Mar 032019
 

Qualche riflessione a partire dalla Traviata ascoltata il 16 gennaio 2019 alla Scala. Lo spettacolo è quello del 1990, ormai storico, di Liliana Cavani. L’ho già visto diverse volte e non è, per me come per molti, una sorpresa. Esteticamente è sempre molto bello. Piace a chi lo vede per la prima volta o a chi vuole ritrovarsi in una zona di comfort che gli permetta di godersi la parte vocale senza interferenze semantiche di alcun tipo. E qui ci troviamo a un bivio. Io sto dalla parte di chi preferisce essere stupito con qualcosa di completamente spiazzante. Capisco però anche i molti che magari non hanno mai visto quest’opera e che vogliono trovarsi di fronte a qualcosa di storicamente plausibile e visivamente affascinante (e questo è anche uno dei motivi del successo che questo spettacolo ha ogni volta – come stavolta, a Teatro pieno). Non capisco invece quegli addetti ai lavori o melomani di lunga data che si aggrappano a regie come questa per scongiurare spettacoli più innovativi: La Traviata è ormai patrimonio dell’umanità, e non sarà certo una nuova regia a poterla guastare, al contrario. Per non parlare del fatto che i documenti audiovisivi a nostra disposizione ci permettono di ritornare agli spettacoli storici più o meno quando vogliamo. Ma credo che su tutto ciò non ci sia quasi dibattito possibile: è questione non solo di visione artistica, ma di concezione dell’esistenza. Sono uno che viaggerebbe sempre, non solo coi piedi, ma anche col cervello, come scriveva Baudelaire, au fond de l’Inconnu, pour trouver du Nouveau. Non dico che sia meglio di una placida certezza. Credo ovviamente che ci siano momenti in cui sia necessario ritrovare, ritrovarsi, riconoscere, ma questo per me deve avvenire quasi casualmente, come un’epifania nel turbinio della vita.
Nuova era invece per me (ma non certo per lui) la direzione di Myung-Whun Chung, fra i miei musicisti prediletti oggi. Non ho trovato, come altri, i tempi troppo dilatati (eccetto qualche caso: il duetto Parigi, o cara mi sembra effettivamente un po’ trascinato. La speranza di Violetta e Alfredo, anche se per un istante, dovrebbe risorgere). Chung è molto equilibrato nel rapporto voci/orchestra e raffinatissimo nel fraseggio. Stranamente, però, mi ha interessato di più la Traviata diretta da Nello Santi due anni fa, decisamente più imperfetta, più lenta, meno equilibrata, ma più vissuta. Chung era talmente rilassato da potersi permettere un “under-conducting”, quasi non intervenendo, ma anche talvolta generando qualche calo di tensione. Del resto, chi dirige o suona o canta tantissimo è il primo a rischiare questo “agio” perfino eccessivo. Lo stesso si potrebbe dire di Francesco Meli, complessivamente davvero esemplare e persuasivo nel suo sontuoso Alfredo Germont, ma forse talmente sicuro da inserire qua e là il pilota automatico. Non intendo a livello vocale, ma proprio emotivo. Diverso il discorso per Marina Rebeka, meno perfetta (gli acuti a volte sono così taglienti da arrivare alla soglia del poco gradevole, la dizione è migliorabile) eppur coinvolgente in una ricerca di colori e di fraseggi non convenzionali (quasi al calor bianco: bellissimi ad esempio alcuni momenti attoniti e quasi senza vibrato, come Dite alla giovine; interessante il fatto di evitare un tono lagnoso-sentimentale nell’Addio del passato).
Nel complesso, un buon cast, con un ottimo Gastone di Riccardo della Sciucca e un intramontabile, seppur vocalmente al limite, Leo Nucci in Giorgio Germont. Nonostante mi sembrasse lontanissimo dalla direzione di Chung (un esempio? Di provenza, il mar, il suol: introduzione morbidissima, e poi gli accenti talora bruschi e realistici di Nucci), è stato proprio Nucci il più applaudito.

Luca Ciammarughi

 

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