Mar 012016
 

La Società del Quartetto di Vicenza è una delle associazioni concertistiche più attive a livello nazionale. Lo testimoniano i crescenti consensi di pubblico (20 mila spettatori ogni anno), la costante attenzione da parte degli organi di informazione, la considerazione degli Enti pubblici e delle aziende private che – con il loro sostegno economico – rendono possibile una programmazione ricca di artisti fra i più acclamati nel panorama concertistico internazionale.

La storia del sodalizio affonda le sue origini nel lontano 1910 (Antonio Fogazzaro ne fu in primo presidente) e da allora non c’è grande solista o affermata formazione cameristica che non abbiano fatto tappa a Vicenza.
Arturo Benedetti Michelangeli, Sviatoslav Richter, Arthur Rubinstein, Maurizio Pollini, Claudio Arrau, Wilhelm Kempff, Nathan Milstein, Yehudi Menuhin, Salvatore Accardo, Isaac Stern, Uto Ughi, Mstislav Rostropovich, Andrés Segovia, András Schiff… sono solo alcuni fra i protagonisti di concerti memorabili che si sono tenuti al Teatro Olimpico, il gioiello palladiano considerato da molti il più bel teatro al mondo.
Accanto ai grandi interpreti l’Associazione ha sempre voluto dare spazio, nelle sue linee programmatiche, ai giovani talenti diplomatisi nei Conservatori italiani svolgendo, in tal modo, un importante ruolo di valorizzazione delle nuove generazioni di musicisti.

Altrettanto ricche ed interessanti sono le proposte musicali dell’associazione con programmi che – in migliaia di concerti – hanno abbracciato praticamente tutta la storia della musica, ivi comprese le nuove tendenze del repertorio moderno e contemporaneo.
Ecco, allora, i cicli e le rassegne monografiche, le esecuzioni integrali dei capolavori del Settecento e dell’Ottocento, il Barocco, la Musica Contemporanea e le frequenti “incursioni” nella musica etnica e popolare, nel repertorio jazzistico, nella musica da film…

La scommessa, per gli anni a venire, è di far scoprire a sempre più ampie fasce di pubblico il grande repertorio della Musica.
Una Musica che – al di la’ dell’essere etichettata come “Classica” – vuole essere soprattutto una Musica che appassiona e coinvolge.

Società del Quartetto di Vicenza 

Vicolo Cieco Retrone, 24 – 36100 Vicenza
Tel: +39 0444 543729 Fax: +39 0444 543546
info@quartettovicenza.org
 
 

 

Mar 012016
 

È la Fondazione Centro San Raffaele – ente non profit che supporta la ricerca dell’IRCCS Ospedale San Raffaele per aiutare lo sviluppo della scienza a servizio della medicina – l’organizzazione beneficiaria della Prova Aperta di domenica 6 marzo alle ore 19.30 con la Filarmonica della Scala diretta da Daniele Gatti.

L’appuntamento, reso possibile grazie alla disponibilità dei professori d’orchestra, dei direttori e solisti ospiti della Filarmonica, è realizzato in collaborazione con il Main Partner UniCredit e il supporto di UniCredit Foundation.

Il ricavato della serata contribuirà a sostenere un progetto di ricerca in medicina rigenerativa condotto dalla Divisione di Neuroscienze dell’Istituto per sviluppare nuove potenziali terapie nel campo della sclerosi multipla, dell’ictus cerebrale e dei traumi del midollo spinale.

A introdurre la Prova sarà il critico musicale Gian Mario Benzing che spiegherà al pubblico il programma notturno e intimista che comprende Verklärte Nacht op.4 di Schönberg, Tod und Verklärung op.24 di Richard Strauss e Vorspiel und Isoldes Liebestod di Wagner.

Dopo il successo delle serate dedicate al sostegno dei progetti di ricerca scientifica condotti da Fondazione IEO-CCM, Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Besta e Fondazione Centro San Raffaele, questa settima edizione del ciclo di Prove Aperte – con cui la Filarmonica della Scala supporta le organizzazioni non profit che operano sul territorio milanese – si chiuderà domenica 10 aprile con la Prova diretta da Fabio Luisi a favore della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori introdotta da Carlo Boccadoro.

Programma completo disponibile su: filarmonica.it/proveaperte/

La stagione è resa possibile dalla collaborazione con il Teatro alla Scala e i media partner Corriere della Sera-ViviMilano e Radio Popolare.

Per questa serata Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Carlo Besta può contare sul sostegno di BioRep e SAPIO Life.

un ricordo:

Mar 012016
 

Oscar a Ennio MorriconeEd è arrivato, finalmente, il meritato oscar per la colonna sonora a Ennio Morricone. Naturalmente, chi ammirava l’arte di Morricone non aveva bisogno che ci fosse di mezzo un oscar per magnificarne la grandezza. Poco mi interessa, quindi, esaltare con toni enfatici la vittoria del compatriota. Vorrei piuttosto spostare l’attenzione sulla parola “orgoglio”, che tanto risuona in questi giorni. Che Morricone venga usato per parlare di orgoglio italiano non mi esalta di certo: per me, la nazionalità di un compositore è del tutto indifferente; ciò che mi interessa è che scriva musica che mi piace. Morricone ne ha scritta eccome, e per questo, molto semplicemente, sono contento. Certo, esiste poi anche l’esterofilia: come altre volte ho scritto, essa mi pare una sorta di provincialismo alla rovescia.

La vera questione cruciale, in questo caso, mi pare un altro tipo di orgoglio: quello del compositore di musica da film. Ne parlo perché, invece, spesso gli stessi compositori di colonne sonore, in Italia, si sono vergognati di scrivere una musica troppo a lungo considerata di serie B. Ma non esiste, dal punto di vista del genere, musica di serie A o di serie B. Prendiamo il caso di Mario Castelnuovo-Tedesco, fra i compositori più ispirati del Novecento italiano: fra il 1940 e il 1971 lavorò (come compositore o arrangiatore) a circa duecento colonne sonore hollywoodiane per la celebre Metro-Goldwin-Mayer, senza però firmarle. A causa delle leggi razziali, Castelnuovo-Tedesco, ebreo,  aveva dovuto lasciare l’Italia per l’America nel 1939: lavorare nell’ambito dello spettacolo, come nel caso di un Kurt Weill a Broadway, era per lui il modo più semplice per avere un impiego stabile. Tuttavia, per un compositore colto di ascendenza europea, il mondo della colonna sonora rappresentava una sorta di ripiego: e fu senz’altro per ragioni di orgoglio che Castelnuovo-Tedesco si comportò come un ghost-writer, preferendo che il suo nome non comparisse nei titoli. Oggi, per noi, il fatto di non sapere quali fossero le partiture realizzate da Castelnuovo-Tedesco (al di là delle undici effettivamente accreditate) è una perdita culturale non indifferente. Anche perché sappiamo che, come docente di John Williams o Henry Mancini, fu un vero e proprio caposcuola. Probabilmente, in Castelnuovo-Tedesco scattò anche una sorta di sindrome “O sole mio”: quella sindrome che talvolta noi italiani abbiamo, quasi nel vergognarci di una certa propensione a creare melodie convincenti e ispirate, che nelle colonne sonore sono ovviamente fondamentali. Un Erich Wolfgang Korngold, come il già citato Kurt Weill, non aveva al contrario alcun problema nel firmare musica cosiddetta d’uso (più di venti colonne sonore).

Il caso di Morricone si avvicina in realtà a quello di Castelnuovo-Tedesco: più volte, Morricone ha fatto intendere che la propria vera musica sarebbe quella cosiddetta colta, non finalizzata dunque all’utilizzo cinematografico. Mi viene in mente il caso di Voltaire: l’illuminista francese impiegò molto del suo tempo a scrivere Tragédies alle quali teneva moltissimo, ma che oggi non consideriamo certo al livello di quelle fulminanti novelle filosofiche che per Voltaire erano quasi pure inezie. Ecco i paradossi dell’esistenza e dell’arte! Probabilmente, per Voltaire, Candide o Zadig erano divertissements, pinzillacchere, mentre per noi sono capolavori. Un discorso simile si può fare per Morricone: le sue colonne sonore sono memorabili. La mia non è una posizione ideologica: non credo che il mondo della colonna sonora sia in sé migliore rispetto a quello delle avanguardie. La musica è fatta di singoli casi: esistono colonne sonore che trovo stupende e altre che mi sembrano assolutamente mediocri; e, anche fra la musica non destinata ad essere d’ausilio a un’altra arte, mi sembra che ci siano ampie differenze qualitative.

Dopo i casi di Castelnuovo-Tedesco, di Nino Rota, di Ennio Morricone e di altri ancora, credo che la vera questione d’orgoglio sia un’altra: il compositore di musica da film dev’essere orgoglioso di avere un pubblico che lo ama e lo stima. Senza se e senza ma. Certo, Morricone ha dimostrato la sua umiltà affermando che “non c’è grande musica senza grande film”. Ma questo non sminuisce affatto il valore della musica. Sarebbe (quasi) come sminuire la musica del Don Giovanni di Mozart solo perché Da Ponte ha scritto un bellissimo libretto.

Luca Ciammarughi

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