuale libertà agogica, caratterizzando all’estremo le varie sezioni (spesso secondo una logica che, come mi raccontò un allievo, era propria del grande violinista Paolo Borciani: “Lento ciò che è lento, veloce ciò che è veloce!”. Ovverosia: soffermarsi sui valori lunghi anche più del dovuto, far fluire – persino in accelerando! – le note rapide). La libertà si estende anche all’uso del pedale, giustamente anche su grado congiunto: “non si fa!” direbbero i censori, senza rendersi conto che la naturale risonanza del clavicembalo lascia un  lieve alone che su un pianoforte, soprattutto in un’acustica asciutta, non è possibile riprodurre. Debargue non usa mai il pedale come salvagente (“l’angelo dei pianisti” si diceva un tempo), ma lo sfrutta in senso coloristico, con grande raffinatezza, raramente affondandolo del tutto.

La scelta delle Sonate rivela la volontà di Debargue di uscire dai sentieri battuti: solo la K 27 in si minore è molto nota, le altre sono assai raramente proposte. Scarlatti ha scritto 555 Sonate: ascoltare sempre le stesse sarebbe un peccato. Non solo. il pianista francese segue una successione tonale ben precisa, in modo da creare una sorta di viaggio unitario: le prime due (K 6 e K 438) sono in fa maggiore, le successive (K 404 e 405) in la maggiore, quinta e sesta (K 206 e K 531) in mi maggiore; mentre le ultime cinque toccano fa # minore (K 447), si minore (K 27), sol maggiore (K 14), mi bemolle maggiore (K 253), do minore (K 115). All’interno di questo ordine ben architettato, Debargue si muove con la freschezza di chi vuole dare (e darsi) piacere: nonostante la sapienza intellettuale (e anzi: proprio per questo), c’è in lui una levità di spirito che si confà perfettamente al mondo scarlattiano. Non mancano i contrasti di umore, le ombre passeggere, ma tutto avviene all’insegna del gioco artistico, con una capacità di ricreazione istantanea a cui Debargue ci aveva abituato fin dai suoi rivelatori exploit al Concorso Čajkovskij. È in questo senso di improvvisazione, frutto di una naturalezza conquistata, che Debargue trova la “felicità” scarlattiana. Quando si sente in dovere di rientrare un po’ nei ranghi ritmici, il discorso musicale si fa meno eccitante (K 206): dal punto di vista timbrico, pur sfoderando preziosismi non certo usuali, la fascinazione non arriva ai livelli di figure come Horowitz, Pletnev o Pogorelich. Ma è proprio la strada scelta ad essere diversa: Debargue appartiene a una generazione che si è lasciata alle spalle un certo tipo di esistenzialismo romantico, e dal punto di vista estetico è probabilmente molto più vicino allo spirito settecentesco di quanto lo fossero molti giganti del passato. Spirito, appunto, invece che spiritualità. Sensibilità più che sentimento. Capacità di godere senza sentirsi in colpa. C’è un mirabile candore, che a tratti (K 206) assume quasi l’aspetto di uno sguardo infantile, in questo Scarlatti: Debargue ha la capacità di estraniarsi dalla tradizione pianistica e di entrare nell’entusiasmante parco-giochi musicale scarlattiano come se la musica fosse stata appena scritta (ce ne accorgiamo ad esempio nella K 27, “quella di Michelangeli”: peccato solo per il rallentando alla fine della prima frase, “tic” di tradizione). Questa leggerezza non esclude un’attenta meditazione di alcuni aspetti: ad esempio, Debargue si sofferma spesso con assorta pensosità all’inizio della seconda sezione, che in molti casi apre episodi più riflessivi e malinconici. Forse in alcuni momenti manca un po’ di furor e di mediterraneo calore (K 447): anche quando si scalda, Debargue lo fa con uno spirito molto parigino. Ma gli ispanismi vengono fuori comunque: penso in particolare alla Sonata K 253, in cui l’ostinato al basso (con alcuni geniali spostamenti d’accento) è reso dal pianista in modo da mettere bene in luce il ritmo di fandango. Le ultime sonate sono le più entusiasmanti: dal punto di vista della ricerca sonora, memorabili i trilli continui in pianissimo della K 115, quasi “Recuerdos de la Alhambra” ante litteram. 

Ciò che era il punto di forza di Debargue nella prima parte, ovvero una sorta di abitata spensieratezza, diviene nella seconda parte del concerto il suo limite. Nonostante fossero contemporanei, il mondo di Bach è ben lontano da quello di Scarlatti. Non che Bach vada sempre eseguito con un peso sull’anima. Ma c’è spesso nella musica del Kantor un elemento di dolente introspezione a cui non si sfugge. Debargue suona in modo molto più quadrato la Toccata in do minore  BWV 911, rispetto a Scarlatti, e imposta la fuga in modo piuttosto geometrico e rapido, con ingegnose imitazioni di registri organistici e mirabili effetti d’eco che restano però effetti: è un Bach da jazz man (quale in effetti Debargue è), che però mi sembra mancare di pregnanza espressiva e finisce per apparire un po’ BoBo (bourgeois-bohémien).

La Sonata op. 111 di Beethoven porta alla luce quello che a mio avviso oggi è il principale punto debole di Debargue: il fatto di non soffrire abbastanza con la musica. Quella felicità, quella facilità, quell’avventuroso entusiasmo creativo che in Scarlatti erano punti forti, in Beethoven diventano quasi un boomerang, perché si ha l’impressione che le tante idee con cui Debargue cerca di proporci una visione nuova della 111 non sempre siano supportate da una completa immersione in un mondo in cui è difficile addentrarsi a cuor leggero. In qualche passaggio (la famosa variazione “jazz”, che poi jazz non è) Debargue ci ha anche rimesso le penne: non, a mio avviso, per mancanza di preparazione, ma perché la scrittura beethoveniana rende parecchio disagevoli quei giochi di accelerando che in Scarlatti erano riusciti così bene allo scapigliato pianista.

Debargue debuttava a Milano questo nuovo programma, con il difficile contrasto fra 11 temibili sonate di Scarlatti (perfettamente dominate, anche a livello mnemonico) e una seconda parte dagli umori completamente diversi, in cui forse si è fatta sentire un po’ di stanchezza. I suoi pregi continuano a essere un’inventiva e una freschezza molto rare ed entusiasmanti. Sulla qualità della sua mente musicale, eccelsa, non si discute. Potrebbe seguire le orme di un Samson François, se avrà il coraggio (e talvolta l’incoscienza) di lasciare che le ombre entrino nel suo cuor leggero.

Luca Ciammarughi

 

Print Friendly, PDF & Email
Loading Comments…

Please Registrati or to leave Comments

Vieni alla nostra rassegna di lezioni-concerto a Milano alla Palazzina Liberty!