Mar 282016
 

Le vacanze sono spesso l’occasione per immergersi in letture troppo a lungo procrastinate: durante questa Pasqua 2016, mi sono concentrato sul volume “Scritti e conversazioni”, di Sviatoslav Richter, a cura di Bruno Monsaingeon, uscito in Italia nel 2015 per i tipi del Saggiatore. Esso contiene i diciotto fittissimi taccuini (una sorta di diario musicale) che Richter riempì nel corso di un quarto di secolo, dal 1970 al 1995. Si tratta di impressioni di opere e concerti, sensazioni mosse dall’ascolto di un disco o delle proprie incisioni. In queste annotazioni, Richter si rivela critico severissimo e lunatico, con gli altri musicisti e ancor più con se stesso. Anche gli amici più stretti non vengono risparmiati: anzi, sembra che Richter esiga proprio da loro una devozione totale all’arte. Stroncando in maniera spesso impietosa alcuni grandi nomi del concertismo (che magari in altre serate, anche a seconda dell’umore di chi scrive, vengono invece incensati), Richter ci invita a diffidare della divinizzazione del grande nome, anche fosse un Karajan o un Benedetti Michelangeli. Le sue osservazioni non suonano come giudizi assoluti e incontrovertibili, ma fanno piuttosto riflettere sul fatto che anche un grandissimo musicista, nel tal giorno o nella tal condizione, può risultare deludente o addirittura insignificante; così come un  nome mai preso in considerazione può invece esaltare. Lo sforzo di Richter è quello di essere scevro da pregiudizi, da abitudini, da considerazioni interessate. Se una costante c’è, è quella della delusione nel riascolto dei propri dischi, quasi sempre considerati insoddisfacenti, se non addirittura catastrofici. Forse l’unica artista a cui rivolge con costanza lodi incondizionate è Maria Callas.

Ho raccolto qui in ordine alfabetico (per cognome) alcune delle stroncature di Richter, che naturalmente in altri casi parla anche molto bene di questi stessi artisti. Consiglio di iniziare dalla lettera R di Richter, tornando poi alla A: si capirà meglio lo spirito. Le date non si riferiscono ai dischi o concerti recensiti, ma al momento in cui Richter ne scrive nel suo diario.

ABBADO, Claudio (“Il viaggio a Reims”, 1988, Cappuccilli, Caballé ecc): “I cantanti fanno spesso roulades a ogni pié sospinto e, spesso, non capisco il testo (musicale) delle loro roulades. Deve essere colpa del direttore d’orchestra, che prende tempi troppo rapidi, e della tradizione italiana che consiste nel cantare tutto veloce con temperamento meridionale”.

ARGERICH, Martha (con Gidon Kremer, 1990, Sonate di Prokofiev): “Non mi è assolutamente piaciuto! E del resto ciò non deve affatto stupire, poiché c’è gente che suona direttamente in scena, senza aver provato: cosa possono sperare di buono? È a dir poco scandaloso (soprattutto il violino). Comportarsi in questa maniera verso l’arte mi è totalmente incomprensibile. E grazie a tutto ciò…successo delirante.”

ASHKENAZY, Vladimir (1989, Brahms): “Completa delusione…Espressione=zero. Niente accade. E si tratta di Volodja Ashkenazy! Proviene da un altro pianeta?”.

BARENBOIM, Daniel (“Parsifal”, 1992): “Barenboim ha evidentemente un talento diabolico e, scherzi a parte, col Parsifal ne esce molto onorevolmente. Ma ha talmente voglia di apparire riflessivo e profondo che diventa quasi fastidioso.”

BASHMET, Yuri (1989, Hoffmeister): “Yuri Bashmet suona alla sua maniera abituale, ma la sua interpretazione non mi convince affatto. Fa troppi contrasti tra forte e pianissimo, il che scatena immancabilmente l’entusiasmo del pubblico, ma non mi fa neanche drizzare le orecchie”.

BRUSON, Renato (1983, Verdi): “Bruson è un Rigoletto ordinario, come ne ho visti a centinaia”.

DEMUS, Joerg (1983, Haydn): “Come lo suona veloce (esattamente al doppio del suo tempo). Non trovo che la musica ci guadagni. Oh…quest’interpretazione professorale e questa routine di Conservatorio. Puah!”

ENTREMONT, Philippe (1993, Gershwin): Ohi! Ohi! Ohi! Si può davvero suonare così questo Concerto??? Veloce, veloce, confuso, senza ritmo…Sono stupefatto e deluso, non soltanto dal pianista (entrecôte…), ma anche da Ormandy. Questo mi ha guastato l’umore”.

FISCHER-DIESKAU, Dietrich (1972, Brahms): “L’insistenza di Dieter su ciascuna vocale e ciascuna consonante era spesso un ostacolo al libero fluire della musica, e non riuscivo ad accettarlo”.

GAVRILOV, Andreij (e KOCSIS, Zoltan) – (1991, Bach): “Non capisco cosa potessi essermi infilato nelle orecchie quando ho ascoltato Kocsis qualche anno fa in queste stesse opere. È semplicemente atroce. Un tempo così rapido (sembra di ascoltare Gmomenreigen) è inammissibile in Bach; e nei movimenti (esageratamente) lenti è inammissibile un simile narcisismo. Stessa cosa con Gavrilov. Corrono come se si trattasse di una competizione sportiva e nei secondi movimenti sonnecchiano”.

GERGIEV, Valery (1993, Ciaikovskij): “Il direttore d’orchestra, che tutti incensano, e la cui celebrità si libra letteralmente nell’aria dell’universo musicale russo, assolutamente non mi piace. Sotto la sua direzione, l’orchestra suona impeccabilmente (alla perfezione), ma senza la minima espressione. Nessun sentimento; nessun amore verso l’opera…Desolante!”

GERSHWIN, George (1993, Gershwin): “Difficile dire qualcosa contro, dato che al pianoforte c’è l’autore, ma questo arrangiamento non mi piace troppo (cioè a dire, non mi piace affatto). Inoltre il tempo è spaventosamente rapido; non nego il virtuosismo, però è un po’ pacchiano”.

GOULD, Glenn (1973, Bach): “…la musica di Bach esige a mio parere più profondità e severità, mentre in Gould tutto è un pochino troppo brillante ed esteriore. Ma soprattutto, non fa tutte le riprese, e questo non posso perdonarglielo”. (1985, Hindemith): “Ho ascoltato solo i primi tre movimenti e non mi sono piaciuti. È troppo ricercato e c’è un eccesso di tempi lenti. A dire il vero, trovo tutto ciò pretenzioso”.

GUTMAN, Natalia (1992, Britten). “Mi sembra che nel passaggio (canto) ripetuto tre volte, il tempo sia troppo rapido, e che non ci sia abbastanza severità e astrazione (astrazione che è perfettamente al proprio posto in quest’opera, ma che Natalia fa di tutto per evitare)”.

HAITINK, Bernard (1975, Stravinsky): “Infine c’è l’opera sotto la direzione di Haitink, che non è fatto assolutamente per Stravinsky, per cui lo spirito dell’opera sparisce”. (1987, Shostakovich): “L’Ottava di Shostakovich nell’interpretazione di Haitink non mi va affatto, ben oliata, bel suono, ma che farcene qui?”

HOROWITZ, Vladimir (1987): “…Fenomenale e ributtante. […] Un simile talento! E uno spirito talmente triviale…Un uomo talmente simpatico, talmente artista e talmente ottuso (ascoltate le sue risatine e guardatelo). E che gigantesca influenza sui gusti dei giovani pianisti (non dei musicisti)”. (1983, Rachmaninov): “Il suo modo di suonare è insopportabilmente manierato, sporco, superficiale, pasticciato e banale; non riesco a sopportarlo”

KANAWA, Kiri Te (1992, Verdi): “Kiri Te Kanawa è bella, ma non è Desdemona; è piuttosto una specie di Catherine Deneuve”.

KARAJAN, Herbert Von (1971, Verdi): “La lussuosa rappresentazione <<a schermo panoramico>> d’Otello sotto la direzione di Karajan […] mi lascia totalmente freddo. […] Il direttore non si è dato la pena di alzarsi al livello in cui avrebbe dovuto trovarsi. Freddezza e indifferenza…”. (1977, Mahler): “L’esecuzione era assolutamente sprovvista del minimo sentimento tragico. Freddezza, freddezza e ancora freddezza…L’orchestra suonava impeccabilmente, impossibile far meglio; e tuttavia niente…”. (1982, Richard Strauss): “Non sono assolutamente certo che cosa volesse qui Strauss, ma per me una simile interpretazione di una delle mie opere preferite è semplicemente inammissibile. <<Domestica>> suggerisce una certa atmosfera da camera, una specie di calore simpatico e discreto. Cosa c’entrano, quindi, questi fortissimo iperbolici e questa fallace monumentalità?”.

KISSIN, Evgenij (Liszt): “È istruito, suona bene, ma non si getta a corpo morto nel mare. Non si getterà mai, forse?”

KLEIBER, Carlos (1977, Dvorak, con Richter solista): “No, non è quello che avrebbe dovuto essere! Carlos spaccava i capelli in quattro e io ero teso. Da qui l’assenza di quell’incanto e semplicità così tipici in Dvorak”.

JUDINA, Marija (1972): “Marija Veniamidovna Judina si è molto affezionata alle opere di Hindemith. Che le si addicono assai, contrariamente a Chopin, Rachmaninov, Scriabin e altri <<compositori del sentimento>>”.

LUPU, Radu (1976, Bartok, Brahms, Schubert): “In questo pianista tutto è calcolato, pesato, niente di inatteso, nessuna sorpresa. Il pasto è servito come su un grande vassoio, ma ne conoscete in anticipo la composizione esatta. Così è stato della Sonata in Sol maggiore di Schubert -impeccabile e ponderata. Una simile interpretazione non sorprende in alcun modo, tutto è perfettamente al proprio posto. Ma è anche al tempo stesso interessante? O no! È privata di ogni fremito e l’ascoltatore (io, in ogni caso) resta freddo”.

MICHELANGELI, Arturo Benedetti (1975): “Come sempre, impeccabile. Il testo esatto. Totale perfezione della tecnica. Tutto il resto glaciale. Beethoven: il Trio della Marcia Funebre è così formale e secco che lo si direbbe un numero comico […]. Debussy: Nessuna obiezione. Nessuna impressione. […] Uno splendido concerto. Non vi si sente però l’amore per la musica”. (1979, Debussy): “Ed ecco di nuovo questa totale perfezione, ma sprovvista d’atmosfera, oltre che (a mio parere) dell’incanto assolutamente indispensabile a questi Préludes. […] Trovo […] che questo fanatismo e quest’urgenza di perfezione sullo strumento impediscano il volo della fantasia e l’espressione di un vero amore dell’opera che esegue con una tale perfezione. È l'<<ispirazione>> che manca. Che sia un concetto bandito dal lessico contemporaneo? Sarebbe un gran peccato”. (1981, Brahms-Paganini): “Tutto si è rivelato un po’ affettato e superficiale, molto nel genere étude. Capisco che è difficile liberarsi totalmente dall’aspetto tecnico di questa musica, ma ci farebbe però piacere qualcosa di più elevato”.

NIKOLAJEVA, Tatiana (1988, Beethoven): “Non comprende affatto quello che suona. Tempi simili sono nocivi alla salute; il resto è noioso e prosaico…”

OZAWA, Seiji (1972, Stravinsky): “Non sono mai del tutto soddisfatto da Seiji Ozawa in quest’opera così evidentemente russa. Certo è molto dotato, ma il suo dono è piuttosto un dono d’imitazione, e manca un po’ di sostanza per questo genere di musica”. (1979, Ravel, Stravinsky): “Tutto qui è contraddittorio e in fin dei conti superficiale. E questo non mi è piaciuto. Ozawa possiede tutto quel che serve per brillare, ma ne abusa”.

PERAHIA, Murray (1986, Chopin): “Che cosa è successo? Paura del palcoscenico, mancanza di fiducia in se stesso o circostanze esterne di cui si ignora la natura (dicono che un’interprete-accompagnatrice imbecille l’abbia messo in ansia); resta il fatto che questo pianista celebre abbia suonato male quasi tutto e che il suo Chopin non mi abbia affatto sedotto”.

POGORELICH, Ivo (1981, Prokofiev): “Sulla copertina del disco si vede la sua foto, un musetto carino, giovane e ricciuto. La <<dama>> è la sua maestra; racconta anche che lei è la pronipote di Liszt. Somiglia piuttosto a una fruttivendola. Ho ascoltato il disco e cosa c’è…ancora una totale incomprensione di Prokofiev. Un temperamento da esibizionista e un’impropria utilizzazione del pedale”. (1988, Scraibin, Chopin): “Si ha l’impressione che non capisca quel che suona. […] Curioso squilibrio tra la mano destra e la sinistra, che a volte è appena udibile. […] Del primo movimento della Sonata di Chopin fa una specie di studio di alta acrobazia pianistica, con un secondo tema dichiaratamente forte. […] Che strano soggetto!”.

POLLINI, Maurizio (1976, Chopin): “Tutto ciò è verosimilmente suonato su uno di quegli Steinway potenti e metallici. Per questa ragione, niente a che vedere, a mio avviso, con un suono veramente chopiniano. Lo stile è vigoroso e, senza dubbio, anche <<eroico>>, perfettamente esatto e virtuoso, ma sprovvisto di qualsivoglia incanto, come vuole espressamente la moda contemporanea. <<Chopin fuso nel metallo>> -ma gli si adatta poi? Questo disco mi ha fatto, ahimé, un’impressione negativa: un’interpretazione gelida, superba e sicura di sé”. (1977, Schubert): “Pollini suona le opere di Schubert come se a scriverle fosse stato Prokofiev o un altro compositore del XX secolo”.  (1986, Chopin): “Questo Chopin ha bicipiti ben sviluppati. In primo luogo, tutto è <<forte>>, in secondo luogo, nessuna poesia, nessuna delicatezza (anche se tutto è impeccabilmente esatto) e neanche il minimo sentimento di improvvisazione”.

RACHMANINOV, Sergeij (1983, Liszt, Polonaise): “L’interpretazione di Rachmaninov non mi piace, e ho tutt’altra concezione dell’opera”

RICHTER, Sviatoslav (1980, Chopin): “Quanto alle Ballate, non riesco a decidermi…Sono certo brutte, come la maggior parte delle mie registrazioni. Basta ascoltarle per essere di cattivo umore”. (1982, Liszt): “…il Liszt resta una catstrofe. Vi ho passato in effetti ogni limite ed è tutto uno sbaglio”. (Haendel, 1987): “Da quando ho cominciato ad ascoltare, Gavrilov mi è apparso infinitamente più interessante (malgrado un certo carattere irreprensibile nel modo di suonare di Richter). Tutto in lui ha qualcosa di più fresco, di più vivo, di più libero…Non c’è niente di artificioso”. (1988, Liszt): “…i pasticci, le esagerazioni, l’assenza di vera concentrazione e quel qualcosa che sembra inerente al mio modo di suonare – quella sorta di pesantezza superflua- tutto ciò provoca in me tristi pensieri (o peggio). Mi piacerebbe suonare meglio”. (1988, Liszt): “Dopo una simile registrazione, si possono lasciare cadere le braccia e perdere ogni fiducia in se stessi. A parte Nuages gris, è totalmente penosa”. (1990, Schumann, Toccata): “No, è un vero orrore questo tempo; mi sembra, in primo luogo, che a una tale velocità sia impossibile suonare quest’opera. Ho veramente suonato così?”. (1990, Liszt): “Il secondo Mephisto-Walzer non è tortuoso e, malgrado tutto, non riesco a suonarlo con bastante sentimento. Zero, zero, zero…”. (1992, Bach): “Sembra una lettura a prima vista. Che fare?” – “Qui suono come un allievo…con applicazione, senza arte. È un saggio per suonare nello stile di Bach. Ma sì, sono un allievo. Credo che debba essere così. Forse l’allievo suonerà bene un giorno”.

ROSTROPOVICH, Mstislav (Prokofiev, 1971): “…è manifestatamente felicissimo di dirigere e adora visibilmente questa musica, ma quel che fa non ha niente a che vedere con la musica di Prokofiev. Dal punto di vista musicale, quindi, tutto è proprio brutto”. (Brahms, con lo stesso Richter al pianoforte): “Disco esecrabile”.

SCHNABEL, Artur (1974, Beethoven): “No, non bisogna mai fidarsi delle indicazioni metronomiche. Ne sia prova, la registrazione di Schnabel della Hammerklavier, del tutto inascoltabile, inaccettabile”.

SOLTI, Georg (1972, Beethoven): “In Beethoven, Solti si è rivelato terribilmente limitato e non sono stato affatto impressionato dalla sua esecuzione”.

SVETLANOV, Evgenij (1988, Scriabin): “Prometeo non è proprio catastrofico, ma la disgrazia con Svetlanov è il suo stile <<russo>> d’interpretazione che non mi si adatta affatto (questa insistenza sulla monumentalità). In Scriabin è come se si fossero installate sulla cattedrale di Chartres le cupole del monastero Donskoj”.

TEMIRKANOV, Yurij (1990, Ciaikovskij): “Il valzer dello Schiaccianoci. Non c’è da cavillare, ma non ci trovo né poesia, né quel carattere misterioso che si dovrebbe percepire quando il tema appare nei corni. Temirkanov è un uomo cattivo”.

VIRSALADZE, Elisso (1983, Mozart): “Tutto è perfettamente ben fatto, tutto suona, ma vi sento una certa mancanza di spontaneità, uno stile un pochino manierato”.

WEISSENBERG, Alexis (1984, Bach): “Se solo le sue dita non si mettessero talvolta ad affrettare alla fine delle variazioni rapide; ciò rovina sostanzialmente la musica di Bach”. ((1984, Debussy): “Trovo che questa interpretazione della Suite Bergamasque sia comune a molti pianisti (se non a tutti). Buona esecuzione, molto pianistica, ma…non ci si sente Debussy. […] Neanche la minima traccia di impressionismo…”.

(A cura di Luca Ciammarughi)

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