Giu 022016
 

Nell’era di facebook e dei social network, il critico non può più far finta di non conoscere personalmente molti degli artisti che ascolta e di cui scrive, né di ostentare quell’atteggiamento super partes che era un tempo tipico di figure che ostentavano -a volte in modo un po’ tristanzuolo- cinismo, presunzione e soprattutto distanza dal mondo (alla Anton Ego di Ratatouille, per intenderci). Oggi scrivo di Francesco Libetta, e del suo concerto tenutosi per Serate Musicali il 30 maggio scorso nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano, essendo ben cosciente del fatto che è ormai un amico e che ho perfino suonato con lui a quattro mani. Ci sarebbero dunque tutti i motivi per scriverne bene, ma anche per scriverne male: se sei un pianista, uscire da un concerto di Libetta significa anche pensare “forse è meglio che appendo il pianoforte al chiodo”. Il grado di virtuosismo del pianista di Galatone è, infatti, sommo e immutato nel tempo: non solo a livello di velocità e potenza, ma anche e soprattutto a livello di ricerca sonora, timbrica. Famosa è la frase di Arturo Benedetti Michelangeli: “Non vado ai concerti dei pianisti. Se suonano male, mi danno fastidio; se suonano bene, ancora di più”. Ecco, Francesco Libetta appartiene sicuramente alla seconda categoria. Ma c’è di più: egli, con la sprezzatura che gli è propria, a volte sembra quasi risparmiarsi, assumere (non so se volutamente oppure no) un’aria svagata, quasi pigra, come a dire: “Potrei fare ancora di più, ma mi fermo qui”. Detto questo, il primo enigma a cui si riferisce il titolo è il seguente: perché un prodigio musicale come Libetta non suona regolarmente nelle massime istituzioni e Teatri d’Italia? Domanda imbarazzante, quasi scandalosa: perché evidenzia il malcostume di un paese che non fa nulla per valorizzare un artista a cui non manca né il talento (o addirittura il genio), né l’intelligenza, né l’appeal. Qualcuno potrebbe pensare che il suo atteggiamento piuttosto aristocratico -ad esempio nella scelta dei programmi- possa contribuire a farne un ousider di lusso. Ma questo non è importante. In un paese culturalmente evoluto, qualcuno dovrebbe prelevare Libetta di peso e metterlo sul palcoscenico della Scala, di Santa Cecilia e via dicendo, facendogli fare ciò che sa fare da padreterno: suonare il pianoforte.

Veniamo al concerto. Il pianista ha aperto con Händel, Suite in si bemolle maggiore HWV 440. Il caro sassone è da sempre fra i compositori prediletti di Libetta, che ne ha inciso l’integrale (mai però pubblicata) e che vede in lui una sorta di “padre” della musica degli ultimi tre secoli, non meno di quanto lo sia Bach. Libetta esita nell’attaccare la prima nota, mette le mani sulla tastiera, poi ci ripensa, le ritira, le rimette, riflette ancora un attimo: sembra nervoso. E invece poi suona la Suite con tranquillità sovrana e arcadica, come se fosse fra amici in un ambiente raccolto. Raffinatissima è la Sarabanda, in cui il pianista sfodera pianissimi siderali, sempre però mantenendo un’affettuosità che non ha nulla di puramente astratto; e la Giga non è la consueta ostentazione di brillantezza, ma veramente una danza piena di sereno gaudio. Con Czerny, passiamo dall’Arcadia al salon ottocentesco: un salotto di cui Libetta è principe indiscusso. L’arte di render agili le dita op. 740 diviene con lui un caleidoscopio di umori insospettabili per chi ricollega l’allievo di Beethoven a un mero virtuosismo digitale. Libetta rende questa musica “importante” non attraverso un aumento dell’enfasi: anzi, è proprio togliendo qualsiasi retorica che il divertissement czernyano (che come ogni divertimento vero ha anche qualcosa di molto serio) assume il suo pieno senso. Di studio in studio, dal dramma si passa al lazzo, dal clima tempestoso a quello scherzoso, ma sempre con un gusto sopraffino: un po’ come avverrà con Saint-Saëns. Confesso invece che ho fatto fatica a seguire Libetta nella Sonata op. 90 di Beethoven: quella che in Händel era un serena rilassatezza, qui si trasformava per il mio sentire in una certa mancanza di tensione emotiva, di aura. Più nel primo movimento, però, che nel secondo, in cui la divina lunghezza (schubertiana ante-litteram) veniva pienamente fatta propria dal pianista con calma sovrana e assoluta assenza di ogni nefasta retorica.

Nella seconda parte abbiamo goduto di un tutto-Liszt comprendente brani originali e arrangiamenti (o parafrasi). Libetta ha osato contrasti estremi, a livello dinamico e coloristico, sempre attenendosi però a quella mancanza di enfasi retorica che mi pare oggi una delle sue qualità fondamentali. Raramente l’opera di Liszt mi è parsa così disseminata di fertili enigmi, di interrogazioni, quasi come se l’artista avanzasse domande, più che dare risposta: e questo ha prodotto un livello di emozione molto alto, paragonabile a quello di chi si trova di fronte a una Sfinge. Con Libetta nulla è prevedibile: egli ti tiene incollato all’ascolto, non ti dà indizi sulla direzione in cui ti porterà. La sua assoluta compostezza, quasi la sua impassibilità alla tastiera, contribuisce a questo senso di suspense. Ancor più che nei momenti di rovente e funambolico virtuosismo, affrontati come se nulla fosse, mi hanno colpito le sonorità diafane, immateriali, quasi schopenaueriane nella rinuncia a ogni volontarismo, che il pianista ha creato in Au bord d’une source, ma soprattutto negli arrangiamenti dal Lohengrin (sublime Il Sogno di Elsa). Dopo questi ultimi, cinque bis sono stati donati a un pubblico entusiasta e giustamente caloroso, all’interno del quale era presente anche l’étoile Massimo Murru: e i valzer di Chopin e Saint-Saëns, forse pensati proprio per il ballerino, ci riportano proprio al fatto che è lo stesso Libetta, forse, a non voler essere demagogicamente (e per nostra fortuna) un pianista “per tutti”.

Luca Ciammarughi

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