Mag 262016
 

Sfogliando le pagine del trattatello settecentesco L’art de toucher le clavecin (L’arte di suonare il clavicembalo) di François Couperin, troviamo la seguente affermazione:

<<Per raggiungere un certo grado di perfezione, gli uomini non dovrebbero mai fare alcun lavoro faticoso con le loro mani. Quelle femminili, per la ragione opposta, sono, in generale, migliori. Ho già detto che una buona tecnica si basa molto più sulla morbidezza dei nervi che sulla forza; prova ne sia l’evidente differenza tra le mani femminili e quelle maschili; inoltre, la mano sinistra degli uomini, di cui essi fanno minor uso nelle loro attività, è, in generale, la più morbida al clavicembalo>>

L’eleganza, la morbidezza, la souplesse erano per Couperin le doti che permettevano a un tastierista di raggiungere esiti artistici elevati, al punto che l’obiettivo sommo del cembalista è per il francese “acquisire una grande delicatezza alla tastiera”. Tre secoli sono passati e i valori si sono quasi completamente invertiti. Il pianista di caratura è quello che suona “con bravura”, in maniera nerboruta e robusta. In due parole: forte e veloce. Certo, si dirà, un moderno Steinway non è un clavicembalo; e un’immensa sala da concerto non è un salon di Versailles. Ma siamo sicuri di non confondere la causa con l’effetto? È forse più plausibile che la grande sala e il gran coda siano nati per coronare nuove tendenze del far musica e un’evidente propensione a un’ostentata spettacolarizzazione, piuttosto che viceversa. Di fatto, si è arrivati a un punto piuttosto chiaro: ciò che è vigoroso, “virile” (chiarirò poi il senso delle virgolette) e magari un po’ sfacciato fa certamente più presa di ciò che è delicato. Chiunque di noi, anche solo postando un breve video su un social come facebook o instagram, si sarà accorto che quando facciamo correre veloci le dita sui tasti l’indice di gradimento aumenta (se poi si fa un po’ di baccano, meglio ancora). Ci sarà sicuramente quel gruppetto di estimatori di un modo di approcciarsi allo strumento più elegante e morbido, ma costituirà comunque una minoranza. 

L’umanista Coluccio Salutati scrisse di un auspicabile equilibrio fra “vita attiva” e “vita contemplativa”. Nella musica, come in altri aspetti della società, la smania di “attività” si è intensificata nel corso dell’Ottocento e del Novecento. Più ci agitiamo, meglio è. Così, anche il musicista classico deve presentarsi ben pompato, ovvero suonare (come ho sentito dire da un pianista assai pestone) “a cazzo duro”. E qui torniamo al discorso sulla “virilità”, che è, in realtà, un ipervirilismo. Considero l’ipervirilismo (ossia l’ostentazione di virilità) di chi suona aggredendo lo strumento come una sorta di impotenza musicale simile a quella di certi culturisti che cercano di creare masse spettacolari per compensare magari più ascose mancanze. Al di là di questo, è anche evidente che una società in cui il consumo della musica è fondato principalmente sul bombardamento acustico è una società musicalmente in debacle.

Ma soffermiamoci sui concetti di “virilità” e “femminilità”. Nell’arte, il maschile e il femminile non sono necessariamente legati agli stretti generi sessuali. Esistono pianisti che suonano in modo più femminile (non necessariamente perché sono gay) o pianiste che suonano in modo più maschile (non necessariamente perché sono lesbiche). D’altro canto, è senz’altro vero che il corpo maschile e il corpo femminile, in linea di massima e con le dovute eccezioni, hanno caratteristiche diverse. E qui torniamo all’osservazione di Couperin: il francese, conscio della maggiore flessibilità e morbidezza del corpo femminile (in generale), ne deduce che una ragazza riuscirà a suonare più facilmente con delicatezza (e, quindi, meglio). Nel mondo musicale novecentesco e in quello odierno, per potersi emancipare, le donne hanno invece dovuto dimostrare di saper suonare “come un uomo”: quante volte mi è capitato di sentir dire “Martha Argerich sì che è una pianista, suona come un uomo” (il soggetto potrebbe anche essere Annie Fischer). Fischer e Argerich sono due favolose pianiste capaci di sonorità maschili o femminili a seconda della necessità musicale, ma non è questo il punto: il nodo sta nel fatto che quella che appare come un’emancipazione femminile altro non è, molto spesso, che un’applicazione generalizzata di un ipervirilismo che è arrivato a trascendere i generi. Che tu sia uomo o donna etero, gay, trans o bisessuale, poco importa: un atteggiamento testosteronico e una tendenziale arroganza risulteranno sicuramente più efficaci. Vorrei che arrivasse il giorno in cui non solo quattro gatti affermino che “Brigitte Engerer era una pianista meravigliosa, suonava in modo così femminile!”.

Qual è l’altro lato della medaglia di questo ipervirilismo? La smanceria. Il sentimentalismo manieristico e l’ostentazione di “sensibilità” non hanno infatti nulla a che vedere con la delicatezza di cui parla Couperin, né con la femminilità che potremmo trovare in un’opera di Mozart o Strauss: le quali hanno in sé una sorta di pudore espressivo, un non-so-che di non detto, che in realtà aumenta l’eros musicale. Se non si è muscolari e sfrontati, bisogna allora coprire di una buona dose di melassa il “prodotto musicale” che si sta offrendo: altro sintomo di una diminuita sensibilità per la nuance, di un analfabetismo musicale in cui si ha orecchie solo per ciò che viene dichiarato in maniera estrema. In definitiva, è come condire con salse o spezie eclatanti una materia prima di qualità un po’ scarsa.

Ammetto che quello di Couperin è un caso estremo: probabilmente, un Bach o un Händel avevano un modo di suonare, pur all’interno dell’estetica settecentesca, più robusto.  Così come non tutti, oggi, suonano in modo iperviriloide. Alcune tendenze, però, sono indiscutibili. La tendenza generale di quelle che consideriamo come età auree nei diversi ambiti artistici è di creare un dialogo fra il Maschile e il Femminile, intesi come categorie che trascendono il genere. Quando la bilancia pende eccessivamente dall’una o dall’altra parte, l’incanto rischia di rompersi. La grazia, poi, non è certo una prerogativa del Settecento francese o di quello che potremmo considerare un affettato rococò. Vengono in mente tanti passi delle lettere di Mozart, in cui il salisburghese reclama un gusto e un’eleganza che non si possono che trovare in una delicatissima coincidentia oppositorum. E così avviene per Schubert, quando depreca “i pianisti che si avventano sui tasti come uccelli da preda”.  Tornerà, prima o poi, il tempo dello charme?

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