Set 152016
 

Investiti da un caldo afoso, del tutto inusuale per un 14 settembre, Sara, Florent, Federico ed Elettra uscivano stavolta dalla première di The Turn of the Screw, di Benjamin Britten, per la prima volta al Teatro alla Scala in lingua originale. Fatti pochi passi, Federico armeggiava per slacciarsi il papillon scozzese, mentre la camicia iniziava già a incollarsi alla pelle. Con Elettra, grazie all’accredito da giornalista, aveva visto lo spettacolo dalla platea, mentre Sara e Florent avevano preso dei biglietti in seconda galleria.

Florent: la stagione delle chiappe sudate sembra non finire mai.

Elettra: ho bisogno di una pizza, subito, ci fermiamo da qualche parte?

Sara: hai appena visto una delle cose più terribili di Britten e hai voglia di una pizza?

Elettra: non ci vedo nulla di male. Prenditela con Florent che ci ha riportato subito alla realtà con le sue chiappe sudate…

Florent: io parlavo del clima. C’è qualcosa di più inglese che parlare del clima? E c’è qualcosa di più musicalmente inglese di Britten?

Federico intanto, dopo una lunga manovra, aveva finito di togliersi il papillon e se ne stava assorto, un poco lontano dagli altri tre.

Elettra: in realtà ho iniziato a pensare alla pizza già durante il secondo atto. Mi aspettavo molto da questo spettacolo, invece mi sono annoiata. Era a suo modo perfetto, ma non mi ha emozionato. E quando non sono presa, inizio inesorabilmente a pensare a cose come il cibo.

Florent: a me è sembrato uno spettacolo di primo livello, ma algido. A partire dai toni di grigio e dal bianco della scenografia, fin troppo raffinati per un’opera di carne e sangue…

Sara: beh, grigio come gli occhi di Britten. Quegli occhi che Robert Tear definì “freddi e duri”.

Florent: appunto, penso che Britten in fondo si odiasse per essere divenuto adulto, e come molti adulti avere un fondo di cinismo e di amarezza. Ed è proprio per questo che nell’opera dev’esserci qualcos’altro. La governante arriva in un luogo incantato, una sorta di apoteosi del giardino d’infanzia, con il laghetto e tutto il resto. E in questo luogo dell’innocenza scopre l’Altro, sotto forma dei due fantasmi. Ecco, io non ho trovato questa dissociazione fra i due mondi. Se tutto è fin da subito impostato sul registro del noir, non si capisce bene quale innocenza venga annegata…

Sara: ma è proprio perché si parte dal presupposto che un’innocenza reale non esiste. Quando la governante si mette in viaggio per Bly, in realtà, ha già intrapreso un percorso iniziatico. Ha lasciato la casa dei genitori. E, se ci pensi, le filastrocche dei bambini sono fin da subito contaminate da armonie tutt’altro che rassicuranti.

Florent: sì, ma restano filastrocche. Ciò che avviene nell’armonia sottostante dev’essere un presagio. Se fin da subito tutto viene svelato, psicologicamente parlando, non si crea tensione. Io avrei mantenuto il locus amœnus…

Federico: con la finestra, la torre e il laghetto. E tutte le indicazioni di scena.

Elettra: non fateci caso, è il solito pedante.

Sghignazzando, corroborata dall’idea della pizza, Elettra schioccava un bacio sulla bocca di Federico, che le sorrideva un po’ provato, ancora intabarrato nella giacca da sera, navigando nel sudore.

Florent: ma stavolta sono d’accordo con Federico. Credo che le apparizioni alla finestra, ad esempio, ricordino quasi il Doppelgänger, il Doppio schubertiano. L’Altro appare alla finestra. Holten in un certo senso ha creato tre finestre, con questi cubi in cui ogni personaggio appare quasi claustrofobicamente rinchiuso, ma ha così eliminato la relazione fra l’alto e il basso, poiché i personaggi sembrano passare da un cubo all’altro senza un senso apparente. È tutto molto affascinante esteticamente, ma trovo che tradisca il senso originale…

Sara: e se i tre piani fossero i tre luoghi della psiche? Es, Io e SuperIo? In fondo il regista ha detto che per lui questa è più una vicenda psicanalitica che una storia di fantasmi. I due fantasmi altro non sarebbero che allucinazioni della governante, dal cui inconscio emerge un’inconfessabile bisogno sessuale, indirizzato verso il piccolo Miles. Qualcuno ha persino ipotizzato che la morte di Miles, alla fine, non sia una morte reale, ma una semplice iniziazione erotica. In pratica, il bambino e la governante avrebbero un rapporto sessuale.

Federico: Mi sembra un po’ astruso. E Holten non ha comunque scelto questa via. Alla fine, Miles appare tutto insanguinato, realisticamente insanguinato. L’ho trovata una caduta di gusto. Finisce per cancellare quell’ambiguità che il regista, piaccia o non piaccia, ha saputo mantenere. Alla fine, anche se sappiamo che Miles muore, nel libretto di Myfanwy Piper non c’è scritto esplicitamente “Miles muore”. La governante grida “Non mi abbandonare ora!” e poi lo posa al suolo.

Florent: giusto, ma a parte questo, io trovo che tutto questo insistere sulla lettura psicanalitica sia vagamente ipocrita. Sembra quasi che il focus sulla governante faccia passare in secondo piano l’imbarazzante rapporto fra il fantasma Peter Quint e il bambino. E questo rapporto, che oggi definiremmo pedofilo, viene espresso a chiare lettere non dall’inconscio della governante, ma da Mrs Grose, quando dice: “Non mi piaceva quando Quint si prendeva delle libertà, anche con il signorino Miles”, che aveva in suo potere “giorno e notte”. È il solito tema dell’infanzia violata, che ossessiona Britten: come in Peter Grimes, in Billy Budd, in Morte a Venezia, c’è un giovane che è oggetto del desiderio. Inutile negarlo…

Sara: e se anche Mrs Grose, vittima quanto la governante di un’educazione puritana, avesse uno sguardo deformato sulle cose? Magari si inventa la pedofilia di Peter Quint solo perché in cuor suo è invidiosa del modo in cui riesce a incantare i bambini. Pensate ai melismi, simili al canto di un muezzin, con cui Peter Quint richiama a sé Miles…

Florent: io li vedo più come le serpentine seduzioni di un moderno re degli elfi, un Erlkönig. In questo, Ian Bostridge è perfetto. È come se nella sua voce, sotto le lusinghe, ci sia una sottile perfidia, insensibile ma presente. E poi la figura fisica! “Viso pallido, sguardo acuto, alto…”. È praticamente lui.

Elettra: dici? Secondo me invece proprio quei melismi avrebbero bisogno di un colore di voce ancora più ammaliante. Peter Quint rappresenta il regno della fantasia, del sogno, dei segreti che affascinano i bambini: la sua voce dev’essere un miracolo di bellezza. In questo modo, il contrasto con la sua malvagità, vera o presunta, diventa ancora più evidente.

Federico: sottigliezze. Non dirmi che il cast non ti è piaciuto!

Elettra: ma no, per carità. È un cast quasi ideale. Soprattutto le donne. Miah Persson è semplicemente perfetta nella governante. E forse ancor più Jennifer Johnston in Mrs. Grose, così solida e rassicurante!

Federico: i bambini sono portentosi, no?

Elettra: sì. Anche se Miles ha una voce un po’ troppo flebile. Il regista poi lo fa apparire innocente fino alla fine, con movenze da bambino goffo piuttosto scontate…

Florent: qui sta il punto! Sarebbe stato perfetto per il Basini seviziato ne I Turbamenti del giovane Törless. Ma non per Miles, che non è più un bambino innocente, e lo capiamo quando canta “Malo Malo”. Ciò che ha visto, che sia affascinante o terribile, lo ha trasformato per sempre. In questo senso, era perfetto l’interprete di Miles che ho ascoltato a Lyon nel 2014. Guardate il video su youtube. Magro come uno stecco, biondo, con l’aria seria. Per quanto possa essere imbarazzante dirlo, non dimentichiamoci che Britten si infatuò del primo giovane interprete, il dodicenne David Hemmings.

Elettra: e di Eschenbach, cosa mi dite?

Florent: io dico che già l’assonanza con Aschenbach depone a suo favore. No, a parte scherzi, penso che a differenza del regista fosse pienamente immerso nello spirito dell’opera. Anche nelle sonorità più lievi ha saputo essere viscerale. Non so come dire, ma si capisce che sente l’opera a fondo. E i tredici musicisti in buca, straordinari, lo hanno seguito perfettamente. Non è certo facile fare un’opera da camera alla Scala.

Sara: almeno su questo siamo tutti d’accordo.

Elettra: siamo qua fermi da quindici minuti. Pensate di poter continuare i vostri dibattiti sulle implicazioni psicanalitiche e sessuali del Giro di vite davanti a una pizza napoletana o volete farmi morire di fame?

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