Mar 032019
 

Teatro alla Scala, 18 febbraio 2019 – Ancora una volta, nonostante lo sgretolarsi della sua forma fisica, ascoltare Maurizio Pollini dal vivo si rivela per me un’esperienza tutt’altro che deludente. Se si pensa al numero di pasticci e al rallentamento dei (già mitici) riflessi del pianista milanese, verrebbe da dire: perché non ha fatto come Brendel, che si è ritirato all’apice? Ma pensare a questi aspetti è molto limitativo: preferisco parlare degli aspetti musicali per i quali oggi Pollini dimostra di essere un vero grande artista.
Pollini è del 1942, ha dunque 77 anni. Come egli stesso ha ammesso in una recente intervista al Corriere della Sera, il suo fisico risente molto degli anni. Vederlo scendere con prudenza il piccolo gradino che separa le quinte dal palcoscenico dà l’idea di quanto egli sia provato dal passare del tempo. Il concerto comincia con i due Notturni op. 62 di Chopin. Il si maggiore inizia “a mezzavoce”, con un suono meno turgido del consueto: durante tutto il concerto, la mia impressione è che l’indebolirsi delle forze fisiche porti Pollini a un suono più chopiniano che in passato, con dolcezze che non esistevano negli anni dell’eroica compattezza. Un piccolo incidente lo innervosisce: fa un accordo brusco prima della rapidissima scala ascendente e discendente, improvvisamente elettrica. Ritrova poi la calma e concatena splendidamente la lunga sequenza di trilli che precedono la chiusa. Ciò che Pollini sembra aver acquistato in questi pur difficili anni è una capacità di ricreare la musica di Chopin sul momento, quasi improvvisando: il fatto che sia un po’ meno lucido nel controllo della situazione gli dà, non so se consapevolmente, una maggiore libertà. Ne è specchio l’andamento ritmico, che procede per ricercate inegalités. Questa varietà di dizione viene ancora più alla luce nel Notturno in mi maggiore. Pollini lo inizia dolcemente e si fa poi più appassionato. Nel complesso, c’è da ammirare l’intelligenza di aver saputo trovare uno stile chopiniano che è oggi solo suo (più di quanto non lo fosse in passato), e che gli permette di volgere in virtù le fragilità dell’età.
I problemi tecnici arrivano nella Polonaise op. 44. Pollini digitalmente è ancora eccellente, ma ha qualche cedimento di riflessi nei salti e di tenuta nelle ottave. Ad aggravarli c’è il fatto che, invece di trattenere prudentemente il tempo, tende piuttosto ad accelerare nei momenti di maggior pathos. Stiamo col fiato sospeso (forse è anche questo l’obiettivo?), ma l’idea è salva e Pollini cade comunque in piedi. Nella sezione centrale, mi viene in mente l’ultimo Backhaus: il “tedesco che suonava le fughe di Bach col metronomo” (Bartók dixit) aveva trovato negli ultimi anni una libertà d’eloquio che lo faceva apparire più musicale di quando sgranava tutte le note con ferrea saldezza. Certo, Backhaus conservava intorno ai 90 una forma fisica invidiabile. Ma questo non importa: nel pensiero musicale trovo molte somiglianze.
Il momento più bello di tutto il recital è per me la Berceuse di Chopin: molto più bella che in cd, perché ancora una volta Pollini sa fantasticare sul momento e ci regala attimi da pelle d’oca. Il suo suono non è mai stato flessuoso né estremamente seducente, eppure nella sonorità (che non è solo suono, ma modo di pensare il concatenarsi dei suoni) ci sono una dolcezza e un candore disarmanti. Qui Pollini vola altissimo, non ha alcun problema tecnico e il divino arabesco della mano destra si distende come meglio non si potrebbe, con un ispirato jeu perlé. I problemi ritornano nello Scherzo n. 3 op. 39, affrontato di petto, con un misto di ardore e di incoscienza. Qua e là ci rimette le penne, ma come si può dire che non sia un artista? Il modo in cui affronta la parte centrale, mantenendo una tensione quasi eroica laddove altri fanno cadere il discorso (magari anche con suoni preziosissimi) è comunque impressionante.
Seconda parte: Premier Livre dei Préludes di Debussy. I nervosismi della prima parte si allontanano, e nel complesso Pollini ha molta più continuità. Ma stranamente oggi il suo Debussy mi interessa meno del suo Chopin. Pollini infatti dismette un po’ i panni di quella libertà conquistata e si affida a un canone di stampo novecentesco, senza però la perfezione di qualche anno fa. Mentre in Chopin, nonostante i problemi, mi ha tenuto incollato alla sedia, in Debussy non sempre mi ha avvinto. Magnifico, e magnificamente terribile, quando la musica invoca il vento: Le vent dans la plaine e Ce qu’a vu le vent d’Ouest sono due apici. Sentiamo le sferzate, il senso apocalittico, l’angoscia della morte che è un tema assolutamente cruciale in Debussy. Meno affascinanti l’acqua e l’aria. Nessuno oggi pretende un Debussy “impressionista”, ma talvolta Pollini perde di vista le ambigue morbidezze (e morbosità) di Claude de France (Voiles) e non si addentra nella baudelairiana oppiacea sensualità di certi Preludi (Les parfums tournent dans l’air du soir). La sua prospettiva è più astratta, più letteraria che pittorica (Mallarmé), ma non mistica: non c’è traccia di religiosità – com’è giusto che sia – ma piuttosto uno sguardo impietoso eppure umano. Come ascoltatore ho momenti di estasi (La cathédrale engloutie; Des pas sur la neige, magnetico) e altri invece in cui ripiombo a terra (La fille aux cheveux de lin, per me troppo concreta, oppure La danse de Puck, in cui mi manca il senso della commedia shakesperiana).
Pollini saluta il pubblico con due bis arditi: Feux d’artifice di Debussy, con una chiusa toccante nel rifiuto di ogni manierismo in nome di un’essenzialità comunque “abitata”, e la Prima Ballata di Chopin, con una coda supersonica che gli crea non pochi problemi. Ma il pubblico, piuttosto composto nel resto della serata, gli dedica dopo l’evergreen chopiniano una standing ovation. Facendoci capire che qualcosa in lui rimane comunque al di là di quelle che possono essere le fredde valutazioni di qualsiasi “specialista”.

Luca Ciammarughi

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