Nov 282016
 

Elettra: Ogni volta Italo mi chiede se voglio la carrozza cinema, io dico di sì, poi quando salgo sul treno il servizio cinema non funziona. Perché creare la carrozza cinema se il cinema poi non c’è?

Federico: I primi tempi funzionava. Si chiama “lancio del prodotto in Italia”.

Sara: Guardiamo il lato positivo: abbiamo un bel Bologna-Milano per parlare del concerto come se fossimo quattro personaggi schumanniani.

Federico: Erano tre, Sara, tre: Eusebio l’introspettivo, Florestano l’appassionato e Maestro Raro, salomonico.

Florent: Il solito enculeur de mouches.

Federico: Che?

Florent: Il modo colorito in cui i francesi definiscono chi spacca il…capello in quattro. Comunque a volte Schumann inserisce anche un quarto personaggio, che magari interviene pochissimo. Temo che, dato l’umore, sarà Elettra.

Elettra: No, no, intervengo subito. Pensate che una cantante non possa dire la sua sugli abissi dell’universo pianistico di Schumann? Ebbene, siete già fuori strada: ogni volta che si parla di Schumann, per farsi bello, l’esperto di turno tira fuori questa storia: Eusebio il lunare, Florestano il solare o quel che è. Insomma, quelle cose che i conduttori radiofonici tirano fuori per occupare il tempo fra un ascolto e l’altro. Ah, dimenticavo: l’Humor come sublime capovolto. Ora, Schumann avrà pur creato dei personaggi, ma non è che ora per ogni brano o ogni interpretazione dobbiamo mettere l’etichetta “Eusebio” o “Florestano”, dai!

Florent: Bisogna ammettere che l’incazzatura del non-servizio cinema ti rende arguta. Quindi, già che ci siamo, come definiresti lo Schumann di Lonquich?

Elettra: Come un sismografo dell’interiorità. Troppo complessa per essere ridotta a una maschera. Forse Schumann creava questi personaggi solo per darsi un ordine.

Federico: Sismografo, me lo segno.

Sara: Non prenderla in giro! Guarda che ha ragione. Credo che lo Schumann che abbiamo sentito possa essere concepito solo da un figlio del Novecento. Per Lonquich, sembra che Schumann oltrepassi sia la poesia ingenua che quella sentimentale, per dirla con Schiller. Le fratture, le increspature, le rugosità, insomma tutto ciò che chiamiamo “frammentazione dell’io”, sfaldano completamente ogni possibile idillio.

Florent: Schiller, se non sbaglio, diceva che i romantici avrebbero dovuto riportare la poesia alla naturalezza dei poeti antichi, ma tramite il sentimento.

Sara: Sì. Ma con Schumann scopriamo che questa ingenuità non è più possibile, che è una mera illusione. E soprattutto con questo Schumann di Lonquich.

Florent: Non a caso ha aperto con gli Intermezzi op. 4, accostandovi poi i Fantasiestücke op. 12, ispirati ai Pezzi fantastici alla maniera di Callot di E.T.A. Hoffmann…

Federico: Callot l’incisore seicentesco?

Florent: Sì. Già gli Intermezzi me l’hanno ricordato: Lonquich li ha eseguiti con sbrigliata libertà fantastica, ma anche con una tagliente esattezza di segno che mi ricorda proprio Callot.

Sara: Penso soprattutto all’ultimo, ma anche al secondo, Presto a capriccio: a un certo punto Schumann si ferma e scrive tra le note Meine Ruh’ ist hin, citando Gretchen. La mia pace è perduta. Ci sono queste lunghe frasi cantabili e legate. Potrebbero essere eseguite scorrevolmente. Invece Lonquich scava ogni singola nota, ci fa sentire il peso del sentimento che opprime Margherita, il “mai più”. E tutto però con un suono di cristallo, legato ma quasi minerale, come a volte faceva Richter.

Florent: Lì Lonquich ci pugnala senza mezzi termini. Ma è Schumann che lo vuole. E anche gli sforzando e gli spostamenti d’accento, c’erano tutti. Molti interpreti ammorbidiscono o smussano certe indicazioni di Schumann. Ma se Schumann scrive un accento fuori posto, perché voler ripristinare l’ordine a tutti i costi?

Federico: C’è da dire che a volte bisogna proprio amare Schumann per sopportare la tortura a cui ti sottopone. Io non lo comprendo proprio. Ti dà qualcosa e poi te lo toglie subito. Questo è sadismo. A conti fatti, il bilancio sogni-incubi finisce per pendere decisamente dalla parte dei secondi. 

Elettra: Sogni, incubi, mah! Mi sembra di tornare ancora a Florestano e Eusebio. Pensa a Traumes Wirren, il settimo dei Pezzi fantastici. Non è né un sogno, né un incubo. Cioè è un sogno, ma non certo un bel sogno. Sono “sogni inquieti”. Quasi sempre in Schumann c’è inquietudine nella felicità; così come nell’infelicità, o addirittura nella disperazione, ci può essere una sorta di grandiosa esaltazione. Penso a come Lonquich ha eseguito il Wild und Lustig dei Davidsbündlertänze: un ossimoro, con una sorta di attrazione per quell’abisso selvaggio. 

Florent: Sì, esaltazione, ma mai tronfia. Non c’era eroismo teutonico, nonostante Lonquich non risparmiasse forti e fortissimi. Penso al secondo dei Pezzi fantastici: a volte è eseguito quasi con piglio militaresco, il che è certo una possibilità. Stavolta c’era invece l’idea di uno slancio impossibile da tenere a freno, quindi di uno stato di trance in cui il pianista lascia sfogo al suo subconscio, e quindi non è più totalmente padrone di sé, ma è sotto il potere della musica.

Sara: Anche in Warum? è stato così. È un pezzo illusoriamente soave. In realtà tormentato, ossessivo.

Florent: Dal punto di vista pianistico, però, la lucidità era impressionante.

Sara: Ciò che mi ha colpito di più è il modo in cui ha eseguito le voci secondarie, con altri pianisti spesso ridotte a inoffensivi tappeti. Penso a In der Nacht. Con Lonquich, i cosiddetti anche accompagnamenti non sono mai sfondi neutri, mai! Sono quasi sempre la chiave dei mutamenti d’umore.

Federico: Certo che questa notte faceva davvero paura!

Elettra: In compenso abbiamo avuto anche la catarsi con le campane. Non ve ne siete accorti?

Federico: Di cosa?

Elettra: Delle campane della chiesa che suonavano proprio in coincidenza dell’allontanarsi della musica nell’Ende vom Liede.

Federico: Un caso.

Elettra: Sai che io sono strega!

Federico: So bene. Ma invece vorrei chiedervi una cosa: questa sismografia interiore, a volte non negava anche quei momenti in cui Schumann desidera una sorta di ingenua e statica semplicità, come l’Allegretto semplice, quasi un Valse noble, degli Intermezzi op. 4, o il Mit gutem Humor, con buon umore, dell’ultimo dei Fantasiestücke o del terzultimo dei Davidsbündlertänze, o l’Einfach del quinto?

Sara: Apri un bel tema. Schumann va eseguito per come Schumann è o per come vorrebbe essere? Mi spiego meglio: a volte Schumann sembra rimpiangere un “buon tempo antico”, sembra volersi avvicinare alle radici e al calore del mondo popolare tedesco. Oppure all’infanzia: pensa alle Kinderszenen. Ma in Schumann, questo desiderio è così ricorrente e ossessivo da farci pensare che, come ogni desiderio, è specchio di una mancanza. Schumann vorrebbe avere il buon umore, ma non ce l’ha. Vorrebbe essere semplice, ma non lo è. E sa che non lo sarà mai.

Federico: Appunto. Ma la musica deve per forza rispecchiare sempre la lacerazione di chi la compone? Non può essere a volte una semplice via di fuga? Non può rappresentare il sogno intatto di ciò che l’autore non potrà mai essere o avere?

Sara: Qui siamo ai massimi sistemi. Comunque una posizione bisogna pur prenderla. Lonquich non è mai consolatorio, come poteva esserlo a volte Kempff: ci mette anzi spesso di fronte all’orrido vero, per dirla con Leopardi.  Certo, con lui l’estasi, il piacere, sembra più una tregua del dolore, come pensavano Pietro Verri o Schopenhauer. Tutto ciò è tremendo, ma anche meravigliosamente umano.

Florent: Dolore o sofferenza?

Federico: Che differenza c’è?

Florent: Penso a uno scritto di Marcel Schneider. Quando dice che in Beethoven c’è più Schmerz, sofferenza in senso quasi fisico. E in Schubert più Leide, un dolore più idealizzato. Non so se sia vero. Ma in Schumann?

Sara: Schumann scrive spesso mit Leidenschaft,ma in realtà io ci sento molto lo Schmerz. Soprattutto con Lonquich, che pure è uno schubertiano, ma che forse proprio per questo coglie la differenza fra Schubert e Schumann. Penso agli Exercises in forma di variazione su un tema di Beethoven. In quella seconda variazione, quasi un corale bachiano, Lonquich suonava la voce superiore con una luce così accecante da essere quasi terribile. E fin dall’inizio del pezzo, gli sforzando emergevano sul magma sottostante con un senso dello Schmerz decisamente beethoveniano.

Florent: Io non l’avevo mai sentiti. Non sono pagine pazzesche? 

Federico: Effettivamente sì. Non ci crederete, ma è il pezzo che mi è piaciuto di più.

Florent: Perché, come quella signora accanto a me, hai riconosciuto il tema della Settima

Federico: Può darsi. Io preferisco di gran lunga Beethoven a Schumann, lo sai. C’era anche un po’ di Nona, a ben vedere, in quei salti di quinta su diversi registri.

Florent: Ma questo era puro Schumann. Chissenefrega del tema. Le figurazioni d’accompagnamento, per così dire, divengono le vere protagoniste. Il divino arabesco…

Sara: …ed è incredibile come Lonquich sia riuscito a rendere musicali tutti questi meccanismi di sottofondo. Altro che Exercises! Tutto era cangiante e imprevedibile. Pensate a cosa potrebbe fare anche nelle Brahms-Paganini, per esempio. Ne uscirebbe un pezzo completamente diverso da quello che siamo abituati ad ascoltare. 

Elettra: Anche i Davidsbündler erano molto originali, comunque. Io li avevo già sentiti da piccola, in Sala Verdi, ma mi sembra che la sua interpretazione sia cambiata molto.

Sara: Anch’io c’ero. Effettivamente oggi si prende molti più rischi, e la sua interpretazione è molto più appassionata, senza filtri e pudori. È immerso nel flusso, e questo lo porta a non compiacersi mai di ciò che fa. 

Florent: Ma al contempo molto lucido. Quel Nicht schnell finale, senza pedale, e quasi distaccato.

Sara: Ma lì siamo già usciti dal flusso. È come il vecchio marinaio che osserva una vita di cui non può più far parte.

Federico: O forse proprio lì inizia la vita semplice, e tutto il resto era morbosa fantasia?

 

Luca Ciammarughi

Nell’immagine: Jacques Callot, Monstre, 1627

 

 

 

 

 

 

 

Nov 252016
 

Mi sono sempre chiesto se fosse possibile una fenomenologia della sala da concerto, un catalogo dei diversi tipi di spettatori: perché, in fin dei conti, ci sono veri e propri animali metafisici nei nostri teatri.

1) L’UOMO CON GLI SPARTITI

Solitamente si apposta in zone luminose, o al contrario del tutto buie – portandosi strategici occhiali con raggi led. Lo si vede ogni volta con immense moli di spartiti sottobraccio. Quelle rare volte in cui non ha nulla con sé ha forti giramenti di testa e perdite dell’orientamento, e stranamente il concerto non lo riesce ad apprezzare fino in fondo. Ci si augura sempre che non gli capitino due sinfonie di Mahler.

2) L’ACCHIAPPACREDITI

Da anni la “lodevole” iniziativa delle scuole superiori di assegnare crediti extra-scolastici per chi assiste a concerti classici ha recato i suoi frutti: sì, le piccionaie dei teatri sono piene di bisbigli e rumorosi ritardi, e molto spesso all’intervallo – una volta firmato nel registro presenze, si vedono queste presenze dimezzarsi, se non addirittura volatilizzarsi del tutto. Ed ecco lo studente annoiato, con la classica accidia domenicale, che trascina i piedi fino al suo remoto posto, in attesa del supplizio – sia mai che gli venisse mai in mente di aprire le orecchie brufolose per vivere – spesso, non sempre – qualcosa di unico!

3) L’AMATEUR

Categoria tra le più affascinanti, l’amateur si aggira tra i teatri con la scusa di “non essere un esperto”, la quale, effettivamente, gli consente di essere uno spettatore più onesto di molti altri. Se non fosse che questa, da scusa, diventa un vero e proprio habitus mentale, che spesso non riesce quindi a rendergli chiara la differenza tra un giocoliere e un Musicista – per carità, categorie ultimamente molto labili per tutti noi.

4) L’ESPERTO

Al contrario dell’amateur, l’esperto è sempre consapevole, cosa assolutamente invidiabile, di qualsiasi cosa stia succedendo sul palco. Cosa che si traduce, poi, in una leggera smorfia sul viso prima di pronunciare frasi come “sì, anche se io piuttosto in quella battuta avrei usato un mezzopedale” o ancora “ma perché ha eseguito un ff invece che un fff ?!”. Momento tipico è, per esempio, l’intervallo, in cui tre o quattro esemplari di Esperti si riuniscono e cominciano a sparlottare – “Adesso vediamo come se la cava con le doppie terze della coda, nella Quarta Ballata!” o, peggio ancora, “l’avete sentita la terza variazione? Ma è uno scandalo che a questi livelli si facciano tutti questi errori!” Devo ammettere, con tanta vergogna nel farne parte, che molti esemplari di Esperti sono pianisti – di certo la peggiore classe di musicista, sotto questo aspetto. A questi individui porrei solo due questioni: a) ma tutta questa voglia di comunicare, chi ve la dà? b) lo studio “matto e disperatissimo” non vi ha indotto a riflettere sulla vostra infinita piccolezza, nei confronti della Musica?

5) IL MALATO 

Ebbene sì, come potevate ben immaginare, in lizza c’è pure il Malato – quello, per intenderci, che ha una bronchite cronica, una tosse d’oltretomba per 366 giorni l’anno (sì, 366). C’è poco da dire, se uno sta male sta male. Delle volte, lo ammetto, mi viene il sospetto che sia un tentativo di lascito nelle incisioni. Magari queste persone potranno un dì dire al nipote “l’hai sentita quella? Subito prima del secondo movimento? Beh quella era la tua nonnina!” Ma alla fine, cosa potremmo mai fare se nelle sale ci fosse un silenzio completo? Cosa faremmo senza questi rintocchi così familiari ormai?

6) L’ENTUSIASTA

Forse tra le bestie più notevoli, c’è – da qualche parte – pure l’Entusiasta. C’è ancora chi muove testa, corpo, mani, occhi e respiro durante una Sinfonia di Beethoven – vogliate crederci o no. C’è chi, dopo la Patetica, ha le lacrime agli occhi, e il suo ritorno a casa avviene tra aloni di misticismo e piccoli slanci speranzosi nei confronti della vita. C’è chi va a teatro in silenzio, in punta di piedi, quasi a chiedere scusa della sua presenza, del fatto che stia lì a “rubare” suoni per riportarseli a casa, nell’animo. C’è chi, tra scricchiolii, bisbigli, starnuti e gorgheggi di rumori inutili, si piazza sul filo diretto verso l’assoluto, imprudentemente, ingenuamente, sì, ma con tutto se stesso. Se costui esiste davvero, beh, per dirla con Borges, sta salvando il mondo – e non lo sa.

Artin Bassiri Tabrizi

 

L’immagine è stratta dall’Album di caricature di Melchiorre De Filippis Delfi (1860).

Nov 142016
 

Federico: Secondo voi Porgy and Bess è musica classica o no?

Florent: Ma non ha senso questa domanda!

Sara: Aspetta. Ho capito cosa intende Federico: se Gershwin parte dal jazz e lo rende in qualche modo classico, europeo; o se invece parte dall’idea di fare un’opera classica vera e propria, utilizzando però un linguaggio, se così si può dire, jazz.

Florent: Perché dare etichette? Gershwin parla semplicemente di un “american folk opera”.

Sara: Certo, ma il problema sta in quel “folk”. Troppe volte Gershwin è stato trattato con condiscendenza nel Novecento, come se la sua musica appartenesse a una categoria diversa rispetto a quella dei compositori colti. Ma il fatto che Gershwin prenda spunto da quella parte del folklore musicale americano che è il jazz ha portato a un grande fraintendimento. È vero: ci sono pagine, come la Rapsodia in blu, che con una big band suonano forse meglio che con un’orchestra sinfonica. Ma il Concerto in Fa, ad esempio, è piuttosto classicamente scritto.

Florent: Ora capisco cosa intendi. Si potrebbe addirittura dire che è lo stesso Gershwin a reinventare un folklore che poi ha avuto mille influenze e imitazioni. In fondo, qualcosa di simile è stato fatto da Bizet, Debussy, Ravel o Rimskij-Korsakov con la musica iberica: Carmen, Iberia, il Boléro o il Capriccio Spagnolo cos’altro sono, se non folklore al quadrato?

Federico: Non esageriamo! Per un Rimskij-Korsakov, si tratta piuttosto di esotismo. Gershwin invece si è lasciato totalmente impregnare dalla musica dei neri.

Sara: Eppure il paragone di Florent non è del tutto peregrino. In fondo la nostra idea di Spagna in musica è più condizionata dalla Carmen di Bizet che dalle musiche, per esempio, di un Granados.

Florent: E così la nostra idea di America è fortemente condizionata dai song di un russo ebreo!

Federico: Con tutto ciò, non vorrete mettermi Porgy and Bess sul piano di un Wozzeck, di un Pélleas, di un Peter Grimes?

Florent: Perché no? Per certi versi, Porgy and Bess è una svolta ancor più epocale. Gershwin ha dimostrato di poter far coabitare tradizione europea, musica afro e altre influenze americane in un’unica opera. Ha aperto una strada importante, anche se finora non molto seguita nell’ambito dell’opera colta occidentale.

Sara: Sono d’accordo. Non si può confondere la raffinatezza di scrittura di Gershwin con certi musical di seconda categoria. Non tutti, certo. Ma Gershwin dimostra, come pochi altri, che si può essere raffinati e popolari al tempo stesso.

Elettra: Queste vostre sottilizzazioni mi stanno facendo venire il mal di testa. Non si può dire semplicemente che è bellissima?

Florent: Proprio per questo dicevo che la domanda era senza senso. Cambiando discorso, che te ne è parso delle voci?

Elettra: Mi è piaciuta da morire la Clara di Angel Blue. Il suo Summertime iniziale era da pelle d’oca: languido ma non asfittico, sensuale e spirituale al contempo, con la placida pienezza che in questa musica solo le voci nere possono avere…

Federico: Pare quasi un razzismo alla rovescia!

Elettra: Perché non dire le cose come stanno? Nessuna voce di un bianco potrà cantare Summertime in questo modo.

Florent: A me piace un sacco quello di Cathy Berberian, per dire.

Elettra: Sì, perché era una musicista incredibile! Ma, se ci fai caso, con i bianchi lo swing tipico della musica nera viene talvolta esagerato, fino a diventare un po’ caricaturale. Angel Blue stasera ha cantato Summertime con una semplicità disarmante, con quel colore nostalgico che non ha bisogno di troppi effetti di rubato.

Florent: Beh gli effetti di rubato li facevano anche Billie Holiday o Ella Fitzgerald…

Elettra: Sì, estrapolando Summertime dall’opera e facendone un brano jazz. Ma, in fondo, è una semplice ninna nanna.

Florent: Hai ragione. E degli altri cantanti, che mi dici?

Elettra: Cast notevole, in cui ho adorato la voce cavernosa e iper-espressiva del Porgy di Morris Robinson, più della Bess un po’ troppo educata di Kristin Lewis. Pur essendo tutti afro-americani, si capisce che alcuni la concepiscono come opera nera legata al mondo del vaudeville, altri quasi come una sorta di Wozzeck americano, e quindi molto più seria.

Sara: Ma ciò è già presente nei caratteri dei personaggi! Lo spacciatore, Sportin’ Life, a metà fra il losco e lo scintillante, è puro vaudeville, anche musicalmente. Eccezionale, in questo senso, lo smalto attoriale e  vocale di Chauncey Packer. Mentre Porgy è un personaggio da tragedia greca…

Florent: Ottima intuizione. In effetti, come molti storpi della Grecia antica, Porgy è dotato di una sorta di potere e di veggenza che gli altri personaggi non hanno. Non importa che alla fine sia un perdente. Pur essendo un paria, l’ultimo degli sfigati, è lui che riesce a conquistare il cuore di Bess. Anche se non “per sempre”.

Sara: Che poi, sei sicuro che sia un perdente? Non dimenticare che il sipario si chiude proprio su Porgy che indica la strada della Terra Promessa. Forse è un illuso, ma le ultime note di Gershwin ci dicono che Porgy ha conservato la speranza e la trasmette a tutti gli altri. Che ne è invece di Bess? Le basterà la cocaina per affrontare un mondo radicalmente diverso dal suo, quello della grande Metropoli?

Federico: Ma non pensate che, in quest’opera nera, i neri vengano trattati male? Spacciatori o bigotti, cinici o illusi, misogini o lecchini. Tutto ciò non è razzista?

Sara: Secondo me non lo è affatto. A parte che basterebbero le note di Gershwin a parlarci di un grande amore per il mondo nero, degli spiritual, del gospel. Ma poi, quel che mi piace è proprio l’assenza di politically correct. Non c’è paternalismo. C’è la realtà dura e cruda, una violenza che deriva dalla sofferenza dei neri. Chi è vittima di soprusi diviene a sua volta facilmente carnefice.

Federico: Devo ammettere che oggi non ne azzecco una. Meglio parlare della musica: a me Alan Gilbert, sul podio, è piaciuto moltissimo. Che morbidezza, che controllo dell’orchestra e che seduzione nei colori!

Elettra: Fin troppo? A volte mi mancava qualche nota più acida…

Florent: Ma no, stavolta concordo con Federico. Gilbert evita di cadere nella trappola di cui parlavamo poco fa. Non vuole a tutti i costi enfatizzare il lato jazz. La sua, tutto sommato, è un’interpretazione molto classica. E perfetta per l’Orchestra della Scala, che ha saputo valorizzare al meglio soprattutto il fascino melodico dell’opera.

Sara: Già! Si dimentica troppo spesso che Gershwin non è solo sinonimo di verve ritmica.

Florent: Per non parlare dell’armonia! Una volta Samson François disse una frase da incorniciare: dietro qualsiasi grande melodista c’è prima di tutto un grande armonista. Citava Mozart, Chopin, Debussy. Ma come non pensare a Schubert? E anche a Gershwin?

Federico: Su questo siamo tutti d’accordo. Le concatenazioni armoniche di Gershwin sono sorprendenti e quasi sempre originalissime. Lo distingui subito.

Florent: Ma anche sul fronte timbrico è eccezionale. Il colore creato dai giochi di percussioni nell’Ouverture e in altri momenti dell’opera ha un’influenza determinante su altri compositori del Novecento. Forse la sparo grossa, ma io penso anche a Britten, che in America visse per un periodo. Mi sono venuti in mente i vibrafoni, gli xilofoni, i glockenspiel di Morte a Venezia.

Sara: Vero! E parliamo di un’opera di quasi cinquant’anni dopo! Insomma, sebbene non tutti lo ammettano, il genio di Gershwin è quasi imbarazzante.

Federico: Tornando a Gilbert, sapete che è stato lo stesso Harnoncourt, prima di morire, a designarlo come suo sostituto in questa produzione?

Florent: Non lo sapevo. Dobbiamo ringraziarlo. Chissà come l’avrebbe diretta lui! A prima vista sembra lontanissima da quello che era il suo repertorio…

Federico: Sì, ma suo zio, Réné d’Harnoncourt, aveva fatto arrivare alcuni estratti dello spartito dall’America, quando nessuno in Europa ancora li aveva. Quindi Nikolaus ha assorbito queste note fin dall’infanzia.

Sara: Ho sempre amato queste smagliature incidentali nella coerenza di repertorio! Mi viene in mente Glenn Gould, che, anti-romantico per eccellenza, suonava però Grieg in quanto parente lontano della madre.

Florent: E della regia cosa pensate?

Federico: Beh, era una versione semi-scenica. Sai perché?

Florent: No…

Federico: La Fondazione Gershwin impone di fare Porgy and Bess in forma totalmente scenica con un cast vocale di soli cantanti neri, coro compreso. La forma semi-scenica è un compromesso, dato che il coro scaligero è ovviamente un coro bianco.

Florent: A me comunque sembrava più scenica di certe opere in forma totalmente scenica.

Federico: Beh, sì. Basta che il palcoscenico non sia più profondo di cinque o sei metri, che non ci siano troppi elementi di scena, et voilà!

Sara: A me la regia di Philippe Harnoncourt ha soddisfatto. Essenziale, con una debita caratterizzazione dei personaggi, ma senza macchiettismi. È riuscito persino a rendere credibile la presenza del coro bianco, come elemento di commento un po’ separato dal pathos dei protagonisti. Al coro ad esempio spettano alcuni momenti brillanti, e anche di festa, che alleggeriscono un certo clima angosciante…

Elettra: E il coro della Scala ha dato una prova formidabile no? Nelle opere in cartellone quest’anno era sempre rimasto un po’ sacrificato. Qui invece ha un ruolo fondamentale. Sono riusciti a immedesimarsi nel mondo nero in modo quasi insuperabile…

Florent: …per un bianco, naturalmente! Anche il migliore interprete bianco di quest’opera difficilmente arriverà a quella sprezzatura con cui gli afro-americani cantano e danzano questa musica. Perché anche il movimento è essenziale. Come dice Porgy, “cantare e danzare” è l’essenza della vita nella comunità nera di Charleston, non certo un optional!

Sara: Che meraviglia. Ci ricorderemo di questa serata…

Federico: …e siamo persino riusciti a dimenticarci per un attimo le elezioni americane.

Florent: Tu credi?