Set 092016
 

Pare ormai quasi scontato, nell’approcciarsi a Skrjabin, considerare il Prometeo (op. 60) come il punto di svolta e d’arrivo dell’itinerario armonico-poetico del compositore. Bastano due esempi – in Italia – che delineano la vita del compositore in tal modo: quello di Roman Vlad e di Mario Bortolotto.

In generale, da molti studiosi e compositori – si pensi a Busoni, che affermava come la musica di Skrjabin non fosse che <<un’indigestione di Chopin>> – gli esordi compositivi del genio russo sono spesso bistrattati, sicuramente mal compresi nella loro inaudita potenza espressiva.

D’altronde, questo tipo di approccio è comune anche nel considerare altri compositori, mentre nelle opere giovanili spesso – come vorrei mostrare nel caso di Skrjabin – è già presente una personalità formata e loquace, non sperduta e maldestra.

Sarebbe inutile ripetere qui l’importanza che Chopin avesse avuto per il giovane Skrjabin – si noti semplicemente come i nomi più frequenti nelle prime opere skrjabiniane siano mazurche, valzer, preludi e studi: un chiaro tributo chopiniano! Eppure, già nei primi anni, si intravedono delle sonorità e delle libertà espressive chiaramente molto lontane da quelle chopiniane, sebbene ancora nascoste o solo accennate.

Vi è però un’eccezione fin troppo conosciuta, e forse per questo mai vista come tale: il celeberrimo Studio dell’op.2. Di certo si tratta di un esordio sui generis, perché una tale intensità emotiva raramente è ritrovabile nei primi anni della vita di un compositore, per quanto grande.

Poche battute compongono quello che è un tema orecchiabile e facilmente ripetibile, ma di una densità e profondità che, riguardando il catalogo di opere chopiniane o lisztiane, non è così facile ritrovare.

Se poi consideriamo la Sonata op.6, appare già chiaro – in uno Skrjabin ventenne – come la portata del discorso musicale non sia più intima e autobiografica, ma voglia riferirsi a tutti gli uomini, al reale. Skrjabin costruisce qui un “mostro”, una figura enorme e anche goffa – si vedano le fragorose ottave della sinistra nel primo movimento, elemento importantissimo nelle prime Sonate – che si trascinerà nel parossismo e nella ripetizione, passando per la malinconia del Lento, fino a spegnersi nel quasi niente dell’ultimo movimento. È molto difficile riuscire ad immaginare come un ventenne potesse concepire tutta questa sorda malignità, questo scivolamento verso il nulla così ben testimoniato e raffigurato. La prima Sonata, questo enorme macigno sonoro, rappresenta forse la più sconvolgente composizione giovanile di tutti i tempi, per quanto lucida ed equilibrata (anche per questo forse, il porre l’accento solo sullo Skrjabin maturo mi pare un azzardo o, quantomeno, una scelta che comporta molte sviste).

Se consideriamo per esempio il terzo movimento di tale Sonata, l’elemento parossistico è talmente evidente e ben realizzato da sembrare un “marchio di fabbrica”, uno stilema compositivo scontato per il compositore.

Anche nella seconda Sonata, iniziata a comporre tre anni dopo, questo elemento di ossessione ritmica appare rilevante.

L’op.19 (è solo per questioni di spazio e tempo che non presento qui un’analisi opere intermedie tra queste due Sonate) è la testimonianza della ormai compiuta capacità, da parte di Skrjabin, di creare contrasti sonori e armonici di grande impatto. Ora, sembra spesso che molti dei critici non amino che il gusto per la complessità, e le loro analisi sfociano così in un’esasperata ricerca delle segrete trame della composizione – talvolta così segrete da oltrepassare persino la coscienza del compositore! A tal riguardo, viene così giustificata la visione che quasi misconosce la grandezza del “primo” Skrjabin, quello che per intenderci non aveva ancora sradicato la tonalità in quanto tale.

Sembra anche che questi critici non si siano mai realmente messi al pianoforte dinanzi a questi pezzi. Proprio l’op.19 presenta delle difficoltà interpretative, oltre che tecniche, notevoli: se nel primo movimento mantiene un andamento quasi sempre rubato, nel secondo vede invece un ritmo che è presto ineluttabilmente, e che non lascia spazio a riflessioni né ad autocompiacimenti.

La miracolosa “luce lunare” del primo movimento – la Sonata sarebbe infatti la descrizione di un mare prima in quiete poi in tempesta – e l’abisso che scavano le terzine “sadiche” del prestissimo  sono già elementi che impediscono assolutamente di ricollocare questo pianismo a quello chopiniano-lisztiano. Anche qui, le frasi skrjabiniane sembrano imbevute della sapienza del mondo e della terra stessa, sembrano possedere, nel loro caos degenerato o nella loro luce inattesa, una chiave sensoriale quasi ancestrale. Il sapore metafisico, quasi religioso di questa Sonata, ci permette di fare questa osservazione: la musica di Skrjabin non è nemmeno ricollocabile all’altra “musica russa” (d’altronde è lo stesso Vlad che fa quest’affermazione). Skrjabin, come Nietzsche, non avrà seguaci – forse perché non ne avrebbe nemmeno voluti.

È inutile dire che servirebbe una nuova comprensione della musica di questo grande genio, ma una profondità del genere, oltre che ad essere insostenibile per chi la vive, lo è anche per chi tenta di avvicinarcisi.

Artin Bassiri Tabrizi

(Nella foto: il giovane Aleksandr Nikolaevič Skrjabin)

 

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