Dic 082018
 

«La più rumorosa di tutte le opere risorgimentali, brusca nello stile, impiastricciata di densi e sgargianti colori, piena di effetti teatrali senza profondità»: così Julian Budden definì l’Attila di Verdi. Ieri sera, più che mai, ci siamo resi conto del misunderstanding del musicologo inglese. Il Teatro alla Scala e il suo direttore musicale Riccardo Chailly hanno un grande merito: quello di aver creduto in un’opera che non soltanto ha momenti di assoluta meraviglia musicale (a partire dal Preludio), ma che – se eseguita senza stupidi cliché – si rivela tutt’altro che “impiastricciata”. Chailly è stato coerente fino in fondo con quelle che erano le sue intenzioni di partenza: togliere ad Attila i tradizionali eccessi bandistici, quarantotteschi, cabalettistici. Più che un’opera contestualizzata nel suo tempo, essa diventa in questo modo un’opera d’arte universale e quasi atemporale scandagliata nei minimi dettagli, con la serietà che si ha di fronte a un vero classico. Un aspetto mi ha convinto pienamente: Chailly ha saputo finalmente dare senso ad alcuni momenti che finora sembravano dei ridicoli non-sense. Un esempio su tutti: il concertato L’orrenda procella sparì, solitamente affrontato con una frivolezza comica del tutto avulsa dalla situazione drammatica. In questo, come in altri momenti, Chailly ha dato pregnanza al “dramma lirico”, facendo prevalere l’illusione di realtà sui facili effetti spettacolari. Non facile, soprattutto per un titolo come Attila. D’altro canto, però, la sua attitudine analitica ha rischiato di togliere all’opera un po’ di spontaneo fuoco e di contrasti espressivi: con l’eccezione di alcuni momenti (per esempio il vivacissimo duetto Oh, t’inebria nell’amplesso), la tendenza allo scavo ha portato a nobilitare fino all’eccesso il piglio verdiano. Come in altri autori romantici, non solo italiani (si pensi a Schumann), non bisognerebbe avere paura talvolta di scadere nella pura Trivialmusik, proprio per sottolineare poi gli aspetti che a essa si oppongono nettamente. Anche nella Traviata diretta con finezza da Gatti, anni fa, c’era stato questo rischio. Di sicuro, comunque, meglio così che buttare tutto in caciara. Anche perché orchestra e coro scaligeri, magnifici e perfettamente guidati, quelle finezze le consentono. Va inoltre detto che Chailly ha saputo restituire alla lettera i tempi verdiani, non poi così rapidi come vuole una certa tradizione esecutiva: se scorriamo la partitura, notiamo che molto raramente Verdi chiede Allegro assai, e quasi mai Presto, persino nelle cabalette e nelle arie e cori più vivaci. Qualche esempio: Viva il re dalle mille foreste è Allegro assai moderato e grandioso: Da te questo or m’è concesso è Allegro moderato; Oh tutto di navicelle è Allegro moderato; Cara Patria è Allegro assai moderatoÈ gettata la mia sorte è Allegro giusto; il coro delle sacerdotesse è Allegro assai moderato. In tutti questi casi, le scelte di tempo da parte di Chailly sono state esemplari. 
Il cast vocale è parso decisamente buono. Nonostante un volume di voce non imponente come pensavo, Abdrazakov è stato un Attila autorevole, scenicamente carismatico e perfettamente centrato: volitivo ma psicologicamente (e vocalmente) sfaccettato, con colori e dinamiche che ben ne sottolineavano anche gli aspetti di umana fragilità. Dovrebbe però migliorare alcuni aspetti di pronuncia: in particolare, la tendenza ad aprire eccessivamente le vocali  (còntro, vèrgine, dètti e casi simili). Ha colpito positivamente anche Saioa Hernández, nel difficilissimo ruolo di Odabella, affrontato con sangue freddo e notevolissima souplesse vocale (i salti da un registro all’altro sono proibitivi!). Mancava talvolta un po’ di nerbo e un po’ di quel pathos guerriero che aveva per esempio una Maria Chiara. Ma tutto non si può avere, e fare un’Odabella del genere con l’emozione del 7 dicembre è già molto. George Petean ha reso molto bene il personaggio di Ezio, generale assai diplomatico e machiavellico, che non ha bisogno di eroici furori. Nonostante il buono squillo vocale, il Foresto di Fabio Sartori è apparso meno centrato: certo, Foresto è personaggio decisamente ingenuo e a tratti greve (mosso da gelosia e rancore), ma Verdi lo nobilita con accenti di idealistica purezza, che non ho percepito nel tenore di stasera. Nel cast non c’è stata forse una punta di diamante assoluta, ma ha colpito il fatto che non ci siano stati punti deboli (molto bene anche Uldino e Leone): è raro trovare una tale omogeneità. Si può dire che, complessivamente, direttore orchestra coro e voci abbiano reso un ottimo servizio a Verdi.
Sul fronte registico ho avuto momenti di assoluta esultanza e altri di perplessità. Un punto sicuramente positivo è che Livermore dimostra aderenza alla musica nel modo in cui fa recitare e muovere i personaggi. Non ha l’arroganza di prescindere dalla musica, al contrario. Un altro aspetto convincente è la capacità di coinvolgere il grande pubblico (anche quello televisivo) con uno spettacolo che non si vergogna di essere rutilante, “pieno” fino all’eccesso, maximal piuttosto che minimal, generoso invece che avaro (si pensi ai costumi, stupefacenti, di Gianluca Falaschi). Insomma, una regia che sa essere popolare ma intelligente; e astuta nel riempire la scena di citazioni per tutti i gusti, sempre però con una motivazione (per esempio, l’affresco di Raffaello nella video-proiezione ha perfettamente senso in un momento in cui la musica, alla fine del primo atto, è contraddistinto da un contrappunto di particolare nobiltà, sull’esempio degli “antichi maestri”). Tuttavia ho trovato qualche fraintendimento, non so quanto voluto. Nella grande scena del convito, ad esempio, gli unni sono rappresentati in un quadro di decadenza dei costumi e di lascivia che ben poco ha a che vedere con la vicenda vera e propria. Nella realtà storica, Attila e i suoi erano portatori di una sorta di vento di (seppur violenta) giustizia in un Tardo Impero “à la fin de la Décadence”. Sarebbe stato molto interessante giocare su questo capovolgimento del luogo comune. Tanto più che Attila è stato giustamente rappresentato come un personaggio dall’incedere nobile, bel lungi dallo stereotipo abatantuonesco (a latere, un fatto terribile e incredibile: il vero Attila era di origine nobile, e come a tutti i nobili unni gli furono fatti da bambino numerosissimi tagli sulle guance, perché non crescesse la barba come alla gente del popolo, e restassero invece le orribili cicatrici come emblemi di stirpe eletta!).
Inoltre, la piacevolezza dello spettacolo è stata a tratti persino eccessiva: nonostante la trasposizione nel cosiddetto “Novecento distopico”, nonostante gli scenari cupi, nonostante certi perturbanti unni gender-fluid, ho avuto l’impressione di un certo ritegno a voler portare fino in fondo queste idee, come nella paura di scandalizzare eccessivamente. Lo spettacolo ha avuto comunque un buon successo (se si eccettua un piccolo gruppo di contestatori). E si è percepito un sincero amore per Verdi, che in fondo è ciò che conta.

Luca Ciammarughi

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