Mar 062016
 

Nel giorno della morte di Nikolaus Harnoncourt, musicista eccelso ma anche grande uomo di pensiero, abbiamo pensato di proporre ai nostri lettori il capitolo introduttivo del suo fondamentale volume “Il discorso musicale – Per una nuova concezione della musica”, pubblicato nel 1982 per Residenz Verlag (Salzburg und Wien). In esso, si esplica una visione della musica che va oltre il bello per come ce lo impone il canone classicistico cristallizzatosi negli ultimi due secoli, spingendoci a rigettare ogni visione accademica e museale in nome di una rinnovata disposizione a vivere la musica come fatto esistenziale totalizzante: ossia anche e soprattutto come turbamento e sconvolgimento. Purtroppo questo testo cruciale è fuori catalogo nella traduzione italiana. La traduzione qui sottostante è stata fatta a partire dall’edizione francese del 1984 (Gallimard).

La musica nella nostra vita

di Nikolaus Harnoncourt

Dal Medioevo fino alla Rivoluzione francese, la musica è sempre stata uno dei pilastri della nostra cultura e della nostra vita. Comprenderla faceva parte della cultura generale. Oggi, la musica è divenuta un semplice ornamento, che permette di riempire serate vuote andando a un concerto o all’opera, di organizzare delle festività pubbliche o, a casa propria, attraverso la radio, di scacciare o di riempire il silenzio causato dalla solitudine. Da ciò deriva un paradosso: oggi ascoltiamo molta più musica di un tempo –quasi senza interruzione-, ma essa non ha praticamente più alcun senso per la nostra vita: non è altro che un piccolo grazioso ornamento.

Non sono più i valori rispettati dagli uomini dei secoli precedenti ad apparirci importanti. Essi consacravano tutte le loro forze, le loro fatiche e il loro amore a costruire templi e cattedrali, invece di dedicarsi alle macchine e al comfort. L’uomo del nostro tempo accorda maggior valore a un’automobile o a un aeroplano che a un violino, più importanza allo schema di un apparecchio elettronico che a una sinfonia. Paghiamo davvero troppo caro ciò che ci appariva comodo e indispensabile; senza riflettere, rigettiamo l’intensità della nostra vita per la seduzione fittizia del comfort –e ciò che noi abbiamo un giorno veramente perduto, non lo ritroveremo mai.

Questo mutamento radicale della significazione della musica si è svolto nel corso degli ultimi due secoli con rapidità crescente. E si è accompagnato con un cambiamento d’attitudine verso la musica contemporanea – e d’altronde verso l’arte in generale: poiché, fin quando la musica faceva essenzialmente parte della vita, essa non poteva che nascere dal presente. La musica era il linguaggio vivente dell’indicibile, e solo i contemporanei potevano comprenderla. La musica trasformava l’uomo – l’uditore, ma anche il musicista. Essa doveva essere sempre creata nuovamente, allo stesso modo in cui gli uomini dovevano sempre costruirsi nuove case –corrispondendo a un nuovo modo d’esistenza, a una nuova vita spirituale. Non si era chiamati a comprendere né a utilizzare la musica antica, quella delle generazioni passate; ci si accontentava di ammirarne occasionalmente la perfezione artistica.

Da quando la musica non è più al centro della nostra vita, le cose vanno in altro modo; come ornamento, la musica deve in primo luogo essere “bella”. Essa non deve in nessun caso spiazzare, spaventarci. La musica d’oggi non può soddisfare tale esigenza, perché –come ogni arte- è il riflesso della vita spirituale del proprio tempo, dunque del presente. Un confronto onesto e impietoso con la nostra condizione spirituale può essere tuttavia inquietante. Da cui il paradosso che ha voluto che ci si discosti dall’arte di oggi perché essa spiazza, e forse addirittura deve spiazzare. Non si voleva più lo scontro, non si cercava altro che la bellezza che potesse distrarre dal grigiore quotidiano. Così l’arte –e la musica in particolare- è divenuta un semplice ornamento; e ci si rivolse verso l’arte storica, la musica del passato: poiché è là che si trovano la bellezza e l’armonia tanto desiderate.

Secondo me, questo ritorno alla musica antica –e intendo con ciò tutta la musica che non è stata composta dalle generazioni che vivono attualmente- non ha potuto prodursi che grazie a una serie di evidenti malintesi. Non usufruiamo ormai d’altro che di una “bella” musica, che il presente non può manifestatamente offrirci. Ora, una tale musica, unicamente “bella”, non è mai esistita. Se la bellezza è una componente di ogni musica, non possiamo farne un criterio determinante se non a condizione di trascurare e ignorare tutte le altre componenti. Ma da quando non possiamo più comprendere, o forse non vogliamo più comprendere la musica come un tutto, ci è possibile soltanto ridurla alla sua bellezza, livellarla in un certo senso. Da quando non è che una piacevole guarnitura della nostra vita quotidiana, non riusciamo nemmeno a comprendere la musica antica – quella che noi nominiamo veramente musica- nella sua totalità, perché comprenderla appieno significherebbe non ridurla più a mera estetica.

Ci troviamo dunque oggi in una situazione praticamente senza via d’uscita, in cui noi crediamo sempre alla potenza e alla forza trasformatrice della musica, ma in cui siamo costretti a constatare che la situazione intellettuale della nostra epoca, in maniera complessiva, l’ha spinta dalla sua posizione centrale verso il bordo –era emozionante, è diventata graziosa. Ma non ci si può fermare qui; devo ammettere che se questa fosse la situazione irreversibile della nostra arte, cesserei immediatamente di far musica.

Credo dunque, con una speranza sempre crescente, che ci accorgeremo presto di non poter rinunciare alla musica –e la riduzione assurda di cui ho parlato è davvero una rinuncia- e che possiamo fidarci della forza della musica di un Monteverdi, di un Bach, di un Mozart, e di ciò che essa dice. Più ci sforzeremo di comprendre e di cogliere il senso di questa musica, più vedremo come essa va ben al di là della bellezza, come essa ci turba e ci inquieta attraverso la diversità del suo linguaggio. Dovremo in fin dei conti, per poter comprendere la musica di Monteverdi, Bach e Mozart, ritornare alla musica del nostro tempo, quella che parla la nostra lingua, che costituisce la nostra cultura e la prolunga. Molti degli aspetti che rendono la nostra epoca così disarmonica e terrificante non dipendono forse dal fatto che l’arte non interviene più nelle nostre vite? Non ci accontentiamo forse, con una vergognosa mancanza d’immaginazione, del linguaggio del “dicibile”?

Cosa avrebbe pensato Einstein, cosa avrebbe trovato se non avesse suonato il violino? Le ipotesi audaci e creative non sono forse il frutto di un unico spirito immaginativo –prima di poter essere successivamente dimostrate dal pensiero logico?

Non è un azzardo se la riduzione della musica al bello e, innanzitutto, a ciò che intellegibile a tutti, sia avvenuta all’epoca della Rivoluzione francese. Nella storia, ci sono sempre stati dei periodi in cui si è tentato di semplificare il contenuto emozionale della musica al punto che potesse essere compreso da tutti. Ognuno di questi tentativi ha fallito, conducendo a una diversità e a una complessità nuove. La musica non può essere messa alla portata di tutti se non in due modi: o venendo ridotta a linguaggio primitivo o venendone davvero appreso il linguaggio da parte di tutti.

Il tentativo più fruttuoso per semplificare la musica e renderla comprensibile a tutti ebbe dunque luogo dopo la Rivoluzione francese. Si cercò allora, per la prima volta nel quadro di una nazione importante, di mettere la musica al servizio di nuove idee politiche –il programma che ci si è ingegnati ad applicare al Conservatorio ha costituito la prima uniformizzazione della nostra storia della musica. Ancora oggi, è a partire da questi metodi che i musicisti vengono educati alla musica europea nel mondo intero, e si spiega agli ascoltatori –seguendo questi stessi principi- che non è necessario apprendere la musica per comprenderla; che è sufficiente ormai trovarla bella. Ognuno si sente dunque in diritto e in capacità di giudicare del valore e dell’esecuzione della musica – punto di vista che vale forse per la musica post-rivoluzionaria, ma in nessun caso per la musica delle epoche anteriori.

Sono intimamente persuaso che è d’importanza decisiva, per la sopravvivenza della spiritualità europea, il vivere con la nostra cultura. Ciò suppone, per ciò che concerne la musica, due attività.

In primo luogo: bisogna formare i musicisti seguendo nuovi metodi –o seguendo metodi che prevalevano due secoli fa. Nelle nostre scuole non si apprende la musica come una lingua, ma si apprendono unicamente la tecnica e la pratica musicale; lo scheletro tecnocratico, senza vita.

In secondo luogo: la formazione musicale generale dev’essere ripensata da capo e ricevere lo spazio che merita. Così potremo rileggere sotto un’angolatura nuova le grandi opere del passato, in quella diversità che ci sconvolge e ci trasforma. E si sarà di nuovo pronti per il nuovo.

Tutti noi abbiamo bisogno della musica; senza di lei non possiamo vivere.

(traduzione a cura di Luca Ciammarughi)

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