Gen 162018
 

RIFLESSIONI E CONSIDERAZIONI SU ROBERT E CLARA SCHUMANN DOPO LA LETTURA DI “LETTERE DA ENDENICH” (Filippo Tuena/Anna Costalonga)

Lo scorso Novembre, in visita a Verona, sono inciampato in Lettere da Endenich, piccolo libro curato da Filippo Tuena e Anna Costalonga. Il tatto con la copertina in bristol ecru non nego abbia contribuito al fascino che questo volumetto edito da “Piccola biblioteca di letteratura inutile” -che nome stupendo, peraltro!- esercitò su di me.

L’introduzione di Tuena (intitolata di paesi e uomini stranieri, in chiaro richiamo al titolo della prima delle celebri Kinderszenen) spiega come la figura di Robert Schumann, negli ultimi anni di vita, ed in particolare dal suo internamento -per sua stessa richiesta- al sanatorio di Endenich, si possa paragonare ad uno specchio andato in frantumi. Frantumi che non possono, ahimè, essere riassemblati ottenendo una sua immagine completa e  unitaria, ma dai quali sta a noi dedurre, fare ipotesi più o meno plausibili e giustificate, al fine di stilizzare una fisionomia più o meno veritiera del volto del compositore.

Il frammento è la lanterna dell’eremita, l’indizio che può condurre, forse, verso una visione meno evanescente e più nuda, cruda di Schumann. Come, infatti, Tuena stesso dice, «l’uomo che si è specchiato affronta i propri fallimenti»: il compositore tedesco si disincanta gradualmente, si discosta dagli artificiosi entusiasmi, dalle sognanti speranze che vengono dai cari; si scruta dentro senza filtri, istigato dal graduale mostrarsi di un elemento sconosciuto che induce uno stato di disturbo, di profonda e crescente inquietudine. L’uomo-artista guarda in faccia il suo sdoppiamento, quella zerrissenheit che aveva partorito le figure di Florestano ed Eusebio, e che ora sembra come rigirarglisi sempre più contro -o, meglio, addosso- rendendolo soggetto incapace d’imporsi in qualche modo. Fra gli elementi caratterizzanti di questo status emergono le allucinazioni auditive, cominciate da un leggero “fischio” per raggiungere suoni precisi (un LA) o intere melodie, orchestre suonanti; un tentativo di suicidio, mai effettivamente accertato; una forma di depressione dalle manifestazioni diverse, quasi un senso di “inutilità di sé” -forse il seguito di una malattia venerea contratta in giovinezza, o l’alcolismo- che pare involontariamente amplificato dall’emergere di una figura amica, ovvero Johannes Brahms. Schumann lo descrive quale fiera e coraggiosa stella nascente del panorama musicale a lui contemporaneo, colui “che doveva giungere”, si entusiasma per le sue composizioni, ne scrive ampiamente e con calore in più di una lettera; eppure, forse è possibile scorgere, correlatamente, un velato ma passivo, intimo senso di invidia.

Dalle lettere che costituiscono l’anima di questo libricino, ciò che mi ha colpito maggiormente è l’inaspettato -indubbiamente anche simulato di proposito- apparente stato di quiete del compositore, assolutamente contrapposto all’angoscia urlante della moglie Clara. Tutto ciò è certo comprensibile, tanto quanto non biasimabile, ma la sensazione che se ne trae, e che anche Tuena non manca di sottolineare, è quella che rende il dolore di lei il fulcro, il reale focus della vicenda. L’attesa costretta di sei mesi dall’internamento prima che Clara possa scambiare una lettera con l’amato marito, per non parlare dei due anni per poterlo rivedere, ormai agli sgoccioli della sua esistenza, la sfiniscono. Lo stato di indeterminatezza, di “non veramente detto” che lui tiene nelle sue lettere (probabilmente per evitare che lei si addolori peggiormente) e che lei percepisce bene non la aiutano: si ha l’impressione che il marito non faccia che chiederle piccoli o grandi favori senza considerarla più di tanto o esprimere un parimenti senso di mancanza, di desiderio.

Clara, nella sua quotidianità, non ha che Brahms e Joachim a sorreggerla, i quali ciclicamente si recano a Endenich per visitare Schumann in sue veci, la tengono informata sull’evolversi della malattia e sui comportamenti del marito. Non può contare sulla voce del suo Robert, che negli ultimi quattordici mesi cessa drasticamente di scriverle, accrescendo enormemente la sua angoscia. Eppure, nonostante tutto questo, deve portare avanti il suo lavoro -spesso debilitante- di pianista concertista, mantenere se stessa e le figlie, pagare la degenza di Endenich.

I frammenti a disposizione hanno al loro interno una fragorosa capacità comunicativa. Le lettere, i loro toni ci raccontano i valori effettivi delle relazioni umane di Schumann, le quali appaiono non di rado ridimensionate rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare, o a quanto si è solito conoscere per consuetudine storica. Quando, poco sopra, ho accennato a una possibile invidia del compositore nei confronti di Brahms, l’ho fatto sulla base di considerazioni che ho tratto da uno sguardo  sul linguaggio che l’uno utilizza con l’altro (viceversa che con altre persone), considerazioni che un’altra volta lo stesso Tuena fa notare quando dice che «le lettere svelano molto dell’uomo che le scrisse e persino dei destinatari che le ricevettero; soprattutto svelano molto dei rapporti intercorsi tra i corrispondenti in quel periodo essenzialmente velato dalla “non comunicazione”». Voli pindarici alquanto estesi, approfonditi, sulle composizioni di Brahms -quasi “lettere nelle lettere”- in una epistola che non inizia con alcun “caro…”, e magari termina con un poco coinvolto “a presto”,  danno la sensazione di una forte emozione iniziale associata a un tentativo di mantenere come un distacco, un parallelo senso come di “fastidio”, una volta spentosi l’ardore scaturito alla lettura delle Variazioni o delle Ballate brahmsiane. Pur sapendo della venerazione che Schumann aveva per il giovane amburghese, forse non è poi così fuori luogo supporre che ciò potesse rimbalzare in lui negativamente, proprio con un vago ma invadente senso di invidia per il suo tipo di temperamento umano e musicale (ovvero non per Brahms in sé), riportando Schumann ancora e con violenza davanti a quello specchio ormai in pezzi e impossibile da ricomporre, quel riflesso crepato irrimediabilmente, portatore di un senso di ingiustizia subìta, tanto difficile da digerire, e alla cui accettazione si associa una rinuncia di obiettivi, di sogni così vitali ed essenziali, e forse, paradossalmente, anche di un vero contatto con la realtà.

Gli ultimi giorni di vita di un compositore interiormente frantumato emergono dalle strazianti descrizioni epistolari: ancora una volta è la moglie al centro della scena, disperata nella ricerca di un segno negli occhi del suo Robert, che suggerisse di essere riconosciuta o le comunicasse ancora amore e non vanificasse le lunghe attese e gli sforzi fatti. Clara si prostra fino alla fine, con il dubbio (inammesso) di non essere veramente considerata dal marito -ormai in uno stato irriconoscibile- a occhi chiusi nel letto, gli arti tremanti, incapace di articolare parole comprensibili, in continua lotta con i suoi spiriti, e che dalle dita di lei a malapena beve qualche goccia di vino. Soltanto rarissimi “colpi di luce” gli danno il coraggio per tentare di stringerla a sé, ma ciò si traduce soltanto in un braccio gettatole goffamente intorno. Non si è presenti alla vicenda, eppure sembra quasi di vederli, immancabilmente innamorati nell’estrema sofferenza e profondamente uniti anche negli ultimi momenti prima dell’inevitabile separazione.

Alla morte di Robert Schumann corrisponde quella di una parte delle persone che lo amavano -soprattutto di Clara- e il trascinarsi dei suoi misteri in un baratro nel quale non troveremo forse mai le risposte allo nostre domande. Ci possiamo, però, consolare con le sue musiche, in particolare le ultime (citate anche nelle lettere), quali i Gesänge der Frühe o il Concerto per violoncello e orchestra, sperando possano suggerirci in un linguaggio altro, se non il nome del male che lo affliggeva o dei demoni che lo assillavano, almeno qualche aspetto di un universo al contempo celestiale e infernale, da lui tenuto in petto e dispensatoci, come fece Clara con il vino, a poche gocce, direttamente dalla sua penna.

Andrea Rocchi

Gen 112018
 

Venni per la prima volta a conoscenza del pianista francese Jean-Marc Luisada quand’ero adolescente e apprendista pianista: studiando Goyescas di Granados, incappai in una sua registrazione che mi colpì immediatamente per la sensualità e il coraggio espressivo, in un’epoca in cui vigeva generalmente un modo di suonare più basato sul controllo che sull’abbandono. Il canto esibito, quasi sfacciato, di Luisada mi sembrò liberatorio, e mi diede una nuova prospettiva: non solo, naturalmente in Granados, ma anche nello Chopin delle Mazurche, degli Scherzi e dei Valzer, che scoprii a poco a poco negli anni successivi. Luisada poteva permettersi di osare, come gli dettava la sua natura e il temperamento iper-sensibile e infuocato, poiché aveva alle spalle una scuola solidissima, quella di Dominique Merlet e Marcel Ciampi (quest’ultimo maestro anche di Heidsieck, con cui Luisada ha a mio avviso qualche aspetto in comune, a partire dall’eloquenza della dizione pianistica), e un approfondimento stilistico maturato sotto le guide illustri e complementari di Nikita Magaloff e Paul Badura-Skoda. 

Ho ritrovato poi Luisada pochi anni fa, grazie a una sua nuova incisione delle Valses di Chopin, in cui il pianista da un lato portava all’apice una concezione del suono liquida e onirica, già manifestata in passato, e dall’altro depurava il discorso di certi lati più enfatici, sacrosanti nella giovinezza. Così, negli ultimi anni, Luisada ha conquistato una sorta di semplicità, senza perdere le caratteristiche che fanno di lui un interprete unico: si può dire, parafrasando il pensiero di Heinrich Neuhaus, che sia passato dall’individualismo all’individualità. La sua capacità di differenziazione stilistica si è ampliata, senza che però la fedeltà al testo divenisse mai fredda riproduzione.

Il 14 dicembre 2017 Luisada ha fatto la sua grande rentrée in Salle Gaveau, a Parigi, dopo un periodo piuttosto lungo che lo aveva visto assente dalle grandi sale della Ville Lumière. Egli ha trasformato la sala gremita di pubblico, nella quale si notavano grandi personalità del pianismo (fra le altre, Cécile Ousset, Bruno Rigutto, Caroline Sageman, Pierre Reach e anche molti giovani, come Geoffroy Couteau), in un grande salon, in una sorta di corrispondenza di amorosi sensi, stimolata dagli atteggiamenti anti-divistici del pianista (sedia di legno, sorrisi e inchini generosi) e dal suo modo sempre eloquente e comunicativo di creare il “discorso” musicale. Luisada non si limita infatti a ricercare il “bel suono”, che è una sua caratteristica da sempre, ma ne cerca la proiezione “emozionale” nel modo più comunicativo possibile, senza peraltro cadere in una gestualità artefatta: tutto si gioca nei pochi millimetri di attacco del tasto, con una varietà di suoni che va dal legato più suadente a suoni perlati creati lasciando “aria” fra le dita e la tastiera.

Il concerto si è aperto con la Sonata “Partita” op. XVI/6 in Sol maggiore di Franz Joseph Haydn, in cui Luisada ha dato prova di una vera e propria “espressione parlante” al pianoforte, passando da momenti di vivacità civettuola ad altri di languore metafisico. Ne è emerso un vero e proprio Teatro degli Affetti, fatto di fasti e tenerezze, senza che però il sentimento divenisse sentimentalismo larmoyant. Anche nei momenti di maggiore introspezione, Luisada ha mantenuto quella nobiltà e quella dignità che si addicono al brano, andando a ricercare l’attenzione dell’ascoltatore attraverso i dettagli più che con gesti enfatici (esemplare la realizzazione della mano sinistra, mai ridotta a inerte accompagnamento). Nell’acustica nitidissima della Salle Gaveau, il pianista ha inoltre fin da subito avuto l’intelligenza di arrotondare il suono con piccoli e costanti tocchi di pedale.

Nelle sublimi Variazioni in fa minore, sempre di Haydn, emergeva la lezione di Badura-Skoda nell’attenzione a un flusso discorsivo che tenesse in considerazione l’indicazione “Andante”, spesso stravolta da interpreti che – volendo essere più espressivi – restituiscono in maniera troppo pesante la scansione ritmica di questa composizione. Con estremo raffinamento della sonorità, Luisada ha saputo far percepire la Wehmut (malinconia dolce) che è sottesa a questa composizione, alla fine della quale Haydn appose le parole “laus deo” (Lode a Dio): almeno fino al grande episodio improvvisatorio (una sorta di cadenza in cui sembra emergere un sentimento di disperazione o comunque di intenso pathos), queste Variazioni  sembrano esprimere un fatalismo positivo in cui il Weinen (pianto) è costantemente confortato dal Lachen (sorriso). Luisada ha restituito perfettamente questo aspetto, facendo emergere la finezza e il pudore della “conversazione” haydniana.

Anche la Sonata op. 101 di Beethoven si è aperta sotto il segno di una ricerca di equilibrio da parte di Luisada: niente pose metafisiche, da oltreuomo, ma tanto amore nelle frasi teneramente cesellate. È un Beethoven, quello del pianista francese, ben radicato nella concretezza, in una pienezza terrestre che non ha bisogno di sconfinare in retorica; un Beethoven umano, anche nei piccoli rischi che il pianista si prende nel secondo movimento e nella fuga, per non rinunciare all’eccitazione ritmica. Il pianista stringe i denti nel finale della Sonata, proibitivo su uno Yamaha non proprio ideale, riuscendo però a non rinunciare mai alla propria visione musicale in nome della prudenza.

La seconda parte si apre con la Fantasia op. 49 di Chopin, pensosa ma non cupa (la marcia non è necessariamente funèbre). Negli episodi più dionisiaci ritroviamo il furor di cui è capace questo pianista, che sa benissimo come mania sia sorella di melancholia: è dal dialogo e dalla lotta di queste due dimensioni, che fin dall’antichità greca caratterizzano l’eroe e l’uomo di genio, che nasce il precario equilibrio della bellezza. In pochi autori come in Chopin ciò è essenziale: una piatta levigatezza, non solo nelle dinamiche ma anche nelle intenzioni, guasterebbe tutto. Nella Barcarolle op. 60 Luisada dipinge invece una Venezia rilucente, che pare anticipare gli italianismi di Fauré, con un cantabile e un rubato di ricercato charme. Le sonorità sono rotonde, in un trionfo della joie de la musique, ma alcuni apici espressivi nel registro acuto sono raggiunti quasi in diminuendo: le cose più importanti vanno dette sottovoce. Infine la Polonaise-Fantaisie op. 61, anch’essa volutamente anti-sacerdotale, fluente e naturale fin dall’inizio. Da notare la bellezza dei trilli, modulati con fantasia dal punto di vista agogico e dinamico, e la capacità di costruire quasi eroticamente una tensione che sfocia in un sorprendente finale à la Horowitz.

Luisada ha dato tutto se stesso, ma non si risparmia nei bis: molto sofisticato nella ricerca delle voci interne è l’Intermezzo op. 118 n. 2 di Brahms, fra pudore e inquieta urgenza – forse il momento più commovente del recital; scintillante lo Scherzo op. 31 n. 2 di Chopin, con sonorità di cristallo perfino nelle parti più cantabili. E poi il Bizet raro degli Chants du Rhin, come un’intima conversazione conclusiva fra il pianista e un pubblico che lo (ri)conosce e lo ama.

Luca Ciammarughi

 

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