Mar 032019
 

Il 6 ottobre 2018 ho ascoltato Ivo Pogorelić a Casale Monferrato. Basandomi unicamente sul mio sentire, sulle mie percezioni epidermiche, non posso dire che Pogorelić sia il “mio” pianista. L’ho ascoltato tante volte e non sono mai uscito dalla sala con quello stato di trasfigurazione che ti lasciano alcuni concerti (per la verità ciò accade comunque di rado). Sono però convinto che, se mi metto nei panni del critico, devo distaccarmi da me stesso e cercare di comprendere l’artista e il suo impatto col pubblico. Con tutta evidenza, infatti, il pianista serbo-croato è ancora oggi in grado di incantare e scuotere buona parte della platea. Mi ha colpito anche la reazione del voltapagine, uno studente di Conservatorio rimasto completamente soggiogato dal modo in cui Pogorelić tratta lo strumento (“Non ho mai sentito suonare il pianoforte così”). Cercando di andare più a fondo di una reazione epidermica soggettiva, rifletto sul fatto che Pogorelić è un pianista che definirei “parmenideo”: pur nei vari mutamenti della sua carriera, egli ha sempre vissuto il suono come un valore assoluto, un Essere quasi svincolato dalla narratività. Ogni nota viene individuata, quasi al microscopio (da qui anche, soprattutto ieri, l’uso molto moderato del pedale), e catturata con la massima intensità. Personalmente prediligo un far musica più “eracliteo”, meno focalizzato sulla compiutezza estetica e più sul pathos del flusso. Non posso non accorgermi però che, in questa sua dimensione, Pogorelić raggiunge esiti altissimi, come è avvenuto ad esempio ieri nelle Variazioni Postume degli Studi Sinfonici di Schumann, in cui veramente sembrava di essere proiettati nell’iperuranio e in una dimensione che, pur attraverso la fisica (attacco del tasto), pareva superare il terrestre.
Chiedersi “ma perché Pogorelić dilata così i tempi?” ha senso solo se si riflette sulla sua concezione del suono. Per lui la tecnica corrisponde al suono: se ci si pensa bene, questo giusto punto di vista è del tutto eccentrico in un mondo pianistico (ma anche musicale tout court) in cui l’efficienza viene individuata nel suonare rapido e corretto (secondo una sorta di “international standard” in cui anche la nozione di “corretto stile” è spesso distorta). Dilatare è provocatorio, ma è anche molto istruttivo. Ieri ero seduto in barcaccia e ho osservato moltissimo il tocco del pianista e il suo approccio allo strumento. Non credo che sia imitabile, ma dal punto di vista pianistico Pogorelić suscita in me un interesse eccezionale. Il discorso qui si farebbe tecnico e lungo, ma il punto cruciale è che per Pogorelić forma e sostanza (mezzo e messaggio) coincidono: il suo suono, spesso miracoloso, nasce da una ricerca estremamente approfondita. In questo, direi che egli è tutt’altro che un pianista scapigliato e trasgressivo: c’è al contrario in lui una disciplina monacale. Credo anche che, con lui, gli errori e gli incidenti di passaggio risaltino di più che con altri pianisti: tale è la cura e l’individuazione di ogni dettaglio che appena qualcosa è fuori posto balza subito all’orecchio.
Per quanto riguarda il cosiddetto “stile”, non ci si deve dimenticare che Pogorelić è in parte un pianista di estrazione sovietica: quando vinse il “Casagrande”, nel 1978, veniva fuori dal Conservatorio di Mosca (Malinin e Gornostaeva). Poi l’affinamento estremo, ben noto, con la moglie-insegnante Aliza Kezeradze. Negli anni ’90, lo choc subìto a causa della morte della moglie. Ma anche, se ci pensiamo bene, la dissoluzione di un mondo. Il passaggio dalla Grande Disciplina alla libertà occidentale (Pogorelić in quegli anni stava spesso ad Amsterdam). Pianisti sovietici della sua generazione, come Bunin o Gavrilov, sono spariti dal grande circuito, hanno sentito il bisogno di chiudere con un mondo glorioso ma anche crudele. Pogorelić ha avuto la forza e il coraggio di tornare. Io credo che oggi, a sessant’anni (il 20 ottobre prossimo) egli sia comunque portatore di un mondo sonoro che ha molto da insegnarci, anche quando non siamo d’accordo con lui. Le sue cosiddette “libertà”, che anche a me spesso paiono eccessive, non potrebbero essere comprese senza capire quanto importante sia per lui l’espressione dell’individualità, che nel mondo in cui è cresciuto veniva spesso schiacciata (Pogorelić ricorda spesso che alcuni giurati russi a Varsavia gli diedero zero, percependolo come un ribelle). Credo che questo desiderio di non uniformarsi sia il messaggio più importante che Pogorelić trasmette oggi.

Luca Ciammarughi

 

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