Dic 022018
 

È sabato sera e io continuo a ripensare al concerto di ieri, con Currentzis e MusicAeterna interpreti di Mahler. In passato il direttore greco si è fatto notare, oltre che per il suo talento saturnino, per alcune eccentricità talora discutibili, soprattutto nella trilogia Mozart-Da Ponte. Da qui il luogo comune: Currentzis è arbitrario, Currentzis fa come gli pare, Currentzis tradisce il compositore per mettersi in luce come interprete. Anche chi non è mai andato a sentirlo dal vivo ha già un giudizio preconfezionato, magari legato a qualche intervista in cui Currentzis può effettivamente risultare presuntuoso.
E anche qualcuno che c’è stato, ha detto “sì, ma non era Mahler”. Ma cosa “è Mahler”? Il Mahler di Kubelik? Quello di Bernstein? Quello di Abbado? Di Walter, Horenstein, Tennstedt, Haitink, Jansons? Tutti questi sono Mahler eccezionali, ma quale “è” Mahler? Io non so se quello di Currentzis sia o non sia Mahler, ma di certo – seguendo con la partitura – ho trovato nella sua interpretazione un’adesione incredibile al testo. Mi limito qui a parlare della Quarta Sinfonia, per poter scendere nel dettaglio.
Spesso Currentzis è stato accusato di staccare tempi dissennati. Nulla di tutto ciò. Ogni “nicht schleppen” (non trascinare) e “nicht eilen” (non correre) era perfettamente rispettato. Ogni “zurückhaltend” (rallentando) calibrato alla perfezione. Currentzis ha ripensato alcune abitudini di tradizione, per esempio la consuetudine di eseguire il “Ruhevoll” lentissimo (quando invece Mahler scrive “Poco Adagio”), oppure lo staccare il finale “molto comodo” ma non eccessivamente statico. La cosa più impressionante sono stati però i trapassi da un episodio all’altro (ma anche da un periodo, da una frase, da un inciso all’altro), gestiti con un rispetto assoluto delle mille inflessioni richieste dal compositore, dando però quasi l’impressione di essere improvvisati lì per lì.
Molti si sono chiesti: ma perché l’orchestra in piedi? Nel Knaben Wunderhorn, con i due cantanti solisti, l’orchestra era seduta. Nella Quarta, come del resto avviene anche in altre sinfonie, molti dei componenti dell’orchestra diventano solisti. Non dico nulla di nuovo: la compattezza dell’organismo si sfalda in tante voci individuali che sembrano quasi ribellarsi alla concezione monolitica del sinfonismo ottocentesco. Currentzis unisce dunque un elemento di spettacolare teatralità (gradito soprattutto a un pubblico assetato anche di essere stupito) a una ragione che in qualche modo inerisce al testo stesso, cioè l’emancipazione del singolo musicista dal tutto di cui pur fa parte. Questo è l’aspetto superficiale. Ma l’aspetto sostanziale è che Currentzis, con il suo gesto mobilissimo e iper-sensibile e con una concertazione che definire certosina è poco, è fra i pochissimi che riescono ad ottenere dall’orchestra la miriade di micro-inflessioni richieste da Mahler (ogni minima forcella, ogni piano subito, ogni scarto improvviso di dinamica), senza però dare l’impressione di un risultato costruito in laboratorio. Estetica e arte nel-suo-farsi. Questi musicisti di Perm non appaiono affatto come smunti schiavi di un negriero che li tiene in ostaggio ore ed ore nelle lande più desolate della Russia, ma partecipano con ogni fibra del loro essere alla musica, si divertono e si accorano, gioiscono e soffrono.
Altro punto, le dinamiche: Currentzis non ha giocato affatto con esagerazioni legate ai decibel. La trasparenza del tessuto è per lui più importante, coerentemente con la linea scelta. Forse in alcuni “fortissimo” ha dato troppo peso alle percussioni o in certi casi ha esagerato alcuni effetti (arpe, per esempio). Ma molto raramente, e sempre con l’idea di enfatizzare qualche elemento per restituire al pubblico di oggi quel turbamento e quello sconcerto che dovettero impossessarsi del pubblico d’antan.
Non mi soffermo sul Knaben Wunderhorn, ma molto ci sarebbe da dire su come Currentzis sia riuscito a creare un dialogo fra prima e seconda parte del concerto (per esempio il lucido realismo amorale della Predica di Sant’Antonio da Padova ai pesci, che diventa chiave di lettura anche per il finale della Quarta). Il secondo movimento della Sinfonia, con il violino di spalla che diventa “violino di strada”, richiamava con totale evidenza le marcette straniate, fra scherno e tragedia del Canto notturno della sentinella, del Tamburino, di Revelge (Sveglia). “Lustig” ma anche “Leidenschaftlich”: gioioso e dolorosamente appassionato, nei paradossi insanabili dell’esistenza. Pur essendo molto espressivo, Currentzis si è tenuto dunque lontano, in questa chiave di lettura, da ogni tentazione romantica. “Zart” ma anche “grazioso”, ha richiamato semmai il Settecento (del resto in molte progressioni gli echi del barocco non mancano affatto, anche se fuggevolissimi). Tale concezione ha raggiunto l’apice nel finale (“La vita celeste”), restituito davvero con quel modo “infantile” (senza parodia) che Mahler chiede in partitura: un espressivo-inespressivo in cui ogni pathos eccessivo sarebbe di troppo.
Parlare del terzo movimento mi è molto difficile: la sonorità dell’orchestra mi ha proiettato in un’altra dimensione (penso ai pppp vicini all’inudibile ma incredibilmente densi di significato, spesso anche senza un briciolo di vibrato) e ho perso completamente la lucidità. Ma vorrei dire ancora qualcosa sul finale. C’è chi ha trovato la voce di Jeanine de Bique troppo esile. In certi passaggi, effettivamente, lo era. Currentzis si è dimostrato molto attento a tenere comunque l’orchestra su dinamiche che non coprissero i decibel piuttosto contenuti del soprano. In realtà, trovare un’interprete ideale per questo finale è quasi impossibile, al punto che nemmeno un’edizione discografica di assoluto riferimento a mio avviso esiste. Bernstein opta per una voce bianca, che a rigore non è richiesta da Mahler (nonostante il “kindlich”). Le voci con più volume spesso faticano nei cruciali “pianissimo” che Mahler chiede nel registro acuto, soprattutto sulle diverse evocazioni dei santi (Sankt Peter, Sankta Martha, Sankt Lukas). Quasi sempre si arriva a un compromesso. Credo che Currentzis abbia preferito una voce più fragile del consueto ma perfettamente in grado di restituire l’epifania di quelle poche battute prossime al silenzio (e anche di altri pianissimi). Anche Florian Boesch, nei Lieder del Corno meraviglioso, era arrivato a usare la voce come uno strumento dai pianissimi tali da dover “tendere l’orecchio”. Orrore! – dirà qualcuno. Ma se si pensa che è proprio in questo modo che un certo Chopin faceva svenire le signore in sala, forse si capisce che abbiamo bisogno di una rieducazione dell’orecchio.

Luca Ciammarughi

 

Print Friendly, PDF & Email
Loading Comments…

Please Registrati or to leave Comments

Vieni alla nostra rassegna di lezioni-concerto a Milano alla Palazzina Liberty!