Dic 122016
 

Il Requiem Kv 626 di Mozart mancava da moltissimo tempo alla Scala: fa piacere, quindi, che in occasione del 225° anno dalla morte del salisburghese il Teatro milanese abbia deciso di proporlo, accostato a quell’altra vetta che è la Sinfonia concertante Kv 364. In cartellone era previsto come direttore il tedesco di origini ungheresi Christoph von Dohnányi, che però, indisposto, è stato sostituito da un altro ungherese, Ádám Fischer, già ascoltato recentemente alla Scala (ma con l’Orchestra dell’Accademia) in una produzione non memorabile della Zauberflöte.

Perché, in fondo, è abbastanza raro ascoltare dal vivo alcune pagine mozartiane? La questione mi  è venuta in mente anche pochi giorni fa, durante il concerto di Maria João Pires: mozartiana doc, e che però nelle Sonate K 332 e K 333 ha avuto più problemi che nell’ultima Sonata di Schubert, teoricamente più complicata. Non c’è nulla da fare: Mozart, nella sua apparente semplicità, è traditore. La sua scrittura è scoperta, lascia spesso a nudo l’esecutore. <<Troppo facile per i bambini, troppo difficile per gli adulti>>, diceva Schnabel. Ma forse c’è anche un’altra componente: la nostra aspettativa di ascoltatori, di fronte alla perfezione mozartiana, crea spesso una sorta di disagio nell’esecutore. Soprattutto in pagine somme come il Requiem. Inoltre, per molto tempo l’universo musicale mozartiano è stato visto come una sorta di Paradiso Terrestre in musica, un regno di purezza apollinea da trattare in guanti bianchi. In questo senso, la rivoluzione filologica è stata assai benefica, restituendo umanità e dinamismo a fraseggi e sonorità che si erano andati cristallizzando. Ma si sa, a un accademismo ne segue un altro, e non basta certo seguire la prassi storicamente informata per restituire in modo vivido e ispirato la musica di Mozart.

La direzione di Fischer ha rappresentato una sorta di compromesso fra il modo passato di suonare Mozart e quello storicamente informato: la scelta dei tempi, tendenti a evitare eccessive lentezze, e la totale assenza di un pathos di stampo tardoromantico testimoniavano una coscienza stilistica, pur con l’uso di strumenti moderni. Il fatto che Fischer sia un direttore esperto e al contempo aggiornato non è sufficiente però ad illuminare in modo speciale pagine di cui abbiamo memoria in interpretazioni somme. Nella Sinfonia Concertante, la visione piuttosto asciutta e pragmatica dell’ungherese si è un poco scontrata con la cantabilità prettamente italiana dei due solisti (nonché prime parti scaligere), il violinista Francesco De Angelis e il violista Danilo Rossi. Essi, pur molto diversi fra loro, hanno cercato di rendere vivace il discorso con fraseggi estrosi (soprattutto nel caso di Rossi) e addirittura qualche portamento (De Angelis), quasi legando Mozart a un senso del canto che trascende ogni considerazione stilistica. Alcune imprecisioni mi sono sembrate però lo specchio del fatto che i solisti non fossero completamente a loro agio: è quello che succede normalmente quando fra direttore e solista non c’è una vera confidenza, una collaborazione di anni, ma soltanto poche prove per mettere in piedi un lavoro sublime (e quindi che richiede grandi responsabilità) come la Concertante. Ne è uscita un’esecuzione complessivamente molto piacevole, sia per la qualità di base dei solisti che per la sonorità dell’orchestra, ma che di rado scavava in profondità.

Fischer ha staccato l’Introitus del Requiem in maniera spiuttosto scorrevole, e con una naturalezza che mi ha ricordato la bellissima incisione di Philippe Herreweghe. L’incipit ha fatto ben sperare: spesso nel Requiem mozartiano si sottolinea fin troppo la pesantezza funebre. Trovo che sia una delle partiture più vitali che esistano: sembra banale dirlo, ma dalla prima nota all’ultima c’è una disperata voglia di vita. L’Introitus è stato impreziosito anche dalla voce di una mozartiana d’eccellenza come Genia Kühmeier, soprano dalla voce non potente ma purissima. Nel Kyrie, però, ci si sarebbe aspettati una lettura meno squadrata da parte di Fischer: troppo marcati nell’orchestra, e anche nel coro, gli accenti. Questo incedere volitivo e squadrato, con le varie entrate delle voci del fugato fortemente scolpite, ha un po’ smussato la dirompenza del successivo Dies Irae. Il Tuba mirum, funestato da un solo di trombone decisamente da dimenticare, è stato salvato dal quartetto vocale dei solisti, in cui spiccavano nobile e rotonda, la voce del tenore Mauro Peter e, possente, quella del basso Andreas Bauer. Marcato e squadrato, senza troppa duttilità e fantasia, è passato senza lasciare una grande traccia il Rex Tremendae, mentre hanno convinto molto di più la dolcezza del Recordare e la fremente agitazione del Confutatis. Proprio nelle pagine più febbrili e concitate Fischer dà il meglio di sé, grazie a un naturale dinamismo ed entusiasmo, che talvolta si trasforma però in coinvolgimento fisico fin troppo sportivo (il gesto dell’OK con il pollice, in un Requiem, non è forse particolarmente opportuno). Il Lacrimosa, che pure non amo eccessivamente lento, è passato via in un lampo, con scorrevolezza davvero eccessiva. Coinvolgente, invece, il dinamismo del Domine Jesu e la ricchezza di contrasti dinamico-espressivi nell’Hostias e nel conclusivo Lux Aeterna. Nel complesso, il coro è stato come sempre preparato in maniera inappuntabile da Bruno Casoni, e l’orchestra ha risposto bene alle sollecitazioni di Fischer. Dal punto di vista delle idee musicali, però, non ci si è allontanati da un’impressione di routine, seppur alta.

Luca Ciammarughi

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