Mag 082018
 

«Perché uso una sedia invece di un panchetto? Perché a volte ho mal di schiena, e così posso appoggiarmi per riposarmi»: così affermava, molto semplicemente, Mikhail Pletnev in un’intervista. E anche in Sala Verdi, ieri sera al Conservatorio di Milano per Serate Musicali, il musicista (dire pianista sarebbe poco) si è accomodato su una stretta e austera, quasi vittoriana, sedia – finendo in realtà per non appoggiarvisi mai. Entrato in sala con il suo solito passo flemmatico e l’espressione spaesata (“perché sono qui?” – cioè in sala ma forse anche semplicemente nel mondo), Pletnev ci ha offerto un concerto che non dimenticheremo mai. Scriverne è persino imbarazzante, data la conclamata superiorità del suo pianismo, che sembra gettare chiunque eserciti l’attività di muovere le dita sugli 88 tasti in uno stato fra l’esaltazione e la disperazione. Credo che nessuno abbia oggi il suo controllo dello strumento: controllo inteso innanzitutto come connessione fra le mani (ma anche i piedi) e l’orecchio. Pletnev con il pianoforte fa ciò che vuole, e lo fa da musicista totale qual è. 

Fin dalle Trentadue Variazioni in do minore WoO 80 di Beethoven l’impostazione generale è apparsa chiara: dal pianoforte Shigeru Kawai, Pletnev ha tratto un suono cupo, spettrale, talvolta quasi volutamente sordo nel registro medio-grave, a cui faceva da contraltare nel registro acuto una vox cœlestis che perforava come un sottile raggio di luce quell’oscurità. Con il viso e il corpo pressoché impassibili (similmente a Benedetti Michelangeli, che per Pletnev è un dichiarato riferimento), il russo cerca in Beethoven una via alternativa, rifuggendo completamente da quella retorica dell’eroismo appassionato che troppo spesso sembra risolversi in esecuzioni cariche di generico pathos. Al contempo, sembra rifuggire una coerenza logica di inossidabile compattezza: ben conoscendo il genio improvvisativo di Beethoven, Pletnev apre spesso la porta all’inatteso, e perfino all’illogico, all’assurdo, sapendo bene quanto la musica vada al di là del Lògos. Siamo agli antipodi rispetto alla concezione di Beethoven come Monumento: il virtuosismo, più che divenire un mezzo di dominio e di affermazione della Volontà, diventa il modo per esprimere l’inquietudine esistenziale, di cui il demone della musica si fa specchio impietoso ma anche catartico.

Tale visione beethoveniana viene ulteriormente approfondita nella Sonata op. 57 “Appassionata”, in cui Pletnev scardina a uno a uno i cliché esecutivi tradizionali. L’incipit, molto più lento del consueto e a mo’ di improvvisazione, parrebbe il preludio a un’esplosione di passione incontrollata: senonché, quando arriva il repentino forte, Pletnev non si scatena affatto in gesti violentemente affermativi. Per lui, l’Appassionata è evidentemente più tragica che drammatica: il pianista quasi subisce passivamente la grandezza sublime di cui si fa portatore. Nessun compiacimento dell’espressione, nemmeno nella sofferenza. Talvolta si può quasi avere l’impressione che Pletnev cada in un cinico fatalismo, come in una rinuncia a mettersi in gioco emotivamente in prima persona. In realtà, il suo è piuttosto un rifiuto a comunicare l’emozione in maniera sfacciata e diretta. «Non suono per il pubblico, non ha senso. Suono per me stesso» – ha detto una volta. Sembra arrogante, ma forse è ciò che di più sincero un musicista possa fare. In effetti, l’unico “movimento” percepibile, a parte quello delle dita e delle braccia, viene dall’interno, ed è il lieve canto nasale che emerge di tanto in tanto. L’intensità introspettiva esplode, ma ancora una volta senza gesti spettacolari, nella coda del primo movimento, che lascia il pubblico senza fiato. È possibile – sembra dirci Pletnev – comunicare la carica rivoluzionaria beethoveniana oggi? Forse, se si rinuncia a ogni retorica dell’eroismo rivoluzionario.

Nell’Andante, giustamente scorrevole, Pletnev scardina un altro cliché, quello della gioia beethoveniana. Questo secondo movimento sembrerebbe quasi un’isola di felicità fra due drammi, ma per il pianista russo è qualcosa di totalmente diverso: il suono è raccolto, liederistico, ma scuro, e la prima immagine che mi viene all’ascolto è quella di un uomo che si ripara dal freddo avvolgendosi completamente in una coperta. L’Heimat, la patria dei sogni, non è un porto di felicità, ma di pura sopravvivenza. Non c’è nessun indugiare nel culto della felicità da parte di Pletnev, che procede spedito e fa percepire nelle variazioni quasi momenti di follia che preannunciano il finale, più rapido del consueto e ancora una volta spettrale, con luci corrusche che emergono nella penombra. La perfezione nella resa pianistica e la genialità nell’uso dei pedali sono tanto più impressionanti quanto messe al servizio di una visione tutt’altro che classicistica e razionalista.

Se, con Pletnev, Beethoven impressiona, Liszt sconcerta e annichilisce. E illumina anche il senso di ciò che abbiamo ascoltato nella prima parte. Di fatto, il percorso lisztiano, da Funérailles fino alla Trauermarsch S. 206, altro non è che un unico vasto poema sulla morte: Pletnev collega fra loro ben undici brani, senza soluzione di continuità e quasi impedendo al pubblico di coglierne le delimitazioni, creando un unico quadro tragico. Ancora una volta, nessuna retorica sentimentale: e se da brani come Funérailles, Schlaflos! o Nuages gris ci aspettavamo quell’asciuttezza impietosa e quasi astratta con cui Pletnev ha espresso il lato più terribile di queste pagine, molto più sorprendente è stato cogliere il ghigno sardonico della morte e il suo lato diabolicamente seduttivo nella Valse oubliée, nel Sonetto 104 del Petrarca, negli Studi da Concerto e ancor più nella Rapsodia ungherese n. 11. Raramente Liszt è apparso così lontano dai piaceri dei salons parigini e così vicino a un Oriente violento, visionario, a tratti anche dolcissimo, ma di una dolcezza ambigua – vicina a quell’espressivo-inespressivo di cui parla un altro grande estimatore di Liszt, Vladimir Jankélévitch.

Anche solo tentare di dire cosa abbia combinato Pletnev al pianoforte nel suo viaggio lisztiano, in termini di miracoli sonori, sarebbe impossibile. Di certo riesce a gestire una quantità di “strati” di suono come forse nessun altro, portando ai limiti estremi quel principio di differenziazione dinamica e timbrica che è di per sé caratteristico del pianismo russo.

Morte, ma anche resurrezione. Dopo il brivido dell’ultimo tremolo (respiro?) della Trauermarsch, nei bis Pletnev ha messo in scena una mini-pièce dell’assurdo alla Ionesco, quasi a dirci: «Vi ho ucciso, ma per finta. Adesso divertiamoci». Prima ha sciolto i rigori lisztiani con il Nocturne op. 19 n. 4 di Čajkovskij, dolente ma anche in fondo rassicurante poiché finalmente più umano che divino/diabolico, poi si è divertito con il Bel Danubio blu nella parafrasi di Schulz-Evler, ammiccando anche in maniera molto buffa verso il pubblico e facendo alla fine un gesto con la testa e la bocca, come a dire: «Però, mi è venuto bene». Era, a dir poco, mostruoso. Infine, uno Studio di Mozkowski. Cascate di note come se stesse bevendo un bicchiere d’acqua. Cosa ciò c’entrasse con Beethoven e Liszt, non bisogna nemmeno chiederselo. Del resto l’imperscrutabile Pletnev, in un’intervista nella quale gli veniva chiesto quale pezzo porterebbe su un’isola deserta, rispondeva: «Temo siano più utili le reti da pesca».

Luca Ciammarughi

 

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