Giu 302017
 

In occasione dei vent’anni dalla scomparsa di Giorgio Strehler e dei dieci anni dalla scomparsa di Luciano Damiani, la Scala ha ripreso lo spettacolo dell’Entführung aus dem Serail andato in scena nel Teatro milanese nel 1972, ma preparato originariamente per Salisburgo nel 1965. Quel mitico Ratto non fu dunque concepito inizialmente per il Teatro alla Scala, ma per il più raccolto Kleines Festspielhaus, le cui dimensioni estremamente ridotte portarono Damiani alla felice intuizione (necessità virtù!) di  concepire il luogo dell’azione scenica “al di fuori dell’arco del boccascena”. Alla Scala, però, le quinte salisburghesi diventarono teatro nel teatro, dato che non potevano “chiudere” il vasto palcoscenico. Ovvero: di come il teatro non sia mai luogo puramente idealistico. Un’esigenza pratica può trasformare la natura e il senso di uno spettacolo.

Se il Ratto scaligero del 1972 aveva una forte componente metateatrale, la ripresa odierna, curata da Mattia Testi, diviene teatro al cubo. Non perché modifichi sostanzialmente lo spettacolo originario, ma anzi proprio perché lo prende di peso e lo propone a noi spettatori del ventunesimo secolo quasi tale e quale. Direzione di Zubin Metha compresa. Oltre all’omaggio a Strehler e Damiani, e al di là del coté nostalgico, l’operazione è importante perché ci fa riflettere su come il teatro d’opera sia cambiato, su cosa resta dei “classici” registici di quegli anni ormai lontani, su quale diverso impatto possa avere uno spettacolo a distanza di un cinquantennio. Un’operazione simile è stata fatta recentemente dall’Opéra de Lyon nel Festival “Mémoires”, che ha proposto tre capisaldi del Regie-Theater tedesco: l’Elektra di Ruth Berghaus, il Tristano di Heiner Müller e la Poppea di Klaus Michael Grüber. I puristi contesteranno il “di” specificativo (Elektra non è di Ruth Berghaus, ma di Richard Strauss; il Ratto non è di Strehler, ma di Mozart): eppure alcune regie si sono imposte con una tale forza da costituire ormai quasi dei “classici”. C’è naturalmente il rischio che la ripresa di spettacoli passati diventi occasione per amarcord restaurazionisti: ‘ah, la Milano di Strehler’, ‘oh, il rispetto della musica!’, ‘signora mia, come si facevano gli spettacoli una volta, non si fanno più’. Si dovrebbe riflettere sul fatto che il passato mitizzato è stato, spesso, un presente contestato.

Cosa resta, dunque, del Ratto di Strehler-Damani? Sicuramente uno spettacolo esteticamente assoluto, sciolto da ogni vincolo temporale. Il “bel cielo immenso” e la striscia di mare baluginante incantano sempre, a rappresentare in maniera semplice ma fortemente evocativa la libertà agognata dal quartetto di fuggiaschi: Konstanze e Blonde, costrette nel serraglio, e i rispettivi amanti Belmonte e Pedrillo, pronti a liberarle. Il gioco delle luci e delle silhouette mantiene la sua forza simbolica, nonostante l’imperfezione del risultato data dal variare della posizione dello spettatore in sala. Come spiegò lo stesso Strehler, «quando i personaggi recitano la commedia, sono in una luce abbagliante; viceversa, quando cantano arie e duetti e predomina l’elemento musicale, avanzano alla ribalta e sono silhouette in controluce». Anche la caratterizzazione comica di Osmin, guardiano del serraglio e “orco cattivo” un po’ ridicolo, mantiene intatta la sua forza. Cosa convince meno? Forse proprio l’idea strehleriana di un Mozart visto come emblema di “perfezione e equilibrio assoluti”. Questo mondo di silhouette veneziane, che trae ispirazione dall’immaginario barocco trasponendolo però in un classicismo idealizzato e fondamentalmente statico, è un mondo stilizzato che rappresenta una possibile interpretazione dell’universo mozartiano, ma che non può assurgere a verità intoccabile. Se un regista odierno creasse uno spettacolo ricalcato su un modello tale, il risultato sarebbe insopportabilmente manieristico. Meglio un Osmino militante dell’Isis che una copia sbiadita del passato.

Iper-classicista rimane, a distanza di cinquant’anni, anche l’interpretazione di Zubin Metha. In questo senso, l’operazione di restauro dello spettacolo originale nella sua globalità è pienamente riuscita. Anche prescindendo dalla rivoluzione filologica, però, la direzione di Metha appare oggi fin troppo attenta a smussare gli spigoli e a creare quell’equilibrio che viene solitamente designato come “perfetta bellezza mozartiana”: le turcherie, che dovrebbero ricordare le fragorose bande militari dei giannizzeri, vengono un poco moderate; un legato quasi pervasivo rende il discorso fin troppo omogeneo; gli staccati non sono mai pungenti. Certo, la sonorità complessiva è di una dolcezza e levigatezza meravigliose, e del tutto in linea con l’estetica dello spettacolo. Ma era davvero questo lo spirito all’epoca di Mozart? Come sottolineava già il musicologo Francesco Degrada, la composizione asimmetrica, irrazionale delle frasi musicali non è propria solo del canto di Osmino: «[…] a ben vedere questa anarchia metrica, simbolo di una disarmonia interiore, è una caratteristica di tutta la musica turca dell’Entführung, a cominciare dall’Ouverture, della quale giustamente l’autore diceva: “È brevissima, con una continua alternanza di forte e piano, e al forte inizia sempre la musica turca. Varia così da un tono all’altro e credo che sarà impossibile addormentarsi, anche se si fosse trascorsa l’intera notte precedente in bianco”». Questi contrasti estremi, questa eccitazione, che è speranza ma anche paura, sono spesso mancate nella lettura di Metha. Non solo nelle turcherie, ma anche nei momenti in cui si dovrebbe percepire “il tremore, l’esitazione, […] il petto gonfio che si solleva, […] il sospirare” (ancora parole di Mozart, riferite all’aria di Belmonte O wie ängstlich). 

Spesso, riguardo a Mozart, si cita il passaggio, riferito proprio a Osmin, in cui il compositore afferma che «le passioni, violente o no, non devono essere mai espresse al punto di suscitare disgusto e la musica, anche nella situazione più terribile, non deve mai offendere l’orecchio, ma piuttosto dilettarlo e restare pur sempre musica». Questo “diletto” ci viene pienamente restituito dalla lettura di Metha, quasi un rosolio per le orecchie. La citazione mozartiana, però, va contestualizzata. Leggiamo le parole precedenti al passo estrapolato: «Un uomo in preda a una collera tanto violenta oltrepassa ogni misura, ogni limite, non è più in sé, e allora anche la musica non dev’essere più in sé». E poi quelle successive:« […] poiché la musica […] deve restare pur sempre musica, non ho scelto un tono estraneo a quello di fa, che è il tono dell’aria, ma uno prossimo; non quello più vicino, re minore, ma quello più lontano, la minore». Mozart non afferma che la musica debba essere moderata o conservare una compostezza compunta, ma fa una specifica osservazione sulle scelte armoniche. Per il resto, “la musica non dev’essere più in sé“. Metha è oggi agli antipodi da un Currentzis: quanto il secondo è spericolato ed estremo nelle scelte, tanto il primo è moderato. Molti effetti di Currentzis appaiono esteriori e puramente provocatori; ma ci sono momenti in cui la rottura di un inesistente mondo immerlettato è davvero necessaria.

Metha ha, da par suo, regolato perfettamente i volumi sulle voci dei cantanti. Il cast è apparso nel complesso omogeneo, senza vette sublimi. Il pubblico si è entusiasmato per l’Osmin fortemente caratterizzato di Tobias Kehrer, abilissimo nei calembour comici e in possesso di un’estensione vocale perfetta per il ruolo, ma talvolta un po’ disordinato musicalmente. Ha convinto la Konstanze di Lenneke Ruiten, non sempre perfetta ma in possesso di una buona coloratura e di una voce ricca e duttile. Sabine Devieilhe ha confermato il suo gusto eletto e la sua estrema intelligenza interpretativa, impersonando una Blonde piena di grazia ma anche di incisiva autorevolezza; nella non facile acustica scaligera la voce, nitidissima e ben proiettata, risultava però un po’ povera di armonici. Cornelius Obonya ha ben reso l’autorevolezza e la clemenza finale di Selim Pascià. Mauro Peter ha dato nel complesso una buona prova nel ruolo di Belmonte, non riuscendo però sempre a restituire i vertici dell’aura amorosa del personaggio; brillante vocalmente ma sbiadito nelle intenzioni è apparso il Pedrillo di Maximilian Schmitt, soprattutto nell’aria In Morhrenland gefangen war, dove non ha saputo o voluto entrare nello spirito suggerito dal commovente accompagnamento pizzicato degli archi.

Luca Ciammarughi

 

 

Print Friendly, PDF & Email
Loading Comments…

Please Registrati or to leave Comments

Il nostro programma di affiliazione

Clicca qui sotto per scoprire il nostro straordinario programma di affiliazione "ClassicaViva Fidelity Card", che ti consentirà ottimi sconti immediati su concerti, festival, mostre... Come funziona?

Servizi per gli Enti artistici affiliati

Gentile Ente, ecco la descrizione dei servizi che potrebbe ottenere iscrivendosi al nostro portale: Servizi

Modulo iscrizione Cliente

Gentile lettore del nostro blog, iscriviti qui per aderire gratuitamente al nostro programma di affiliazione: Iscriviti

Modulo iscrizione Ente artistico affiliato

Iscriversi qui, per collaborare con il Network di ClassicaViva, per aumentare il pubblico e la visibilità: Iscriviti

Mappa Enti artistici affiliati - visualizza qui: