Gen 282017
 

 

JULIA FISHER

LA STELLA DEL VIOLINO ARTIST IN RESIDENCE

DI LUGANOMUSICA PER 3 CONCERTI

(3 febbraio, 28 e 29 marzo 2017)

 

 

Per la seconda stagione di LuganoMusica, la più importante rassegna concertistica della Svizzera italiana, il ruolo di Artist in residence 2016-2017 sarà ricoperto dalla stella del violino Julia Fischer, con tre concerti: il 3 febbraio, e il 28 e 29 marzo.
Dopo Daniil Trifonov, giovane pianista protagonista lo scorso anno, quest’anno la scelta non poteva che ricadere su una delle più valide violiniste della sua generazione a livello mondiale.
Una sonorità inconfondibile, una tecnica stravolgente, un forte temperamento, ma anche momenti di grande dolcezza: queste sono solamente alcune delle numerose qualità che contraddistinguono Julia Fischer.

«La musica ha sempre fatto parte della mia vita – racconta la violinista tedesca – Mia madre è pianista e mio padre (uno scienziato) è nato e cresciuto nell’allora Germania orientale, dove l’arte era una necessità vitale». La forza interiore di Julia Fischer si sente in ogni sua interpretazione.

Nominata, a 24 anni, Artist of the Year dalla celebre rivista inglese Gramophone, Julia Fischer parla più lingue (ha fatto la maturità in russo «per divertimento»), dirige il proprio festival di musica da camera in Baviera, insegna e vola da un successo all’altro.
Julia Fischer, che collabora spesso con l’Academy of Saint Martin in the Fields anche come direttrice d’orchestra, si proporrà a LuganoMusica nella multiforme veste di solista, camerista e persino di interprete al pianoforte!
I suoi tre concerti offriranno momenti unici da non perdere.
La figura dell’artist in residence sottolinea l’interesse di LuganoMusica per i giovani talenti emergenti, protagonisti di un percorso artistico che ogni anno si snoda lungo 3 concerti nella Sala Teatro del LAC, il moderno centro culturale di Lugano.

I concerti

Si inizierà in récital venerdì 3 febbraio alle ore 20.30: oltre a Beethoven e Grieg, dove sarà affiancata dalla pianista Milana Chernyavska, Julia Fischer attraverserà grandi classici e gemme rare tra Romanticismo e modernità.
In programma, quindi, un repertorio ‘di nicchia’ che l’artista ama proporre sui maggiori palcoscenici del mondo: la Sonata per violino e pianoforte n. 6 in la maggiore, op. 30 n. 1 di Ludwig van Beethoven, la Sonata per violino e pianoforte in re minore, op. 9 di Karol Szymanowski, la Sonata per violino solo in mi minore, op. 27 n. 4 di Eugène Ysaÿe e la Sonata per violino e pianoforte in sol maggiore, op. 13 di Edvard Grieg.

A marzo – in un vero tour de force – sarà possibile ascoltarla per due giorni di seguito: il 28 nel Concerto di Benjamin Britten e il 29 in duo con il violoncellista Daniel Müller-Schott.

Martedì 28 marzo alle ore 20.30, secondo appuntamento della sua residenza al LAC, Julia Fisher porterà per la prima volta a Lugano la BBC Philharmonic Orchestra, diretta da Juanjo Mena. Durante il concerto verranno eseguite l’Ouverture da Euryanthe, op. 81 di Carl Maria von Weber, il Concerto per violino e orchestra in re minore, op. 15 di Benjamin Britten e la Sinfonia n. 4 in fa minore, op. 36 di Pëtr Il’ič Čajkovskij.

Il concerto sarà preceduto, alle ore 19.00 nella Sala Capitolare del LAC, dall’incontro “Quello che avete sempre voluto sapere sulla musica ma non avete mai osato chiedere” con Etienne Reymond, direttore artistico di LuganoMusica, e il giornalista Enrico Parola: un’introduzione al concerto della serata per cogliere l’essenza della musica e capire a fondo i brani ascoltati (Prenotazione obbligatoria, ingresso con il biglietto del concerto).

A seguire, dopo il concerto, alle ore 22.30 nel Teatrostudio, Late Night Modern 6 “Britten Reloaded”, che proporrà brani con la chitarra acustica, con la chitarra elettrica e una prima assoluta commissionata da Oggimusica a Mathias Steinauer. Chitarrista: Mats Scheidegger (Biglietto Fr. 15.-)

Nell’ultimo concerto, mercoledì 29 marzo, sempre alle 20.30, Julia Fischer si lascerà scoprire anche nel ruolo di raffinata pianista, accompagnata da Daniel Müller-Schott al violoncello.
In programma il Duo per violino e violoncello, op. 7 di Zoltán Kodály, la Sonata in la minore, D. 821 Arpeggione di Franz Schubert, Una partita per violino solo di Johann Sebastian Bach e la Sonata per violino e violoncello di Maurice Ravel.

 

 

Modalità di ingresso

Biglietti: 132/13.20 Fr.

Informazioni e biglietti: LuganoMusica

www.luganomusica.ch, Tel. +41 (0)58 866 42 22

LuganoMusica

Piazza Bernardino Luini 2
CH-6900 Lugano
Tel. +41 (0)58 866 42 85
info@luganomusica.ch
www.luganomusica.ch

 Ufficio stampa
Ellecisuisse. Tel. +41 78 7146702
e-mail: chiara.lupano@ellecisuisse.ch

Gen 222017
 

“Una sinfonia per i giovani” – Musica, talento e solidarietà.

Concerto Sinfonico a sostegno dell’Associazione ABEO

Teatro Filmarmonico di Verona – 30 gennaio 2017, ore 20.45

 

Un’orchestra di giovani, un Direttore d’Orchestra giovanissimo e di grande talento, una staordinaria violinista di fama internazionale con uno Stradivari “Viotti” del 1700 e la solidarietà. Sono questi gli ingredienti fondamentali del concerto di beneficenza in favore dell’Associazione ABEO (Associazione Bambino Emopatico Oncologico) che si terrà, con il Patrocinio del Comune di Verona, il prossimo 30 gennaio al Teatro Filarmoico di Verona, cornice autentica di straordinaria bellezza, che ospiterà un evento di alto valore culturale e, soprattutto, sociale e morale.

Il concerto, infatti, nasce come progetto di Beneficenza, con l’intento di sostenere e supportatre l’associazione ABEO nello svolgere la sua attività di sostegno per le famiglie di bambini affetti da tumori solidi e leucemie, promuovendo e sostenendo così tutte le iniziative previste per questo tipo di percorso: sotto il profilo della prevenzione, del trattamento ottimale, della riabilitazione e della socializzazione intesa come reinserimento in una vita normale.

Un’ evento davvero importante che vedrà come protagonisti giovani che aiutano i giovani, il concerto, infatti, sarà eseguito dall’‘Orchestra Filarmonica del Festival Pianistico Internazionale di Brescia e Bergamo, una tra le migliori orchestre emergenti nel panorama musicale nazionale e internazionale, che è nata proprio come orchestra giovanile e che si presenta come un’orchestra di giovani musicisti di grande talento che già hanno maturato importanti esperienze professionali.

Il concerto inoltre verrà diretto da un giovanissimo talento emergente dell’attuale panorama musicale italiano, il Maestro Alessandro Bonato, nel marzo scorso è stato invitato a dirigere ” il Flauto Magico” di W.A.Mozart presso la Royal Opera House Muscat, alla guida della Royal Oman Sinphony Orchestra

E ciliegina sulla torta a rendere questo appuntamento ancora più speciale un straordinario ospite. Emozione, sensibilità musicale, tecnica prodigiosa e singolare bellezza: sono alcune delle qualità che fanno di Kyoko Takezawa una delle più straordinarie e ricercate violiniste del nostro tempo che suonerà il violino Stradivari “Viotti” (1704) messole a disposizione dalla Nonprofit Organization Yellow Angel.

I biglietti sono disponibili presso la sede di Verona Box Office (Via Pallone, 16, 37121 Verona VR), presso gli sportelli Unicredit Banca e online sul sito www.boxofficelive.it e sul circuito GetTicket www.geticket.it

 

UFFICIO STAMPA
STUDIOVENTISETTE SRL
ufficiostampa@studioventisette.net
+39 045 830 36 46

 

PROGRAMMA

F.Mendelsshon Bartholdy: Die Hebriden op. 26

L.V.Beethoven: Violin concerto op. 61

F.Mendelsshon Bartholdy: Sinfonia n. 3 in A minor op.56  ” La Scozzese”

 

Kyoko TAKEZAWA
V
iolino

ALESSANDRO BONATO
Direttore

ORCHESTRA FILARMONICA DEL FESTIVAL PIANISTICO INTERNAZIONALE DI BRESCIA E BERGAMO

 

 

 

Kyoko TAKEZAWA – Violinista

Emozione, sensibilità musicale, tecnica prodigiosa e singolare bellezza: sono alcune delle qualità che fanno di Kyoko Takezawa una delle più straordinarie e ricercate violiniste del nostro tempo.
Negli USA Kyoko Takezawa si è esibita con le più rinomate orchestre tra le quali la New York Philharmonic, la Boston Symphony, la Philadelphia Orchestra, la Chicago Symphony e le orchestre sinfoniche di San Francisco, Cleveland, Baltimore, Houston, Toronto, Seattle and Montreal.
Nel mondo Kyoko Takezawa ha suonato con Academy of St. Martin-in-the-Fields, London Symphony, Tonhalle Orchestra di Zurigo, Dresden Staatskapelle, Gewandhausorchester di Lipsia, Concertgebouw Amsterdam, Royal Scottish National Orchestra, Weimar Staatskapelle, Orchestre National de Radio France, NHK Symphony and New Japan Philharmonic.
Ha collaborato con celebri direttori tra i quali Seiji Ozawa, Sir Colin Davis, Michael Tilson Thomas, Wolfgang Sawallisch, Kurt Masur, David Zinman, Sir Neville Marriner, Leonard Slatkin, Charles Dutoit, Marek Janowski, Roberto Abbado e Riccardo Chailly e si è esibita nelle principali sale del mondo, tra cui Carnegie Hall, Kennedy Center di Washington, London’s BBC Proms, Wigmore Hall e Suntory Hall.
L’attività cameristica di Kyoko Takezawa è stata molto apprezzata e in qualità di co-direttore del Suntory Festival Soloists di Suntory Hall a Tokyo ha collaborato con Isaac Stern, Yo-Yo Ma, Wolfgang Sawallisch e Joseph Suk; si è esibita al Taipei International Chamber Music Festival, all’Aspen Music Festival e ha partecipato al Grand Teton Music Festival.
Kyoko Takezawa vanta un ampio catalogo discografico per BMG/RCA: il Concerto per violino di Samuel Barber con Leonard Slatkin e la Saint Louis Symphony Orchestra, il Concerto per violino di Elgar con Sir Colin Davis e l’Orchestra della Radio Bavarese, il Concerto n. 2 di Bartók con Michael Tilson Thomas e la London Symphony, i Concerti di Mendelssohn con Claus Peter Flor e la Bamberg Symphony.
Kyoko Takezawa ha partecipato a numerosi programmi televisivi tra i quali “Concerto!”, nel quale ha suonato il Concerto n. 2 di Bartok diretta da Dudley Moore per BBC Channel 4, A&E e un documentario per la TV giapponese.
Kyoko Takezawa ha intrapreso lo studio del violino all’età di tre anni e a sette si è recata negli USA, in Canada e in Svizzera come membro del Suzuki Method Association. Nel 1982 ha vinto la 51th Annual Japan Music Competition e a diciassette anni è entrata all’Aspen Music School per studiare con Dorothy DeLay, con la quale si è diplomata alla Juilliard School nel 1989. Nel 1986 ha vinto la medaglia d’oro all’International Violin Competition di Indianapolis; recentemente ha ricevuto il prestigioso Idemitsu Award.
Kyoko Takezawa suona il violino Stradivari “Viotti” (1704) messole a disposizione dalla Nonprofit Organization Yellow Angel.

 

 

ALESSANDRO BONATO – Direttore
Violinista, violista e direttore,  Alessandro Bonato ha già al suo attivo un’esperienza da musicista che lo pone tra i giovani emergenti dell’attuale panorama musicale italiano. Iniziato precocissimo alla direzione d’orchestra dal M° Vittorio Bresciani, dal 2013 studia e si perfeziona con Maestri di fama internazionale come Pier Carlo Orizio, Donato Renzetti, Umberto Benedetti Michelangeli.
Nel giugno 2013 ha debuttato ufficialmente come direttore, inaugurando la stagione dei Concerti del Chiostro alla guida dell’Orchestra del Conservatorio, riscuotendo l’unanime entusiasmo da parte del pubblico e il consenso della critica che così si è espressa: “… un istinto naturale, che assomma precisione e gesto con una freschezza interpretativa e un impeto notevolissimi” (L’arena).
Premiato come miglior direttore al Primo Concorso per Direttori di banda di Dossobuono, è stato invitato come Maestro ospite a dirigere il concerto inaugurale della XVI edizione del Concorso per banda “ Flicorno d’Oro ” di Riva del Garda.
Nel 2014, in occasione della presentazione del museo Callas di Zevio, Bonato ha diretto l’Orchestra Sinfonica Italo Montemezzi di Verona in un galà lirico in onore della Celeberrima cantante.
Nel Marzo 2016 viene invitato a dirigere ” il Flauto Magico” di W.A.Mozart presso la Royal Opera House Muscat, alla guida della Royal Oman Sinphony Orchestra.
E’ direttore e fondatore dell’Ensemble Sacligero.
Ha suonato e diretto in importanti teatri come: Teatro Filarmonico di Verona, Teatro Bibbiena di Mantova, Teatro Ristori ( Verona ), Teatro Sociale di Castelfranco Veneto, Royal Opera House Muscat. È docente di violino presso la scuola di musica “School Of Art” di Colognola ai Colli di Verona.

 

 

ORCHESTRA FILARMONICA DEL FESTIVAL PIANISTICO INTERNAZIONALE DI BRESCIA E BERGAMO
Nata come conseguenza dell’esperienza triennale del Progetto Giovani con Uto Ughi, la Filarmonica del Festival Pianistico Internazionale di Brescia e Bergamo si presenta come un’orchestra di giovani musicisti di grande talento che già hanno maturato importanti esperienze professionali. Al tempo stesso, la Filarmonica guarda con particolare attenzione ai conservatori delle città del Festival e vuole offrire ai migliori studenti diplomandi la possibilità di arricchire il proprio bagaglio formativo all’interno di una compagine altamente qualificata.
A Luca Ranieri, noto e apprezzato musicista bresciano, è affidata la responsabilità delle selezioni dei musicisti che compongono l’orchestra. Prima viola dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, Ranieri ha lavorato con i maggiori direttori al mondo e ha all’attivo numerose collaborazioni, fra cui quella come prima viola ospite con l’Orchestra del Teatro alla Scala e con la Filarmonica scaligera.
La nuova formazione non solo figura quale orchestra “in residenza” del Festival di Brescia e Bergamo, comparendo quindi più volte nella sua programmazione, ma è impegnata in una sua attività indipendente.
La Filarmonica vuole essere anche un servizio nei confronti delle città del Festival per avvicinare un pubblico ancora più ampio alla grande musica attraverso iniziative come incontri con i musicisti, concerti pensati per le famiglie e prove aperte.
La Filarmonica è stata presentata ufficialmente il 16 dicembre 2013, in occasione di un concerto benefico al Teatro Sociale di Brescia (Sergej Krylov solista). A Bergamo la Filarmonica ha fatto il suo debutto l’11 febbraio 2014 al Teatro Sociale, con un concerto nell’ambito delle iniziative per il “Giorno del Ricordo”, ricorrenza in cui si commemorano le vittime dei massacri delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Nel 2014 la Filarmonica è stata impegnata al Festival di Brescia e Bergamo con solisti quali Roberto Cominati, Lilya Zilberstein e Federico Colli. Sergej Krylov l’ha invece diretta in occasione del concerto in memoria delle Vittime di Piazza della Loggia nel quarantennale della strage. Nello stesso periodo, ma non in ambito Festival, la Filarmonica è stata diretta anche da Giorgio Mezzanotte. Ad agosto la Filarmonica, guidata da Pier Carlo Orizio, ha inaugurato davanti a 4.000 persone il Meeting di Rimini con un omaggio a Fellini, omaggio riproposto con successo anche al Teatro Carisport di Cesena nel novembre dello scorso anno.
Il cartellone del Festival 2015 vede la Filarmonica protagonista in numerose occasioni: dapprima a fianco di Ramin Bahrami, poi con Daniil Trifonov (col il quale si esibirà anche al Teatro Alighieri di Ravenna) e successivamente sotto la direzione dell’armeno Eduard Topchjan. Una selezione della Filarmonica si unirà all’Orchestra Cherubini nei concerti diretti da Riccardo Muti al Festival il 19 maggio a Brescia e il 20 a Bergamo. La Fondazione Credito Bergamasco sostiene l’attività della Filarmonica nell’ambito della 52ª edizione del Festival.

 

 

 

ABEO ONLUS – Associazione Bambino Emopatico Oncologico

ABEO è un’organizzazione non lucrativa iscritta nel registro regionale degli organismi di volontariato che nasce nel 1988 per iniziativa di alcuni genitori coinvolti e da gennaio 1993 inizia un percorso mirato a favore del bambini emopatici oncologici, affetti cioè da tumori solidi e leucemie.
ABEO è l’unica Associazione di riferimento per la raccolta di fondi destinati al Reparto di Oncoematologia Pediatrica del Policlinico G. B. Rossi di Verona atta a svolgere attività di sostegno per le famiglie di bambini affetti da tumori solidi e leucemie, promuovendo e sostenendo tutte le iniziative previste per questo tipo di percorso, sotto il profilo della prevenzione, del trattamento ottimale, della riabilitazione e della socializzazione intesa come reinserimento in una vita normale. 
A novembre 2010, in collaborazione con l’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata, è nato il PROGETTO TRAPIANTI di cellule staminali emopoietiche, un’attività che implica uno sforzo economico rilevante e stabile nel tempo, necessario a garantirne la continuità e la qualità di cura. I risultati ottenuti fino ad ora sono il frutto dell’impegno dei genitori, dei volontari e della fiducia di molte persone benefattrici.
Ad oggi, siamo davvero molto fieri che le nostre famiglie, un tempo costrette a rivolgersi ad altri centri come Padova, Pavia, Milano…, con i conseguenti disagi economici e psicologici dovuti all’allontanamento dai familiari e dalla propria città, possano essere ora curate qui a Verona, nuovo centro di eccellenza.
I bambini oncoematologici inoltre, sono sottoposti a lunghi periodi di ospedalizzazione ed essendo immunodepressi viene loro negata la frequentazione di luoghi chiusi o molto visitati come la scuola o i parchi giochi, non permettendo loro di vivere una normale vita sociale, importante per tutti, ancora di più per bambini in fase di crescita. A questo proposito, è nato il progetto  “ABEO SCUOLA A DOMICILIO” le cui finalità sono quelle di restituire una vita normale al bambino in cura, mantenendo alta la sua motivazione attraverso due tipologie di intervento educativo: uno rivolto ai bambini che non possono partecipare alla vita scolastica ai quali, quindi, si propone un collegamento internet con la classe attraverso una web-cam, in modo che possano seguire quotidianamente le lezioni; l’altro, invece, è rivolto ai bambini in post terapia che stanno vivendo il reinserimento scolastico e che quindi necessitano di un supporto didattico, emotivo e sociale nella ripresa dei “ritmi scolastici” e delle relazioni con i coetanei.
ABEO, per raggiungere l’importante obiettivo di dare le cure migliori ai nostri piccoli pazienti, interviene a favore del Servizio Sanitario finanziando interamente: 7 figure professionali, 3 borse di studio, strumenti elettromedicali, strutture ed arredi che contribuiscono a rendere il Reparto un ambiente confortevole e a misura di bambino.

 

Gen 162017
 

È mezzanotte a Milano e due ore fa Maurizio Pollini ha terminato il suo recital solistico al Teatro alla Scala. Una serie di forti emozioni contrastanti mi pervadono e mi fanno pensare che Pollini riesce sempre e comunque a scuotere il pubblico. Perché? Per il suo estremo idealismo. Anche con un corpo e dei riflessi che non sono più quelli della gioventù, egli non rinuncia mai a inseguire l’Idea: piuttosto rischia, sporca, perde per qualche attimo la trebisonda (ma senza mai uscire davvero di strada), ma rimane fedele al suo pensiero musicale. È vero, ci sono stati pianisti che alla sua età (75 anni) erano più puliti e più sereni nell’incedere: ma spesso adottavano una sorta di prudenza, ad esempio nello stacco dei tempi. Pollini invece non ha nulla del vecchio saggio che racconta con serena nostalgia gli splendori del passato: al contrario, è inquieto, percorso quasi dall’ansia di vivere ancora e sempre di nuovo, come se fosse la prima volta, l’hic et nunc, con la stessa urgenza e quasi la fame di vita della gioventù. E anche per questo, certamente, sbaglia più di altri: il suo idealismo non ha freni inibitori, è assolutamente sordo a ogni forma di contraccezione musicale, quale può essere ad esempio un rallentando strategico in un punto pericoloso. Magari sbaglia, ma lo fa sempre con autentico pathos.

Pollini à rebours: ‘controcorrente’ non soltanto nel disinteressarsi di ogni forma di levigata (e spesso soporifera) correttezza, ma anche nella scelta del percorso, letteralmente a ritroso, da Schönberg a Beethoven. In un’intervista lessi che Pollini considerava Schönberg come un’estrema propaggine del romanticismo. Ma che tipo di romanticismo? L’op. 11, stasera, non aveva nulla di sentimentale: asciutta, petrosa, ossessivamente cupa nel secondo brano. Per Pollini, il romanticismo è chiaramente un movimento radicale, filosofico ancor prima che estetico, privo di quegli imbellettamenti melensi che usualmente si associano alla parola “romantico”. Lo zart del primo numero dell’op. 19 non ha nulla a che vedere, per il pianista milanese, con una dolcezza edonistica: è piuttosto un’indicazione di sonorità. Se lo Schönberg di Pollini, da un lato, conserva l’attitudine idealistica dei filosofi romantici, dall’altro è pienamente novecentesco nell’esprimere una nuova estetica del frammento, soprattutto nell’op. 19, i cui mille timbri (in pochi minuti) sono resi dal pianista milanese in modo incomparabile.

La Sonata “Pathétique” op. 13 di Beethoven è stata per Pollini il cimento più arduo della serata. Eppure, teoricamente sarebbe ben più semplice dell’Appassionata. Ma la Pathétique è Sonata ancora giovanile: Beethoven non ha fatto ancora la svolta che lo condurrà, a partire dalle Sonate dell’op. 31, a quella radicalità dionisiaca, o addirittura demoniaca, che finì per terrorizzare molti dei suoi contemporanei, Goethe compreso. Nella Pathétique, lo slancio rivoluzionario è ancora quello di un giovane virtuoso di belle speranze: non è ancora la disperazione visionaria del compositore sopravvissuto al Testamento di Heiligenstadt, ossia a se stesso. Pollini non ha più l’età per affrontare la Patetica con la brillante nitidezza del giovane virtuoso: la definizione delle agilità viene meno, il pedale abbonda, una certa rigidità muscolare impedisce la felina plasticità che ci aspetteremmo soprattutto nei movimenti esterni. Gli sbandamenti ci sono, eccome. C’è la preoccupazione. Ma c’è anche un impeto a cui il pianista non intende rinunciare.

Nell’intervallo intravedo nel foyer la poetessa Patrizia Valduga. Ricordo una sua frase, che cito a memoria, magari non proprio letteralmente: “a Milano so che posso passare sotto le finestre di Maurizio Pollini e sospirare quanto mi pare”. La prendo come un buon presagio per la seconda parte, dopo che la Pathétique mi aveva lasciato un po’ di amarezza, quasi l’impressione di un ‘vorrei ma non posso più’. E in effetti, con l’op. 78 la musica cambia. Nell’incipit c’è qualcosa di meravigliosamente fragile e indifeso, quasi schubertiano. Quando iniziano le agilità, ci accorgiamo anche che Pollini si è scaldato, e che le sue mani sono pur sempre quelle di uno dei più grandi virtuosi del secondo Novecento. Ma questo ha poca importanza. Ciò che conta è quanto egli sia oggi, forse ancor più che in passato, immerso nella musica: quando lo sentiamo cantare nel naso e mugugnare, ci rendiamo conto di quanto egli si lasci abitare dal suono. Non c’è un puro controllo dall’esterno: è un pianista tutt’altro che freddo. Oggi più che mai. L’op. 78 scorre tutta d’un fiato, in una temperie Sturm und Drang, senza le inibizioni che spesso ha chi si osserva suonare: Pollini ci è dentro fino al collo.

Nell’Appassionata op. 57, il pathos già emerso con la Sonata precedente aumenta. L’inizio è rivelatorio, con l’accentuazione del contrasto fra l’umbratile e quasi nebuloso motivo principale e i trilli elettrici, come scosse improvvise. Tutto il primo movimento è pieno di contrasti estremi, che però non si traducono mai in cambiamenti di tempo: la direzione è inesorabile, costi quel che costi, e nemmeno nel secondo tema c’è un vero e proprio addolcimento o riposo. Il secondo movimento è davvero “con moto”, come raramente lo si sente: solitamente, suona come un intermezzo placido fra due movimenti rivoluzionari. Con Pollini, una sottile tensione permane: e così, nelle variazioni, gli accompagnamenti, i bassi albertini, non hanno nulla di restaurazionistico, ma sono vestigia del passato utilizzate per volare verso l’ignoto. E l’ignoto è, giustamente, il finale: immer zu (sempre avanti!), sembra dirci Pollini. Viene in mente Rastlose Liebe di Schubert. In quel Lied, il viandante procede imperterrito, nonostante pioggia vento e neve, nella sua lotta per andare avanti. E nella lotta c’è il segreto della vita stessa. Per la pax aeterna c’è tempo. Pollini, nel finale dell’Appassionata, è commovente nell’incarnare questo fondamentale principio dei romantici. Piuttosto rischia di mandare tutto a carte quarantotto, ma non rinuncia alla sua idea potente di questo finale, che è una vera e propria corsa all’abisso.

Due brevi Bagatelle, sempre di Beethoven, meravigliosamente offerte come bis, sembrano quasi chiudere circolarmente il programma, richiamando le più aforistiche pagine schönberghiane. 

Luca Ciammarughi

Gen 082017
 

Questo pomeriggio, al bellissimo LAC di Lugano, si è tenuto uno dei due concerti che hanno segnato il ritorno all’attività dell’Orchestra Mozart nel suo organico completo (l’altro era a Bologna, il 6 gennaio). La compagine fondata da Claudio Abbado, e da lui diretta per dieci anni, aveva sospeso nel 2014 la sua attività. Questa ripresa ha un valore storico: per la prima volta, che io sappia, un’orchestra torna in vita dopo tre anni di morte confermata, e lo fa in modo economicamente indipendente, sostenuta direttamente dai cittadini e dagli artisti.

La “Mozart”, nei primi anni di vita, aveva affrontato con Abbado moltissimi lavori del genio salisburghese di cui porta il nome: spesso in maniera nuova per un’orchestra sinfonica, approfondendo la prassi storicamente informata, alleggerendo certe pesantezze di tradizione e lavorando sulla varietà dell’articolazione (anche grazie alla collaborazione con musicisti come Giuliano Carmignola, con cui ha inciso tutti i Concerti per violino di Mozart). Col tempo, però, il repertorio si era andato ampliando, estendendosi ben oltre il Settecento: si pensi alla Sinfonia n. 2 di Schumann, in cui Abbado, proprio alla guida di quest’orchestra, aveva attuato un processo di affinamento e ricerca inesausta. Parlando con i musicisti dell’orchestra, mi sono reso conto che la ricerca di Abbado non era mai volta alla definizione di un dogma stilistico: era anzi basata proprio sull’assenza di dogmi. Ogni serata era diversa. E a distanza di uno, due, cinque, dieci anni, una Sinfonia interpretata precedentemente poteva mutare radicalmente, come se “interpretare” significasse innanzitutto “mettersi in discussione”, non dare mai nulla per definitivo. In questo senso, il lavoro di Abbado poteva essere quasi maniacale: non, però, nel senso di un perfezionismo sterile, ma nel cercare di comprendere a fondo, e sempre di nuovo, le ragioni di una partitura.

Bernard Haitink, che ha diretto i due concerti della rentrée, è perfetto per traghettare la Mozart verso nuovi lidi e una nuova vita, che auspichiamo lunga e felice. Pensiamo al suo Beethoven con la Chamber Orchestra of Europe, spogliato di molte pesantezze e privo di toni troppo enfatici, in maniera simile a quanto fatto da Abbado con la Mozart. E, soprattutto, Haitink possiede una serenità e una calma interiore che gli permettono di lavorare con un’orchestra come la Mozart senza snaturarne le caratteristiche: l’impressione era quella di un organismo che ‘suonasse da sé’, semplicemente accompagnato magistralmente e affettuosamente nel suo percorso dal gesto chiaro ed essenziale del direttore. Così è avvenuto nell’Ouverture da Egmont op. 84 di Beethoven, in cui la Mozart ha dato prova di un mix irresistibile di slancio e precisione, ricchezza sonora e nitidezza, leggibilità delle linee interne e compattezza dell’insieme. I musicisti di questa orchestra sembrano davvero aver trovato la pietra filosofale: sono tutti solisti (senza un minimo accenno di svogliatezza, dal primo all’ultimo leggio), ma al contempo sono perfettamente fusi in un tutt’uno. La visione di Haitink, solenne e nobile, era lontana da qualsiasi ricerca di originalità forzata: sostanzialmente nel solco della tradizione (cosa che non è, di per sé, un difetto), colpiva soprattutto per la capacità di creare climax progressivi e per l’ampiezza dello spettro dinamico.

Haitink ha una confidenza pluridecennale con il Concerto per violino op. 61 di Beethoven: ricordiamo, a livello discografico, le due incisioni degli anni ’70 con l’Orchestra del Concertgebouw di Amsterdam (entrambe splendide, con i solisti Hermann Krebbers e Henryk Szeryng) e quella più recente, all’inizio del nuovo millennio, con Frank Peter Zimmermann e la Staatskapelle Dresden. Già ascoltando queste incisioni, ci si rende conto di qualche cambiamento nella visione complessiva: l’incisione con Zimmermann è sensibilmente più agile di quelle con Krebbers e Szeryng (a partire dal primo movimento, pensato quasi in due). L’immagine monolitica del Beethoven eroico cede il posto a una maggiore fluidità. Eppure, Haitink conserva sempre una propensione alla rotondità del suono, un profondo amore per il legato, senza eccessi di omogeneità: al punto che riesce a trascinare in questa sua ampia morbidezza anche un violinista di adamantina brillantezza come Zimmermann. A Lugano, come a Bologna, la solista è stata Isabelle Faust: scelta non casuale, dato il suo profondo rapporto artistico con Abbado. Haitink e Faust hanno trovato un accordo molto convincente, eppure qualche divergenza di sensibilità filtrava: la violinista, piuttosto intransigente nel suo vibrato parco, nell’assenza di qualsiasi accentuazione sentimentale, in un’asciuttezza che in qualche passaggio rischiava perfino di lasciarci a pane ed acqua (un pane e un’acqua di una qualità straordinaria, sia chiaro), appariva un poco algida rispetto alle meravigliose sonorità che l’orchestra le porgeva. Faust, nella sua perfezione sonora, è a un passo dall’apollineo, ma sembra mancarle uno scalino: quello della liquidità estatica, dello stato di grazia disarmato e disarmante. Più facile a dirsi che a farsi: e infatti io penso che questo Concerto, che tecnicamente non appare certo insormontabile, sia in realtà il più difficile del repertorio violinistico (a partire dalla prima frase, quasi utopistica, a meno che non si pensi a Christian Ferras). Faust ha al contempo eleganza e grinta: ma le sue ricercatezze sembrano a volte più basate sulla sensazione che sul sentimento. Filosoficamente, diremmo: più Hume che Schelling. Perciò, mi sembra interprete più settecentesca che ottocentesca. Mentre Haitink, con disarmante semplicità, fa respirare l’orchestra, concentrandosi più sul sentimento generale che sul singolo effetto. Ho l’impressione che la scelta di tempo del Larghetto, piuttosto mosso, sia legata a una volontà della violinista: l’idea è quella di un Beethoven anti-sacerdotale, il cui discorso fluisce con naturalezza. Eppure, riascoltando le passate incisioni di Haitink, ma anche altre interpretazioni, sono convinto che questo Larghetto debba essere davvero tale, ovvero un po’ più mosso di un Largo ma anche più calmo di un Adagio: per quanto si voglia togliere ogni stantio alone mistico, senza un certo senso di sublime stasi metafisica queste pagine rischiano di scorrere fin troppo facilmente (mi sovvengono le parole di Sinopoli che, in una prova con l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, sussurrava alla spalla: “Peppino, in otto”). Assai diverso il discorso per il terzo movimento: Isabelle Faust dà qui il meglio di sé, perché dall’apollineo si ritorna a una danza più umana, a cui la violinista dà il giusto carattere campestre senza però mai scadere nel volgare (cosa assai difficile, come lo è nel rustico finale del Concerto n. 2 per pianoforte). Nel Rondo, la solista e l’orchestra mostrano una possanza e al contempo una plasticità più uniche che rare: la musica vola, senza però dare mai l’impressione di fretta o superficialità. La violinista sottolinea con gusto gli aspetti giocosi e umoristici della partitura, che poi si proiettano nel godibile bis settecentesco (non a caso) di carattere folk: l’Amusement di Louis-Gabriel Guillemain.

Nella seconda parte, con la Sinfonia n. 3 “Renana” di Schumann, la Mozart ha confermato di essere fra le poche orchestre, oggi, ad attuare una sorta di impossibile quadratura del cerchio: passionalità e precisione estrema non si escludono a vicenda. Tutte le sezioni sono ai massimi livelli di nitore e perfezione sonora: eppure ciò non dà luogo a un’esecuzione di standardizzata esattezza. Sentiamo il pathos, il coinvolgimento vero. Haitink offre una lettura che, ancora una volta, concilia dinamismo (senza eccessi) e nobile solennità. Il primo movimento (Lebhaft) è affrontato con slancio ma anche con una certa duttilità agogica (più calmi i temi espressivi). Nello Scherzo la linea melodica prevale sull’ossessione ritmica: gli accenni alla Trivialmusik non sono mai, con Haitink, eccessivi. Ma, dopo la dolcezza del Nicht Schnell, ci aspetteremmo maggiore tensione e turbamento nel Feierlich: in questo caso, la serena signorilità di Haitink sembra impedirgli di esprimere quel lacerante inappagamento che è in fondo la Sehnsucht portata alle sue estreme conseguenze. Ritroviamo la centratura nel Lebhaft finale. Lungi dall’essere folle, quello del direttore di Amsterdam è uno Schumann che sembra ricercare anzi nella musica il baluardo contro la disgregazione psichica.

Al di là delle sottigliezze, non possiamo infine che sottolineare le mirabilia di questo concerto: una è incarnata da Haitink, che a quasi 88 anni è oggi il depositario di una sapienza impressionante. E pensare che, con umiltà rarissima, raccontò di essere convinto che la sua carriera non sarebbe stata la stessa  senza l’esclusione dei suoi compagni ebrei, che dovettero lasciare uno dopo l’altro il Conservatorio, durante l’occupazione nazista di Amsterdam, quand’era adolescente. “Perché io? Se si comincia a farsi questa domanda, la questione può farsi spaventosa”. Eppure, la domanda (Perché io?) sembra già contenere la risposta: la sensibilità e e l’autocritica sono prerogative essenziali per un artista. L’altra meraviglia è l’Orchestra Mozart: abbiamo in Italia un’orchestra che è più unica che rara. Facciamola vivere, a ogni costo.

Luca Ciammarughi