Mar 142017
 

«Il segreto di una interpretazione efficace non sta nella fedele riproduzione del testo; anzi probabilmente è vero l’opposto»: queste parole di Ferruccio Busoni fanno da perfetto viatico a qualche riflessione sulla figura di Ivo Pogorelich, che è tornato ieri a Milano con un recital all’Auditorium di Largo Mahler, in beneficienza per Vidas. Chi si aspetta da Ivo il Divo un’aderenza alla lettera del testo musicale fa meglio a rimanere a casa: da decenni sono note le sue tendenze ai tempi dilatati e all’appropriazione soggettiva del testo. Dato per tramontato da chi lo considera personaggio narcisistico, Pogorelich stavolta sembra essere risorto con più convinzione del solito: ha anche inciso due Sonate di Beethoven, l’op. 54 e l’op. 78, per la piattaforma digitale Idagio, a più di vent’anni dalla sua ultima registrazione Deutsche Grammophon.

Recensire Pogorelich non è oggi impresa facile: anche perché egli non rappresenta più soltanto un interprete, ma è una sorta di performer a tutto tondo, il cui mito travalica la sfera dell’esecuzione vera e propria. Quando il pubblico entra in sala, lui è già sul palco col berretto di lana, come ad ambientarsi e a desacralizzare il rito del concerto. A Casa Verdi, qualche anno fa, si era girato verso il pubblico dopo aver suonato la Valse Triste di Sibelius e aveva proferito parola: “Piaciuto?”. E ricordo perfettamente quando, ormai quasi dieci anni fa, in un’intervista che gli feci a Lugano, fece spostare alcune poltrone e suppellettili della hall per avere un equilibrio estetico ideale. Sa bene che tutto ciò che abbiamo intorno ci condiziona: cose e persone. Mi parlò a lungo di storia, di politica, ma anche di ciò che nella vita più conta, ossia “il lavoro, perché tutto il resto non lo decidiamo noi: c’è chi nasce bello o brutto, alto o basso, biondo o bruno. Ma alla fine ciò che conta sono le cose di lavoro”, ovvero l’impegno che ognuno mette in ciò che fa. E se c’è una cosa che non si può rimproverare a Pogorelich, è la sua dedizione allo studio, secondo un metodo appreso dalla compianta moglie-insegnante russa Alize Kezeradze. Quando studia, Pogorelich studia sul serio. Recentemente ha appreso la Valse di Ravel -come ci racconta nell’incontro stampa- isolandosi per più di un mese nella casa di un amico in Marocco. “Voglio suonare tutte le note anche del terzo rigo”, quelle che pochissimi eseguono in toto. “Sveglia alle 6.30, studio fino alle 14, pranzo e poi di nuovo studio fino alle 22. Ho sconvolto tutti i ritmi della casa!”. Scoppia a ridere: è di buon umore e ha voglia di raccontarsi. La memoria va alle piccole città italiane, amatissime, viste durante le tournée di un’epoca che ci appare lontanissima, quegli anni ottanta che lo videro protagonista mitizzato e idolatrato. Sembra indulgere alla nostalgia: “Oggi in Europa non c’è attenzione verso la musica classica, sembra quasi che disprezziamo il nostro patrimonio in favore di qualsiasi novità e moda. Paradossalmente c’è molta più attenzione in altri continenti!”. Dice anche che “la gente veste in maniera più sciatta”, poi si osserva, scoppia a ridere ed esclama: “Del resto basta vedere me!”. Indossa un completo che definirei sport-bohème, con tuta “Patagonia” :

 

La figura di Pogorelich mi fa venire in mente i replicanti di Blade Runner (“Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”). Al pianoforte il suo suono è quello di un alieno: non ho in mente nessuno che riesca, come lui, a trascendere la natura percussiva dello strumento anche in sonorità enormi, sinfoniche. Il suo monumentale corpo è plasticissimo, le mani gigantesche e duttili. A osservarlo, sembrerebbe quasi impermeabile alla realtà esterna: è solo attraverso il suono che possiamo ipotizzare la natura profonda dei suoi sentimenti. Se il pubblico tossisce ripetutamente o fa squillare cellulari, non batte ciglio.

Si è tanto parlato del narcisismo di Pogorelich (solo perché era bello e bravo?), delle sue eccentricità, del suo presunto travisare la lettera e lo spirito dei brani che suona, ma raramente ci si è accorti dell’immane senso del tragico che le sue interpretazioni portano con sé: ci ho pensato ieri quando ha attaccato il Carnevale di Vienna di Schumann, in modo sinfonicamente poderoso (mai ho sentito così tanto in quest’incipit apparentemente leggero questo senso terribile del sublime); e poi nella Romanza, con quella prima nota lunghissima e poi la discesa melodica quasi senza pathos, in una luce immota; nello stillicidio della seconda Ballata di Chopin; e, soprattutto, nella seconda Sonata di Rachmaninov e nel bis, di nuovo Valse Triste di Sibelius, in cui l’aggettivo “triste” inghiottiva il sostantivo “valse”. Rachmaninov non ha per lui nulla di sentimentale, è un colosso visionario, sospeso fra il celestiale e l’oscuro. Ho pensato alla depressione di Rachmaninov, alla sua sensualità e alla spiritualità dei Vespri, ai due lati di una medaglia che esclude totalmente ogni medietà zuccherosa: i tempi saranno lentissimi, il testo verrà anche tradito, ma Pogorelich ci dà oggi una chiave d’accesso al compositore russo che pochi altri possono darci. E in certe evanescenze lo mette in contatto con una cultura francese che in Russia è sempre stata presente: chissà cosa farebbe oggi Pogo nei Préludes di Debussy!

Mozart riserva delle sorprese: l’interpretazione della Fantasia K 475 ci porta lontani dal canone novecentesco e ci propone un senso del rapsodico (“fantasieren” come improvvisazione, ma anche vaneggiamento, delirio) inusitato nel Pogorelich di vent’anni fa. C’è una nuova fluidità nella concezione del tempo, che cogliamo anche nella nuova incisione delle due Sonate di Beethoven. C’è in lui una nuova spontaneità, anche se lo studio è meticoloso come un tempo. Ma è inutile cercare lo splendore della giovinezza: oggi Pogorelich è un uomo che rappresenta la contraddizione fra la memoria di un’epoca edonistica (gli anni ottanta) e la spinta a una nuova autenticità, fatta anche di rugosità, di assurdità, di polverizzazione della storia, di espressione (conscia o inconscia che sia) dell’epoca assurda in cui ci troviamo. Di una crisi dell’arte. Ma anche di un’inestinguibile e profonda voglia di vivere.

Luca Ciammarughi

 

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